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 IL DIAVOLO LI VESTE TUTTI                 

Questo articolo nasce dopo l’ennesima serie di dichiarazioni, editoriali, video e interventi pubblici seguiti alle ultime vicende del caso Garlasco. Non mi riferisco a una singola persona o frase, ma a un fenomeno più ampio. Per mesi ho cercato di analizzare queste prese di posizione con il metodo che ho sempre utilizzato: prendere le affermazioni, scomporle, verificarne la logica, cercarne le contraddizioni, capire dove il ragionamento si interrompesse. Era un esercizio utile.

Oggi non più. Non perché sia diventato più difficile, ma perché è diventato troppo facile, talmente facile da non avere più alcun interesse intellettuale. Quando uno slogan sostituisce il ragionamento e l’indignazione prende il posto dell’analisi, non resta più nulla da smontare.

Da questa stanchezza nasce la riflessione che segue. Smetto di discutere con le parole. Per anni ho cercato di confutarle. Oggi penso che non serva più. Non perché siano troppo forti, ma perché sono troppo deboli. Non nascono da un ragionamento e quindi non possono essere corrette da un ragionamento. Sono parole che si alimentano da sole, vivono di indignazione, di slogan, di rappresentazione. Se vogliamo usare una metafora, sono parole del diavolo: confondono, mescolano, rendono indistinguibili il vero e il falso. E con il diavolo, ammesso che esista, non si discute: si smette di ascoltarlo.

Il diavolo veste tutti: qui il verbo “vestire” assume un doppio significato. Da un lato è transitivo: il diavolo veste qualcuno, fornendo parole, argomenti, atteggiamenti, linguaggi. Dall’altro è quasi intransitivo: il diavolo veste e basta, come si dice che una persona veste elegante. Questa ambiguità rende efficace la metafora: non sappiamo più se il diavolo sia colui che veste o ciò che viene indossato. Sappiamo solo che, quando il ragionamento lascia il posto allo slogan, quella veste compare sempre più spesso.

Mi sono arreso a una domanda: «Perché lo fanno?» Perché persone intelligenti arrivano a sostenere affermazioni che ignorano le obiezioni più elementari? Perché continuano a ripetere slogan quando vengono mostrati fatti? Perché rispondono con giudizi morali a domande tecniche? Perché sostituiscono il ragionamento con l’indignazione?

Per molto tempo ho creduto che la risposta fosse nascosta da qualche parte. Ho pensato che bastasse scavare, analizzare meglio, trovare il passaggio logico mancante. Così ho fatto quello che faccio sempre: non ho contestato le conclusioni, ho cercato di smontare i ragionamenti, pezzo per pezzo. Quando una tesi mi sembrava sbagliata, mi interessava capire dove, quale premessa non funzionasse, quale passaggio fosse stato saltato. Era un esercizio affascinante, perché la logica può essere sconfitta, se è sbagliata.

Quando una costruzione logica contiene un errore, prima o poi quell’errore emerge. Ma a un certo punto mi sono accorto che questo non stava accadendo. Le contraddizioni non producevano correzioni, le obiezioni non producevano ripensamenti, i fatti non producevano prudenza. Era come osservare qualcuno che continua a percorrere la stessa strada dopo aver scoperto che conduce in un vicolo cieco.

Allora ho smesso di domandarmi quale fosse l’errore. Ho cominciato a chiedermi se il problema non fosse un altro, se non stessi cercando una spiegazione logica a qualcosa che logico non era. Ed è stato in quel momento che mi è venuta in mente la parola “diavolo”. Non come creatura, ma come metafora. Nella tradizione culturale occidentale, il diavolo possiede una caratteristica costante: non costruisce, confonde; non crea, mescola; non illumina, oscura; non spiega, complica; non distingue, confonde il vero con il falso. Fa perdere l’orientamento.

Forse il diavolo non è il male, forse è la confusione, la rinuncia a distinguere, la perdita deliberata delle proporzioni, la trasformazione di tutto in spettacolo, la sostituzione delle domande con gli slogan, dei fatti con le emozioni, della ricerca con la tifoseria.

Il titolo “Il diavolo li veste tutti” non va inteso come allusione a una reale appartenenza di determinate persone a un gruppo, ma come metafora della confusione e della deformazione del linguaggio. Forse il vero successo del diavolo non è convincere, è scoraggiare; non è dimostrare, è far desistere; non è vincere una discussione, è impedire che la discussione cominci.

Le parole che ho ascoltato in questi mesi non mi hanno fatto cambiare idea. Non mi hanno né persuaso, né convinto, né fatto dubitare: mi hanno stancato. E forse era proprio questo il loro scopo. Perché esiste un punto oltre il quale non si cerca più la verità. Si cerca soltanto di far tacere chi continua a porre domande.

A quel punto non conta più chi abbia ragione. Conta soltanto stabilire chi può parlare e chi deve smettere, chi può indagare e chi deve rinunciare. Se è così, il diavolo ha già ottenuto ciò che voleva: trasformare la curiosità in stanchezza, il dubbio in colpa e la ricerca in un gesto da scoraggiare.

Mi fermo qui. Non ho trovato tutte le risposte, ma ho finalmente capito la funzione di certe parole: non aprire porte, ma sorvegliarle.