Si parva licet componere magnis
Premessa
La SIT di Giulia Pezzino che analizziamo in queste pagine è giunta a nostra conoscenza attraverso un video di Bugalalla, che ne ha dato ampia lettura dopo che il documento era stato reso disponibile e citato dal giornalista Giuseppe Brindisi. Nel corso della lettura Bugalalla ha commentato, inevitabilmente, alcuni dei passaggi più sorprendenti del verbale, che anche noi fino a quel momento non conoscevamo.
Da quella lettura siamo però voluti partire per fare qualcosa di diverso: tornare alle parole della stessa Pezzino, separandole per quanto possibile dai commenti che le hanno accompagnate, e analizzarle nel contesto dell’indagine su Andrea Sempio del 2017. Non per stabilire colpe o responsabilità che non ci competono, ma per verificare la coerenza delle risposte, il significato procedurale di alcune scelte e soprattutto ciò che accade quando i singoli episodi vengono ricomposti in un quadro unitario.
Insomma: prendere quella SIT e rileggerla Pezzino per Pezzino.
Chi è Giulia Pezzino
Giulia Pezzino entrò alla Procura di Pavia nel 2012 come sostituto procuratore, provenendo da Lucca. In seguito passò alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni di Milano e successivamente risultò giudice civile a Vercelli.
Nel 2017 fu, insieme a Mario Venditti, il pubblico ministero che firmò la richiesta di archiviazione dell’indagine su Andrea Sempio, poi accolta dal gip Fabio Lambertucci.
Pezzino ha dichiarato di essere uscita dall’ordine giudiziario con decreto del 28 febbraio 2025. Il 20 novembre 2025 fu sentita a Brescia come persona informata sui fatti nell’ambito degli accertamenti sulla vecchia archiviazione Sempio e sulla gestione della Procura di Pavia. È quella SIT che oggi leggiamo.
La premessa metodologica
Il punto interessante non è stabilire se i commenti più indignati ascoltati in rete siano giusti o sbagliati. Alcune risposte di Pezzino colpiscono soprattutto perché entrano in tensione con il ruolo che il pubblico ministero esercita nella direzione delle indagini.
L’articolo 326 del codice di procedura penale stabilisce che pubblico ministero e polizia giudiziaria svolgono le indagini necessarie per le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale. La polizia giudiziaria esegue le direttive del PM e gli atti da lui delegati; la documentazione dell’attività deve poi essere messa a disposizione del magistrato.
Il PM può quindi delegare attività operative alla polizia giudiziaria. Ciò che non può diventare normale è che la delega si trasformi, sui passaggi decisivi, in rinuncia alla conoscenza critica dei risultati sui quali verrà poi fondata una richiesta di archiviazione.
Ed è con questa lente che emergono almeno otto nodi.
1. Le intercettazioni erano «centrali», ma il PM ne conosceva soprattutto la sintesi
Pezzino ripete di aver attribuito grande importanza all’indagine e di avervi profuso ogni sforzo. Alla domanda sulla differenza tra le trascrizioni odierne e quelle del 2017, però, risponde in sostanza che le era stato riferito che dalle intercettazioni non era emerso nulla di rilevante, che non sapeva che quel lavoro fosse stato trascurato e che, per lei, era invece centrale.
Il problema non è pretendere che un pubblico ministero ascolti personalmente ogni secondo di qualsiasi intercettazione. Sarebbe irrealistico. Il problema nasce dall’incrocio di tre circostanze: l’indagato era Sempio, l’attività intercettiva durò poco e la stessa magistrata la definisce centrale.
Se un elemento è centrale per decidere se archiviare, la domanda vera diventa: quale verifica autonoma fu compiuta sulla completezza e sulla fedeltà della selezione che veniva sottoposta al PM?
È una domanda tanto più importante oggi, quando proprio alcuni passaggi delle intercettazioni del 2017 sono tornati al centro dell’attenzione per omissioni o trascrizioni contestate.
2. I contatti Sapone-Sempio: il problema è la tracciabilità
Alla Pezzino viene contestato che dai tabulati risultano circa venti contatti tra il luogotenente Sapone e Andrea Sempio non riportati nell’annotazione relativa all’analisi dei tabulati. Lei risponde di non esserne stata informata e aggiunge che, se lo avesse saputo, avrebbe chiesto che i contatti fossero annotati e spiegati.
Qui il problema non è semplicemente «doveva controllare meglio». È un problema di tracciabilità dell’attività investigativa.
O quei contatti avevano una spiegazione operativa del tutto normale, e allora sarebbe stato opportuno documentarla; oppure erano estranei alle attività formalmente delegate, e allora diventava ancora più importante sapere perché un ufficiale della polizia giudiziaria incaricato dell’indagine avesse contatti ripetuti con l’indagato.
Questo non dimostra una protezione di Sempio. Significa però che manca proprio la documentazione che consentirebbe di escludere con semplicità quell’interpretazione.
3. Pezzino e Sapone: due versioni incompatibili
Sapone avrebbe riferito di essere stato incaricato di contattare Sempio per una convocazione antecedente all’interrogatorio, poi revocata tra il 21 e il 22 gennaio. Pezzino, invece, esclude categoricamente di aver dato quella disposizione e considera inverosimile la dinamica.
Non è una piccola sfumatura della memoria. Sono due ricostruzioni incompatibili di un’attività investigativa.
Pezzino aggiunge inoltre che le deleghe venivano normalmente date per iscritto. La verifica naturale, allora, non è psicologica ma documentale: esiste una delega? Esiste un’annotazione? Esiste una revoca?
Se non esiste nulla, il problema non si risolve scegliendo quale dei due ricordi sia più convincente: rimane il problema di un’attività investigativa non tracciata.
4. La massima sicurezza e gli atti fuori dal circuito
Pezzino spiega di aver scelto quella sezione di polizia giudiziaria anche per evitare fughe di notizie e per avere la massima sicurezza sulla serietà dell’attività.
Poi le viene contestato che Pappalardo risultava avere nella propria disponibilità atti del fascicolo. Lei esclude di avergli consentito l’accesso, non sa se possa averlo fatto Venditti e non ricorda nemmeno in quale stanza fosse conservato il fascicolo.
Ancora più significativo: riconosce la propria richiesta di archiviazione, afferma di averne condiviso il file soltanto con Venditti e, di fronte alla circostanza che quel documento sia stato trovato nella disponibilità di un soggetto che non avrebbe dovuto accedere al fascicolo, risponde di non saperselo spiegare.
Non c’è alcuna base per scrivere che Pezzino passasse atti a qualcuno. Ma resta una constatazione: il sistema predisposto per evitare fughe di notizie non risulta, alla luce delle domande poste nella SIT, capace di spiegare come determinati atti siano usciti dal circuito che la stessa magistrata descrive come ristretto.
5. Tizzoni: normale interlocuzione o eccessiva permeabilità?
È del tutto normale che il legale della persona offesa presenti memorie, documenti, solleciti attività e interloquisca con il pubblico ministero. Il punto non è quindi stabilire se Pezzino potesse parlare con Gian Luigi Tizzoni. Poteva.
Il punto è il grado dell’interlocuzione. Pezzino riferisce di essersi confrontata varie volte con lui, ritiene che possa aver fornito atti, afferma che per lei era normale condividere con lui i passi delle indagini e conferma che, verosimilmente su sua indicazione, fu risentito il genetista De Stefano.
Presi isolatamente, questi comportamenti non dimostrano alcuna scorrettezza. Nel contesto specifico, però, pongono una domanda di indipendenza cognitiva: Tizzoni rappresentava la famiglia della vittima, saldamente convinta della colpevolezza di Stasi, mentre la nuova indagine riguardava proprio un’ipotesi potenzialmente capace di mettere in discussione quella verità giudiziaria.
La domanda non è dunque «perché parlava con Tizzoni?», ma: quanto spazio ebbe, nella costruzione dell’agenda investigativa, una parte processuale portatrice di un interesse legittimo ma inevitabilmente orientato?
6. De Stefano come «terzo»: una scelta formalmente comprensibile, metodologicamente debole
Pezzino spiega di aver considerato De Stefano un soggetto terzo, imparziale e disinteressato perché era stato perito della Corte d’assise d’appello, a differenza del consulente Linarello.
La risposta è formalmente comprensibile, ma metodologicamente discutibile. Se una nuova consulenza mette in discussione una conclusione precedente, richiamare l’autore di quella conclusione per chiedergli di valutarne la critica non equivale ad acquisire una nuova verifica indipendente.
Non perché De Stefano fosse personalmente parziale, cosa che non abbiamo alcun motivo di sostenere, ma perché chi ha già formulato una conclusione è inevitabilmente chiamato anche a difendere o a riconsiderare il proprio precedente lavoro.
Il test più robusto sarebbe stato affidare la nuova verifica a un tecnico estraneo sia alla precedente perizia sia alla nuova consulenza.
7. «Risposta celere» e «massimo sforzo»: il problema non è la velocità, ma le priorità
Un’indagine delicata può richiedere una risposta rapida. Non c’è alcun ossimoro necessario tra delicatezza e celerità.
Il problema nasce quando si mette la celerità accanto alle attività non compiute. Pezzino dice di non aver ritenuto utile una perquisizione perché era trascorso molto tempo; non ricorda perché le ambientali non furono attivate su entrambe le auto; le intercettazioni non furono prorogate sulla base della rassicurazione che non fosse emerso nulla; nello stesso tempo afferma di aver profuso il massimo sforzo e di aver avvertito l’esigenza di una risposta celere.
La domanda diventa allora più precisa: la celerità fu il risultato di un’indagine che aveva esaurito le verifiche utili, oppure fu un obiettivo che contribuì a delimitare in anticipo l’estensione delle verifiche?
8. Il rapporto fiduciario con Venditti: non psicologia, ma organizzazione
Pezzino racconta di essere diventata un punto di riferimento per Mario Venditti, descrive un rapporto fiduciario particolarmente stretto, ricorda gelosie e battute tra colleghi e racconta poi di aver interrotto quel rapporto perché non si sarebbe sentita tutelata.
Non occorre ricamare sulle motivazioni personali. Il punto organizzativo è sufficiente: la coassegnazione doveva aggiungere un secondo sguardo all’indagine o finì per creare una coppia investigativa caratterizzata da una fortissima fiducia reciproca?
Il valore di avere due magistrati non è semplicemente avere quattro occhi. È avere due possibilità di dubbio.
Se uno supervisiona e l’altro conduce, ma fra i due esiste una forte convergenza fiduciaria, il rischio è che la coassegnazione non produca quel controllo dialettico che, almeno potenzialmente, dovrebbe offrire.
Il punto: non una somma di anomalie, ma un sistema
La SIT di Giulia Pezzino descrive un’indagine nella quale ogni singola anomalia può forse trovare una spiegazione. Il problema nasce quando le spiegazioni vengono messe insieme.
Il PM si fidava della polizia giudiziaria. La polizia giudiziaria, secondo quanto oggi contestato, non riportava alcuni contatti. Il PM si fidava delle sintesi delle intercettazioni. Alcune intercettazioni, secondo le nuove verifiche, sarebbero state trascritte in modo incompleto. Il fascicolo doveva essere riservatissimo, eppure alcuni atti risultano fuori dal circuito autorizzato. La nuova pista doveva essere valutata autonomamente, ma una parte importante dell’interlocuzione avveniva con il legale della famiglia che sosteneva la vecchia verità giudiziaria. C’erano due PM, ma uno dei due descrive con l’altro un rapporto fiduciario eccezionalmente stretto. Si voleva approfondire e, contemporaneamente, si avvertiva l’esigenza di chiudere rapidamente.
È l’accumulo che cambia la natura del problema.
Non serve dimostrare che qualcuno abbia ordinato di proteggere Sempio per domandarsi se il sistema investigativo del 2017 fosse strutturalmente capace di scoprire qualcosa che contraddicesse la conclusione verso la quale stava andando.
Un’ultima coincidenza: la cassaforte della stanza 27
Mentre questo articolo era già sostanzialmente chiuso, Luigi Grimaldi ha pubblicato una ricostruzione sulla cosiddetta «cassaforte della stanza 27» della Procura di Pavia. È una coincidenza che merita almeno di essere registrata, perché incrocia esattamente uno dei punti che avevamo appena isolato.
Secondo la ricostruzione pubblicata da Grimaldi, durante la riorganizzazione degli uffici avviata a fine 2023 sarebbe stata rinvenuta una cassaforte contenente, tra l’altro, una cartellina contrassegnata con il nome «TIZZONI» e documentazione relativa a vicende giudiziarie collegate anche a Garlasco. La questione centrale non è la suggestione della cassaforte in sé, ma la provenienza e la tracciabilità di quelle carte.
La coincidenza con la SIT di Pezzino è evidente: la stessa magistrata riferisce che parte della documentazione utilizzata nell’indagine Sempio era arrivata anche attraverso Tizzoni. Da sola, questa circostanza non dimostra alcuna irregolarità; rafforza però la domanda che ci eravamo già posti sulla permeabilità tra la parte processuale e l’indagine che doveva verificare una pista potenzialmente capace di mettere in discussione la verità Stasi.
È un elemento dell’ultim’ora e va trattato con prudenza, distinguendo ciò che sarà documentalmente confermato dalle ricostruzioni giornalistiche. Ma è difficile non notare che, proprio mentre analizziamo l’archiviazione Pezzino per Pezzino, dalla stanza 27 sembra emergere un altro pezzino della stessa storia.
Le onde nello stagno
Alla fine di questa lunga lettura vorrei dimenticare per un momento codici, articoli, competenze e procedure. Vorrei tornare semplicemente cittadino.
E da cittadino confesso un certo turbamento.
Non perché questa SIT dimostri che Giulia Pezzino abbia voluto proteggere Andrea Sempio. Non lo dimostra. Non perché dimostri l’esistenza di una regia occulta che abbia impartito ordini a magistrati e investigatori. Non dimostra neppure questo.
Il turbamento nasce quasi dal contrario: dalla difficoltà di trovare una spiegazione semplice a ciò che leggiamo.
Pezzino racconta di avere considerato quell’indagine importante, delicata, urgente; di averla seguita personalmente e di avervi profuso il massimo impegno. Ma proprio mentre afferma questa centralità, scopriamo quante informazioni decisive sembrano essersi fermate prima di arrivare sulla sua scrivania.
Le intercettazioni erano importanti, ma il magistrato si affidava alla sintesi di chi le aveva ascoltate. Alcuni contatti telefonici fra un investigatore e l’indagato non le erano stati segnalati. Alcune attività non furono svolte, altre non furono prolungate. Un documento che avrebbe dovuto circolare in un ambito ristrettissimo viene ritrovato altrove e lei non sa spiegare come ci sia arrivato. Su determinate iniziative della polizia giudiziaria le versioni non coincidono. E intanto bisognava fare presto.
Nulla di tutto questo, preso isolatamente, dimostra necessariamente qualcosa di illecito. È proprio questo il punto.
Perché Garlasco sembra vivere da diciannove anni di cose che, prese una alla volta, possono sempre essere spiegate.
Una trascrizione incompleta può essere un errore. Un contatto non annotato può avere una ragione innocente. Un documento finito dove non dovrebbe può avere una spiegazione. Una perquisizione non fatta può essere una scelta investigativa. Un’intercettazione non prorogata un’altra scelta. Una testimonianza non approfondita una valutazione. Un rapporto fiduciario molto stretto può essere soltanto un buon rapporto professionale.
Sempre una cosa alla volta.
Il problema comincia quando smettiamo di guardarle una alla volta.
Da tempo penso al delitto di Chiara Poggi come a un sasso gettato la mattina del 13 agosto 2007 nello stagno di via Pascoli 8.
Il sasso è caduto lì. Ma le onde non sono rimaste lì.
Si sono allargate negli anni, raggiungendo persone che quel mattino non erano in quella casa, magistrati arrivati dopo, investigatori, consulenti, giornalisti, testimoni, amici, familiari. Hanno attraversato processi conclusi e indagini archiviate. Alcune sembravano essersi esaurite e invece, diciannove anni dopo, sono tornate sulla riva.
Giulia Pezzino è una di quelle onde lontane.
Nel 2017 non stava indagando sul delitto appena commesso. Stava esaminando, dieci anni dopo, una possibile alternativa a una verità giudiziaria ormai definitiva.
Eppure anche lì ritroviamo quella strana caratteristica di Garlasco: più ci allontaniamo dal 13 agosto 2007, più incontriamo conseguenze che sembrano ancora appartenere a quel giorno.
È questo che dovrebbe inquietare il cittadino, molto prima di qualsiasi teoria complottistica.
La domanda che non riesco più a evitare
Possiamo persino concedere, per esercizio, la spiegazione più benevola di ogni singolo episodio.
Nessuno voleva proteggere nessuno. Nessuno impartiva ordini. Nessuno falsificava deliberatamente nulla.
Qualcuno sintetizzò male un’intercettazione. Qualcun altro non annotò un contatto. Un magistrato si fidò della polizia giudiziaria. La polizia giudiziaria pensò che una circostanza non fosse importante. Un atto circolò senza che chi lo aveva scritto sapesse come. Una pista fu considerata poco promettente. E, poiché bisognava dare una risposta in tempi ragionevoli, l’indagine venne chiusa.
Ammettiamo tutto.
Rimane però una domanda: com’è possibile che tanti piccoli eventi apparentemente indipendenti abbiano prodotto quasi sempre conseguenze nella stessa direzione?
È questa la domanda che non riesco più a considerare complottistica.
Non significa affermare che esistesse una rete organizzata per proteggere Sempio. Significa domandarsi se possa essere esistita qualcosa di assai meno cinematografico e forse più interessante: una rete di fiducia, consuetudini, relazioni professionali, convinzioni già formate e informazioni filtrate nella quale ciascuno compiva il proprio piccolo gesto senza vedere necessariamente l’intero risultato.
La rete, del resto, non ha bisogno che tutti conoscano la rete.
Gli ultracorpi
Ed è qui che tornano, quasi inevitabilmente, i miei ultracorpi. Non quelli della fantascienza. Quelli di Garlasco.
Ogni tanto, leggendo questi atti, provo la sensazione che persone perfettamente normali, competenti, istruite, inserite nelle istituzioni, improvvisamente ragionino secondo una logica che dall’esterno facciamo fatica a riconoscere.
Non perché siano diventate altre persone. È il sistema di riferimento che sembra essere cambiato.
Dentro quel sistema una cosa può apparire normale perché tutti quelli che vi partecipano la considerano normale. Ci si fida di chi si è sempre fidato. Si considera irrilevante ciò che gli altri considerano irrilevante. Una convinzione condivisa smette lentamente di essere un’ipotesi e diventa il punto dal quale si osservano tutte le ipotesi successive.
È forse questa la forma meno spettacolare e più pericolosa dell’ultracorpo: non qualcuno che mente sapendo di mentire, ma qualcuno che non sente più il bisogno di verificare ciò di cui il proprio mondo è già convinto.
E allora la domanda sulla Pezzino cambia completamente.
Non è più: Giulia Pezzino proteggeva Andrea Sempio? Non lo sappiamo e questa SIT non autorizza a dirlo.
La domanda diventa: l’indagine del 2017 era ancora realmente costruita per poter scoprire che Andrea Sempio fosse coinvolto, qualora lo fosse stato? Oppure il sistema dentro il quale quell’indagine si muoveva possedeva ormai anticorpi così forti contro quella possibilità da riuscire ad assorbire, uno dopo l’altro, tutti gli elementi discordanti?
Sono due cose enormemente diverse. E la seconda, paradossalmente, potrebbe non richiedere alcun complotto.
Pezzino per Pezzino
Per questo abbiamo letto questa SIT Pezzino per Pezzino.
Non per processare una magistrata al posto dei magistrati. Non per trasformare una contraddizione in una prova o un dubbio in una colpa.
Ma perché esiste anche un diritto molto più elementare, che appartiene a chiunque consegni allo Stato il potere enorme di indagare, accusare, assolvere e condannare: il diritto di capire.
Una persona ha trascorso anni della propria vita in carcere per questo delitto. Un’altra è stata indagata, archiviata e poi nuovamente indagata. Una ragazza di ventisei anni è morta e non potrà raccontarci che cosa accadde quella mattina.
Di fronte a conseguenze così definitive, «non lo sapevo», «non ricordo», «mi fidai», «non me lo riferirono», «non so spiegarmelo» possono essere risposte perfettamente sincere. Ma non per questo diventano risposte rassicuranti.
Forse è proprio questa la sensazione che rimane dopo l’ultima pagina.
Non sappiamo ancora se dietro tutte quelle crepe ci fosse qualcuno.
Ma, dopo diciannove anni, continuiamo a scoprire che le crepe c’erano.
E le onde partite quella mattina dallo stagno di via Pascoli 8 continuano, incredibilmente, ad arrivare a riva.