In questi mesi mi sono trovato a scrivere cento articoli sul caso di Garlasco. All’inizio erano semplici riflessioni pubblicate sul mio sito; poi, quasi senza accorgermene, sono diventati soprattutto testi destinati alla voce di Paola. È stato un cambiamento importante: non scrivevo più soltanto per essere letto, ma anche per essere ascoltato.

Sentire quei testi interpretati con tanta partecipazione è stata una soddisfazione che non avevo previsto. Intorno a questa collaborazione è nato un rapporto di stima, condivisione e autentica sintonia umana, che non si è limitato al lavoro. Ci sono state telefonate iniziate per parlare di un fatto di Garlasco e proseguite per ore; e nessuno dei due riusciva a trovare il momento per interromperle; per poi riprendere il giorno successivo, passando dal caso alle nostre vite, dai fatti alle emozioni personali.

È nata così una vicinanza profondamente amichevole, ma resa forse più calda e gentile anche dalla diversità di genere: quella naturale differenza può rendere un uomo più premuroso, disponibile e generoso nei complimenti, e una donna più pronta ad accogliere e ricambiare l’attenzione e la stima. Non parlo di una storia sentimentale, ma di quella sfumatura affettuosa, quasi romantica, che può rendere speciale un’amicizia tra un uomo e una donna.

Per questo conserverò di questa esperienza un ricordo molto positivo e, nel senso più delicato del termine, appunto, romantico.

Ogni articolo, però, seguiva sempre lo stesso percorso. Prima arrivava uno spunto; poi cominciavano la ricerca, le verifiche, le discussioni e gli approfondimenti. Infine, veniva la scrittura, nella quale finiva per confluire tutta l’energia accumulata nei giorni precedenti.

Ma il lavoro non finiva con la scrittura. Ogni articolo aveva bisogno di una copertina, spesso pensata come parte integrante del racconto e non come una semplice immagine decorativa. A queste si sono aggiunte infografiche, sigle preparate per il canale e veri e propri video costruiti per ricostruire vicende, luoghi e percorsi.

In alcuni casi sono andato personalmente a Garlasco: ho effettuato sopralluoghi, scattato fotografie, preso misure e seguito sul terreno il tracciato di un canale per verificare se determinate ipotesi avessero un riscontro nella realtà. Ho ricostruito anche il percorso compiuto da alcuni protagonisti e trasformato quelle ricerche in materiali visivi utilizzabili nei video.

Non è stato dunque soltanto un lavoro di scrittura. Intorno agli articoli si è sviluppata una piccola produzione fatta di immagini, grafica, ricerca sul posto, montaggio e progettazione. Tutto questo ha contribuito anche a rendere il canale più vario e riconoscibile, permettendogli di affiancare alle normali dirette contenuti diversi e costruiti appositamente.

È stato un lavoro appassionante, ma anche totalizzante: il caso non occupava soltanto il tempo nel quale scrivevo. Continuava ad accompagnarmi mentre cercavo documenti, costruivo una copertina, preparavo una sigla, montavo un video o percorrevo una strada per controllare direttamente ciò che avevo studiato su una mappa.

Quando, alla fine, il testo era concluso e veniva letto sul canale, provavo una specie di estasi creativa. Subito dopo, però, arrivava il vuoto. Ogni volta avevo la sensazione di avere esaurito tutto ciò che potevo dire e pensavo: forse questo sarà l’ultimo articolo. Poi, dopo qualche giorno, nasceva un’altra intuizione e il ciclo ricominciava.

Dopo l’ultimo articolo, invece, quel vuoto non si è più colmato. Non è stato un episodio passeggero: è diventato uno stato d’animo.

Ripensandoci, mi accorgo che da tempo esistevano segnali che preferivo non vedere. Alcuni articoli ai quali avevo dedicato giorni di lavoro passavano quasi inosservati. Non mi è mai interessata la ricerca del successo a tutti i costi; mi rendevo però conto che spesso si discuteva del caso, degli indizi e dei protagonisti, mentre il lavoro di scrittura rimaneva invisibile, come se fosse soltanto un mezzo e non il frutto di un impegno.

C’era poi una domanda che ogni tanto riaffiorava: chi me lo fa fare?

Finché prevaleva la gioia di scrivere, quella domanda spariva. Col tempo, invece, è diventata sempre più insistente. Ho cominciato a pensare alle ore dedicate a questa attività, alle energie investite, ai rischi inevitabili nell’affrontare argomenti tanto delicati e a testi che richiedevano giorni di lavoro, venivano ascoltati in mezz’ora e poi erano subito consegnati al flusso continuo delle notizie.

Anche il riconoscimento materiale, inevitabilmente, finisce per entrare nella bilancia. Non perché abbia mai pensato di vivere scrivendo di Garlasco o perché mi aspettassi compensi da Paola: la nostra è stata una collaborazione nata dalla passione, dalla stima e dal piacere di costruire insieme qualcosa che da soli non avremmo potuto realizzare nello stesso modo.

Il discorso riguarda piuttosto il mio sito. Dopo che Paola ha cominciato a leggere gli articoli, le visite sono aumentate sensibilmente. Molte persone sono arrivate sul sito, hanno letto i testi e forse vi hanno trovato qualcosa di utile o interessante. Avevo persino previsto la possibilità di farmi offrire simbolicamente un caffè. Eppure, non c’è stata una sola persona che lo abbia fatto.

Non ne faccio una questione di denaro. Un caffè non avrebbe cambiato la mia vita e neppure il bilancio del sito. Sarebbe stato però un piccolo segno: il riconoscimento che, dietro quelle pagine, c’erano tempo, lavoro, ricerca e responsabilità.

Più di una volta qualcuno mi ha domandato: «Ma che cosa ci guadagni?». Ogni volta ho risposto: «Niente». E ogni volta mi sono accorto che quella risposta, pronunciata ad alta voce, faceva vacillare anche me. Perché mi costringeva a chiedermi se la passione, da sola, fosse ancora sufficiente a giustificare tutto il resto.

Non si può misurare il lavoro di uno scrittore, anche dilettante, con i parametri di YouTube. Lì perderò sempre. YouTube premia la presenza, la continuità, il volto, la voce, il ritmo e l’algoritmo. Io, invece, investo quasi tutto nella costruzione del testo. Sono due mestieri diversi.

Non sono uno, poi, che desidera stare davanti a una telecamera. L’ho detto molte volte. Mi piace stare dietro, scrivere, costruire e progettare. È quello il mio modo di contribuire. Ma anche chi lavora dietro ha bisogno di sentire che il proprio lavoro lascia una traccia e che qualcuno ne riconosce l’esistenza.

Perfino la passione, quando viene alimentata soltanto dall’interno e non riceve mai un minimo riscontro esterno, prima o poi si affatica. Non è un difetto del carattere: è una condizione molto comune di chi crea qualcosa.

Soprattutto, mi sono accorto che, mentre scrivevo di Garlasco, lasciavo indietro progetti che appartengono alla mia storia personale: i racconti, le memorie, le storie di guerra, i campi di calcio e altri lavori che sento come una responsabilità verso me stesso prima ancora che verso eventuali lettori.

Non li avevo abbandonati. Li avevo semplicemente messi in attesa. A un certo punto ho capito che quell’attesa stava diventando troppo lunga.

A tutto questo si è aggiunto qualche episodio che mi ha fatto riflettere sul clima creatosi intorno al caso: vicende nate dal nulla, polemiche sproporzionate, accuse fantasiose, discussioni che per alcuni giorni sembravano aprire scenari enormi e poi si dissolvevano lasciando soltanto amarezza.

A poco a poco ho avvertito anche una distanza crescente dal modo in cui una parte del mondo di YouTube ha cominciato a trattare il caso. Sempre più canali sembravano cercare non un elemento da approfondire, ma un pretesto per riempire una diretta: piccole rivalità, battute, polemiche personali, vicende inconsistenti trasformate per qualche ora in grandi rivelazioni.

Non voglio stabilire come gli altri debbano lavorare o intrattenere il proprio pubblico. Io, però, sono refrattario a quel modo di procedere. Ho sempre cercato di partire da una domanda, da un documento, da un’anomalia o almeno da un’intuizione che meritasse di essere verificata. Il semplice chiacchierare intorno al caso, soprattutto quando finisce per parlare più degli youtuber che di Chiara e dell’indagine, non mi appartiene.

Quando ho cominciato ad avere la sensazione che Garlasco stesse diventando, per troppi canali, soprattutto un’occasione per cazzeggiare su vicende da cazzeggio, ho sentito diminuire ulteriormente il mio interesse. Non perché il caso avesse perso importanza, ma perché rischiava di perdersi dentro lo spettacolo costruito intorno a esso.

Non è stato questo il motivo della mia decisione. È stata soltanto un’altra goccia caduta in un vaso già quasi colmo.

Infine, è cambiato qualcosa dentro di me. Ho cominciato a seguire le nuove dirette e gli sviluppi quotidiani con un interesse sempre minore. Quello che per mesi mi aveva coinvolto profondamente ha cominciato a lasciarmi una sensazione di distanza. Non di rifiuto, ma di esaurimento.

Anche il rapporto quotidiano con Paola, fatto di telefonate, messaggi, fotografie, scoperte condivise e commenti quasi continui, ha forse risentito di questa stanchezza accumulata.

Quando due persone vivono per mesi dentro un rapporto tanto intenso, può formarsi quella che io chiamo un’egregora: una specie di energia comune, costruita giorno dopo giorno da pensieri, emozioni, aspettative e lavoro condiviso. Per molto tempo la nostra è stata un’egregora positiva, capace di produrre articoli, intuizioni e una sintonia che andava oltre la semplice collaborazione.

Ma anche un’energia positiva può stancarsi. Le tensioni esterne, il clima sempre più pesante intorno al caso, la fatica e forse qualche vecchio equivoco rimasto in attesa hanno finito per creare un’egregora negativa. Bastava una scintilla perché nascesse un’incomprensione.

Quella scintilla è arrivata. Per un momento ha incrinato il rapporto e mi ha fatto temere che si fosse spezzato qualcosa di importante. Fortunatamente l’incomprensione si è ricomposta. È rimasta però come un segnale: anche i rapporti più belli, quando vengono sottoposti troppo a lungo alla stessa tensione, hanno bisogno di respirare.

Per questo la pausa non è una scelta contro qualcuno. Non è una rottura con Paola, né la conseguenza di una diminuzione della stima e dell’affetto. È, semmai, il tentativo di proteggere proprio ciò che di buono abbiamo costruito, prima che la stanchezza finisca per consumarlo.

Garlasco mi ha dato molto. Mi ha costretto a mettere insieme cronaca, memoria, intuizione, documenti e narrazione. Mi ha insegnato a guardare i fatti da prospettive diverse e mi ha regalato una delle esperienze di scrittura e di vita più intense che abbia vissuto.

Ma ogni percorso creativo ha un tempo. Se si continua quando la spinta interiore si è esaurita, il rischio è di scrivere per abitudine invece che per necessità.

Oggi sento il bisogno di tornare ai progetti che avevo lasciato in sospeso e che aspettano da troppo tempo. Se un giorno Garlasco tornerà a suscitare in me una domanda autentica, sarò il primo a riprenderne il filo. Ma dovrà nascere da una curiosità, da una passione rinnovata e non dall’inerzia di un percorso già compiuto. O, magari, basta un integratore morale.

Io mi considero un autore di seconda fila e lo accetto serenamente. Ma proprio questa esperienza mi ha fatto capire con maggiore chiarezza che sono un autore, non un uomo di spettacolo. Il mio posto naturale è dietro le parole.

Questi mesi non sono stati un punto di arrivo e certamente non sono stati un fallimento. Sono stati un capitolo importante della mia vita di aspirante scrittore e, contemporaneamente, una fase irripetibile di un rapporto umano e creativo costruito con una donna eccezionale.

Della quale finiranno per mancarmi persino quelle sue pronunce particolari che tante volte ho scherzosamente criticato e che, ascoltate adesso nel ricordo, mi sembrano quasi più dolci. Succede anche questo: ciò che durante un rapporto diventa motivo di bonaria presa in giro, quando per un momento viene a mancare si trasforma in una delle cose che più ce lo fanno rimpiangere.

Proprio perché tutto questo ha avuto valore, credo che meriti ora una pausa vissuta con gratitudine, senza rimpianti e senza forzature.

Ma soprattutto breve, nell’attesa dell’egregora positiva che torni definitivamente a prendere il sopravvento.