Ogni tanto Marco Panzarasa ritorna.

Non è mai stato indagato per l’omicidio di Chiara Poggi; nel 2007 era però uno degli amici più vicini ad Alberto Stasi, venne sentito ripetutamente dagli investigatori e, nel 2008, consegnò ai carabinieri due computer perché fossero verificati eventuali scambi di mail o di materiale con l’amico. Quasi vent’anni dopo, il suo nome è ricomparso negli atti della nuova indagine, fino alla richiesta di acquisizione del DNA nell’ambito dell’incidente probatorio: un prelievo comparativo, eseguito nei confronti di una persona non indagata.

Forse è proprio questa la particolarità di Panzarasa: non è mai diventato un protagonista dell’inchiesta, ma non è mai riuscito nemmeno a uscirne completamente. Rimane ai bordi della scena e, periodicamente, qualcosa lo riporta sotto i riflettori. Vale allora la pena mettere in fila ciò che negli anni ha alimentato interrogativi intorno alla sua figura, senza trasformare anomalie, ricostruzioni controverse e incongruenze in accuse.

La cartolina

L’11 agosto Alberto Stasi gli invia alle 13.28 il messaggio con cui gli chiede di riportargli una cartolina rimasta nella sua valigia. Nella ricostruzione telematica proposta recentemente, in quel momento Panzarasa non sarebbe già in Liguria: la sua SIM risulterebbe ancora nell’area di Garlasco. La sera, alle 22.52, la telefonata di Stasi lo raggiunge invece quando il telefono aggancia ormai una cella ligure.

Cura Carpignano

È forse l’elemento meno conosciuto. Sempre secondo la nuova rilettura dei tabulati, alle 19.32 dell’11 agosto la SIM di Panzarasa sarebbe ancora a Garlasco; alle 20.17 aggancerebbe San Martino Siccomario e successivamente compirebbe un movimento verso nord-est, oltre il Ticino, fino all’area di Cura Carpignano, prima di dirigersi verso la Liguria. Non sappiamo che cosa significhi quel passaggio. Sappiamo soltanto che, se la lettura delle celle è corretta, il percorso non corrisponde a una partenza lineare da Garlasco verso Borghetto Santo Spirito.

Il giorno della partenza per la Liguria

Panzarasa dichiarò di trovarsi a Borghetto Santo Spirito dal 10 agosto; la ricostruzione telematica presentata di recente sostiene invece che sarebbe arrivato soltanto nella tarda serata dell’11. La discrepanza richiama l’attenzione perché riguarda le quarantotto ore immediatamente precedenti il delitto. Rimane tuttavia una ricostruzione da verificare nella sua esattezza tecnica e da confrontare con gli atti e con le spiegazioni dell’interessato.

Il ritorno del 13 agosto

Qui le versioni sono controverse. Una testimonianza contenuta nel materiale recentemente riesaminato racconta che la mattina del 13 Panzarasa avrebbe chiesto con insistenza a un amico di accompagnarlo alla stazione, perché voleva tornare urgentemente a Garlasco sostenendo di dover studiare; l’amico avrebbe cercato di convincerlo a restare con il gruppo. I suoi legali affermano invece che il rientro del lunedì fosse programmato da tempo proprio per preparare l’esame di dottorato e che questa circostanza fosse già stata accertata giudiziariamente.

Gli orari del 13 agosto

Nella SIT del 30 agosto Panzarasa colloca intorno alle 19.30 il proprio arrivo presso l’abitazione di Stefania Cappa. La rilettura degli atti osserva però che i carabinieri erano presenti quando egli arrivò e che la famiglia Cappa avrebbe lasciato l’abitazione intorno alle 18. La stessa analisi ricorda inoltre che alle 16, mentre si trova sul treno all’altezza di Tortona, Panzarasa viene effettivamente raggiunto dalla telefonata di Stefania, che gli comunica la morte di Chiara. Anche in questo caso il dato certo e le deduzioni che se ne vogliono trarre non vanno confusi.

Stefania Cappa

Il loro rapporto non era quello di due perfetti sconosciuti: dagli atti emerge che Panzarasa aveva aiutato Stefania nella preparazione di un esame universitario. Di per sé non significa nulla sul piano penale, ma aggiunge un collegamento personale a una rete di relazioni già molto fitta e spiega perché i loro contatti abbiano suscitato attenzione.

Lo strano SMS dalla Spagna

Il 28 agosto Panzarasa telefona ai carabinieri dalla Spagna per riferire di avere ricevuto uno strano messaggio. Gli autori della recente analisi dichiarano di non essere riusciti a rintracciarlo nei tabulati da loro esaminati. Non è una prova di alcunché, ma un’altra discrasia che, se confermata, meriterebbe una spiegazione: potrebbe dipendere dalla documentazione disponibile, dal tipo di messaggio o da una diversa circostanza tecnica.

La Spagna

Dopo i funerali del 18 agosto, Panzarasa e altri amici partono il 21 per una vacanza a Malaga e rientrano il 30. La partenza era indicata come programmata; ebbe comunque l’effetto pratico di rinviare alcuni approfondimenti investigativi sugli appartenenti alla comitiva. Anche qui il fatto non va caricato di un significato che non possiede: partire per una vacanza già organizzata non equivale a sottrarsi agli investigatori.

I computer

Nel febbraio 2008 la Procura acquisì due computer di Panzarasa per verificare eventuali scambi informatici con Stasi. Questo è un fatto documentato e all’epoca non comportò alcuna iscrizione di Panzarasa nel registro degli indagati. L’acquisizione dimostra l’interesse degli inquirenti per i rapporti tra i due amici, non l’esistenza di elementi a suo carico.

La discarica

Negli ultimi mesi è circolata anche la storia secondo cui il padre di Marco avrebbe portato apparecchiature informatiche in discarica dopo il delitto. È però necessario registrare la smentita formale dei legali: secondo loro non si trattava di computer, bensì di una stampante, un monitor e una tastiera appartenenti allo studio professionale presso il quale il padre collaborava. Finché non emergono documenti diversi, la vicenda va raccontata come una controversia, non come una distruzione accertata di prove.

La fine – o forse no – dell’amicizia con Stasi

Anche su questo punto le ricostruzioni giornalistiche sono state contraddittorie. Per anni si è raccontato che il rapporto tra i due amici si fosse interrotto bruscamente dopo l’omicidio. I legali di Panzarasa hanno invece sostenuto recentemente che gli accertamenti dimostrerebbero contatti successivi e che sarebbe falsa anche la vulgata dei quindici o venti contatti quotidiani precedenti al delitto. È una di quelle narrazioni che, ripetute a lungo, finiscono per assumere l’apparenza di un fatto certo anche quando le fonti non sono univoche.

Il “Marco” del biglietto anonimo

Infine, c’è il biglietto lasciato sulla tomba di Chiara: «È stato Marco a ucciderla». Nemmeno Rita Poggi, nell’intercettazione in cui ne parla, sa dire a quale Marco si riferisse. Il cognome Panzarasa viene proposto dall’interlocutore come possibilità, non compare nel messaggio e non costituisce un’identificazione. È dunque una suggestione, non un’accusa circostanziata.

Perché continua a ritornare

Messo tutto in fila, Panzarasa non appare né il “sospettato dimenticato” che qualcuno vorrebbe costruire oggi né una comparsa irrilevante. Era molto vicino a Stasi e il suo nome attraversa ore e giorni cruciali; intorno a lui restano ricostruzioni cronologiche contestate, spostamenti da chiarire e racconti che nel tempo si sono contraddetti. È comprensibile, dunque, che ogni nuovo esame degli atti lo incontri di nuovo. Non è invece legittimo trasformare automaticamente quell’incontro in un coinvolgimento.

Qui si apre il vero caso nel caso: la forza mediatica del nome Panzarasa sembra ormai superiore alla sua consistenza giudiziaria. Basta che venga acquisito il suo DNA a fini comparativi perché il titolo diventi “Preso il DNA di Panzarasa”, lasciando sullo sfondo che egli non è indagato e che il confronto può servire proprio a escludere contaminazioni. Basta che ricompaia la parola “Marco” perché un nome privo di cognome venga ricondotto a lui. Perfino una smentita dei suoi legali rimette Panzarasa nei titoli e alimenta nuove discussioni.

C’è poi un paradosso. Per quasi vent’anni una parte crescente dell’opinione pubblica ha contestato la condanna di Alberto Stasi perché fondata, a suo giudizio, su una sommatoria di indizi, comportamenti interpretati e incongruenze, senza una prova diretta. Eppure una parte dello stesso pubblico applica a Panzarasa un criterio persino più disinvolto. La partenza incerta, il ritorno a Garlasco, la vacanza, i computer, il silenzio, l’amicizia e il biglietto anonimo diventano tasselli di una colpevolezza per accumulo: esattamente il metodo che gli innocentisti rimproverano alla sentenza Stasi.

Stasi è stato così, da molti, assolto mediaticamente — non giudiziariamente, perché la condanna definitiva rimane — ma il bisogno di un sospettato non è scomparso. Si è soltanto spostato. L’amico più vicino occupa una posizione narrativa perfetta: abbastanza prossimo al centro della storia da sembrare depositario di confidenze e segreti, abbastanza lontano dall’inchiesta da lasciare spazio all’immaginazione. La sua scarsa esposizione pubblica, scelta del tutto legittima, crea inoltre un vuoto; e nei casi mediatici i vuoti non restano a lungo vuoti, perché vengono riempiti dagli altri.

Il biglietto con il solo nome “Marco” rappresenta alla perfezione questo meccanismo. Un’accusa completa potrebbe essere verificata e, se falsa, confutata. Un nome incompleto rimane invece eternamente disponibile: può essere recuperato a ogni nuova stagione di Garlasco e adattato al personaggio che in quel momento attira maggiormente l’attenzione. Allo stesso modo, ogni dettaglio tecnico può diventare il carburante di nuove ore di diretta. Non occorre che emerga una prova: basta un nuovo “forse”.

Questo non significa che le discrepanze vadano ignorate. Dichiarazioni, tabulati, rapporti personali e modalità con cui furono svolti gli accertamenti possono essere analizzati criticamente. Ma occorre continuare a distinguere un fatto documentato da una ricostruzione, una discrepanza da un indizio, una suggestione da un’accusa. È una distinzione che dovrebbe valere per Stasi, per Sempio, per Panzarasa e per chiunque altro venga trascinato dentro il racconto di Garlasco.

Per questo Marco Panzarasa ritorna. Non necessariamente perché nasconda qualcosa, ma perché alcune tessere che portano il suo nome sembrano non combaciare perfettamente con quelle vicine e, soprattutto, perché la narrazione collettiva ha bisogno che quello spazio resti occupato. La domanda finale non è allora soltanto che cosa sappia Panzarasa, o dove si trovasse in ciascuna di quelle ore. È anche un’altra: stiamo cercando la verità, oppure abbiamo semplicemente bisogno che rimanga sempre qualcuno del quale sospettare?

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