Si parva licet componere magnis
Il 5 maggio non è solo il giorno, di questo 2026, in cui questo articolo vede la luce, ma è una di quelle date che, per chi scrive e per chi legge, porta con sé un’eco inevitabile, un richiamo che attraversa il tempo, una coordinata temporale divenuta un modello di pensiero, un concetto.
Il 5 maggio non è non è solo la data della morte di Napoleone Bonaparte: è il momento in cui una potenza, dopo aver occupato ogni spazio, viene fermata e consegnata al giudizio, quando l’azione lascia il posto alla domanda su ciò che davvero è successo.
Oggi, un altro “5 maggio”, non è solo una coincidenza nominale se, proprio in questo passaggio, a muovere la scena, a richiamare quella data, è un procuratore che si chiama proprio Napoleone, non Bonaparte, ma Napoleone lo stesso: non l’uomo che conquista, ma quello che ferma, che chiama, che interroga.
Perché questo “5 maggio” non chiude una vicenda: la blocca, la ricompone, la riduce a un nome, a un movente, a una forma apparentemente definitiva. È il momento in cui tutto ciò che si muoveva in più direzioni – piste, suggestioni, anomalie – viene costretto dentro un perimetro definito.
Ma proprio come nel testo di Manzoni, il punto non è ciò che si chiude, ma ciò che resta in sospeso, perché la sospensione è evidente, perché questo “5 maggio” non è un giorno solo: è un tempo che si allunga, tra oggi e domani, tra le convocazioni delle testimoni Cappa, da sempre “gemelle non indagate” e, come tali, diventate figure simboliche di questa vicenda, ben più degli indagati veri. Un “5 maggio” in cui non si celebra una fine, ma si prepara un passaggio, uno snodo temporale in cui la storia viene fermata per essere poi ripresa e raccontata in un modo preciso e verso un giudizio definitivo.
Siamo arrivati fin qui seguendo, come sempre, il filo di ciò che emergeva, senza mai trasformarlo in una tesi, ma cercando di prospettarlo, di dargli spessore, tridimensionalità, di verificarne la tenuta da più lati. In questi sessanta articoli non abbiamo mai scelto una pista, ma le abbiamo percorse tutte, una dopo l’altra, non per sostenerle, ma per capire se reggessero. Abbiamo cercato di mantenere una linea coerente non nella conclusione, ma nel metodo: entrare nelle ipotesi, metterle alla prova, verificarne la compatibilità con tutto il resto.
Negli ultimi passaggi il lavoro si era concentrato su due livelli che restano validi anche oggi: da un lato il profilo, la struttura mentale, come nell’articolo sul “Serial Killer”, dall’altro la possibilità che il fatto non fosse isolato, che sulla scena potessero esserci altre presenze, come sviluppato in “Sotto accusa”. Su questa base è arrivata l’incolpazione per un movente sessuale, che è stata presa sul serio e sottoposta allo stesso metodo: verificare se, inserita in un contesto più ampio, potesse spiegare non solo il gesto, ma anche tutto ciò che gli ruota attorno.
Il passaggio successivo è stato proprio questo: prendere il movente sessuale e cercare di renderlo compatibile con le altre anomalie del caso. Non come spiegazione autonoma, ma come elemento inserito dentro una struttura più ampia, capace di giustificare anche ciò che, da solo, non spiegava. In questo senso, il ragionamento teneva: se collegato a piste più complesse, il movente poteva contribuire a dare senso anche alla mobilitazione, ai comportamenti anomali, a quel livello che abbiamo definito “esosferico”, fatto di persone lontane dal fatto ma sorprendentemente coinvolte.
Stavamo lavorando lì, sul profilo, sulla chat, sulla compatibilità, cercando di capire come tutto potesse stare insieme senza forzature. Ma proprio mentre il sistema sembrava trovare un suo equilibrio, è intervenuto un elemento che lo ha messo in crisi.
La convocazione, quali testimoni, giammai come indagati, delle gemelle Cappa e di Marco Poggi è infatti un punto di rottura. Invece di completare il quadro, o di rafforzarlo, lo contraddice. Se il movente è sessuale, se il fatto è individuale, se si consuma tra due persone, viene da chiedersi: sono stati testimoni del crimine? Un approccio sessuale in presenza di terzi? No! Si può allora ipotizzare che non si tratti di testimoni diretti del fatto, ma di persone che, per prossimità familiare, possano riferire elementi di contesto, percezioni, eventuali segnali precedenti o successivi. Tuttavia, proprio questa lettura apre un’ulteriore difficoltà: se tali elementi fossero stati rilevanti in relazione a un movente di questo tipo, sarebbe naturale che fossero già emersi, in una vicenda che è stata oggetto di un’attenzione così prolungata e intensa.
Il punto, quindi, non è speculare in astratto sulla possibilità che tali audizioni abbiano una loro utilità, ma rilevare che la loro collocazione, in questa fase e rispetto a questo specifico movente, non appare immediatamente coerente con una dinamica circoscritta e individuale. Ed è proprio questa discontinuità che, più che rafforzare il quadro, lo rimette in discussione, lasciando aperta la necessità di comprendere se ciò che si sta delineando sia davvero una chiusura del caso o, piuttosto, il passaggio verso una lettura più ampia dei fatti, affatto scontata rispetto al capo d’imputazione.
Non si tratta più di compatibilità con piste ipotizzate, ma di coerenza interna al modello accusatorio, e dentro quel modello, questa mossa non si spiega. Da qui nasce il ribaltamento: non siamo più di fronte a una spiegazione da completare, ma a una spiegazione da verificare, poiché quando un sistema ha bisogno di essere sostenuto da elementi che emergono successivamente e si incastrano in modo perfetto – il movente svelato, un profilo psicologico noto e compatibile, [1] la chat dei seduttori emersa con tempismo sospetto – il dubbio non è che non funzioni, ma che funzioni sin troppo bene.
Se poi si arriva a considerare pertinenti certe forme acclarate di protezione e perfino la soppressione di eventuali testimoni, le famose suggestioni dei pifferai, appare evidente che il fatto non può essere contenuto in quella sola dimensione. E allora il movente dato in pasto alle cronache, da possibile spiegazione, ne diventa al massimo una parte, o addirittura un passaggio, o più probabilmente una leva: non ciò che spiega, ma ciò che mette in movimento. Una costruzione funzionale, che può servire a far emergere comportamenti, a sollecitare dichiarazioni, o anche a coprire, per strategia, un movente più ampio, più coerente con quell’insieme di anomalie che sono state liquidate come suggestioni e che invece tornano a chiedere una loro collocazione plausibile.
Secondo questa direzione, diventa ancora più difficile immaginare che un movente sessuale, per sua natura circoscritto, possa spiegare non solo le eventuali dinamiche di protezione e copertura appena dette, ma anche ciò che è accaduto ben oltre il perimetro del fatto. [2] Non si tratta più soltanto di chi poteva sapere o tacere o uccidere nei dintorni, ma di un livello ulteriore, in cui soggetti lontani – per ruolo, per distanza, per interesse diretto – intervengono, si espongono, prendono posizione pubblicamente, arrivando a mettere in gioco la propria credibilità.
Questo livello è sempre stato considerato eccessivo e inspiegabile per ogni tipo di pista ipotizzata, ad eccezione di quelle, intrinsecamente suggestive, legate a criminalità organizzata e a traffici internazionali di vario genere: figuriamoci per un gesto sconsiderato, generato da una mente sessualmente umiliata. Perché una dinamica di questo tipo può forse generare reazioni nel contesto immediato, ma difficilmente produce schieramenti così estesi, prese di posizione così nette e imbarazzanti, interventi così distanti dal luogo e dalla sostanza del fatto e, soprattutto, dal buonsenso.
Quindi il problema non è più solo ciò che è accaduto al centro, ma la capacità della ricostruzione di tenere, ciò che inspiegabilmente è accaduto nel suo campo per destinazione [3] e ciò che inspiegabilissimamente a tale centro si è collegato da molto, da troppo lontano. Come in un puzzle gigante, i pezzi centrali trovano posto con relativa facilità, e sono quelli periferici, più indefiniti, a stabilire se l’immagine complessiva regge davvero. Finché questi restano fuori, ogni spiegazione può apparire coerente, ma non ancora completa.
A questo punto, anche il dato giuridico acquista un significato preciso e sostanziale, oltre che assonante col “5 maggio”: l’invito a comparire previsto dall’articolo 375 del codice di procedura penale non rappresenta una chiusura, ma un passaggio. Indica un fatto, consente un interrogatorio, ma lascia aperta l’evoluzione del quadro, e questo significa che ciò che oggi viene presentato come movente o configurazione del reato può non essere il punto di arrivo, ma una fase intermedia.
E allora la domanda finale non riguarda più solo il caso, ma il modo in cui lo stiamo leggendo. Se un movente ha bisogno di essere sostenuto da ciò che emerge dopo, se deve essere integrato, rafforzato, reso coerente attraverso elementi successivi, forse non è ancora una spiegazione, ma una costruzione: quella leva cui abbiamo fatto cenno sopra. Non necessariamente depistante, ma non ancora definitiva.
Il senso, in conclusione, può quindi essere che ciò che sta accadendo non chiuda il caso, lo riapra e che non semplifichi il quadro, ma lo allarghi. E forse, proprio per questo, ci si sta avvicinando a una verità meno semplice e, proprio per questo, più credibile.
Intanto, siamo a 60: non è che, magari, è meglio ricominciare a leggerli daccapo?
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[1] Vedere Serial Killer
[2] Vedere La pista esosferica
[3] Termine calcistico. Il “campo per destinazione” è la fascia perimetrale esterna al rettangolo di gioco, larga almeno 1,5-2 metri, realizzata con lo stesso materiale del campo e priva di ostacoli, che si estende oltre le linee laterali e di porta. È un’area di sicurezza obbligatoria che separa il terreno di gioco dal recinto.