Introduzione

Nel 1921 Luigi Pirandello mise in scena Sei personaggi in cerca d’autore, un dramma che sconvolse il teatro europeo: sei figure incompiute irrompevano su un palcoscenico e chiedevano di essere scritte, reclamando un autore che desse senso al loro destino. Erano vivi, eppure sospesi, condannati a ripetere la loro parte senza mai trovare compimento.

A Garlasco, un secolo dopo, il parallelo si impone quasi da sé. Non sono sei, ma sessanta i personaggi che la tragedia ha incatenato in ruoli fissi: protagonisti e comprimari, comparse e testimoni, investigatori, avvocati, giornalisti, amici, curiosi, perfino figure collaterali come suicidi e voci di paese. Tutti hanno visto le proprie vite trasformarsi in maschere pubbliche, costretti a recitare un copione che nessuno ha mai scritto per intero e che ancora oggi manca di autore: la verità definitiva.

Personaggi e persone, la doppia vita

Pirandello distingueva tra vita e forma. La vita scorre fluida, mutevole; la forma è la maschera che cristallizza un’identità. Così, i protagonisti di Garlasco hanno perso la loro vita normale e sono stati fissati in ruoli immutabili.

La vittima diventa icona; l’imputato rimane per sempre “il presunto assassino”; i genitori sono immagini di dolore composto; gli amici diventano sospetti; i testimoni vengono ridotti a una frase, un dettaglio, una luce vista o non vista. La loro vita reale – affetti, sonno, incubi, paure – si è spezzata e ha lasciato spazio a una vita scenica: battute recitate davanti a telecamere, gesti interpretati come indizi, sorrisi letti come prove.

Il teatro dell’inchiesta

Il tribunale diventa palcoscenico, i verbali copioni, i talk show quinte luminose. Ogni testimonianza è una recita: parole dette con paura perché possono salvare o condannare. Ogni gesto è letto come segno di colpa o innocenza. Qui il confine tra realtà e finzione si spezza: le indagini diventano spettacolo, la verità resta fuori scena. Come nei Sei personaggi, l’autore manca: la trama si consuma senza catarsi.

La recita crudele

A differenza di Pirandello, qui non ci sono personaggi inventati: ci sono persone reali che rischiano la vita. Una testimonianza non è solo teatro, ma può segnare un destino. La recita ha conseguenze concrete: minacce, isolamento, sospetti, perfino paura di morire. Accanto a chi recita involontariamente la propria tragedia, c’è chi recita grottescamente: i fotomontaggi, i vestitini rossi, i falsi tuttologi televisivi, i finti criminologi. Un circo pirandelliano, ma più crudele: qui la recita non è letteratura, è tragedia senza protezione scenica.

Una recita che non risparmia nessuno

Il dramma attraversa tutte le fasce sociali. L’avvocato-manager costruisce notorietà dal caso. L’operaio di strada diventa testimone perché ha incrociato un dettaglio. Gli studenti, amici di Chiara, finiscono sotto la lente per abitudini o frequentazioni. I presunti satanisti vengono bollati da un marchio che pesa più della realtà. I giornalisti e gli opinionisti, dall’inviato al volto televisivo, diventano parte del coro: amplificano, interpretano, deformano. Nessuno è libero di sottrarsi: tutti sono stati trascinati sul palco.

Un paese intero sulla scena

Sessanta personaggi non bastano. Perché in realtà è tutto il paese a essere entrato nella recita. Gli abitanti diventano coro muto: chi non parla per paura, chi conserva segreti, chi si vergogna, chi ha visto e ha taciuto. Anche il silenzio è parte della rappresentazione. Persino le case recitano: le quotazioni immobiliari stravolte, i cortili e le strade trasformati in scenografie. Come in Pirandello, ma rovesciato: là i personaggi chiedono di salire sul palco; qui la gente fugge, ma resta comunque sotto gli occhi del pubblico.

Personaggi fuori copione: i suicidi

C’è poi una categoria speciale: i suicidi o i presunti suicidati. In un teatro tradizionale, il personaggio che muore esce di scena. Qui no: restano sospesi, figure immobili ma mai davvero assenti, fantasmi che continuano a gravare sulla rappresentazione.

Non hanno più battute, ma hanno lasciato tracce sulla scena: lettere, parole, immagini, documenti, ricordi fissati in una frase. Sono come oggetti caduti sul palco, impossibili da rimuovere. Non sono solo assenze: sono presenze attive, frammenti che continuano a scrivere il copione. Pirandello non si spinse così lontano: qui i morti continuano a partecipare, invisibili, ma determinanti.

La scena oltre la scena

La metafora pirandelliana si complica. Non c’è solo il paese-teatro: ci sono scenari nascosti, i santuari, gli esorcismi, le accuse di pedofilia, le ombre di pratiche segrete. Alcuni personaggi interpretano ruoli multipli: imputato in tribunale, ma anche sospettato di appartenenza a un culto; avvocato in aula, ma vicino a poteri occulti; parroco che officia, ma anche figura di confine in un dramma che lambisce l’esoterico.

Sono attori e personaggi insieme, maschere pubbliche e volti segreti. Pirandello immaginava personaggi incompiuti: qui le persone recitano su più palcoscenici contemporaneamente, pubblici e clandestini.

I fiancheggiatori invisibili

Se Pirandello raccontava l’assenza di un autore, a Garlasco c’è una folla invisibile di registi occulti: chi ha cancellato file, chi ha inquinato prove, chi ha custodito segreti. Sono comparse oscure, fiancheggiatori senza nome che hanno inciso sul copione senza comparire mai in scena. A differenza del dramma pirandelliano, qui non c’è solo assenza: c’è manipolazione, contaminazione, complicità. Non un autore che manca, ma troppi autori che occultano.

Conclusione

Sessanta personaggi in cerca d’autore” non è solo un titolo evocativo. È la fotografia di un dramma collettivo che continua da anni. Persone vere, vite reali, sono state trasformate in personaggi, costrette a recitare senza epilogo. Pirandello avrebbe sorriso amaro: la vita che diventa teatro, il teatro che si fa vita. Ma a Garlasco la scena è più oscura: non mancano solo l’autore e la verità, ci sono registi invisibili che hanno riscritto il copione.

E ancora oggi, quel dramma resta senza conclusione.