Si parva licet componere magnis
Tra battute, ricordi incerti e programmi televisivi, il peso della tragedia sembra dissolversi.
Quando ciò che colpisce non è quello che viene detto, ma ciò che non viene più ricordato.
Questo articolo prosegue la riflessione iniziata con L’Antenna, per approfondire il meccanismo psicologico che porta alcune persone a ricevere e ritrasmettere informazioni da fonti autorevoli, senza elaborazione autonoma.
Recenti intercettazioni hanno confermato questa dinamica: la famiglia coinvolta discute quasi esclusivamente di ciò che altri hanno detto, mostrando una comunicazione fortemente mediata. La metafora dell’antenna, nata da un dettaglio banale del colloquio intercettato, si rivela così come una chiave interpretativa efficace per comprendere la perdita di autonomia critica.
Quelle telefonate sembrano infatti confermare proprio il meccanismo di ricezione e ritrasmissione delle informazioni che avevo descritto. Ne emerge infatti una famiglia che parla continuamente del “caso”, ma quasi sempre attraverso ciò che ha detto qualcun altro: l’avvocato, le trasmissioni televisive, gli articoli di giornale. I genitori chiedono spesso conferma a Marco (“siamo stati bravi?”), gli chiedono cosa dire e cosa evitare nelle interviste, ricevono indicazioni sugli argomenti da affrontare e su quelli da evitare.
Si nota inoltre una notevole confusione – con punte che sfiorano involontariamente il comico, purtroppo – su aspetti tecnici come il DNA (memorabile il “cinque a due” tra Stasi e Sempio), le impronte, le telefonate e le consulenze, con continui riferimenti a notizie lette sui giornali o sentite in televisione.
Le conversazioni mostrano una costante dipendenza da fonti esterne: i protagonisti non partono da ricordi personali o dalla consultazione diretta degli atti, ma discutono ciò che hanno sentito dire, cercando continue conferme reciproche. Ed è proprio qui che la metafora dell’antenna trova, sorprendentemente, una conferma. L’antenna, infatti, non rimane più come uno strumento di manipolazione intenzionale, ma come la rappresentazione di un normale meccanismo psicologico: quando una persona finisce per affidarsi quasi esclusivamente a poche fonti considerate autorevoli, può progressivamente sostituire il ricordo diretto con una narrazione condivisa, e non perché inventi necessariamente i fatti: semplicemente riceve, filtra e ritrasmette il segnale.
Ma, continuando ad ascoltare, riascoltare e analizzare quelle conversazioni, è nata una domanda ancora più radicale. Se davvero esistono delle “antenne”, che cosa ha trasformato quelle persone in antenne? E, posando l’ascolto e lo sguardo su un campo più allargato di intercettazioni e di persone. perché soggetti diversi, con caratteri, cultura e personalità differenti, sembrano manifestare tutti, sia pure in forme diverse, una comune alterazione del modo di ragionare?
È stato qui che mi è tornato alla mente un ricordo d’infanzia, un film di fantascienza, dal titolo L’invasione degli ultracorpi, che mi impressionò profondamente.

Nel film, gli abitanti di una cittadina vengono progressivamente sostituiti da duplicati perfetti: identici nell’aspetto, nella voce e perfino nei ricordi, ma completamente diversi nell’animo. Continuano a sembrare le stesse persone, eppure qualcosa di essenziale in loro è cambiato: ragionano in modo diverso, non provano più emozioni autentiche e finiscono per considerare normale ciò che, fino a poco prima, sarebbe apparso assurdo. Finisce così che la vera invasione non è quella dei corpi, ma quella delle menti.
Si instaurerebbe quindi una condizione, similmente a quanto avviene nel film, in cui, di fronte a eventi specifici, le persone perdono la capacità di integrare coerentemente ricordi, emozioni, ragionamento critico e comportamento, sostituendo il giudizio personale con quello del gruppo o della narrazione dominante. Perché, alla fine, rimane una domanda tutta psicologica: è possibile che un forte vincolo, una configurazione mentale indotta, un segreto condiviso, vero o presunto, o un’appartenenza particolarmente intensa possano modificare, in modi diversi da persona a persona, il modo di percepire, interpretare e reagire alla realtà?
È un’indagine per immersione: dall’ascolto nascono riflessioni, dalle riflessioni nuove domande e da queste ulteriori percorsi di ricerca. Così, dopo aver esplorato una prima fascia di segnali, se ne apre una seconda, poi una terza, e ogni nuova ipotesi costringe a rileggere le precedenti, a scartarle, a modificarle o, qualche volta, a rafforzarle: non è un percorso lineare, ma una continua ricomposizione del quadro.
Naturalmente, qui nessuno è psicologo, né criminologo, né investigatore, e sono il primo a riconoscere i limiti del mio lavoro e il rischio di vedere collegamenti dove magari non esistono.
Proprio per questo, piuttosto che innamorarmi di presunte intuizioni, ho cercato continuamente un confronto con la letteratura scientifica, con alcuni studi di psicologia, con le analisi sul comportamento dei gruppi, e anche con il dialogo serrato con ChatGPT, che molto spesso ha rappresentato il mio interlocutore più severo e più resistente alle suggestioni: ogni volta che proponevo un’ipotesi troppo azzardata, essa veniva ridimensionata o scartata, fino a quando un’intuizione trovava riscontro in fenomeni realmente studiati, quella stessa prudenza lasciava lentamente spazio a una possibilità di riflessione e di dialogo.
Così è stato anche per il passaggio dall’idea dell’Antenna a quella fornita dall’impressione, sempre più forte, che certi dialoghi non possano essere spiegati soltanto con il dolore, con il caso o con la semplice disinformazione: se questa impressione sia fondata o meno, lo dirà il tempo, ma credo che valga almeno la pena continuare a porsi la domanda e a tenere a mente questa ipotesi di condizione mentale.
Quando ho scritto L’Antenna, il mio ragionamento era relativamente semplice: avevo l’impressione che alcune persone coinvolte nella vicenda non ragionassero più partendo dai fatti, ma ricevessero continuamente lo stesso segnale da poche fonti ritenute autorevoli, limitandosi poi a ritrasmetterlo. Era la metafora dell’antenna: non più l’osservazione diretta della realtà, ma la ricezione di una frequenza. Le intercettazioni diffuse successivamente, però, mi hanno fatto compiere un passo ulteriore: non vedo più soltanto delle “antenne”, ma qualcosa di più inquietante.
Ascoltando i dialoghi, non emerge semplicemente una scarsa conoscenza degli atti o una dipendenza da giornali, televisioni, avvocati o familiari: emerge un modo di ragionare che appare frammentato. Persone che confondono continuamente informazioni, che non distinguono il ricordo personale dal sentito dire, che sembrano incapaci di esercitare un minimo controllo critico sulle notizie che ricevono, maneggio disinvolto e approssimativo di dati tecnici e scientifici. E, nello stesso tempo, rifacendomi ad altri dialoghi precedenti, altre persone che reagiscono con un’aggressività verbale fuori misura, come se ogni dubbio rappresentasse una minaccia insopportabile.
È qui che nasce la domanda più profonda: l’antenna descrive il meccanismo con cui il segnale viene ricevuto e ritrasmesso. Ma che cosa è successo alle persone che quell’antenna la utilizzano? Perché sembrano aver rinunciato, almeno su questa vicenda, a una parte della propria autonomia di giudizio?
Non sto parlando di follia, né di malattia mentale, ma parlo di quella ipotesi di stato mentale accennata prima: una mente che continua a funzionare normalmente nella vita quotidiana, ma che, quando entra in contatto con uno specifico nucleo di eventi, perde la capacità di integrare in modo coerente ricordi, emozioni, ragionamento critico e comportamento. Del resto, la psicologia documenta fenomeni in cui gruppi coesi, uniti da forti legami o segreti condivisi, sostituiscono progressivamente il giudizio individuale con quello collettivo. In questi casi, non è il singolo a pensare, ma il gruppo che pensa attraverso il singolo.
Dall’analisi delle conversazioni emergono alcuni tratti ricorrenti che aiutano a comprendere la dinamica psicologica del gruppo familiare:
I coniugi Poggi e Marco raramente richiamano documenti processuali o ricordi personali.
Continuamente ricorrono formule come:
La loro conoscenza sembra costruirsi attraverso una catena di informazioni ricevute, non mediante consultazione diretta degli atti. Mai una volta hanno una fonte autonoma, come le carte dell’inchiesta o anche una ricerca in rete.
Marco dice: “Ho letto…” Il padre risponde: “Sì, anch’io…” oppure “Mi pare…” oppure “Avevo letto…” Non c’è quasi mai qualcuno che dica: “Ho verificato.”
Più volte devono ricordarsi:
Marco stesso deve ricordare ai genitori nomi e funzioni. Per persone che hanno seguito vent’anni di processo sorprende una conoscenza piuttosto approssimativa dei protagonisti tecnici.
La conversazione passa continuamente da:
Nessuno sembra distinguere chiaramente:
Si limitano a riportare ciò che hanno letto.
È probabilmente la frase più ricorrente. Ad esempio: Ho letto che il genetista… Ho letto il giornale… Ho letto l’intervista…
Le loro convinzioni sembrano cambiare seguendo gli articoli.
Citano continuamente:
La televisione sembra essere una fonte primaria di aggiornamento.
Marco suggerisce ai genitori:
Frasi del tipo: “Non impelagatevi”, “Lasciate stare quella cosa”, “State più generici”, mostrano che esiste una preparazione preventiva delle interviste.
Dopo un’intervista chiedono: “Siamo stati bravi?” E questo è uno dei passaggi psicologicamente più interessanti. Non chiedono: “Abbiamo detto la verità?” ma “Siamo stati bravi?” È una differenza significativa sul piano comunicativo.
Ricorre continuamente: “L’avvocato ha detto…” “L’avvocato dice…” “Tizzoni è arrabbiato…” L’avvocato appare il principale punto di riferimento interpretativo.
Molte ricostruzioni sono introdotte da formule come:
Questo indica ricordi poco consolidati.
Spesso la conversazione non riguarda: “cosa è accaduto”, ma “cosa penserà la Procura”, “cosa diranno i giornalisti”, “cosa sostengono gli avvocati”, “cosa scrivono i giornali”.
Si discute molto di:
Molto meno dei fatti materiali del delitto.
Quello che emerge dalle intercettazioni è un dato reale e, almeno in parte, osservabile. Vi affiora un modo di ragionare che, come abbiamo visto, appare spesso confuso, frammentario e fortemente dipendente da ciò che si è sentito dire. Si dimenticano nomi, si confondono consulenti, gli sviluppi della vicenda sembrano essere conosciuti più attraverso televisioni e giornali che attraverso gli atti processuali; si cercano conferme reciproche, si avverte il bisogno dell’approvazione altrui. Questo è ciò che restituiscono le registrazioni.
Da questa constatazione, tuttavia, non sarebbe corretto compiere un passo ulteriore e ipotizzare l’esistenza di stati mentali patologici. Una conclusione del genere non troverebbe alcun fondamento nei dati disponibili e richiede, quindi, la massima prudenza. La psicologia, del resto, conosce fenomeni ampiamente documentati che possono produrre comportamenti analoghi senza dover ricorrere a spiegazioni patologiche, soprannaturali o esoteriche. Tra questi possiamo ricordare:
Uno o più di questi meccanismi potrebbero spiegare in modo plausibile il funzionamento di quella che, nei capitoli precedenti, abbiamo definito l’Antenna, e, fin qui, dunque, la psicologia offre già strumenti interpretativi sufficientemente solidi per comprendere molti dei comportamenti osservati.
Proseguendo nell’ascolto delle intercettazioni, però, emerge un elemento che sembra spostare il ragionamento su un piano diverso. Nelle conversazioni ricorre infatti, quasi sottotraccia, una parola inattesa, insolita e difficile da interpretare: «sacrificio». È un termine che compare più volte, senza essere spiegato, e proprio per questo merita una riflessione specifica.
In una conversazione tra Giuseppe Poggi e Maria Rosa Poggi, Giuseppe, parlando della terapia della figlia di Maria Rosa, pronuncia una frase che introduce esplicitamente il tema del sacrificio: «Aspetta… che il sacrificio che ha fatto la figliola faccia guarire la tua».
Maria Rosa risponde: «Guarda, non avrei voluto questo sacrificio, Giuseppe, crëdëm, mai l’avrei voluto nella mia vita. Però ormai… non si può tornare indietro».
Giuseppe conclude: «Salvare quel che resta», espressione che Maria Rosa riprende immediatamente.
In una precedente conversazione tra Rita Preda e Stefania Cappa, Rita, parlando con la nipote, afferma di «non essere pentita di tutto quello che ha fatto fino a quel momento».
Aggiunge inoltre che quanto accaduto quel giorno «non è definitivo» e manifesta la speranza che Alberto possa un giorno rifarsi una vita. In questa conversazione la parola sacrificio non compare, ma emerge l’idea di una scelta ormai compiuta e consapevolmente accettata.
Non è questa la sede per attribuire un significato univoco a queste parole, che potrebbero prestarsi a interpretazioni molto diverse. Tuttavia, accostando le due conversazioni, emerge l’impressione che appartengano allo stesso orizzonte linguistico e simbolico: e da questa impressione, e non da una certezza, che prende avvio la riflessione che segue.
Prima di proseguire, una precisazione è però necessaria. Nel seguito, comparirà talvolta il termine “rito”, perché compare frequentemente nella letteratura dedicata ai gruppi chiusi e ai fenomeni settari, che abbiamo consultato. Nel nostro ragionamento, tuttavia, questa parola non va intesa necessariamente in senso religioso o cerimoniale, in quanto il medesimo meccanismo potrebbe organizzarsi attorno a un segreto condiviso, a una convinzione comune, a un sistema di appartenenze o a qualsiasi altro elemento capace di svolgere la medesima funzione di coesione psicologica. Il riferimento al rito è quindi descrittivo e teorico, non rappresenta un’affermazione su quanto sarebbe avvenuto nel caso concreto.
Non sappiamo del resto quale significato attribuiscano a quei termini coloro che li pronunciano: potrebbero essere semplici espressioni figurate e avere un valore simbolico, oppure non avere alcuna particolare rilevanza. Sarebbe quindi scorretto trarne conclusioni definitive: per noi, in questo articolo, , intendiamo considerare il termine “sacrificio”, così come emerge nelle intercettazioni, cioè come rappresentazione di una perdita che il gruppo interpreta, accetta e progressivamente integra nella propria narrazione. In questa prospettiva il sacrificio non è tanto un evento, quanto il possibile fulcro attorno al quale si organizzano il racconto collettivo e il senso di appartenenza.
Proprio alla luce di queste considerazioni, però, acquistano maggiore interesse alcuni aspetti che emergono dalle intercettazioni. Colpisce, ad esempio, la naturalezza con cui i protagonisti sembrano convivere con contraddizioni anche evidenti senza fermarsi a riesaminarle: quando un’affermazione viene smentita da quella successiva, raramente qualcuno si domanda se vi sia un’incoerenza da chiarire; e la conversazione prosegue semplicemente appoggiandosi a una nuova informazione letta o sentita.
È questa particolare modalità di ragionamento a conferire ai dialoghi una qualità quasi straniante. Da qui il richiamo agli Ultracorpi: non perché le persone siano “alienate” in senso clinico, ma perché il rapporto con la realtà sembra passare costantemente attraverso un filtro esterno, anziché attraverso una verifica personale. È un’impressione che nasce direttamente dall’ascolto delle registrazioni e che ogni lettore può valutare autonomamente, come si trattasse di una perdita di coerenza interna: logica, emotiva, linguistica e, in parte, anche morale. Non è la freddezza della menzogna, non è una strategia lucidamente costruita, e nemmeno semplice ignoranza, ma è piuttosto un modo di abitare una vicenda nel quale ogni elemento sembra progressivamente uscire dal proprio asse.
Se, nel capitolo dedicato all’Antenna, avevamo osservato come una stessa modalità di ragionamento sembrasse estendersi ben oltre il nucleo familiare, coinvolgendo, con modalità differenti, altri protagonisti della vicenda, ora la considerazione diventa un’altra. Se davvero il sacrificio rappresentasse il possibile centro di gravità psicologico dell’intero sistema, allora non sarebbe soltanto la forma del comportamento a risultare condivisa, ma potrebbe esserlo anche il suo principio organizzatore. In altre parole, ciò che appariva come una semplice convergenza di atteggiamenti potrebbe riflettere una comune modalità di rappresentare e difendere il medesimo evento.
In questa prospettiva, il fenomeno assume un significato diverso. Fin qui avevamo osservato soprattutto una possibile scomposizione cognitiva; se però l’ipotesi interpretativa che stiamo seguendo avesse un fondamento, la medesima dinamica potrebbe manifestarsi, con modalità differenti, anche sul piano caratteriale, relazionale e comunicativo. Così, alcuni protagonisti non mostrano tanto difficoltà nell’elaborazione delle informazioni quanto un progressivo irrigidimento dei comportamenti: aggressività verbale, turpiloquio sistematico, delegittimazione dell’avversario, ricorso frequente all’insulto, alla minaccia o alla querela, fino a reazioni che talvolta appaiono sproporzionate o persino controproducenti.
Lo stesso interrogativo, almeno in parte, si estende anche ad alcuni esponenti del mondo dell’informazione e dell’opinione pubblica. Nel corso di questi mesi ci siamo chiesti più volte perché giornalisti, commentatori o professionisti chiamati a formulare valutazioni tecniche abbiano talvolta assunto posizioni apparentemente in contrasto con il metodo, il rigore o i principi che in altri contesti hanno sempre sostenuto, arrivando in qualche caso a esporsi a evidenti contraddizioni.
Naturalmente non sto affermando che tutti questi comportamenti abbiano un’unica origine. Sto semplicemente osservando una convergenza: persone molto diverse, appartenenti ad ambienti differenti e dotate di competenze differenti, sembrano talvolta reagire a questa vicenda modificando modalità di ragionamento e di comportamento che normalmente le contraddistinguono. È proprio questa convergenza, più ancora dei singoli episodi, a costituire la vera domanda psicologica posta da questo lavoro.
Forse, allora, il punto comune non consiste semplicemente nella falsità, nella manipolazione o nella confusione. Forse ci troviamo davanti a persone che sembrano vivere all’interno di una realtà progressivamente deformata, nella quale ogni fatto esterno non viene più accolto, verificato e discusso, ma immediatamente percepito come una minaccia per l’equilibrio del sistema.
Forse è proprio qui che questo lungo percorso di riflessione trova il suo approdo. Ed è qui che il significato della parola sacrificio torna a imporsi e ci costringe a considerare un nuovo problema: non soltanto stabilire che cosa sia realmente accaduto il 13 agosto, ma comprendere come quella morte venga vissuta e rappresentata da chi ne parla. Per chi osserva dall’esterno, la morte di Chiara è anzitutto un delitto, con una vittima e uno o più responsabili da individuare secondo le regole della giustizia, ma, ascoltando certe parole e certi discorsi, sembra talvolta affiorare una rappresentazione diversa: non quella di un delitto ancora da comprendere, ma quella di una morte progressivamente inserita in una logica di accettazione, fino ad assumere, almeno nel linguaggio di alcuni protagonisti, il significato di un sacrificio.
E, nella nostra cultura il sacrificio non descrive soltanto un atto: parliamo del sacrificio di un soldato, di un soccorritore, di un padre che perde la vita per salvare il figlio. In tutti questi casi la violenza della morte non viene cancellata, ma inserita in una cornice di significato che la rende, almeno in parte, accettabile.
È proprio questo il dubbio che accompagna l’intera riflessione: se, almeno per qualcuno, la morte di Chiara non fosse mai stata, o non fosse più, percepita come un delitto da chiarire, ma solo come un sacrificio ormai compiuto, allora molte delle reazioni osservate in questi anni potrebbero assumere un significato diverso: non la ricerca libera e ostinata della verità, ma la difesa di un evento ormai interiorizzato come necessario o, comunque, come non più discutibile.
A questo punto, nasce inevitabilmente una domanda di verifica: dopo aver tanto ipotizzato e teorizzato, cioè che dietro quella parola potesse nascondersi realmente un legame psicologico particolarmente forte, un segreto condiviso o una forma di appartenenza capace di influenzare profondamente il modo di percepire la realtà, ebbene, la psicologia conosce fenomeni in grado di spiegare trasformazioni di questo genere? La risposta, almeno in parte, è positiva: la letteratura psicologica e psicosociale descrive situazioni nelle quali gruppi particolarmente coesi, caratterizzati da forti legami identitari, ideologici o persino para-religiosi, sviluppano dinamiche capaci di modificare profondamente il modo di interpretare la realtà.
Infatti, se nel capitolo precedente ci siamo chiesti se la psicologia potesse spiegare la particolare uniformità dei comportamenti osservati, ora la domanda si sposta su un piano diverso: non si tratta più di verificare la forma del fenomeno, ma il suo possibile principio organizzatore. Se cioè il sacrificio, inteso come rappresentazione condivisa di una perdita, possa realmente costituire il fattore di coesione di un gruppo: la psicologia conosce modelli teorici compatibili con un’ipotesi di questo tipo?
Naturalmente, e lo ripeto, non sono un “addetto ai lavori”, e non pretendo quindi di sintetizzare in poche righe decenni di studi. Mi limito a richiamare alcuni concetti della psicologia sociale che, almeno a una prima lettura, sembrano offrire un possibile quadro teorico entro cui collocare l’ipotesi che stiamo sviluppando.
Esistono, a quanto risulta, concetti di psicologia sociale quali: identità di gruppo, conformismo, obbedienza all’autorità, pensiero di gruppo e controllo coercitivo. Il meccanismo che stiamo indagando, in realtà esiste, ma non funziona “automaticamente” col rito, in quanto solitamente occorrono: gruppo chiuso + autorità + linguaggio comune + pressione al conformismo + minaccia esterna.
La base proviene dalla Social Identity Theory di Tajfel e Turner, ove una parte dell’identità personale viene assorbita dall’identità del gruppo; l’“io” ragiona sempre più come “noi”. Poi c’è il groupthink di Irving Janis: in gruppi molto coesi, il bisogno di restare uniti può prevalere sulla valutazione realistica dei fatti. Il gruppo arriva a decisioni irrazionali perché il dissenso interno viene spento o autocensurato.
Nei gruppi settari o totalizzanti il passaggio è ancora più forte. Robert Jay Lifton parlava di thought reform, cioè riforma del pensiero: controllo dell’ambiente, linguaggio caricato, dottrina sopra la persona, confessione, purezza, separazione tra dentro e fuori.
Un caso classico è poi When Prophecy Fails di Festinger: un gruppo apocalittico vede fallire la propria profezia, ma invece di abbandonarla alcuni membri aumentano il coinvolgimento. È la dissonanza cognitiva: quando hai investito troppo in una credenza, ammettere l’errore diventa psicologicamente più costoso che rafforzare la credenza stessa. Quindi, applicato al nostro ragionamento intuitivo, non basta un rito, ma serve che qualcuno o qualcosa tenga insieme il sistema. Un leader, un santone, un’autorità morale, religiosa, familiare, professionale, o anche un “segreto” così enorme da diventare esso stesso il capo invisibile del gruppo.
Se non abbiamo inteso male, la formula potrebbe essere questa: non è il rito che cambia automaticamente le persone. È il sistema costruito attorno al rito — o, più in generale, attorno a un segreto condiviso o a un forte vincolo identitario — che può riorganizzare il modo di percepire la realtà. Non “il sacrificio li ha alienati”, ma “un gruppo organizzato attorno a un segreto può produrre una riorganizzazione dell’identità e del pensiero”.
Il percorso di riflessione è partito dalla metafora dell’antenna e approda a una domanda più profonda: come può una morte essere progressivamente accettata e narrata come un sacrificio? Se questa rappresentazione corrisponde alla realtà, il problema non riguarda solo la ricerca della verità giudiziaria, ma il modo in cui una comunità elabora e convive con eventi traumatici.
Partendo da un’antenna, da una semplice metafora nata ascoltando alcune intercettazioni, pensavo di dover comprendere solo un modo di comunicare: mi sono ritrovato invece a interrogarmi su un modo di pensare, fino a chiedermi se dietro certe parole, certi silenzi e certi comportamenti non si nascondesse una diversa rappresentazione della morte di Chiara.
Per noi quella morte continua a essere, prima di tutto, un delitto: una vittima, un colpevole da individuare, una verità da cercare. Eppure, ascoltando il linguaggio di alcuni protagonisti, si ha l’impressione che quella stessa morte venga collocata in una dimensione diversa: non tanto quella del delitto da comprendere, quanto quella di un evento ormai accettato, quasi interiorizzato, fino ad assumere, almeno nel linguaggio di qualcuno, il significato di un sacrificio.
Da qui nasce il titolo di questo articolo: ho preso prestito quello del celebre romanzo di Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, sostituendo una sola parola: essere con sacrificio.
Per me, infatti, ciò che appare davvero insostenibile non è il sacrificio in sé, né tantomeno un’ipotesi che resta tutta da verificare, ma la leggerezza con cui, almeno talvolta, sembra essere evocato, accettato o ricondotto a una normalità che fatico a comprendere.
Se questa impressione è soltanto mia, il lettore la respingerà senza difficoltà. Se invece coglie qualcosa di reale, allora il problema non riguarda più soltanto un’indagine giudiziaria, ma riguarda il modo in cui gli esseri umani riescono, talvolta, a convivere con ciò che, per chi osserva dall’esterno, continua a rimanere semplicemente… insostenibile.
Le riflessioni qui proposte si basano su un confronto con sintesi e schemi studi di psicologia sociale, terapia familiare e letteratura, senza pretese di diagnosi o teorie originali. I riferimenti bibliografici segnalano le principali chiavi di lettura che hanno orientato questa analisi.