Si parva licet componere magnis
Il 5 maggio scorso, alla vigilia dell’interrogatorio di Andrea Sempio e quando il contenuto dell’accusa formulata nell’invito a comparire era ormai pubblico, avevo dedicato un articolo alla curiosa coincidenza fra una data diventata letteratura e il nome del procuratore che stava imprimendo una nuova direzione all’indagine di Garlasco: Fabio Napoleone.
Il giorno seguente Sempio entrò in Procura e si avvalse della facoltà di non rispondere. Il 7 maggio arrivò il primo avviso di conclusione delle indagini. Oggi, 28 settembre, siamo davanti alla seconda chiusura. Il Cinque maggio, dunque, non era la data formale del primo 415-bis: era il punto dal quale si poteva cominciare a osservare questo passaggio.
Dentro quel gioco letterario, però, c’era un’osservazione che vale la pena recuperare. Scrivevo che quel 5 maggio non rappresentava una conclusione, ma un passaggio: il momento nel quale una vicenda dispersa fra piste, suggestioni e anomalie veniva fermata, ricomposta e apparentemente ridotta a un nome, a un movente e a una forma definita; aggiungendo, però, che il nuovo quadro, invece di chiudere il caso, avrebbe potuto allargarlo.
Dal 5 maggio siamo arrivati al 28 settembre. Nel frattempo, la Procura ha chiuso una prima volta le indagini, ha ricevuto le osservazioni delle difese, ha disposto nuovi approfondimenti e ha notificato un secondo avviso di conclusione. Eppure, la sensazione è rimasta la stessa: ogni volta che Garlasco sembra sul punto di essere ricondotto a una spiegazione definitiva, dal suo interno emerge qualcosa che ne sposta nuovamente i confini.
Il nuovo comunicato di Napoleone dovrebbe riguardare un solo indagato, Andrea Sempio. A leggerlo con attenzione, però, ci si accorge che contiene anche un secondo problema giudiziario: quello della condanna di Alberto Stasi. Il procuratore che il 5 maggio sembrava fermare e ricomporre la vicenda, il 28 settembre consegna al giudizio di tutti non soltanto un nuovo accusato, ma anche una parte dell’indagine precedente.
L’accusa a Sempio, la condanna di Stasi e quello strano, enorme spazio riservato ai pedali della bicicletta
Confesso che dal comunicato della Procura di Pavia del 28 settembre mi aspettavo qualcosa di più. Forse era un’attesa eccessiva, alimentata dai mesi trascorsi a seguire consulenze, interrogatori, indiscrezioni, incidenti probatori e improvvise riapparizioni di reperti. Forse pretendevo da un avviso di conclusione delle indagini ciò che normalmente si trova soltanto in una richiesta di rinvio a giudizio, e talvolta neppure lì.
Mi aspettavo, insomma, qualcosa di simile al finale di certi film investigativi: individuato il presunto colpevole, tutti i particolari disseminati nel racconto avrebbero dovuto trovare improvvisamente il loro posto. Le testimonianze cambiate, gli alibi costruiti o rafforzati nel tempo, le intercettazioni interpretate in maniera quantomeno curiosa, le biciclette comparse e scomparse, i reperti trascurati, le persone sentite troppo poco o troppo tardi. Non necessariamente una spiegazione completa, ma almeno il disegno generale.
Quel disegno non è arrivato.
Il comunicato firmato dal procuratore Fabio Napoleone è soprattutto un aggiornamento tecnico. Risponde alle osservazioni presentate dalle difese, riepiloga le nuove consulenze e conferma che l’imputazione nei confronti di Andrea Sempio rimane invariata. Non è ancora la richiesta di rinvio a giudizio e, soprattutto, non è l’atto nel quale la Procura espone organicamente la propria ricostruzione del delitto.
Lo stesso Napoleone lo precisa nelle ultime righe: la valutazione complessiva del significato degli elementi raccolti sarà esposta negli atti destinati ai giudici. Dunque, il film non è finito: non è il momento dei titoli di coda, ma soltanto la conclusione di una fase.
Rimane però una stranezza. Dentro un comunicato formalmente dedicato all’indagine contro Andrea Sempio trova uno spazio eccezionalmente ampio una questione che riguarda soprattutto Alberto Stasi: gli accertamenti sul presunto DNA di Chiara Poggi trovato nel 2007 sui pedali di una bicicletta.
Ed è qui che, secondo me, dentro il procedimento Sempio sembra comparire quasi un secondo processo: quello, ancora soltanto possibile, sulla condanna di Stasi.
Il primo avviso di conclusione delle indagini, quello del 6 maggio, aveva un carattere molto più assertivo. Presentava una teoria accusatoria riconoscibile, collegava diversi elementi e dava l’impressione che la Procura fosse arrivata a una conclusione precisa.
Il nuovo comunicato appare invece più difensivo. Non nel senso che difenda Andrea Sempio, naturalmente, ma perché difende il lavoro della Procura dalle obiezioni depositate dai suoi legali. Dice, in sostanza: abbiamo letto le vostre consulenze, le abbiamo fatte esaminare dai nostri esperti e le vostre osservazioni non modificano la nostra impostazione.
Il colonnello Andrea Berti ha criticato le ricostruzioni alternative della dinamica del sangue proposte dalla difesa. I consulenti della Procura hanno ritenuto che le nuove osservazioni sull’impronta 33 non aggiungessero elementi capaci di cambiare le valutazioni precedenti. Le obiezioni genetiche della consulente di Sempio sono state esaminate e confutate dagli esperti dell’accusa.
La consulenza medico-legale ha confermato una dinamica aggressiva prolungata, con atti di difesa della vittima, e ha indicato un intervallo fra la produzione di alcune lesioni e la morte orientativamente compreso fra quindici e trenta minuti, senza escludere una sopravvivenza fino a sessanta.
Anche la consulenza psichiatrica del professor Roberto Catanesi viene chiarita: non è stata consegnata una relazione conclusiva perché Sempio non ha accettato di sottoporsi all’esame clinico diretto. Catanesi afferma di avere individuato dati interessanti, ma di non poter formulare risposte metodologicamente corrette senza incontrare l’indagato. L’accertamento, dunque, rimane sospeso. Non c’è una perizia nascosta e non esiste, almeno per ora, una diagnosi formulata a distanza.
Poi c’è la scarpa.
Su questo punto una parte dell’informazione ha compiuto il consueto salto triplo. Il comunicato non dice che l’impronta della scarpa appartiene a Sempio. Dice che gli accertamenti «non consentono di sostenere l’esistenza di un’incompatibilità fisica» fra il suo piede e la traccia rinvenuta nella villetta. Aggiunge che una scarpa Frau numero 42 risulta compatibile con le misure del suo piede.
La differenza non è piccola. Se una scarpa è incompatibile, posso escludere una persona. Se è compatibile, non posso ancora identificarla: posso soltanto dire che quella persona non è esclusa.
È un elemento utilizzabile all’interno di un insieme, ma da solo non porta molto lontano. Certamente è meno significativo del profilo genetico trovato sulle unghie di Chiara, se quest’ultimo reggerà al confronto processuale, e meno caratterizzante dell’impronta 33, qualora la Procura riesca a dimostrare che sia stata lasciata da Sempio.
Non c’è, insomma, la scarpa fumante.
Come accade ormai sempre a Garlasco, nel giro di poche ore ciascuno ha letto nel comunicato la conferma delle proprie convinzioni.
L’avvocato Liborio Cataliotti, difensore di Sempio, ha parlato sostanzialmente di un normale 415-bis: imputazione invariata e nessuna nuova prova decisiva. In parte ha ragione. Il comunicato non presenta l’elemento capace, da solo, di risolvere il caso. Tuttavia, non è neppure corretto sostenere che non sia emerso nulla di nuovo, soprattutto considerando gli accertamenti medico-legali e la vicenda dei pedali.
Gli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, che assistono la famiglia Poggi, hanno sostenuto che si tratterebbe di temi già conosciuti e hanno auspicato la fine dell’«impropria ricerca di un colpevole alternativo».
Questa posizione mi convince ancora meno: si può continuare a ritenere corretta la condanna di Stasi, naturalmente, ma non si può considerare irrilevante la scoperta di due tracciati analitici negativi che non risultavano nel fascicolo processuale e che, secondo gli stessi consulenti della Procura, avrebbero meritato un approfondimento mai effettuato.
La difesa di Stasi, al contrario, vede nella vicenda una possibile apertura verso la revisione e parla di una pagina triste per la giustizia. È una reazione comprensibile, ma anche qui bisogna evitare la corsa alla conclusione, in quanto dimostrare che un accertamento del 2007 fu gestito male non significa ancora dimostrare che l’intera sentenza sia sbagliata.
L’ex comandante del RIS Luciano Garofano difende l’onestà dei suoi collaboratori e ricorda che gli esami furono svolti alla presenza dei consulenti delle parti. Ma si tratta di una garanzia morale, non della risposta tecnica alla domanda. La presenza dei consulenti può dimostrare che determinate operazioni non furono compiute clandestinamente; non spiega perché i risultati negativi non compaiano negli atti né perché la contraddizione con il primo risultato positivo non sia stata risolta.
Alla fine, la lettura che mi sembra più ragionevole è quella di chi osserva che non siamo affatto vicini alla fine della storia: il 415-bis chiude l’indagine preliminare su Sempio, ma apre una serie di problemi che potrebbero andare molto oltre il suo eventuale processo.
Arriviamo dunque al passaggio più sorprendente.
Nel 2007, sul campione prelevato dai pedali della bicicletta Umberto Dei, venne individuato un profilo attribuito a Chiara Poggi: quel risultato ebbe un peso nell’avvio dell’indagine contro Stasi e contribuì alla costruzione della vicenda delle biciclette e dei pedali che avrebbero potuto essere scambiati.
Dai dati grezzi sono emerse due successive analisi dello stesso campione, fatte il giorno seguente, che non rilevarono il profilo genetico di Chiara Poggi., che diedero esito totalmente negativo: di questi risultati non è stata trovata traccia nel fascicolo del procedimento contro Stasi.
La difesa di Stasi sostiene che quelle controanalisi avrebbero potuto scagionarlo già diciannove anni fa. La Procura, però, non arriva a dire questo: in realtà, i suoi consulenti confermano l’esistenza di due successive analisi risultate negative, e concludono che la discordanza avrebbe dovuto essere approfondita. Approfondimento che, per quanto oggi risulta, non venne effettuato.
La distinzione è decisiva.
Il comunicato non afferma che il DNA di Chiara sui pedali fosse certamente inesistente. Afferma che un primo risultato positivo era stato seguito da due risultati negativi e che questa contraddizione non fu chiarita.
È grave? Certamente.
Dimostra che Stasi era innocente? No, non da sola.
Dimostra che l’indagine fu condotta male su un punto importante? Sì.
Può diventare un elemento utile per una futura revisione? Potenzialmente sì, ma dovrà essere valutato insieme all’intero impianto della sentenza.
La formula giornalistica «si sapeva già che Stasi era innocente» è quindi eccessiva. Trasforma una grave anomalia investigativa nella prova di un errore giudiziario già dimostrato. È proprio quel genere di salto logico che tante volte ho criticato nei miei articoli: si parte da un fatto vero, lo si spinge qualche metro più avanti e alla fine si presenta come certezza ciò che è ancora soltanto una possibile conseguenza.
È la domanda che mi è venuta spontanea leggendo il comunicato.
Se la Procura sta chiudendo un’indagine contro Andrea Sempio, perché dedica tanto spazio a un accertamento che potrebbe favorire Alberto Stasi?
La compatibilità della scarpa riguarda Sempio. Il DNA sulle unghie riguarda Sempio. L’impronta 33, secondo la tesi della Procura, riguarda Sempio. Ma le controanalisi sui pedali della bicicletta di Stasi non collocano Sempio nella villetta, non dimostrano che abbia partecipato all’aggressione e non lo collegano materialmente al delitto.
Se Stasi è stato danneggiato da un accertamento incompleto, sembrerebbe innanzitutto un’occasione per la sua difesa e dell’eventuale procedimento di revisione. Che cosa ci fa, allora, dentro il comunicato Sempio?
Una prima risposta sarà probabilmente di tipo processuale: quei dati sono stati acquisiti durante l’attuale indagine e fanno quindi parte del fascicolo che deve essere depositato. Il pubblico ministero non può raccogliere soltanto ciò che favorisce l’accusa e far scomparire quanto potrebbe risultare favorevole a qualcuno: sarebbe paradossale ripetere oggi proprio il comportamento che si rimprovera agli investigatori del 2007.
Questo spiega perché il documento debba essere messo a disposizione delle parti, ma non spiega completamente, però, perché gli venga riservato uno spazio così ampio nel comunicato destinato all’opinione pubblica.
Napoleone sembra mandare due messaggi contemporaneamente.
Il primo è rivolto alla Procura generale: noi non abbiamo chiesto la revisione della sentenza Stasi, ma abbiamo trovato un elemento che potrebbe interessarla e continueremo a informarvi.
Il secondo è rivolto al futuro giudice di Sempio: se nel 2007 non si arrivò a lui, potrebbe essere perché l’indagine si concentrò troppo presto e troppo rigidamente su Alberto Stasi.
È questo, secondo me, il significato più profondo del capitolo dei pedali.
La scoperta delle controanalisi negative non dimostra che Sempio sia colpevole. Può però servire a spiegare perché non sia stato indagato adeguatamente allora.
Il ragionamento implicito potrebbe essere il seguente: gli investigatori trovarono un elemento che sembrava portare a Stasi; quando quello stesso elemento produsse risultati contrastanti, non rimisero realmente in discussione la direzione presa; continuarono a costruire attorno a Stasi e trascurarono le piste alternative.
Se avessero chiarito subito la questione dei pedali, forse avrebbero dovuto riaprire il ventaglio delle ipotesi. E in quel ventaglio avrebbe potuto comparire, molto prima e senza innocenti in carcere, anche Andrea Sempio.
È un ragionamento possibile. Ma bisogna chiamarlo con il suo nome: è una spiegazione del percorso investigativo, non una prova della responsabilità del nuovo indagato.
Che Stasi sia stato perseguito sulla base di un accertamento discutibile non significa automaticamente che al suo posto debba essere condannato Sempio. La debolezza di una vecchia accusa non diventa, per trasferimento, la forza di quella nuova.
In termini molto semplici: liberare lo spazio occupato dalla pista Stasi non significa avere già trovato la persona giusta con cui riempirlo.
Eppure, il comunicato utilizza proprio questa funzione narrativa: da una parte presenta gli elementi che, secondo la Procura, portano a Sempio; dall’altra demolisce almeno un pezzo del percorso che portò a Stasi. Le due operazioni, affiancate, finiscono inevitabilmente per rafforzarsi a vicenda nell’immaginazione del lettore, compreso il sottoscritto, che sarebbe ben disposto a considerarle parti della stessa verità. Ma chi decide di scriverne, pur sommessamente, ha il dovere di fermarsi un passo prima e precisare che, sul piano probatorio, le due operazioni appaiono (e rimangono) distinte.
Per questo ho avuto l’impressione di leggere un comunicato contenente due procedimenti.
Il primo, dichiarato, è quello contro Andrea Sempio: la Procura conferma l’accusa, respinge le obiezioni difensive e si prepara presumibilmente a chiederne il rinvio a giudizio.
Il secondo, non dichiarato e ancora senza una propria sede processuale, riguarda Alberto Stasi: il comunicato non ne proclama l’innocenza e precisa che non è stata avanzata alcuna richiesta di revisione, ma consegna alla Procura generale un dato potenzialmente utilizzabile in quella direzione.
Fra i due procedimenti c’è una cerniera: la critica alla vecchia indagine.
Il dato dei pedali non accusa Sempio e non assolve da solo Stasi. Accusa, semmai, il modo in cui fu condotto un passaggio importante dell’indagine del 2007. Ed è proprio qui che, dietro i due procedimenti visibili, sembra balenarne un terzo: quello, ancora tutto da verificare, sulle eventuali responsabilità di chi eseguì gli accertamenti, ne valutò i risultati, non approfondì la contraddizione o non fece entrare i tracciati negativi nel fascicolo processuale.
Non sappiamo ancora se si sia trattato di un errore tecnico, di una sottovalutazione, di una trasmissione incompleta degli atti o di qualcosa di più grave. Il comunicato non lo dice e non consente di anticipare conclusioni. Ma quando una Procura rende pubblica un’anomalia tanto precisa e aggiunge di avere avviato accertamenti per ottenere chiarimenti dagli appartenenti al RIS dell’epoca, non sta soltanto discutendo la colpevolezza di Sempio o la possibile innocenza di Stasi: sta aprendo una domanda su ciò che accadde dentro la prima indagine.
La cerniera narrativa diventa così anche una possibile terza porta. Dice: guardate che non stiamo inventando gratuitamente un nuovo colpevole dopo diciannove anni; stiamo riesaminando un caso nel quale elementi discordanti non furono adeguatamente approfonditi e nel quale la concentrazione su Stasi potrebbe avere impedito di guardare altrove. Ma dice anche, più sommessamente: qualcuno dovrà spiegare perché quella discordanza non venne chiarita e perché i risultati negativi non risultano negli atti.
Questo rende comprensibile la nuova indagine, ma non basta ancora a renderne certa la conclusione. E soprattutto lascia aperta una questione ulteriore: dopo il possibile processo a Sempio e l’eventuale revisione per Stasi, potrebbe diventare necessario accertare anche le responsabilità di chi contribuì a costruire il percorso giudiziario precedente.
Rimane infine la questione che attraversa molti miei precedenti articoli, da quelli sulla reputazione investigativa a quelli dedicati alla “grande rete” di Garlasco. Anche ammesso che il materiale raccolto sia sufficiente per portare Sempio davanti a un giudice, restano fuori troppe cose.
Il comunicato non spiega se sulla scena vi fosse una sola persona; non chiarisce il significato di tutti gli spostamenti, delle tracce e delle incongruenze; non affronta le testimonianze cambiate, gli alibi progressivamente rinforzati, le intercettazioni riemerse, le omissioni e le strane protezioni che sembrano circondare alcuni protagonisti.
Forse non poteva farlo, forse non era questa la sua funzione, forse gli eventuali procedimenti per favoreggiamento, depistaggio, corruzione o concorso seguiranno strade separate. Nei processi reali, contrariamente ai film, non è detto che tutte le vicende confluiscano nella stessa aula e vengano spiegate sui titoli di coda.
Il processo contro Sempio, se si farà, potrà però diventare una camera di pressione: l’imputato sarà costretto a confrontarsi con gli elementi dell’accusa; i testimoni dovranno rispondere in contraddittorio; certe versioni potranno entrare in conflitto fra loro. Se emergeranno indizi a carico di altre persone, gli atti potranno essere trasmessi alla Procura e generare nuovi procedimenti.
Il processo potrebbe quindi non diventare il contenitore di tutti i misteri di Garlasco, ma potrebbe esserne il generatore. È forse questa la vera importanza del momento attuale: non siamo arrivati alla soluzione, ma siamo arrivati al punto in cui una ricostruzione rimasta ai margini per quasi vent’anni dovrà finalmente misurarsi con le regole e con le responsabilità di un processo.
Il 28 settembre molti aspettavano una bomba. È arrivato invece un documento tecnico, prudente, destinato più ad accompagnare il procedimento verso la sua fase successiva che a consegnarci una verità definitiva.
Il 5 maggio avevo scritto che la nuova iniziativa della Procura non avrebbe necessariamente chiuso il caso: avrebbe potuto riaprirlo e allargarlo. Cinque mesi dopo non posso sostenere che quella previsione si sia avverata in ogni sua parte. Posso però constatare che la chiusura annunciata non ha chiuso quasi nulla.
Il comunicato conferma un’accusa, ma intanto pone altre domande: sulla precedente condanna, sulla vecchia indagine e sulle responsabilità di chi la condusse, non offrendo ancora il finale che molti attendevano, ma preparando piuttosto il terreno su cui quel finale potrebbe cominciare a essere scritto.
Dal 5 maggio al 28 settembre, Napoleone non ha ristretto il campo, lo ha allargato. E forse il significato più importante del suo comunicato sta proprio qui: non nell’avere finalmente risolto Garlasco, ma nell’aver reso molto più difficile richiuderlo senza spiegare tutto il resto.