Caro amico, ti scrivo delle scarpe e dei pedali…

 

Abbiamo scritto articoli per accusare, altri per difendere, altri ancora per mettere ordine.
Questo, invece, nasce da una confessione.
Mi vergogno.
Mi vergogno di una convinzione che ho avuto per anni, senza essermela davvero costruita da solo. O meglio: credendo di essermela costruita da solo, mentre in realtà mi era stata lentamente consegnata, giorno dopo giorno, articolo dopo articolo, servizio dopo servizio, ricostruzione dopo ricostruzione.
Parlo del caso Garlasco.
Parlo di Alberto Stasi.
Come molti italiani, ho seguito quella vicenda fin dall’inizio con un interesse reale, ma discontinuo. Era un delitto feroce, avvenuto in una casa, in un paese, dentro un contesto apparentemente ristretto. E davanti a un delitto così, quasi automaticamente, la mente comune cerca il colpevole nella cerchia più vicina alla vittima: il fidanzato, il marito, l’amante.
La persona intima, quella che conosce la casa, gli orari, le abitudini, le fragilità.
È una scorciatoia mentale antica, quasi naturale.
Non sempre sbagliata, sia chiaro, perché molti delitti familiari e sentimentali nascono davvero lì. Ma proprio per questo è anche una scorciatoia pericolosa: perché sembra ragionevole ancora prima di essere provata.
Anch’io, allora, mi ci sono infilato dentro.
Non da investigatore.
Non da studioso del caso.
Non da persona che avesse letto gli atti.
Ma da cittadino qualunque, da lettore di giornali, da spettatore di telegiornali, da persona che si fidava di chi dovrebbe saperne, a ragione, più di lui.
Se lo dicono i carabinieri, se lo dice il RIS, se lo dicono i giornali, se lo ripetono gli esperti, se lo scrivono quelli che sono stati sul posto, allora qualcosa vorrà pur dire.
E così, piano piano, prende forma un’immagine.
Il “biondino dagli occhi di ghiaccio”.
La camminata.
La telefonata.
Le reazioni strane.
Il comportamento giudicato freddo.
Le incongruenze.
Le scarpe.
La bicicletta.
I pedali.
Ecco: i pedali.
Ricordo ancora il mio ragionamento, rapido, quasi istintivo. Quando uscì la storia dei pedali cambiati, nella mia testa scattò qualcosa.
Pensai: se uno cambia i pedali della bicicletta dopo un delitto, allora vuol dire che qualcosa ha da nascondere.
E lo pensai con una convinzione che oggi mi pesa.
Perché io in bicicletta ci sono andato tutta la vita. Ho bucato gomme, cambiato camere d’aria, sistemato ruote, regolato cambi, armeggiato con catene e moltipliche. Ma i pedali, quelli no.
I pedali sono una faccenda strana: uno si svita da una parte, l’altro dall’altra; serve la chiave giusta; spesso sono duri, inchiodati, ostinati. Non è una cosa che fai per caso, in cinque minuti, con la prima pinza trovata in cantina.
Perciò mi dissi: se davvero ha cambiato i pedali, allora è una pistola fumante.
Poi vennero le scarpe.
Le scarpe fotografate, le scarpe non trovate, le scarpe forse sparite. E anche lì il meccanismo fu lo stesso. Non una prova vera, non una verifica, non una lettura critica. Una deduzione. Una di quelle deduzioni che sembrano logiche perché si appoggiano a un racconto già predisposto.
Pedali cambiati.
Scarpe sparite.
Conclusione: colpevole.
Me ne vergogno perché oggi capisco che quella non era una conclusione.
Era un riflesso condizionato.
Anni dopo, quando il caso tornò a muoversi e si riparlò di Andrea Sempio, ricordo che anche mio figlio mi chiese cosa ne pensassi. Io risposi con sicurezza. Troppa sicurezza.
Gli dissi, più o meno: guarda, potranno anche riaprire tutto, ma se uno cambia i pedali e fa sparire le scarpe, per me il discorso è chiuso.
Oggi quella frase mi torna addosso.
Perché nel frattempo è successo qualcosa. Non solo sul piano giudiziario, ma anche sul piano personale. Ho cominciato a leggere, seguire, confrontare, ascoltare, ragionare. Ho visto emergere dettagli, omissioni, errori, anomalie, forzature. Ho visto quello che prima sembrava solido diventare fragile. Ho visto elementi che parevano marginali rientrare al centro della scena. Ho visto le “prove” trasformarsi in problemi.
E soprattutto ho visto una cosa che produce un corto circuito quasi doloroso: ciò che per anni avevo considerato un indizio contro Stasi, oggi torna nel discorso pubblico e investigativo in una forma completamente diversa.
Non più come possibile prova contro di lui.
Ma come possibile terreno di manipolazione, contaminazione, costruzione, cattiva gestione, forse persino deviazione.
Ed è qui che nasce la vergogna.
Non una vergogna sentimentale.
Non il rimorso teatrale di chi vuole commuovere.
Ma una vergogna logica, civile, quasi tecnica.
Come ho potuto convincermi così facilmente?
Come ho potuto accettare per anni una conclusione fondata su elementi che non avevo davvero verificato?
Come ho potuto scambiare un racconto per una prova?
Come ho potuto fidarmi non della giustizia, ma dell’immagine pubblica della giustizia?
Perché il punto è questo.
Io non mi vergogno di aver avuto un dubbio.
Mi vergogno di aver avuto una certezza,
E quella certezza non nasceva dalle prove, ma da una mistificazione istantanea.
E forse la cosa più amara è questa: quella certezza me l’ero costruita in pochi minuti, quasi senza accorgermene.
Mi bastarono dei pedali, delle scarpe sparite, qualche titolo di giornale, il tono sicuro degli esperti, l’immagine compatta di un sistema che sembrava sapere tutto.
Per smontarla, invece, ci sono voluti anni.
Ci sono voluti oltre sessanta articoli, riletture, confronti, dubbi, notti passate a rincorrere dettagli che all’inizio consideravo marginali.
Ed è significativo che io riesca a scrivere questa lettera soltanto oggi.
Non perché improvvisamente io abbia scoperto la verità assoluta.
Ma perché oggi, per la prima volta, vedo comparire nero su bianco, dentro atti ufficiali e informative giudiziarie, cose che per anni sembravano indicibili, intoccabili o addirittura impensabili.
Oggi è un magistrato che parla di anomalie, omissioni, falsità, manipolazioni, contatti irrituali, verbalizzazioni discutibili.
Ed è questo che produce il vero corto circuito.
Perché fino a ieri il dubbio sembrava appartenere soltanto ai sospettosi, agli ossessionati, ai “garlascofili”, a quelli che esageravano.
Oggi, invece, parte di quei dubbi entra dentro documenti ufficiali dello Stato.
Ed è lì che ho capito definitivamente una cosa: io non mi vergogno di aver creduto nella giustizia.
Mi vergogno di aver creduto troppo facilmente alla sua rappresentazione organizzata.

Una riflessione personale sul confine tra verità giudiziaria e rappresentazione mediatica. Quando una certezza costruita dai racconti pubblici finisce lentamente per sgretolarsi.