Si parva licet componere magnis
IL LAMPIONE
Non ricordo più come ci sono arrivato. Forse seguendo una delle solite strade secondarie in cui finisco quando mi metto a cercare l’origine delle parole. Mi sono ritrovato davanti a un saggio sui formalisti russi e sui loro eterni avversari, i simbolisti. Confesso che il primo pensiero è stato quello di sentirmi dentro una scena di Fantozzi: uno di quei dibattiti accademici altissimi, con nomi impronunciabili e questioni così sofisticate da farti venire voglia di cercare subito l’uscita: “Ma cosa ci faccio io qui?” Io, che al massimo mi diletto con l’etimologia di una parola…
Poi, però, è successa una cosa curiosa. Continuando a leggere, mi sono accorto che quei signori russi, così lontani nel tempo e nello spazio, stavano parlando di qualcosa che, senza saperlo, faccio anch’io da anni. Ho sempre avuto la convinzione che le parole nascondano molto più di quanto mostrino. Mi è capitato spesso di partire dall’etimologia di un termine – “santuario”, per esempio, ricordate? – e di ritrovarmi, quasi senza accorgermene, su una pista che poi la realtà sembrava confermare o, almeno, evocare.
Fu allora che incontrai Viktor Šklovskij, lo “straniamento” e, attraverso Propp, quel celebre cavallo che racconta gli uomini senza comprenderli. E lì smisi di sentirmi Fantozzi. O, forse, continuai a esserlo, ma con una curiosità in più. La mia passione per l’etimologia nasce proprio da lì: dalla convinzione che le parole raccontino molto più di quello che sembrano dire, come se l’etimologia non fosse soltanto una curiosità linguistica, ma un modo diverso di osservare il mondo.
Il cavallo, però, davanti alla villetta di via Pascoli non poteva esserci. Guardando una fotografia della strada, mi cadde l’occhio su un vecchio lampione. È lì da sempre. Nessuno gli ha mai chiesto niente. Eppure, se davvero un oggetto potesse raccontare ciò che ha visto senza sapere cosa stesse accadendo, probabilmente sarebbe proprio lui il testimone più fedele. Da quell’istante il cavallo di Propp lasciò il posto al lampione di via Pascoli.
—
Io non ho un nome. Per gli uomini sono soltanto un lampione. Un palo di ferro piantato nel cemento, con una lampada in cima che si accende quando il cielo diventa scuro e si spegne quando torna il giorno. Nessuno mi guarda davvero. Al massimo controllano se funziono oppure no. Credono che il mio compito sia illuminare la strada. Non è così. Io illumino i movimenti.
Da molti anni osservo questa piccola strada tranquilla. Per me le case non hanno nomi: sono scatole di mattoni con aperture dalle quali gli esseri umani entrano ed escono continuamente. Non conosco chi vi abita, non so cosa significhino parole come famiglia, amicizia, amore o odio. Gli uomini hanno inventato troppe parole. Io conosco soltanto le traiettorie. C’è chi passa sempre alla stessa ora, chi corre, chi rallenta, chi si ferma un istante prima di infilare una chiave nella serratura, chi pedala in bicicletta senza mai alzare lo sguardo. Riconosco tutti dal modo in cui attraversano il mio cerchio di luce. I volti cambiano, i passi molto meno.
Ero proprio davanti al numero 8 e ricordo la ragazza che abitava lì. Per anni attraversò questa strada con un’andatura regolare, senza fretta e senza esitazioni. Non saprei descriverne il volto, ma riconoscerei ancora oggi il suo modo di camminare. Poi, una mattina d’agosto, smise di passare sotto di me. Da allora non tornò più
Per tutta la notte prima avevo continuato a fare quello che avevo sempre fatto: restare acceso. Per gli uomini la notte è un intervallo; per me è il momento in cui il mondo diventa più leggibile. Di giorno tutti si muovono. Di notte, invece, ogni movimento pesa. Ricordo persone che rallentavano senza motivo apparente, automobili che si fermavano per pochi istanti, biciclette che attraversavano la strada come se cercassero di non farsi notare. C’era chi arrivava molto tardi, quando ormai tutte le altre scatole di mattoni erano diventate buie, e chi invece rimaneva immobile qualche secondo davanti a un cancello, come se aspettasse qualcosa che io non potevo vedere.
Una notte mi colpì anche un piccolo animale con le orecchie lunghe. Gli uomini lo chiamano coniglio. Lo vidi comparire vicino a una casa, poi sparire. Sembrava fuori posto, ma in fondo anch’io sono sempre fuori posto: un palo che guarda senza poter capire. Più tardi mi accorsi che era comparso un altro coniglio, ma questo non respirava, non si muoveva mai. Rimaneva fermo vicino a una porta come se fosse stato incaricato di sorvegliarla. Mi sembrò una scelta curiosa. Gli uomini affidano la guardia a un animale che, quando ha paura, fugge.
Ricordo anche un piccolo uomo di pietra. Gli uomini lo chiamano nano da giardino. Per anni rimase nello stesso punto. Poi, un giorno, non c’era più. O forse era stato spostato. Per me gli oggetti sono importanti proprio perché non si muovono quasi mai. Quando uno di loro cambia posto, la strada cambia insieme a lui. Gli uomini sembrano non farci caso. Io sì. Io vivo di posizioni, di ombre, di distanze. Anche uno spostamento di pochi passi modifica il disegno della notte. Per me non esistono misteri. Esistono soltanto cose che, improvvisamente, non si trovano più dove erano sempre state
Quel giorno la strada cambiò ritmo. Gli uomini probabilmente non se ne sarebbero accorti. Io sì. Ogni strada ha una sua musica, e quella mattina una nota era stonata. Vidi una bicicletta transitare lentamente. Poi un’altra figura. Qualcuno rallentò davanti a uno dei cancelli. Qualcuno si fermò più del solito. Qualcuno attraversò il marciapiede guardandosi intorno. Io non potevo vedere dentro la villetta. I muri interrompono la mia vista e le finestre restano fuori dal mio cono di luce. Degli interni non so nulla. Ma la strada appartiene a me, e tutto ciò che la percorre lascia un’impronta fatta di tempo, velocità e direzione.
Per alcune ore non accadde altro. Poi arrivò qualcosa che non avevo mai visto in quella forma. Arrivarono molti uomini vestiti tutti nello stesso modo. Alcuni scesero rapidamente dalle automobili. Altri srotolarono un nastro colorato e lo stesero come a voler bloccare la strada, come se volessero dividere il mondo in due parti: quella dentro e quella fuori. Portavano scatole, strumenti metallici, macchine che producevano lampi bianchi molto più intensi della mia luce. Fotografavano ogni cosa. Il cancello. Le finestre. Il terreno. Perfino me. Era curioso. Per anni nessuno si era accorto della mia esistenza; all’improvviso sembravo diventato importante.
Li osservavo mentre misuravano distanze, indicavano punti sull’asfalto, parlavano sottovoce, entravano e uscivano dalla villetta. Ogni tanto arrivava un’altra automobile. Altre persone. Altri strumenti. Alcuni restavano immobili a guardare il cancello come se aspettassero che fosse lui a raccontare ciò che era accaduto. Io continuavo semplicemente a fare ciò che avevo sempre fatto: illuminare la strada.
Nei giorni successivi vidi passare uomini e donne mai visti, curiosi, vicini di casa, persone che non avevo mai visto prima. La via sembrava diventata il centro del mondo. e quindi, per la prima volta, mi accorsi che gli uomini guardavano anche me.
Tutti rallentavano nello stesso punto. Guardavano la villetta. Poi guardavano il cancello. Qualcuno guardava persino me. Qualcuno indicò il prato in fondo alla strada e poi si avviò in quella direzione. Anche al mattino vidi qualcuno allontanarsi in fretta in quella direzione. Sentivo pronunciare parole strane: delitto, mistero, impronte, alibi, assassino. Non ne capivo il significato. Per me erano soltanto suoni. Quello che comprendevo erano invece i movimenti. Alcuni tornavano più volte. Altri restavano pochi minuti. Altri ancora indicavano il punto esatto dove la mia luce cadeva sul marciapiede, come se pochi centimetri potessero cambiare il passato.
Passarono gli anni. Le automobili tornarono a essere sempre le stesse, le biciclette ripresero il loro ritmo, i bambini ricominciarono a giocare poco più avanti. Eppure, ogni tanto, arrivava qualcuno con una macchina fotografica o con un taccuino. Si fermava. Misurava. Guardava la casa. Guardava me. Cercava ancora qualcosa. Ma la ragazza non era più tornata: forse era lei che cercavano e quindi intuii cosa fosse un omicidio, un delitto, un assassino. Compresi soltanto che gli uomini dicevano cose diverse sugli stessi movimenti. E questo continuò per molti anni. Ma io voglio bene lo stesso agli uomini, perché mi hanno creato loro e senza di loro io non esisterei: e poi, quando mi si brucia la lampadina, me la cambiano.
Se un giorno qualcuno decidesse di interrogarmi, temo che rimarrebbe deluso. Non saprei indicare un colpevole. Non conosco l’innocenza, la colpa, la menzogna. Non so nemmeno come si fa un delitto. La mia luce non attraversa i muri: non so cosa sia accaduto lì dentro. Potrei però raccontare ogni passaggio, ogni bicicletta, ogni automobile, ogni sosta troppo lunga, ogni esitazione, ogni ritorno. Potrei dire chi attraversò quella strada e quando lo fece. Gli uomini interrogano i testimoni perché sperano nei ricordi. Io interrogherei le traiettorie, perché i ricordi cambiano, le parole si correggono, le convinzioni si ribaltano. I passi, invece, una volta compiuti, restano per sempre gli stessi. Forse è per questo che nessuno ha mai pensato di chiedere davvero la mia versione dei fatti.
—
Un lampione non conosce la verità degli uomini. Conosce qualcosa di molto più semplice e, forse proprio per questo, di molto più difficile da smentire: l’ordine esatto con cui il mondo gli è passato davanti. E forse è proprio questo lo straniamento: per capire gli uomini, qualche volta bisogna smettere di guardarli con gli occhi degli uomini.