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Ci sono giudici che non compaiono mai nelle conferenze stampa, non parlano ai microfoni e non si siedono nei salotti televisivi. Lavorano lontano dalla folla, nelle stanze più silenziose della giustizia, dove non si indagano i fatti, ma se ne decidono le conseguenze.

Uno di questi giudici è Enrico Fischetti. Non è un volto noto. Non è un PM, non è un investigatore, non è uno di quelli che arrivano per primi sulla scena del crimine. È un uomo che arriva alla fine, quando ogni parola pesa più del sangue, e la scrittura della sentenza diventa il luogo in cui una storia si chiude per sempre. Negli ultimi vent’anni, tre tra i processi più discussi d’Italia sono arrivati sul suo tavolo, in ruoli diversi ma sempre decisivi: Erba, Garlasco, Yara.

I giornali “seri” non ne hanno mai parlato (per prudenza, o perché non la ritengono una notizia vera e propria), mentre la coincidenza non è sfuggita a Federico Liguori su YouTube e Threads, e da lì si è diffusa a una serie di blog e discussioni online.

In effetti, Enrico Fischetti ha sancito il destino di Bossetti, Stasi, Olindo e Rosa nei seguenti ruoli:

  1. Olindo e Rosa → Membro del collegio di Cassazione, estensore
  2. Bossetti → Presidente di appello
  3. Stasi → Estensore/relatore in Cassazione

Nel caso della strage di Erba, Fischetti sedeva nel collegio di Cassazione che confermò gli ergastoli di Olindo Romano e Rosa Bazzi. Non fu l’estensore, ma uno dei cinque magistrati che pronunciarono la parola definitiva: “rigetto”. Fine della storia, fine dei dubbi, fine di ogni possibile revisione. Una sentenza che chiuse tutte le porte.

Nel caso Stasi, invece, il suo ruolo fu ancora più netto. Fu lui a scrivere la sentenza che confermò i sedici anni, ricomponendo un mosaico di indizi, schizzi, compatibilità e assenze. Una sentenza fredda, precisa, chirurgica, in cui la dinamica del sangue diventò asse portante e le alternative vennero trattate come oscillazioni non decisive. Una sentenza “perfetta” nel senso giudiziario: chiusa, coerente, non intaccabile.

E poi c’è il processo a Massimo Bossetti, dove Fischetti operò da presidente del collegio d’Appello. Fu lui a guidare il giudizio che confermò l’ergastolo, blindando la prova genetica come “regina”, relegando a rumori di fondo movente, dinamica, telefoni, possibili errori. Una decisione che non lasciò spiragli: se c’è un DNA, non serve altro. Nemmeno la richiesta di un’ulteriore perizia. Nemmeno il dubbio.

Anche questa, nella logica della Corte, fu una sentenza perfetta: lineare, solida, impermeabile alle contestazioni. Tre processi lontanissimi tra loro, tre casi diversissimi:

  • una strage condominiale
  • un femminicidio in una villetta silenziosa
  • una ragazzina scomparsa in una sera d’inverno.

Eppure, al momento di chiuderli, compare sempre lo stesso nome. Una ricorrenza, forse solo amministrativa, forse solo frutto della specializzazione di un magistrato esperto. Oppure un segno — discreto ma visibile — del destino, che, in certi snodi della giustizia italiana, cala un colpo decisivo di sfortuna.

Non si parla di colpe, non si parla di complotti, si parla di stile giudiziario: un modo forse di guardare la prova tecnica, di classificare le anomalie, di difendere l’impianto accusatorio come portatore della verità. Uno stile che punta a un risultato: una sentenza che non traballa. Una sentenza perfetta.

Eppure, alla fine, la vera decisione finale — quella che trasforma una storia in destino — passa in mano a figure che nessuno conosce: i giudici di secondo e terzo grado. Magistrati senza volto mediatico, senza interviste, senza narrazioni pubbliche. Sono loro, alla fine, a dire l’ultima parola.

Ed è quasi sempre una parola che conferma ciò che è stato pensato all’inizio: la tesi del PM, l’impianto d’accusa, il lavoro del GIP, la linea del GUP, la dinamica ricostruita durante il processo. La Cassazione, per sua natura, non rifà il processo: verifica che il percorso sia “logico”, non che sia “giusto”. E spesso lo conferma tutto, pezzo per pezzo, così com’è, chiudendo spiragli, respingendo nuove perizie, trattando come irrilevanti le anomalie e le piste alternative.

In realtà, per Garlasco, in Cassazione, lo schema parve poteri rompere, quando il Procuratore Generale — ossia l’accusa suprema, la voce finale dello Stato — chiese la non colpevolezza. Si trattò di un fatto rarissimo e, in teoria, quel parere avrebbe dovuto pesare moltissimo: fu la stessa accusa, infatti, a dire che non c’era certezza sufficiente. Eppure, proprio lì, proprio in quel punto, alla fine, Fischetti decise il contrario e confermò la condanna a 16 anni per Stasi.

In sintesi, le cose andarono così:

  1. BOSSETTI – Appello 2017 – Fischetti presiede il collegio che conferma l’ergastolo, ritenendo il DNA prova assoluta e dichiarando irrilevanti le altre anomalie. “Il DNA è prova univoca e dirimente, non scalfita da obiezioni tecniche né da ipotesi alternative.”
  2. STASI – Cassazione 2017 – Fischetti è estensore della sentenza che rende definitiva la condanna a 16 anni, basata su indizi tecnici convergenti e dinamica del sangue. “Il quadro indiziario è coerente e convergente; le lacune investigative non incidono sulla solidità complessiva della prova.”
  3. ERBA – Cassazione 2008 – Fischetti è membro del collegio che conferma gli ergastoli, ritenendo decisive confessioni + prove tecniche e chiudendo ogni ipotesi alternativa. “Le confessioni, riscontrate da elementi oggettivi, conducono con certezza alla responsabilità degli imputati; le piste alternative sono prive di consistenza.”

Riportate tra virgolette sono in realtà le estreme sintesi delle sentenze, ma sono rispettose del loro merito. Certo che, alla luce delle consapevolezze nel frattempo maturate, sono frasi che mettono qualche brivido. Tecnicamente, il loro filo conduttore si basa su:

  1. Centralità assoluta della prova tecnica – (DNA – dinamica del sangue – sovrapposizione tra confessioni e ferite).
  2. Riduzione delle anomalie a non-decisive – Movente assente? Testimonianze confuse? Dettagli discordanti? → Senza rilievo consistente.
  3. Chiusura netta a nuove perizie o piste alternative – È il tratto distintivo dello stile confermativo.

Si dice che “fischino le orecchie” a chi viene ricordato o chiamato in causa.

Nel caso del giudice Fischetti, coinvolto nelle sentenze finali di Erba, Garlasco e Yara, il proverbio trova terreno fertile. Il suo nome, infatti, tre volte chiamato in cause, sarà pensato, discusso, criticato così tante volte dai condannati che i fischi si sentiranno, eccome.

Fonti della serie

📚 Bibliografia e riferimenti essenziali

Grimaldi, Luigi, Il caso Poggi: i misteri di Garlasco, video-inchieste e articoli online,  (2023–2025).

Fornari, Gino, “Il delitto di Chiara Poggi e il processo ad Alberto Stasi”, in Penale Diritto e Procedura, 2015.

Lucarelli, Selvaggia, articoli su Il Fatto Quotidiano e media online, 2023–2025.

Montanari, Marco, “Garlasco, processo al dubbio”, in Giustizia Insieme, 2024.

Travaglio, Marco, commenti editoriali e dirette su Il Fatto Quotidiano TV, 2024–2025.

Mentana, Enrico, servizio TG La7, edizione del luglio 2025.

Cappa, Ermanno, interviste e dichiarazioni su blog e ambienti informali.

Carlizzi, Gabriella, archivi digitali e documenti online 2004–2010.

Epiphanius, “Massoneria e sette segrete – La faccia occulta della storia” – Controcorrente 1990-2008

 

🎥Videografia (YouTube –🔍 Canali d’inchiesta, documentazione e contro-narrazione)

Ragionevole Dubbio – Approfondimenti su casi giudiziari controversi, con attenzione alle contraddizioni istituzionali e ai “buchi neri” della giustizia.

Luigi Grimaldi – Giornalista d’inchiesta, già coautore di “La Repubblica delle stragi impunite”, autore di diversi video sulla vicenda di Garlasco e altri casi dimenticati, con elenchi di morti sospette e suicidi nel Pavese. In particolare, la serie di video-inchiesta sul caso Poggi e altri eventi correlati: “Chiara, la verità nascosta – Parte 1 e 2” – “I suicidi dimenticati del Pavese”

Andrea Tosatto – Analisi dai toni diretti, spesso polemici, su crimini mediatici e distorsioni giudiziarie.

Nicola Castellano – Approccio investigativo su cold case e processi irrisolti.

Gianluca Spina – Riflessioni a tema giudiziario, anche in chiave psicologico-sociale.

Bugalalla Crime – Narrazione scorrevole e ricostruzioni dettagliate dei principali casi di cronaca italiana.

Storie Perdute – I lati oscuri della Storia – Rielaborazione storica e culturale di eventi poco noti o dimenticati, utilissima per contestualizzare certi episodi.

Mortaio – Approccio oscuro, evocativo, spesso incentrato sulla ritualità, la simbologia e l’inquietudine ambientale dei casi.


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Fonti documentarie


Atti e sentenze ufficiali del caso Poggi / Stasi
, reperibili su portali giuridici.

Archivi stampa: Corriere della Sera, Repubblica, Il Giorno, La Provincia Pavese (2007–2025).

Dichiarazioni pubbliche, commenti social e blog investigativi indipendenti.

 

📌 Nota dell’autore

Il presente lavoro nasce da una raccolta ragionata di fonti pubbliche, giornalistiche e processuali. Alcune ipotesi e suggestioni laterali sono presentate come riflessioni aperte e non affermano alcuna verità definitiva. Si raccomanda la lettura con spirito critico e rispetto verso le persone coinvolte.