Si parva licet componere magnis
Come in ogni guerra, arriva il momento in cui non si può più difendere tutto e bisogna scegliere cosa salvare.
Quando la gestione della crisi sostituisce la difesa della posizione.
Non la giustizia contro il potere, ma un potere contro l’altro
Giustizia e poteri
Per quasi vent’anni il caso Garlasco è sembrato racchiuso in una verità giudiziaria definitiva; oggi quella costruzione è nuovamente attraversata da indagini, accertamenti e domande che parevano sepolte. La spiegazione più semplice è che la giustizia stia correggendo sé stessa: nuovi uomini, nuove tecniche, nuovi elementi e una maggiore disponibilità ad affrontare ciò che in passato fu trascurato.
Ma, se davvero il primo ciclo investigativo e processuale fu sostenuto da una rete di relazioni abbastanza forte da orientare letture, omissioni, consulenze, comunicazione e passaggi giudiziari, è difficile pensare che un sistema simile venga sconfitto soltanto dalla forza tardiva dei fatti.
La domanda centrale di questo articolo è quindi: stiamo assistendo alla giustizia che finalmente combatte il potere, oppure a due poteri che si combattono servendosi entrambi della giustizia? Questa è l’ipotesi che tiene insieme tutto il ragionamento. Le altre immagini (la guerra, i coni, la matassa e i nodi) servono soltanto a descriverne i diversi aspetti.
Le date
Le guerre si ricordano attraverso le date: l’inizio delle ostilità, le battaglie vinte e perdute, i capovolgimenti e l’armistizio. Anche Garlasco possiede ormai una propria cronologia di guerra.
Il 13 agosto 2007 è il giorno del delitto e l’inizio del conflitto intorno alla sua interpretazione; il 17 dicembre 2009 e il 6 dicembre 2011 arrivano le due assoluzioni di Alberto Stasi; il 18 aprile 2013 la Cassazione annulla la seconda decisione; il 17 dicembre 2014 viene pronunciata la condanna a sedici anni; il 12 dicembre 2015 la Cassazione la rende definitiva.
Quella data sembrò chiudere la Prima guerra di Garlasco: c’erano un vincitore, un colpevole e una verità non più impugnabile con gli strumenti ordinari. La pace, però, rimase apparente: dubbi, accertamenti mancati, testimonianze contraddittorie e reperti discussi continuarono a lavorare sotto la superficie, fino a riemergere nella nuova inchiesta.
Della Seconda guerra conosciamo alcune offensive e alcuni capovolgimenti, ma non ancora la battaglia decisiva né la data dell’armistizio: sapremo che è finita soltanto quando capiremo se avrà prodotto una spiegazione completa, oppure un’altra pace giudiziaria capace di chiudere il processo senza sciogliere tutti i nodi.
Il cono e la matassa
Il caso Garlasco è stato spesso rappresentato come un garbuglio o una matassa difficile da sbrogliare: l’immagine rende bene la quantità di testimonianze, omissioni, perizie, depistaggi, decisioni giudiziarie e racconti mediatici che si sono sovrapposti nel tempo.
Per mettere ordine, però, occorre distinguere la matassa dal cono di potere: il cono richiama la nota figura geometrica, e descrive la struttura stabile del sistema: una base larga, composta da molti esecutori, collaboratori e soggetti coinvolti solo in una parte dell’azione; livelli intermedi che trasmettono indicazioni, favori e protezioni; infine, un vertice ristretto, nel quale si concentrano conoscenza, decisione e comando. È, in sostanza, l’organigramma del potere.
La matassa rappresenta invece il sistema quando entra in funzione, quale processo operativo: il delitto, le intermediazioni, i silenzi, la gestione dei reperti, le testimonianze, le consulenze, le fughe di notizie, le campagne mediatiche e le decisioni giudiziarie. I nodi sono i punti nei quali questi processi si incontrano, si bloccano o lasciano emergere una contraddizione.
Il cono stabilisce chi decide e chi deve eseguire; la matassa mostra ciò che accade quando le diverse funzioni si attivano: per questo i singoli episodi possono apparire autonomi e disordinati, pur disponendosi spesso nella stessa direzione.
La prima guerra
La Prima guerra di Garlasco si sarebbe combattuta negli anni successivi all’omicidio e avrebbe avuto un vincitore preciso: il sistema che riuscì a imporre e infine a consacrare la colpevolezza di Alberto Stasi.
Non è necessario immaginare una stanza segreta nella quale tutti ricevessero lo stesso ordine, a partire dai primi istanti successivi al delitto, perché i sistemi di potere possono devono funzionare in modo più semplice: si dà il via, si orientano pochi snodi decisivi, si accredita una lettura, si isola chi disturba, si protegge chi procede nella direzione utile. Dopo, molti ingranaggi possono fare la propria parte per disciplina, convinzione, conformismo, opportunità o semplice fiducia nel lavoro già svolto.
Le anomalie denunciate negli anni, gli accertamenti omessi, le consulenze contrapposte e l’ostinazione con cui la ricostruzione originaria è stata difesa producono una sensazione precisa: non fu custodita soltanto una sentenza, ma una costruzione più ampia, divenuta progressivamente intoccabile.
La giustizia, in questa lettura, non sarebbe stata il vertice del cono, ma sarebbe stata uno dei suoi strumenti più importanti: il luogo nel quale una ricostruzione investigativa veniva trasformata in verità ufficiale.
E se Stasi fosse stato il bersaglio?
Finora abbiamo ragionato secondo uno schema quasi naturale: qualcuno uccide Chiara Poggi per un movente che ancora non conosciamo; successivamente il gruppo al quale l’assassino appartiene interviene per proteggerlo, nascondere il movente e indirizzare la responsabilità verso Alberto Stasi.
Ma l’intensità con la quale Stasi fu individuato, inseguito e infine condannato permette di formulare, per puro esercizio logico, un’ipotesi più radicale: e se la sua incriminazione non fosse stata soltanto la soluzione scelta dopo il delitto? E se fosse stata, fin dall’inizio, una parte dell’operazione? In questa diversa prospettiva, l’omicidio avrebbe avuto due vittime e due obiettivi: Chiara, materialmente uccisa, e Stasi, destinato a essere trasformato nel colpevole. Il delitto non sarebbe stato seguito da una guerra tra due gruppi, ma sarebbe stato il primo atto di quella guerra: colpire Chiara e attribuire il delitto a Stasi avrebbe consentito di punire contemporaneamente una persona, una famiglia o l’ambiente che egli rappresentava.
È un’ipotesi estrema, per la quale non possediamo una prova, ma, al contrario, spiegazioni molto più semplici: la sincera convinzione investigativa che Stasi fosse colpevole; il meccanismo del sospetto concentrato sul compagno della vittima; l’errore iniziale che si consolida; il dolore della famiglia Poggi e il suo comprensibile bisogno di vedere confermata la responsabilità individuata. Nulla autorizza a trasformare questa riflessione in un’accusa alla parte civile o ai magistrati che hanno deciso.
Eppure, resta la singolarità dell’accanimento con il quale, in assenza di una prova materiale risolutiva, ogni elemento fu progressivamente ricondotto verso lo stesso nome. Non sembrava sufficiente trovare un colpevole plausibile; occorreva che il colpevole fosse Stasi. Anche la successiva celebrazione pubblica della vittoria giudiziaria, la certezza assoluta espressa in libri e interventi e la durezza riservata a chi continuava a dubitare hanno rafforzato, almeno nell’osservatore, l’impressione di una battaglia combattuta contro un bersaglio preciso.
In questo quadro acquista un significato particolare l’espressione intercettata «la massoneria di lui»: la frase non dimostra l’esistenza di due massonerie, né identifica appartenenze reali; mostra però che, nella rappresentazione mentale di chi la pronunciava, Stasi non appariva soltanto come un imputato, ma sembrava avere dietro di sé una rete, un ambiente o una parte avversa.
Se prendessimo sul serio questa rappresentazione, la Prima guerra di Garlasco potrebbe essere letta come l’offensiva di un cono contro un altro, nella quale la condanna di Stasi non sarebbe soltanto il mezzo utilizzato per proteggere l’assassino, ma la vittoria perseguita contro il gruppo che Stasi, consapevolmente o meno, rappresentava. Questa ipotesi cambierebbe anche la domanda sul movente, in quanto non dovremmo più chiederci soltanto perché sia stata uccisa Chiara, ma perché, attraverso la sua morte, dovesse essere colpito proprio Stasi: che fosse il sacrificabile più comodo per prossimità di sentimenti e di luoghi non spiega il ventennale, accanito, coordinato e a tratti doloso (oggi possiamo dirlo) accerchiamento da parte di magistratura, famiglia della vittima, mondo della comunicazione. Si tratta di una coalizione su vasta scala che richiama appunto le guerre mondiali e che fonde in un’unica cosa movente dell’omicidio e movente del depistaggio.
La seconda guerra
Oggi, la coalizione e la costruzione vincitrici della prima guerra sono sotto assedio: reperti e consulenze vengono riesaminati, vecchie testimonianze tornano al centro dell’attenzione, omissioni e responsabilità vengono rilette; persone che nel primo conflitto occupavano posizioni solide possono trovarsi ora esposte; altre, allora marginali o sconfitte, acquistano spazio.
Sarebbe però ingenuo descrivere questa fase come la giustizia finalmente liberata che combatte la mala giustizia: i nuovi magistrati e investigatori possono lavorare in autonomia, con correttezza e sincera ricerca della verità; ma occorre chiedersi perché ciò che per tanti anni non poteva essere toccato oggi possa esserlo.
Sono cambiati gli uomini, le tecniche e gli elementi disponibili; può tuttavia essere cambiato anche qualcosa sopra gli uomini: un equilibrio istituzionale, giudiziario, politico o mediatico. Un vecchio vertice può avere perso protezione; un altro può avere conquistato libertà di movimento.
Non la giustizia contro il potere, dunque, ma un potere contro l’altro: la giustizia diventa il campo di battaglia sul quale i due coni combattono e, talvolta, anche l’armamento attraverso il quale ciascuno tenta di legittimare la propria vittoria.
Quando il cono entra in emergenza
La struttura militare nasce come organizzazione stabile per funzioni e gerarchia, e, in tempo di pace esistono una gerarchia, dei gradi, dei reparti e delle competenze definite: chi comanda, chi trasmette gli ordini, chi provvede ai collegamenti, chi cura, chi trasporta, chi rifornisce. Anche l’attività svolta segue processi relativamente prevedibili, soprattutto di organizzazione e addestramento: preparare gli uomini, esercitarli, verificare i mezzi, simulare l’attacco, la difesa, la ritirata e il soccorso.
Quando scoppia la guerra, la struttura gerarchica rimane, ma cambia radicalmente il modo nel quale viene utilizzata: le funzioni non scompaiono, ma vengono messe al servizio di processi operativi concreti; non ci si addestra più a conquistare una posizione, ma bisogna conquistarla; non si simula più una ritirata, bisogna attuarla sotto il fuoco nemico. Comando, reparti, trasporti, sanità, comunicazioni e rifornimenti devono concorrere, nello stesso momento, al raggiungimento di un obiettivo che muta secondo ciò che accade sul campo.
I nostri coni, dunque, restano relativamente stabili: ma, quando scoppia una guerra, sono i processi a cambiare, a intrecciarsi e a produrre gli eventi inaspettati cui fare fronte. E la distanza massima dall’organizzazione ordinata del tempo di pace si raggiunge quando questi processi sfuggono al controllo, e il piano, pur comprensivo di un certo grado di eventi avversi, non regge più. Succede quando le comunicazioni si interrompono, le perdite aumentano, il nemico occupa posizioni impreviste e le risorse non bastano per rispondere a tutto: è il momento della catastrofe.
A quel punto il comando non può più perseguire obiettivi né difendere posizioni: deve stabilire che cosa resta salvabile, quali uomini evacuare, quale settore abbandonare e dove ricostruire una linea ancora difendibile. La priorità non è più né vincere la battaglia né ritirarsi in ordine, ma impedire che la sconfitta diventi distruzione totale.
Anche il cono di potere che ha difeso la prima verità di Garlasco potrebbe essere entrato in una fase simile, dopo che, per anni, la sua struttura ha potuto operare attraverso processi relativamente controllati: sostenere una ricostruzione, sminuire le contraddizioni, isolare le voci contrarie e consolidare il risultato giudiziario e mediatico raggiunto, al massimo attuando qualche operazione “coperta” accettabile anche in tempo di pace.
Se però gli elementi critici diventano troppi e i processi non possono più essere governati con gli strumenti abituali, la priorità cambia. Non si tenta più di conservare ogni posizione, ogni uomo e ogni versione, ma si decide che cosa sacrificare, quali responsabilità circoscrivere, quali ricostruzioni abbandonare e quale linea arretrata continuare a difendere: una responsabilità può essere scaricata su un esecutore, un depistaggio trasformato nell’iniziativa personale di un singolo, un vecchio alleato abbandonato; una parte della ricostruzione può essere corretta purché non venga raggiunto il livello superiore.
Il vero segnale della crisi non è quindi il crollo immediato del cono, ma il momento nel quale il vertice comprende di non poter più proteggere contemporaneamente tutti gli uomini, tutte le versioni e tutte le posizioni conquistate, e anche la narrazione va in crisi.
La guerra dell’informazione
La frattura è evidente anche nei media: una parte continua a difendere la costruzione originaria come un presidio da non abbandonare; un’altra sostiene la nuova indagine, talvolta con un eccesso uguale e contrario; accanto ai grandi giornali sono cresciuti canali indipendenti, ricercatori e cittadini che hanno letto gli atti e mantenuto vivo il caso.
Non abbiamo elementi per attribuire appartenenze occulte a giornalisti o commentatori: molti agiscono per convinzione, interesse professionale, ricerca di pubblico o fiducia nelle sentenze. Ma l’informazione registra i mutamenti del potere: quando l’aria cambia, alcuni difendono il vecchio equilibrio, altri si riposizionano e altri ancora scoprono improvvisamente dubbi che prima non avevano manifestato.
Anche qui non è necessaria una regia che telefoni a tutti: bastano relazioni, convenienze, segnali ambientali e il timore di restare dalla parte perdente.
Una verità favorita può essere vera
L’ipotesi dello scontro tra poteri non rende sospetta ogni conclusione della nuova inchiesta, perché una verità resta vera anche quando, in un determinato momento, coincide con l’interesse di una parte abbastanza forte da consentirle di emergere e affermarsi.
La Prima guerra avrebbe utilizzato la giustizia per costruire e difendere la verità Stasi; la Seconda potrebbe usare la stessa giustizia per distruggerla: per noi la differenza è enorme, perché oggi l’interesse di chi riapre il caso sembra coincidere con la ricerca di ciò che fu trascurato. Ma questa coincidenza non è necessariamente eterna: il nuovo potere potrebbe voler sciogliere molti nodi, colpire alcuni responsabili e sostituire una verità con un’altra, fermandosi però prima di raggiungere il vertice.
Anche la seconda pace potrebbe essere quindi mutilata: più vicina ai fatti, ma ancora incompleta.
Il nodo decisivo
Il nodo decisivo non è soltanto stabilire chi abbia ucciso Chiara Poggi, né soltanto verificare se la condanna di Alberto Stasi debba essere rimessa in discussione: è capire perché una determinata verità sia stata sostenuta per quasi vent’anni con tanta forza e perché oggi ciò che sembrava intoccabile possa essere nuovamente esaminato.
L’ipotesi più rassicurante è che la giustizia stia finalmente correggendo sé stessa, mentre l’ipotesi più inquietante è che sia cambiato anche il rapporto fra i poteri e che la verità possa avanzare non soltanto perché è diventata più forte, ma perché qualcuno abbastanza forte ha interesse a lasciarla avanzare.
A questa domanda se ne aggiunge ora un’altra, ancora più difficile: il primo cono si limitò a proteggere chi aveva commesso il delitto, oppure il delitto e la costruzione della colpevolezza di Stasi furono due parti della stessa offensiva?
Non abbiamo elementi per scegliere questa seconda spiegazione, ma porla modifica il modo di osservare l’intera vicenda: la determinazione nel costruire le prove, l’impossibilità di accettare le assoluzioni, la necessità di ottenere proprio quella condanna e l’idea, emersa persino nel linguaggio dei protagonisti, che dietro Stasi esistesse una parte contrapposta.
La Seconda guerra di Garlasco non opporrebbe allora semplicemente una vecchia verità a una nuova, ma sarebbe la fase attuale di un conflitto iniziato prima ancora che conoscessimo i suoi contendenti.
La guerra è ricominciata, ma non sappiamo chi la vincerà: soprattutto, non sappiamo se il vincitore, diverso dalla Giustizia, avrà interesse a raccontarci tutta la verità.