Si parva licet componere magnis
Qualche giorno fa, dentro l’ennesima guerra mediatica nata attorno al caso Garlasco, è esplosa anche la vicenda delle registrazioni “perpetrate” dalla giornalista Chiara Ingrosso nei confronti dell’avvocato Antonio De Rensis. Le registrazioni sono state effettuate durante conversazioni private, dentro un rapporto costruito nel tempo proprio seguendo il caso e hanno provocato esposti, accuse reciproche, allusioni televisive, audio misteriosi, sospetti di regie occulte e la solita atmosfera da thriller permanente che ormai sembra accompagnare tutto ciò che ruota attorno a Garlasco.
La stessa Chiara Ingrosso ha confermato pubblicamente di aver effettuato registrazioni nell’ambito della sua “indagine professionale” sul caso Garlasco, sostenendo che il suo obiettivo era documentare anomalie mediatiche e possibili pressioni o costruzioni testimoniali.
De Rensis, invece, parla di comportamento gravissimo e dice di voler “andare alla testa del serpente”, lasciando intendere che dietro la vicenda ci sarebbe qualcosa di più ampio della singola giornalista.
Nel frattempo, la vicenda si è allargata moltissimo: Salvo Sottile ha attaccato duramente la Ingrosso parlando di tradimento professionale; le Iene hanno respinto accuse di “complotto mediatico”;
Roberta Bruzzone ha difeso pubblicamente la Ingrosso; vari programmi TV stanno ormai trattando l’“audiogate” quasi come un filone autonomo del caso Garlasco.
La vicenda, al di là delle implicazioni giuridiche e comportamentali di cui parleremo più avanti, è diventata interessante anche dal punto di vista narrativo, in particolare perché, al suo interno, circola il soprannome “cucciolo”, in un rapporto che, secondo la Ingrosso, sarebbe stato funzionale a un’inchiesta giornalistica immersiva, mentre da De Rensis viene reinterpretato come segnale di eccessiva confidenza, pressione relazionale o ambiguità professionale.
In pratica: per De Rensis quel dettaglio serve a dimostrare che il rapporto andava oltre la normale distanza giornalistica, per altri potrebbe invece rientrare in una dinamica relazionale costruita per ottenere fiducia e informazioni, mentre online il termine è diventato immediatamente materiale da meme, vignette e satira.
Ora, sia chiaro, in Italia chi partecipa direttamente a una conversazione può anche registrarla: il punto, quindi, non è fare i giuristi improvvisati o stabilire se ci sia stato qualcosa di illegale: il punto, molto più interessante, credo sia un altro.
Esiste infatti una differenza enorme tra documentare una situazione che esiste già spontaneamente e costruire lentamente un contesto relazionale dentro il quale certe cose finiscono poi per emergere. È qui che nasce il vero cortocircuito della vicenda: la giornalista si è limitata a osservare oppure, poco alla volta, è entrata talmente dentro la situazione da contribuire anche a determinarla?
Ed è forse proprio questo il punto più interessante di tutta la vicenda. Non tanto stabilire se Chiara Ingrosso abbia ragione o torto, oppure se le registrazioni siano lecite o meno. Il vero punto è capire dove finisca il giornalismo che osserva e dove inizi invece quello che entra dentro la storia, la vive, la influenza e forse finisce persino per modificarla. Perché oggi il confine tra cronista, interprete, profiler, personaggio televisivo e costruttore di narrazioni sembra diventato sempre più sottile. E il caso Garlasco, ancora una volta, sembra mostrarlo in modo quasi perfetto.
Qui però bisogna stare attenti a non fare confusione tra piani diversi. Una cosa è il giudizio morale o giornalistico, un’altra è quello strettamente giuridico. In Italia, infatti, chi partecipa direttamente a una conversazione può registrarla anche senza avvisare l’altro interlocutore. Questo vale normalmente anche tra persone comuni. Diverso sarebbe installare microfoni nascosti in ambienti privati senza partecipare alla conversazione oppure intercettare comunicazioni altrui: lì entreremmo in un terreno molto più delicato.
Nel caso dei giornalisti, poi, la questione diventa ancora più complessa. Esiste infatti una lunga tradizione di giornalismo undercover, di telecamere nascoste e di registrazioni effettuate per documentare fatti ritenuti di interesse pubblico. Molte inchieste televisive italiane si sono basate proprio su questo metodo. Il problema, quindi, non è semplicemente chiedersi: “si può registrare oppure no?”. Il problema riguarda piuttosto il contesto, le finalità, il rapporto costruito con l’interlocutore e soprattutto il confine tra documentazione e induzione.
Perché registrare qualcuno che spontaneamente sta già raccontando o facendo determinate cose è una situazione. Costruire invece lentamente un rapporto personale, relazionale o psicologico dentro il quale certe frasi finiscono per emergere può apparire molto diverso sul piano etico e professionale, anche se magari non automaticamente illegale su quello penale. Ed è probabilmente proprio qui che nasce il disagio di molti osservatori: non tanto nella registrazione in sé, quanto nella sensazione che il giornalista possa smettere di limitarsi a osservare una situazione e finisca, poco alla volta, per entrarci dentro attivamente.
Le riflessioni riportate qui sotto derivano da una intervista televisiva di Chiara Ingrosso trasmessa nella trasmissione Far West nel novembre 2025 e successivamente rilanciata online anche da canali YouTube [1] e commentatori del caso Garlasco.
Quanto accaduto, ossia le registrazioni “segrete” ai danni di De Rensis, leggendo e ascoltando certe dichiarazioni della stessa Ingrosso, emerge notevole distanza tra l’immagine pubblica che cerca di dare di sé e il linguaggio che poi utilizza concretamente. Da una parte si presenta come una giornalista rigorosa, prudente, molto critica verso la spettacolarizzazione del dolore, verso i processi mediatici e verso il giornalismo “di pancia”. Dall’altra però utilizza continuamente un linguaggio fortemente suggestivo, psicologico, immersivo, quasi romanzesco.
E qui, secondo me, emerge qualcosa di interessante sul giornalismo contemporaneo legato al true crime.
Quando dice che “il mostro fa parte di noi”, per esempio, non parla più soltanto come una cronista. Sta entrando dentro una riflessione quasi antropologica sul male. Quando aggiunge che il true crime permette di “spiare dal buco della serratura quello che tutti saremmo in grado di fare”, il delitto smette di essere soltanto un fatto giudiziario e diventa quasi una possibilità oscura dell’essere umano. E quando si chiede provocatoriamente se davvero non esisterebbe una ragione capace di spingere chiunque a uccidere, il confine tra osservatore e assassino potenziale si fa improvvisamente molto sottile.
Attenzione: questo non significa che stia giustificando l’omicidio o facendo apologia del male. Però il tono è molto diverso da quello della giornalista neutrale che semplicemente racconta dei fatti. Qui siamo già dentro una vera immersione narrativa nel crimine, dentro una dimensione emotiva, simbolica e psicologica molto forte. Ed è curioso perché, contemporaneamente, la stessa Ingrosso critica spesso le trasmissioni che spettacolarizzano il caso, il sensazionalismo e i meccanismi televisivi costruiti sulle suggestioni. Solo che poi, a ben vedere, anche lei usa continuamente immagini fortissime ed emotivamente potentissime.
Ci sono poi alcune frasi che, rilette oggi dopo la vicenda delle registrazioni, assumono quasi un valore involontariamente simbolico. Quando dice che “per parlare delle cose bisogna starci sul campo”, rivendica un giornalismo immersivo, partecipato, vissuto dall’interno. E va bene. Però viene spontaneo domandarsi: fino a che punto l’immersione resta osservazione e da quale momento invece rischia di diventare partecipazione attiva?
Ancora più impressionante, riletta oggi, è la frase: “mettere il microfono sotto una difesa esce sempre un pezzo bellissimo”. Perché sembra quasi anticipare esattamente il tipo di dinamica che poi le viene contestata. Da una parte la critica allo show mediatico, dall’altra registrazioni nascoste, relazioni personali, immersione totale nella vicenda, fino quasi a confondere il confine tra giornalista, interlocutore e protagonista della scena narrativa.
Anche quando affronta il profilo dell’assassino, Ingrosso non si limita quasi mai ai fatti materiali. Parla di identità fragile, odio personale, sessualità, reputazione, possibili dinamiche autoerotiche post-delitto. Introduce continuamente letture psicologiche molto forti, pur continuando contemporaneamente a rivendicare prudenza metodologica e distanza dalle semplificazioni. Ed è qui che il contrasto diventa evidente. Perché il giornalismo dichiarato sembra andare da una parte, mentre il linguaggio utilizzato va spesso da tutt’altra parte.
A un certo punto arriva persino a parlare apertamente di “Sistema Pavia”, di “gole profonde”, di sistemi di potere lobbistici, usando un linguaggio quasi da thriller investigativo. E anche qui il salto è notevole. Perché si passa improvvisamente dal rigore prudente alla costruzione di un quadro molto ampio, suggestivo e fortemente interpretativo.
1 – https://www.youtube.com/watch?v=YJt4iQdRbZk&t=5s – GTA Verona
A questo punto mi è tornata in mente una delle fotografie più famose della guerra del Vietnam. Quella in cui il generale sudvietnamita Nguyễn Ngọc Loan spara alla testa di un prigioniero Vietcong in mezzo alla strada, davanti all’obiettivo del fotografo Eddie Adams. Un’immagine che fece il giro del mondo e che ancora oggi viene considerata uno dei simboli più brutali della guerra moderna.
Però, col tempo, attorno a quella fotografia nacque anche un’altra riflessione, molto più sottile e inquietante. Non tanto sul fatto in sé — l’esecuzione — ma sul ruolo della presenza del fotografo e delle telecamere. Alcuni arrivarono infatti a domandarsi se quel gesto sarebbe avvenuto esattamente nello stesso modo senza la presenza dei media. Se cioè il generale, sapendo di essere osservato, fotografato e consegnato allo sguardo del mondo, non fosse stato in qualche modo spinto a trasformare quell’atto in una dimostrazione pubblica, teatrale, simbolica.
Lo stesso Eddie Adams, anni dopo, ebbe parole molto dure sul peso di quella fotografia. Disse: “Il generale uccise il Vietcong; io uccisi il generale con la mia macchina fotografica.” Come a dire che da quel momento l’immagine aveva cambiato per sempre non solo la percezione dell’evento, ma anche il destino delle persone coinvolte.
Ed è una riflessione enorme, che da allora accompagna tutto il giornalismo moderno, soprattutto quello immersivo, investigativo e spettacolare. Perché da quel momento in poi si è capito che esistono situazioni in cui la telecamera non si limita più a osservare gli eventi, ma entra dentro gli eventi stessi. La presenza del giornalista, del fotografo o del microfono cambia i comportamenti, altera gli equilibri, spinge le persone a esibirsi, provocare, confidarsi oppure recitare una parte.
Ed è proprio questo il punto che mi sembra centrale anche nella vicenda Ingrosso–De Rensis. Non tanto la registrazione in sé, quanto il dubbio che il giornalista, entrando progressivamente dentro una relazione, finisca inevitabilmente per modificare la realtà che dovrebbe limitarsi a raccontare. Non più semplice osservatore esterno, quindi, ma presenza che in qualche modo contribuisce a determinare ciò che poi verrà mostrato al pubblico.
Ed è forse qui che il giornalismo smette di essere soltanto cronaca e diventa esso stesso parte della storia. Tra il fotografo Eddie Adams e il generale Loan nacque negli anni persino un rapporto umano complesso e tormentato, tanto che lo stesso Adams arrivò a sentirsi in colpa per aver contribuito, con quella fotografia, alla distruzione pubblica dell’uomo che aveva ritratto. Ed è forse proprio questo il punto: a volte chi osserva e documenta non si limita più a raccontare un evento, ma finisce inevitabilmente per entrarci dentro e cambiarne anche le conseguenze.
Come nella celebre fotografia del Vietnam, naturalmente con i dovuti “distinguo”, il punto non è soltanto ciò che accade, ma il dubbio che la presenza stessa di chi osserva, registra o documenta finisca in qualche modo per modificare la scena. Non un paragone tra i fatti, ovviamente, ma una riflessione sul momento in cui il testimone smette di essere soltanto spettatore e diventa parte dell’evento che sta raccontando.
Ed è proprio qui che questa vicenda smette di apparire come un semplice incidente giornalistico isolato e torna invece a inserirsi dentro quel clima generale di anomalie, protezioni e cortocircuiti che ormai da tempo aleggia attorno al caso Garlasco. Perché, prese singolarmente, molte di queste vicende potrebbero anche essere archiviate come coincidenze, errori, eccessi mediatici o conflitti personali (questa frase, ormai, è un copia-incolla in ogni articolo). Ma quando si accumulano fughe di atti, rapporti impropri tra investigatori e ambienti difensivi, procedimenti per corruzione, inchieste come Clean 2 e Clean 3, anomalie investigative, campagne mediatiche asimmetriche, reti di opinionisti e trasmissioni tutte orientate nella stessa direzione narrativa, allora il quadro cambia inevitabilmente aspetto.
Ed è proprio questa la sensazione che continua a riemergere: l’idea di una struttura comunicativa e relazionale molto più ampia del semplice caso giudiziario. Una rete che non si limiterebbe soltanto a influenzare le indagini o il racconto mediatico, ma che sembrerebbe capace perfino di produrre dinamiche sempre più elaborate, invasive e paradossali. Perché la cosa più impressionante è che molte di queste operazioni, proprio nel tentativo di controllare la narrazione, finiscono poi per diventare esse stesse nuove anomalie che attirano attenzione, sospetti e ulteriori interrogativi.
Ed è forse questo il paradosso più grande dell’intera vicenda: più si tenta di guidare, proteggere o indirizzare il racconto, più emergono comportamenti che finiscono per rendere ancora più difficile credere alla normalità della storia che si sta cercando di difendere: così, lentamente, ciò che nasce come dramma rischia di trasformarsi prima in commedia e infine in farsa.
Il discorso, alla fine, può tornare al titolo, alle “giornaliste all’ingrosso”. Perché attorno al caso Garlasco sembra essersi formato negli anni un enorme mercato della narrazione, dove non circolano soltanto notizie, ma interpretazioni, suggestioni, relazioni, protezioni reciproche, versioni preconfezionate e contro-versioni costruite quasi industrialmente, paradossi umani.
Da una parte c’è chi sembra lavorare “all’ingrosso”: grandi flussi comunicativi, ospitate continue, opinioni sempre allineate, ricostruzioni farsesche, omissioni, rilanci selettivi, titoli orientati, indignazioni a comando, reti relazionali che finiscono per trasformare il racconto giudiziario in una specie di prodotto collettivo già confezionato.
Dall’altra, invece, nel bene e nel male, restano figure solo animate dalla sensazione che dentro questa vicenda esista ancora qualcosa che non torna. Persone che spesso vengono liquidate come ossessive, complottiste, disturbatrici, ma che, sedicenti “garlascofili”, continuano a scavare proprio perché percepiscono una sproporzione crescente tra la versione ufficialmente consolidata e la quantità di anomalie, compresa questa di cui stiamo parlando, che continuano a emergere.
E allora il punto non è stabilire chi abbia ragione in assoluto. Il punto è capire quando il giornalismo smette di cercare la verità — anche faticosamente, anche sbagliando — e comincia invece a produrre narrazioni già pronte, da distribuire, sostenere e difendere quasi automaticamente.
Perché forse è proprio questo che inquieta davvero nel caso Garlasco: non soltanto il delitto, non soltanto le indagini, ma la sensazione che attorno a questa storia si siano formati due mondi opposti. Uno che tende a organizzare e dirigere il racconto in modo compatto e industriale. E un altro, molto più frammentato e confuso, che continua invece a muoversi tra dubbi, intuizioni, errori e ricerca ostinata di qualcosa che sente ancora nascosto.
Ed è forse qui che il giornalismo rischia davvero di cambiare natura: quando smette di raccontare i fatti e comincia a confezionarli. Appunto, all’ingrosso, con la “i” che si è fatta minuscola.
Il registratore raffigurato in copertina è il celebre (una volta) Geloso G257, affettuosamente chiamato da molti “Gelosino”. Fu uno dei primi registratori a bobine davvero popolari in Italia: economico, compatto, affidabile e di qualità sorprendente per l’epoca. Negli anni Sessanta aprì a tanti giovani il mondo della registrazione domestica. Serviva per incidere le canzoni dalla radio, registrare i dischi degli amici, conservare voci, feste, scherzi e ripassare lezioni.
Anch’io ebbi la fortuna di possederne uno abbastanza presto, grazie alla madre di un mio amico che lavorava proprio alla Geloso, il cui stabilimento si trovava a poche centinaia di metri da casa mia. Per una generazione intera, il “Gelosino” non fu soltanto un registratore: fu una piccola macchina di musica e di memoria.