Si parva licet componere magnis
La possibile triplice rivincita dell’uomo condannato
Butto lì due domande, che sono poi le due metà di questo articolo. La revisione della condanna di Alberto Stasi dovrebbe necessariamente attendere una sentenza definitiva contro Andrea Sempio? E, se un domani Stasi fosse riconosciuto innocente e un’altra persona venisse condannata, quale posto potrebbe occupare nel nuovo processo l’uomo che per tanti anni è stato il colpevole ufficiale?
Il cuore del discorso non è soltanto l’eventuale innocenza di Stasi. È la possibilità che la realtà giudiziaria costruisca, dopo quasi vent’anni, quel capovolgimento completo che normalmente esiste soltanto nei film: l’uomo processato, condannato, incarcerato e pubblicamente demolito che torna sulla scena non più come imputato, ma come persona alla quale devono essere restituiti un nome, una libertà e, per quanto ancora possibile, anche ciò che gli è stato tolto.
Naturalmente siamo nel campo delle ipotesi. Oggi la condanna di Stasi è valida e Sempio deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva. Ma proprio il condizionale permette di capire quale scenario giuridico e narrativo potrebbe aprirsi.
La prima risposta è sì, almeno in linea teorica. La revisione della condanna di Stasi non dovrebbe necessariamente aspettare la condanna definitiva di un’altra persona.
Le strade possibili sarebbero due:
La revisione non cancellerebbe con un colpo di penna la decisione della Cassazione. Si aprirebbe un nuovo giudizio davanti alla Corte d’appello competente e, soltanto se la richiesta venisse accolta nel merito, la precedente condanna sarebbe revocata e Stasi prosciolto con una delle formule previste dalla legge.
Questo passaggio è decisivo: la restituzione dell’innocenza a Stasi avrebbe una propria strada e potrebbe, almeno astrattamente, precedere la conclusione del procedimento contro Sempio. Le due vicende sarebbero collegate dai fatti e dalle nuove prove, ma non necessariamente obbligate a procedere una dietro l’altra come vagoni dello stesso treno.
La revisione, però, sarebbe soltanto il primo atto del possibile ribaltamento. Una volta revocata la condanna, si aprirebbe il problema di riparare i diversi danni subiti. Ed è qui che la parte civile di questa storia diventerebbe una parte davvero molto particolare.
È necessaria una precisazione: tecnicamente non si tratterebbe di tre identiche costituzioni di parte civile. Il secondo livello, quello dell’errore giudiziario, seguirebbe un procedimento autonomo nei confronti dello Stato. Nel loro insieme, tuttavia, i tre livelli compongono la possibile riparazione di tre danni diversi.
In un eventuale processo per l’omicidio, Stasi potrebbe chiedere di costituirsi parte civile come persona affettivamente legata a Chiara Poggi.
Non era suo marito e non risulta fosse un convivente formalmente riconosciuto: era il fidanzato. Questo non lo escluderebbe automaticamente, ma dovrebbe dimostrare che il loro rapporto era stabile, concreto e significativo e che la morte di Chiara gli ha procurato un danno personale effettivo. Non basterebbe, quindi, la sola etichetta di fidanzato: conterebbe la realtà del legame, valutata dal giudice.
Sarebbe il primo livello, quello più vicino alla normale posizione dei familiari e delle persone affettivamente prossime alla vittima: il risarcimento chiesto all’eventuale responsabile dell’omicidio per la perdita di Chiara.
Il secondo livello riguarderebbe invece la condanna definitiva e gli anni trascorsi in carcere. Se la revisione si concludesse con il proscioglimento, Stasi potrebbe chiedere allo Stato la riparazione dell’errore giudiziario prevista dagli articoli 643 e seguenti del Codice di procedura penale.
Qui non sarebbe necessario dimostrare che un magistrato abbia agito volontariamente contro di lui. Il punto sarebbe un altro: lo Stato ha pronunciato ed eseguito una condanna definitiva che, attraverso la revisione, è stata riconosciuta sbagliata. Sarebbe quindi lo Stato a doverlo indennizzare, secondo le condizioni e i limiti stabiliti dalla legge.
A questo piano potrebbero aggiungersi le questioni restitutorie legate alle somme eventualmente pagate in esecuzione della condanna civile poi travolta dalla revisione. Non sarebbe un premio né una vincita: sarebbe il tentativo, necessariamente imperfetto, di restituire denaro e dignità dopo che il tempo e la libertà non possono più essere restituiti.
Esiste infine un terzo livello, il più grave e anche il più difficile da dimostrare. Potrebbe emergere che qualcuno non si limitò a sbagliare, ma costruì deliberatamente elementi falsi contro Stasi, nascose o alterò prove, manipolò reperti o dati informatici, oppure orientò consapevolmente le indagini per farlo apparire colpevole.
In questo caso non saremmo più davanti al semplice errore giudiziario. Potrebbero configurarsi, secondo i fatti realmente accertati, reati autonomi come il depistaggio, il falso, la soppressione di prove, la frode processuale o la calunnia. In un eventuale procedimento contro gli autori di simili condotte, Stasi potrebbe presentarsi come vittima diretta e chiedere il risarcimento dei danni causati dalla costruzione del falso colpevole.
Il confine è netto, almeno in teoria:
Per i magistrati esiste una disciplina particolare e l’azione civile per dolo, colpa grave o diniego di giustizia viene normalmente esercitata contro lo Stato. Se invece appartenenti alla polizia giudiziaria o altri pubblici ufficiali fossero accusati di avere commesso personalmente reati di manipolazione o depistaggio, Stasi potrebbe chiedere di costituirsi parte civile nel procedimento contro di loro; secondo i casi, potrebbe essere coinvolta anche l’amministrazione di appartenenza.
La riparazione pagata dallo Stato per l’errore giudiziario, dunque, non assorbirebbe automaticamente la responsabilità di chi avesse eventualmente costruito con dolo il colpevole sbagliato. Le origini dei danni sarebbero diverse: lo Stato avrebbe pronunciato la condanna ingiusta; altre persone potrebbero aver creato consapevolmente le condizioni perché quella condanna venisse pronunciata.
A questo punto l’espressione “parte civile” acquista un significato che va oltre la formula processuale. Stasi potrebbe comparire nel nuovo scenario giudiziario in tre vesti: persona colpita dalla morte della fidanzata, vittima di una condanna riconosciuta ingiusta e, se ne venissero provate le condizioni, vittima di chi avesse lavorato volontariamente per trasformarlo nel colpevole.
Non sarebbe propriamente “al fianco dello Stato”. Il pubblico ministero eserciterebbe l’accusa nell’interesse pubblico; Stasi porterebbe nel processo il proprio danno personale. Ma l’immagine sarebbe comunque impressionante: l’uomo inseguito dallo Stato per anni tornerebbe davanti allo stesso Stato chiedendo giustizia contro chi avrebbe provocato la sua rovina.
Ed è proprio qui che Garlasco smetterebbe di assomigliare a un normale caso di revisione e assumerebbe la forma di un film giudiziario portato fino all’estremo.
Stasi è stato indagato, assolto, nuovamente processato, condannato in via definitiva e incarcerato. Per anni è stato rappresentato come l’uomo freddo, dagli occhi di ghiaccio, capace di nascondere ogni emozione. La sua vita privata, il computer, le immagini viste e ogni dettaglio della sua personalità sono stati esaminati, interpretati e spesso trasformati in un elemento d’accusa anche nell’opinione pubblica.
Gli è stato tolto tutto ciò che può essere tolto a un uomo senza sopprimerlo fisicamente: la libertà, la reputazione, il futuro e perfino il diritto di essere guardato senza che ogni gesto venisse letto alla luce dell’omicidio.
Quando la storia sembrava definitivamente conclusa, l’indagine si è riaperta nei confronti di un’altra persona. Se questo nuovo percorso conducesse un giorno alla revisione e poi all’accertamento di responsabilità differenti, il condannato di ieri non si limiterebbe a uscire di scena assolto. Potrebbe rientrarvi da protagonista per presentare, uno dopo l’altro, i conti rimasti aperti.
Il primo conto riguarderebbe Chiara e la perdita della persona alla quale era legato. Il secondo riguarderebbe lo Stato e gli anni di libertà cancellati da una condanna ingiusta. Il terzo, qualora fosse provata una costruzione volontaria contro di lui, riguarderebbe chi avesse fabbricato, alterato o nascosto elementi per consegnare alla giustizia il colpevole sbagliato.
Basterebbe già il solo fatto di poter avanzare queste domande a produrre un capovolgimento difficilmente immaginabile. Colui che per quasi vent’anni ha dovuto difendersi potrebbe diventare colui che chiede conto agli altri. L’imputato diventerebbe danneggiato; il condannato, creditore di giustizia; l’uomo al quale era stato tolto tutto, la persona alla quale qualcosa deve finalmente essere restituito.
Nei film, a questo punto, arriverebbe la scena del trionfo.
Nel giro di poche inquadrature, ogni tassello tornerebbe miracolosamente al proprio posto. Si aprirebbero le porte del carcere, arriverebbero gli abbracci, il vero colpevole sarebbe condannato e gli eventuali depistatori arrestati o pubblicamente smascherati. Quasi contemporaneamente giungerebbero le altre notizie: lo Stato riconosce l’errore giudiziario e dispone la riparazione; le somme pagate in conseguenza della condanna vengono restituite, eventualmente con gli interessi; il responsabile dell’omicidio deve risarcire anche il danno affettivo; chi avesse contribuito volontariamente a costruire il falso colpevole è chiamato a risponderne.
E, se tra quelle condotte fossero accertate responsabilità di persone appartenenti alla cerchia della vittima, anche queste potrebbero essere coinvolte: non perché familiari, ma per ciò che avessero concretamente fatto. Sarebbe il classico finale nel quale, insieme all’innocenza, tornano gli affetti, il denaro, l’onore e perfino tutto ciò che sembrava perduto per sempre.
La musica sale, la macchina da presa si allontana e sullo schermo potrebbe quasi comparire la frase: «Giustizia è fatta».
A Garlasco, se mai si arrivasse fin lì, il finale avrebbe davvero la forza della rivincita totale, al di là di ogni ragionevole aspettativa: non soltanto l’assoluzione di Stasi, ma il riconoscimento dei diversi danni che avrebbe subito e il passaggio definitivo dalla parte dell’accusato a quella di chi può accusare, chiedere spiegazioni e pretendere riparazione.
Sarebbe il compimento perfetto del film: l’uomo che aveva perso ogni cosa torna nell’ultima scena e presenta tre conti diversi a tre possibili responsabili diversi. Non una vendetta privata, ma una vendetta civile, affidata ai tribunali, ai documenti e alle sentenze.
Eppure, non sarebbe un vero “vissero felici e contenti”. Chiara non tornerebbe. Gli anni trascorsi in carcere non potrebbero essere rivissuti. La famiglia Poggi dovrebbe affrontare (o fare i conti con) una verità diversa da quella accettata per anni. Nessuna somma potrebbe cancellare ciò che è avvenuto.
Per questo il finale più esatto non sarebbe un finale felice, ma un finale giusto arrivato troppo tardi. La realtà, dopo aver eventualmente scritto per quasi vent’anni il finale sbagliato, tornerebbe indietro e proverebbe a riscriverlo. E Alberto Stasi, da condannato dell’intera storia, diventerebbe la sua parte più civile.
Resterebbe, infine, una parte civile senza fascicolo e senza diritto al risarcimento: quella costituitasi virtualmente negli anni sul web, nei canali e nelle piazze digitali. I paladini della verità, i garlascofili e i combattenti della seconda guerra di Garlasco potrebbero finalmente proclamarsi vincitori. Alcuni in nome della verità, altri, forse, soprattutto in nome della propria appartenenza. Fino a quale livello arriverebbe la loro soddisfazione non possiamo saperlo. Ma, non potendo risarcire anche gli eserciti del web, ci accontenteremmo di Stasi e di tutte le sue possibili rivincite civili.