DA GARLASCO A COGNE, VIA BESTIE DI SATANA

Seconda parte

Se la prima parte di questa analisi

GARLASCO: SOLO I NUMERI NON MENTONO 
si è basata su dati, probabilità e logica statistica – dimostrando come a Garlasco i numeri non mentano – la seconda parte si muove su un piano diverso, meno misurabile, ma non per questo privo di senso.

Non sempre i crimini, gli orrori, le sparizioni o le manipolazioni si lasciano leggere con le sole lenti della razionalità. Vi sono casi – e Garlasco ne è forse un crocevia – in cui la verità sembra arretrare ogni volta che ci si avvicina. Allora emergono tracce non lineari, coincidenze inquietanti, presenze simboliche che richiedono un diverso tipo di attenzione.

Questa seconda parte non ha la pretesa della prova, ma quella del dubbio strutturato.

Ci chiede di aprire uno spiraglio su un territorio oscuro, dove il Male non si manifesta con armi o denaro, ma con riti, silenzi, simboli, e un’apparente casualità che – osservata da vicino – inizia a disegnare una trama.

Sullo slancio della ricerca delle similitudini, delle coincidenze, della presenza di indizi dubbi, siamo finiti nel limbo di altri casi di omicidio irrisolti o solo “stranamente” risolti, ben oltre le “Bestie di Satana” e Cogne: ci siamo fermati per rimanere solo per restare nei limiti del titolo e per non “farla troppo fuori”: ma la curiosità è tanta…

Benvenuti, in ogni caso,  dove i numeri tacciono e i simboli parlano.

Indice dei paragrafi

Un’indagine irragionevole attorno a un delitto senza un ragionevole colpevole

1 – Le ricerche di Chiara e il denominatore comune

Nell’analisi delle ricerche effettuate da Chiara Poggi sul suo computer prima dell’omicidio emergono dati che inizialmente sembravano confusi, casuali, slegati tra loro. In realtà, a uno sguardo più attento e analitico, mostrano una coerenza sconcertante. Non fu lei – vittima – a essere strana. Furono i suoi interessi, forse condivisi, forse suggeriti, a rivelare un filo conduttore inquietante.

La giovane si documentava su omicidi irrisolti, su casi di pedofilia, su dinamiche settarie, sul satanismo e – fatto ancora più impressionante – su casi del tutto analoghi al proprio destino. A posteriori, tutto questo è parso a molti agghiacciante.

Il contenuto della sua chiavetta USB, i dati di navigazione, gli appunti, suggeriscono che Chiara non cercava il macabro per curiosità morbosa. Cercava risposte. Qualcosa – o qualcuno – la inquietava, forse la minacciava, forse la circondava, forse, in estremo, l’aveva carpita e lei cercava di divincolarsi.

L’esistenza di una rete invisibile di abusi, coperture e connessioni occulte potrebbe essere stata, per Chiara, più che un’ipotesi. Che avesse avuto accesso a informazioni scomode, che avesse scoperto qualcosa o solo temuto un pericolo, resta oggi al centro di un enigma.

Il fattore 8 – le ricerche salvate da Chiara sulla pen drive – rappresenta, al di là dei numeri, un elemento di raccordo logico-induttivo che si sovrappone perfettamente ai risultati emersi nell’analisi razionale. Pur abbandonando momentaneamente la dimensione statistica, proprio l’esame qualitativo dei contenuti salvati da Chiara offre un’indicazione sorprendentemente coerente con ciò che i numeri hanno già suggerito.

Se si osservano singolarmente – o per piccoli gruppi – i titoli dei file trovati nel supporto elettronico, si rischia di perdersi in un mosaico di ipotesi e connessioni eterogenee. Alcuni termini si richiamano tra loro: “riti esoterici” si collega naturalmente a “sette” e a “controllo mentale”; “manipolazione mediatica” richiama sia aspetti psicologici che il tema dell’abbandono da parte di istituzioni e famiglie. Ma poi emergono altri riferimenti più sparsi – la droga, segreti familiari, accuse al clero, pedofilia – che rischiano di disorientare, dando l’impressione di un insieme caotico, privo di un asse centrale.

Eppure, ripetendo l’analisi, applicando spunte, incrociando i termini, selezionando e riducendo, ecco che progressivamente si delinea un denominatore comune chiaro, netto, quasi inequivocabile: la setta. Con le necessarie specificazioni e aggettivazioni, la logica della setta – come contesto e come movente – si adatta e si sovrappone a tutti i temi affrontati da Chiara, riunendoli sotto un’unica cornice concettuale.

Questo elemento, tutt’altro che aleatorio o soggettivo, ha il valore potenziale di un indizio strutturato e indagabile, e merita quindi un’attenzione particolare. È per questo che la seconda parte del presente lavoro – abbandonando il linguaggio della prova e addentrandosi nel territorio dell’ipotesi strutturata – sarà interamente dedicata alla questione della setta e alle “dinamiche sottili”, simboliche o rituali, che potrebbero esserne il riflesso più oscuro.

Il riflesso di un mondo che lei cercava di decifrare. Forse troppo tardi.

2 – Le sette della notte

Nel panorama dei crimini oscuri e apparentemente inspiegabili, il tema delle sette si impone con forza, rivelando un lato occulto della società moderna, dove spiritualità deviata, potere e violenza si intrecciano. Le cronache giudiziarie e investigative degli ultimi decenni offrono una casistica inquietante, che va dalle psicosette mistiche fino a vere e proprie organizzazioni criminali con ritualità esoterica.

Uno dei casi più emblematici resta il cosiddetto “Scandalo Franklin” emerso in Nebraska alla fine degli anni ’80. L’indagine, partita da una frode finanziaria, si trasformò in una vera e propria discesa agli inferi, portando alla luce un presunto gruppo settario d’élite coinvolto in abusi sessuali rituali su minori, traffico di droga e perfino sacrifici umani. Ex ospiti di orfanotrofi, come il celebre Boys Town, raccontarono torture psicofisiche e rituali satanici sotto la supervisione di figure influenti.

Sul versante latino-americano, nel 1989 la scoperta di una setta narcosatanica a Matamoros, in Messico, rivelò legami tra rituali di sangue, narcotraffico e adorazione esoterica. Gli adepti, guidati da tale Adolfo Constanzo, erano coinvolti in omicidi rituali, tra cui quello dello studente statunitense Mark Kilroy. La iglesia del culto era un capanno della morte dove si praticavano sacrifici umani in cambio di protezione spirituale per i carichi di droga.

In Europa, l’“Ordine del Tempio Solare” (OTS) fu teatro di uno dei più grandi suicidi/omicidi rituali della storia moderna. Fondato da Luc Jouret e Joseph di Mambro, mescolava neoplatonismo, templarismo e astrologia in un culto elitario. Tra il 1994 e il 1997, oltre settanta adepti morirono in Svizzera, Canada e Francia, in quella che fu definita una “transizione verso un altro piano”.

Altri esempi sono i suicidi collettivi di Heaven’s Gate (California, 1997), fondato da Marshall Applewhite, e il massacro di Jonestown (Guyana, 1978), dove oltre 900 membri del “Tempio del Popolo” si tolsero la vita sotto la guida di Jim Jones. Questi eventi dimostrano come il delirio mistico, unito a dinamiche di controllo mentale e isolamento sociale, possa condurre interi gruppi a compiere atti estremi.

Non mancano poi le cosiddette “sette soft”, difficili da inquadrare penalmente ma potenzialmente pericolose: gruppi che esercitano pressioni psicologiche, propongono iniziazioni ambigue, promettono guarigioni o protezione magica, spesso in cambio di denaro o totale sottomissione. Le dinamiche interne di queste congreghe ruotano attorno al carisma del leader, all’adozione di simbolismi oscuri, e alla costruzione di un mondo alternativo dove il confine tra realtà e suggestione si dissolve.

Le costanti che emergono in tutte queste realtà sono:

– l’adozione di un linguaggio esoterico e codificato;
– la ritualità di passaggio per l’iniziazione;
– l’isolamento degli adepti dal contesto familiare o sociale;
– la manipolazione delle emozioni (spesso con droga, abuso o deprivazione);
– l’uso di simboli religiosi o pseudoreligiosi (croci capovolte, pentacoli, nomi biblici distorti);
– e infine la giustificazione della violenza come purificazione o sacrificio.

Studiare e comprendere queste strutture significa anche dotarsi di strumenti interpretativi per leggere le pieghe più ambigue di alcuni casi giudiziari, dove la presenza di simboli, comportamenti o figure periferiche riconducibili a questo mondo può rappresentare un segnale da non sottovalutare.

3 – Le Bestie di Satana e le analogie con Garlasco

Una testimonianza personale

Uno dei compagni di squadra di mio figlio, ai tempi delle giovanili del Vignate Calcio (maglia verde, periferia milanese), si scoprì in seguito appartenente al gruppo criminale noto come Le Bestie di Satana. Un ragazzo normalissimo, educato, senza alcun segno apparente di disagio o devianza. Suo padre, Fausto, odontotecnico nello studio del mio dentista, era diventato un mio conoscente abituale. Spesso assistevamo insieme alle partite dei figli, a bordo campo o sulle tribune, e talvolta ci dividevamo l’impegno di accompagnarli in auto. Nulla, davvero nulla, poteva far presagire il legame con quell’orrore che di lì a poco sarebbe emerso.

Il figlio, Massimino, fu condannato a soli sette anni: fu esclusa la sua partecipazione diretta agli omicidi. Ma per il padre fu un colpo durissimo. Fece tutto il possibile per sostenerlo, con un amore che non vacillò mai, finché, tempo dopo, morì di una malattia grave.

Questo episodio personale mi serve per sottolineare un dato spesso ignorato: la contiguità al Male. Una prossimità inquietante, che si insinua in silenzio negli spogliatoi, nelle auto condivise, nelle nostre stesse case. È lì, tra noi, senza rumore. Il Male non sempre ha l’aspetto del mostro.

Un gruppo criminale satanico tra Varese e Milano

Le Bestie di Satana erano un gruppo di giovani attivi tra gli anni ’90 e i primi Duemila nell’area varesina e milanese. L’accusa principale fu quella di aver ucciso almeno sei persone – compagni di gruppo o conoscenti – all’interno di un contesto di delirio mistico-satanico misto a droga e manipolazione. I casi più noti sono quelli di Chiara Marino e Fabio Tollis, uccisi nel 1998 e sepolti in una buca scavata nel bosco di Somma Lombardo.

Nel gruppo vi erano giovani che frequentavano la scuola, suonavano in gruppi metal, uscivano insieme: una normalità solo apparente, sotto la quale covava un’adesione rituale al culto del Male, con vere e proprie messe nere, invocazioni, giuramenti.

Genesi e sviluppo (1998–2004)

Tutti giovanissimi, con vissuti familiari e psichici fragili, questi ragazzi iniziano a gravitare attorno a un gruppo che mescola musica estrema, droghe pesanti (speedball: eroina + cocaina), ritualità simboliche e – più grave – atti di sopraffazione estrema su altri soggetti vulnerabili.

Il primo episodio noto è del 17 gennaio 1998: scompaiono Fabio Tollis (16) e Chiara Marino (19) da un locale milanese. Per sei anni, nulla.

Il 23 gennaio 2004 viene uccisa Mariangela Pezzotta (27), ex fidanzata di Andrea Volpe. La sua morte, in una notte di luna nuova, innesca una serie di rivelazioni.

Svolta e confessioni

Andrea Volpe, arrestato insieme alla nuova compagna Elisabetta Ballarin, confessa. Le sue dichiarazioni svelano che l’omicidio Pezzotta è stato commissionato da Nicola Sapone per evitare che la ragazza parlasse delle due scomparse del ’98. Sapone, capo carismatico, risulta essere il tramite di un’entità superiore: la cosiddetta Setta X di Torino, nominata come “Terzo Livello”, con attività estesa a Loano, dove c’è il noto “pentacolo”.

A seguito di queste indagini si trovano, sepolti in un bosco a Somma Lombardo, i corpi mummificati di Tollis e Marino, con segni evidenti di violenza ritualizzata.

Condanne e nomi coinvolti

  • Nicola Sapone: doppio ergastolo + isolamento
  • Paolo Leoni (figlio di “Satana” Leoni, Om Sai Ram): ergastolo
  • Andrea Volpe: 30 anni, ridotti per collaborazione, fuori nel 2023, convertito e laureato in filosofia
  • Altri: Ballarin, Guerrieri, Monterosso, Zampollo, Maccione (minorenne)

Punti oscuri

  • Non identificati due soggetti: Paolo e Alessandro, legati alla Setta X
  • Diciotto casi sospetti (suicidi, sparizioni, impiccagioni in zona Ticino–Somma–Brugherio) compatibili con l’agire del gruppo
  • Presunte direttive esterne: l’idea che il gruppo eseguisse ordini provenienti da un livello superiore (conferma nelle dichiarazioni incrociate Volpe–Guerrieri)

Considerazioni  

Le fasi lunari venivano effettivamente tenute in conto: è documentato che almeno due omicidi sono avvenuti in luna nuova. Volpe stesso racconta di rituali in fabbriche abbandonate, con riferimenti oscuri ma ricorrenti. I media hanno dato grande risonanza all’aspetto “satanico”. Ma se si scava sotto la superficie, come sempre, ciò che emerge è una struttura di dominio, ricatto, manipolazione.

La “setta” era forse solo la facciata di un meccanismo di controllo e selezione delle vittime.»

In fine dei conti era solo una breve sintesi di tutto quanto apparso sui giornali in merito alle Bestie di Satana.

Le Bestie di Satana erano uomini, solo dei poveri animali che usano il cervello per credersi dei. E quello che fecero non è colpa del diavolo o del suo culto, ma della prepotenza innata nell’uomo che, quando incontra uomini deboli o anche solo normali, si traveste da culto, da mito, da gioco, per diventare abuso, potere e morte. Non ci consola il fatto che le prime vittime di queste Bestie, forse, erano loro stesse. Ma ci fa paura il fatto che qualcuno come loro, con il male che si portano dentro, cammina ancora tra noi. Si travestono da amico, da parente, da vicino di casa e colpiscono all’improvviso. Solo semplici uomini che giocano a fare Dio. Solo l’ennesimo, tragico effetto collaterale di una religione.

Chissà se anche lì, a Garlasco, c’era qualche vicino, parente, amico con quel male dentro…

4 – Contiguità e collegamenti

La sensazione più disturbante che nasce scavando nei casi come quello di Garlasco non è tanto la crudeltà del delitto, quanto la vicinanza inquietante del Male alla nostra quotidianità. Come già accennato nel ricordo personale legato alle giovanili del Vignate, la banalità apparente del Male – il ragazzo gentile, il genitore amico – mostra quanto l’orrore non abiti in mondi distanti, ma ci sfiori silenziosamente, a bordo campo, in macchina, nelle amicizie dei nostri figli.

Questa contiguità si somma a un altro elemento: la ripetizione di nomi, numeri e simboli che affiorano in più casi. Alcuni esempi:

Analogie e connessioni

Alcune analogie e connessioni tra il caso Garlasco e quello delle Bestie di Satana meritano attenzione:

  • Movente – Il 24 gennaio 2004 viene uccisa a Golasecca (Varese) Mariangela Pezzotta, “colpevole” di aver cominciato a sospettare dei delitti commessi dalla setta. A ucciderla sono Andrea Volpe e la fidanzata Elisabetta Ballarin, subito arrestati.
  • Istigazione ai suicidi – Alle Bestie di Satana viene attribuita anche l’istigazione al suicidio di Andrea Bontade che si toglie la vita a Gallarate sempre nel ‘98. Volpe da satana al Vangelo
  • Chiara e Chiara: le due vittime, Chiara Marino e Chiara Poggi, condividono non solo il nome, ma anche un certo simbolismo di purezza femminile brutalmente spezzata.
  • Biasibetti e il convento: uno dei giovani coinvolti nel caso Poggi, inizialmente tra i sospettati, abbandonò poi tutto per farsi frate, mentre Andrea Volpe, uno dei componenti delle Bestie, si è convertito al culto evangelico. uno dei primi testimoni nel caso Garlasco, si allontana dalla scena pubblica e si fa frate. In entrambi i casi si assiste a un ritiro in ambito religioso, quasi a voler sublimare o nascondere una verità più pesante. Un dettaglio? Forse. Ma troppe volte ritorna.
  • Loano: la località ligure richiamata come luogo delle vacanze delle sorelle Cappa a supporto del celebre santino nel famoso (troppo) maldestro fotomontaggio, era anche meta estiva prediletta dalle Bestie di Satana e luogo della loro prima messa nera.
  • Alessandro: Chiara Poggi nelle sue rubriche ritrovate, aveva tra i contatti un certoAlessandro Loano” o “Alessandro Loa”: un caso? Anche qui le percentuali di probabilità che non ci sia nesso, sono quasi nulle.
  • Lo stesso avvocato: l’avvocato Lovati, già difensore di parte civile nel processo contro le Bestie di Satana, fu scelto dalla famiglia Poggi come rappresentante nel processo contro Stasi.
  • Stessi territori e stesse atmosfere: la Lombardia, apparentemente quieta, tra Vigevano, Garlasco, Abbiategrasso, Milano, Varese, si rivela luogo di inquietanti presenze simboliche, giovanili e deviate, spesso sottovalutate o ignorate.

Un linguaggio in codice?

Tutto questo materiale – i nomi ripetuti, i riti accennati, le connessioni tra luoghi e persone – non prova nulla giuridicamente. Ma crea un’atmosfera, un sospetto. È come se certi delitti non fossero del tutto spontanei. Come se esistesse un vocabolario segreto, che solo alcuni sanno leggere. La ripetizione ossessiva di certe sequenze (Chiara–rituale–fratello–incongruenze–verità negata) ricorda il linguaggio dei simboli, quello usato nei riti antichi e nelle messe nere.

5 – Il Santuario   

Contiguità fisica e simbolica

In un’indagine che cerca di andare oltre il visibile, addentrandosi nei territori contigui al Male – quelli della ritualità, delle suggestioni, dei legami simbolici e psichici – non può mancare un riferimento al Santuario della Madonna della Bozzola, situato nel comune di Garlasco, luogo iconico e al tempo stesso sfuggente, familiare e ambiguo.

Questa presenza religiosa, così imponente eppure mimetizzata nel tessuto sociale del paese, è stata frequentata da diversi personaggi direttamente o indirettamente coinvolti nel caso Poggi. Alcuni, come emerso nella prima parte del nostro studio, sono tra coloro che si sono tolti la vita in circostanze oscure o traumatiche. Altri sono legati alla vittima o gravitano nel medesimo ambito amicale o parentale.

Eppure, il Santuario non compare mai nel dibattito ufficiale, né viene mai chiamato in causa nelle cronache, come se fosse invisibile per convenzione, intoccabile per deferenza, o protetto da un’aura che lo tiene al riparo da ogni sospetto. Ma come pensare che un luogo così vicino, simbolicamente e fisicamente, a teatro e protagonisti, non abbia svolto alcun ruolo, neppure marginale o simbolico, in una vicenda tanto impregnata di elementi “altri”?

Le dinamiche settarie, come noto, trovano terreno fertile in ambienti religiosi ibridi, che offrono copertura logistica e suggestiva. Laddove la sacralità si combina con l’ambiguità, si aprono spiragli per derive oscure. In molte confessioni settarie, infatti, è pratica diffusa l’uso di oggetti consacrati, ostie, reliquie, perfino acque benedette, per riti rovesciati o cerimonie blasfeme. Il loro valore simbolico è proprio ciò che le rende potenti agli occhi del gruppo: l’inversione del significato sacro diventa atto fondativo del legame settario.

Da qui, la suggestione – o l’ipotesi – che lo stesso Santuario della Bozzola possa aver rappresentato una sede occulta, un punto di coagulo o persino di fondazione per un gruppo iniziatico, deviato, occulto, che si è poi infiltrato nel tessuto della comunità. Una “base logistica dell’occulto” camuffata da centro spirituale.

Alcune voci popolari, mai confermate ma mai del tutto smentite, parlano di antichi episodi di abusi, di complicità clericali, di connivenze sotterranee che avrebbero attraversato le mura del Santuario. A ciò si aggiunge il dato, riportato da alcune testimonianze, che Chiara stessa, poco prima di morire, aveva mostrato crescente inquietudine nei confronti di certi ambienti “insospettabili” del paese.

E se proprio lì fossero custodite – simbolicamente o concretamente – le prove perdute? Le armi del delitto, ad esempio, di cui non è mai stata trovata traccia: nascoste dietro un altare laterale, murate in un’intercapedine o conservate in una cripta dove il sacro e il profano si confondono.

Certo, tutto questo è ipotesi. O meglio: è contiguità. Ma in un paese dove il Male ha agito, negare l’importanza dei luoghi della soglia – come il Santuario – è un esercizio di rimozione, non di razionalità.

Nota storica

Il Santuario sorge nella frazione Bozzola di Garlasco e affonda le sue radici nel XV secolo. Edificato sul luogo di una presunta apparizione mariana, è stato per secoli meta di pellegrinaggi, luogo di guarigioni miracolose e voti religiosi. La struttura attuale, rimaneggiata nel tempo, custodisce statue e affreschi devozionali, con forti elementi iconografici legati al dolore, al sacrificio, alla purificazione. Proprio questa vocazione al “sacrificio salvifico” – così centrale nella simbologia cattolica – potrebbe essere stata manipolata in senso opposto, stravolta e riutilizzata in chiave rituale da chi, con una visione rovesciata della fede, cerca luoghi carichi di energia simbolica per svolgere atti oscuri.

Potevano mancare gli abusi?

Nel territorio della Lomellina, e in particolare intorno al Santuario della Madonna della Bozzola, emergono vicende che meritano attenzione: ricatti a sfondo sessuale, presunti festini hot, accuse di pedofilia, sospetti di abusi che si intrecciano con il delitto di Chiara Poggi nel 2007:

Nel 2014, due cittadini romeni – Flavius Savu e Florin Tanasie – ricattarono don Gregorio Vitali, rettore ed esorcista del Santuario, chiedendo 250 000 € in cambio del silenzio su video hard a sfondo sessuale (corriere.it).  Accadde che:

  • Durante le indagini, furono menzionate presunte “messe nere”, festini a sfondo sessuale e abusi che “non coinvolgevano minorenni ma comunque persone promiscue”  (corriere.it)
  • Don Vitali fu interdetto dal celebrare pubblicamente, ma la Congregazione respinse ogni coinvolgimento diretto nel delitto (retelabuso.org)

Le acquisizioni recenti da parte della Procura di Pavia riguardano proprio questi atti, indagando se Chiara Poggi avesse scoperto tale rete: non solo ricerche web, ma potenziali motivi per cui avrebbe voluto denunciarli (corriere.it).

Un legame oscuro con i riti

In un contesto settario, il clero può fornire non solo copertura ma anche oggetti simbolici, reliquie o altari, sfruttati nei riti. La presenza allo stesso Santuario di abusi, ricatti, riti ambigui pone la domanda: e se fosse stato luogo di riferimento o fondazione per contagio rituale nel paese? Chiara – come confermato dal suo interesse per le dinamiche sessuali e abusi – aveva ricercato informazioni sul Santuario solo pochi giorni prima del delitto. Un segnale che non può essere ignorato in una ricognizione simbolica del mondo “altro” che circondava Garlasco.

Quindi?

Questi elementi ecclesiastici, oltre a consolidare la contiguità fisica del Santuario con i protagonisti, aggiungono coerenza simbolica a strutture rituali (magari all’interno di strutture superiori) potenzialmente deviate, ammesso, ma faccio fatica, che esistano riti non deviati quando presi sul serio da chi li celebra e da chi partecipa. Ad esempio:

  • Un luogo sacro, per definizione carico di energia simbolica;
  • Un prete esorcista già implicato in ricatti e scandali;
  • Indizi di presenze occulte, festini e abuso di potere.

Questa trama, che unisce chiesa, esoterismo, e sospetti sessuali, rende il Santuario un nodo centrale – se non il cuore – della rete oscura che attraversava non solo Garlasco, ma forse l’intera Lomellina. Nella suggestione complessiva, come può questo quadro non rafforzare l’ipotesi che dietro certi delitti famosi e generalmente irrisolti, si celi più di quanto si veda, e che la storia simbolica dei luoghi sia fondamentale per una lettura “altra” delle vicende?

5 – Gabriella Carlizzi: l’ossessione del male

Chi era costei?

Gabriella Carlizzi è stata una figura atipica e scomoda nel panorama esoterico italiano. Esoterista convertita al cattolicesimo, si definiva “scrutatrice del Male” e “strumento del Signore” nella sua missione di denuncia di presunte trame sataniche nascoste nelle pieghe della cronaca nera, della politica e perfino del clero, non si sa in quale misura di natura allegorica o di conoscenza effettiva dei fatti.

Collaborò in alcune indagini sui delitti e i misteri italiani, visse sotto scorta e fu spesso derisa, altre volte ascoltata – se non temuta – per la forza persuasiva delle sue intuizioni. Non era una millantatrice, né una ciarlatana da salotto tv. Era qualcosa di diverso: una voce liminale, tra delirio e veggenza, tra teologia e indagine.

La Carlizzi notò per prima gli indizi settari e rituali negli omicidi delle Bestie di Satana e si espose con forza e con sorprendenti suggestioni in alcuni dei casi di omicidi più noti. Anche i lettori più scettici, esaminando con attenzione gli atti processuali, troveranno una densità numerica sorprendente, difficile da spiegare come puro caso: in queste poche pagine di sintesi c’n’è riportato solo qualche cenno.

Le rivelazioni sul caso Garlasco

La Carlizzi parlò di Garlasco a pochissimi giorni dal delitto, con dichiarazioni che, lette oggi, appaiono un po’ più che sorprendenti:

  • Indicò la presenza di una regia esterna, che avrebbe orchestrato una messinscena rituale.
  • Disse che il delitto sarebbe stato un’offerta propiziatoria, forse per introdurre qualcuno in un’organizzazione occulta.
  • Preannunciò il coinvolgimento di una donna giovane, all’apparenza distante dal contesto del delitto, che si sarebbe poi scoperta presente e centrale.
  • Parlò di “altare di sangue” e di numeri simbolici, che si sarebbero poi rivelati legati a nomi, date e località connesse al caso.
  • Si spinse a dire che la verità non sarebbe mai emersa del tutto, coperta da una trama invisibile di protezione e manipolazione

Per Gabriella Carlizzi, i delitti sono parte di un “libro sacrificale”, scritto su tragitti geografici e simbolici, dove i numeri, le date, i luoghi e i simboli formano un unico rituale.

Le sue anticipazioni sul caso di Garlasco hanno prospettato un filo di continuità simbolica tra casi lontani, suggerendo che la matrice del Male non è individuale, ma parte di un rituale strutturato e permettono di leggere Garlasco non solo come omicidio domestico, ma come atto rituale inserito in un disegno più ampio, legandolo a simboli, numeri e simbolismi sacrificali o devoti. Secondo lei nulla era casuale: nomi, date, strade, vestiti, tagli di capelli, numeri civici. Tutto aveva un significato nascosto. Un metodo investigativo che sfuggiva alla logica forense ma colpiva per le coincidenze e per la precocità con cui molte delle sue intuizioni trovavano riscontro (parziale o pieno) nei mesi e anni successivi.

Il titolo di questa indagine personale – Da Garlasco a Cogne, via Bestie di satana– si radica proprio nel fil rouge tracciato dalla Carlizzi, con l’idea, suggestiva se opportunamente contestualizzata, da fantasia horror al contrario, di chiudere un cerchio attorno al focus dell’omicidio di Chiara Poggi: dall’analisi delle sette, alle Bestie di Satana, alla contiguità col Male, fino a Cogne – non come episodi isolato, ma come metodiche manifestazioni di una logica che travalica la cronaca nera.

6 – Cogne: un’altra vittima sacrificale?

Forse ci stiamo allontanando troppo dal focus Garlasco, ma Gabriella Carlizzi, nella sua narrazione controversa e spesso visionaria, tracciava un filo rosso tra alcuni delitti italiani, apparentemente scollegati. Il suo schema si fondava su due assi interpretativi:

  1. La ritualità sacrificale nascosta dietro le modalità e i simbolismi dei delitti.
  2. L’appartenenza – o la prossimità – delle vittime a contesti “scelti” da reti esoteriche, massoniche o para-sataniche, in grado di influenzare la narrazione mediatica e giudiziaria.

Secondo Carlizzi, Chiara Poggi non fu solo una vittima di violenza domestica, ma una vittima sacrificale scelta secondo logiche simboliche, da un contesto di potere oscuro. E Samuele Lorenzi, il bambino ucciso a Cogne nel 2002, non fu diverso. Bambini e giovani donne: due “categorie” rituali.

In entrambi i casi – Garlasco e Cogne – le vittime sono pure, innocenti, ma inserite in un contesto che può essere letto come “predisposto”:

  • Una casa perfetta
  • Un ambiente borghese apparentemente irreprensibile
  • Una comunità piccola, chiusa, quasi paradisiaca, dove tutto si sa ma nulla si dice
  • Assenza di testimoni veri. Presenza di testimoni “inutili”
  • Un sospettato che regge la scena per anni, ma non convince fino in fondo

Carlizzi sostiene che esistono cerchie che operano sacrifici simbolici per scopi iniziatici, di potere o di asservimento spirituale. Secondo questa logica, la morte di Samuele Lorenzi – in casa, durante una mattina feriale, con la madre presente – non fu un caso isolato, ma parte di un piano rituale preciso.

Le coincidenze non bastano, ma insistono. Nel delitto di Cogne, come a Garlasco:

  • L’arma non è mai stata trovata
  • La scena è confusa, contaminata
  • I soccorsi sono parziali, tardivi o manipolati
  • Le perizie non fanno chiarezza
  • La versione ufficiale presenta forzature logiche che i processi cercano di ricucire, ma senza convincere del tutto
  • Viene “individuato” il colpevole, che però viene “graziato”, con pene ridotte a dispetto dell’efferatezza del crimine.

E soprattutto: un’ipotesi rituale viene sempre esclusa a priori, senza approfondimento.

Come non domandarsi: perché sempre così?

Forse nulla di tutto questo è dimostrabile. Forse si tratta solo di suggestioni. Ma come abbiamo visto che:

  • Le analogie esistono
  • I personaggi si ripetono (avvocati, testimoni, comparse, luoghi)
  • I modelli narrativi e processuali si somigliano inquietantemente.

E allora vale la pena chiedersi:

  • E se esistesse davvero un linguaggio comune?
  • E se il Male sapesse parlare il nostro linguaggio?
  • E se alcune morti, come quella di Chiara o di Samuele, avessero un senso simbolico inaccessibile ai comuni strumenti giuridici?

Non se lo chiedono certo alcuni tuttologi dal Pensiero Autoimmune, che parlano in TV solo per rigettare ogni stimolo esterno che metta in crisi il sistema immunitario della propria narrazione, approvando solo ciò che è stato già autorizzato. Essi banalizzano e smontano tutto ciò che non capiscono e ti ridono in faccia se parli di un dettaglio fuori narrazione:  

7 – Conclusione – Un contenitore del nostro tempo

Abbiamo iniziato questa indagine con una struttura solida, razionale, numerica, per quanto non convenzionale, dove i dati portavano con una sorprendente coerenza verso un’unica, sconcertante direzione: l’infondatezza della narrazione ufficiale. Da lì, abbiamo varcato una soglia. La soglia che separa la logica deduttiva dall’universo fluido del simbolico, dell’occulto, della ritualità, dell’indicibile.

Ma, guardandolo nel suo insieme e nel suo divenire ancora in atto, il “caso Garlasco” non è più soltanto un delitto irrisolto o una vicenda giudiziaria controversa: è diventato un contenitore multiforme, un crocevia narrativo dove si intrecciano eventi e personaggi che, pur apparentemente marginali, hanno finito col ridefinire l’intera percezione della vicenda. Un caso, insomma, che presenta una lateralità inaspettata.

Ciò che colpisce, infatti, e che merita attenzione, è la straordinaria quantità di elementi laterali – lateralità vere e proprie – emersi nel tempo: aspetti collaterali che non riguardano direttamente l’omicidio, ma che contribuiscono a scoperchiare mondi sommersi.

Pensiamo al Santuario della Bozzola, finito al centro di un episodio in cui un sacerdote sarebbe stato ricattato da un uomo legato indirettamente alla cerchia dei protagonisti; agli intrecci sentimentali nascosti che si sono poi affacciati nell’inchiesta e nelle cronache, complicando la lettura dei rapporti umani; alla catena di suicidi – o presunti tali – che ha percorso Garlasco e dintorni come un’ombra persistente; e alle posizioni assurde o contraddittorie assunte da certi personaggi, opinionisti, cronisti e investigatori: una galleria di dichiarazioni fuori logica, di difese inverosimili, di depistaggi mediatici.

Tutti questi elementi compongono un panorama parallelo e sconcertante, come un’eco del caso principale, ma con una vita propria. Un paesaggio che si agita attorno, sotto e oltre il delitto di Chiara Poggi.

È come se Garlasco fosse diventato un frullatore narrativo e sociale, dove verità e rappresentazione si mescolano senza tregua, producendo continuamente nuove domande e nuovi misteri.

Per questo, il racconto non si chiude qui. Al contrario, ci saranno nuovi seguiti, con un occhio speciale a queste lateralità sorprendenti: perché nel riflesso di ciò che pare marginale si nasconde spesso il senso profondo di ciò che ci sfugge

Dum Scribebam

Un tempo credevo che ci fossero confini netti. Che le parti lese chiedessero giustizia, che i politici si dividessero tra garantisti e giustizialisti, che i giornalisti si occupassero di verità, o almeno di pluralismo. Poi arriva Garlasco, vent’anni dopo, e assisto a una serie di “corti circuiti” logici, civili e morali che mi lasciano sgomento.

  1. FORZA ITALIA DIVISA 

Il deputato Davide Bellomo (FI), membro della Commissione Giustizia della Camera, ha presentato un’interrogazione al ministro Carlo Nordio: “Stop al carcere per Stasi, ora che c’è un sospetto sulla sua innocenza”. Il sospetto si chiama Andrea Sempio, nuovo indagato.

Contemporaneamente, però, Tommaso Calderone, capogruppo della stessa Commissione per FI, presenta un’interrogazione opposta, accusando la Procura di Pavia di aver riesumato un caso senza fondamento.

Due deputati dello stesso partito, due visioni opposte. Coincidenza o indizio di lobby trasversali in movimento? Viene in mente un personaggio che in paese chiamava un senatore azzurro per “calmare” la stampa…

  1. I GENITORI DELLA VITTIMA CHE DIFENDONO L’INDAGATO

Sembrerebbe impossibile, ma è accaduto: i genitori di Chiara Poggi, parte civile, sostengono indirettamente Sempio, il sospettato di oggi. Lo fanno con una consulenza “tecnica” (di parte), in cui si contesta che la famosa impronta 33 sia davvero della sua scarpa.

A parte l’aspetto giuridico (si può restare parte civile e sostenere l’innocenza dell’indagato?), c’è un’incongruenza morale che sconcerta: per quale motivo cercare di discolpare chi potrebbe aver ucciso la propria figlia? Cui prodest? Perché?

  1. TRAVAGLIO E LA DERISIONE DELLE VOCI DEBOLI

Da sempre mio riferimento contro la mafia e i poteri forti, Marco Travaglio ha recentemente ironizzato sulle nuove testimonianze legate al caso: “Mio cugino ha sentito uno dal barbiere…”.

Un’ironia legittima, forse. Ma perché questo attacco selettivo contro chi riporta dubbi o anomalie del processo? Perché tanta foga difensiva a favore del silenzio?
E perché ospitare Selvaggia Lucarelli, da sempre ostile a nuove piste su Garlasco?

  1. MENTANA E LA NOTIZIA “ROVESCIATA”

Guardavo il TG La7. Finalmente, Mentana annuncia che parlerà di Garlasco. Emozionato, ascolto. E lui dice: “Tutto ciò che avviene a Garlasco è basato sul nulla. L’impronta 33 non è di Sempio”. In realtà:

  • È una consulenza difensiva, non una verità scientifica.
  • Non è vero che “tutto si basa su quell’impronta”: ci sono altri elementi, come il DNA sotto le unghie di Chiara.
  • La notizia più grave del giorno era un’altra: l’albergatore che smentisce la presenza di Stasi in montagna, più le foto ritoccate. Di questo, Mentana non dice una parola.

Perché questo taglio? Perché proprio quella notizia? Perché proprio quella narrativa?

… 

Il vero corto circuito non è tra Stasi e Sempio, tra chi indaga e chi crede. Il corto circuito è tra ciò che dovrebbe essere, e ciò che viene raccontato. Tra chi dovrebbe cercare verità, e chi invece nasconde l’anomalia sotto il tappeto.

📚 Bibliografia e riferimenti essenziali

Grimaldi, Luigi, Il caso Poggi: i misteri di Garlasco, video-inchieste e articoli online,  (2023–2025).

Fornari, Gino, “Il delitto di Chiara Poggi e il processo ad Alberto Stasi”, in Penale Diritto e Procedura, 2015.

Lucarelli, Selvaggia, articoli su Il Fatto Quotidiano e media online, 2023–2025.

Montanari, Marco, “Garlasco, processo al dubbio”, in Giustizia Insieme, 2024.

Travaglio, Marco, commenti editoriali e dirette su Il Fatto Quotidiano TV, 2024–2025.

Mentana, Enrico, servizio TG La7, edizione del luglio 2025.

Cappa, Ermanno, interviste e dichiarazioni su blog e ambienti informali.

Carlizzi, Gabriella, archivi digitali e documenti online 2004–2010.

 

🎥Videografia (YouTube –🔍 Canali d’inchiesta, documentazione e contro-narrazione)

 

Ragionevole Dubbio – Approfondimenti su casi giudiziari controversi, con attenzione alle contraddizioni istituzionali e ai “buchi neri” della giustizia.

Luigi Grimaldi – Giornalista d’inchiesta, già coautore di “La Repubblica delle stragi impunite”, autore di diversi video sulla vicenda di Garlasco e altri casi dimenticati, con elenchi di morti sospette e suicidi nel Pavese. In particolare, la serie di video-inchiesta sul caso Poggi e altri eventi correlati: “Chiara, la verità nascosta – Parte 1 e 2” – “I suicidi dimenticati del Pavese”

Andrea Tosatto – Analisi dai toni diretti, spesso polemici, su crimini mediatici e distorsioni giudiziarie.

Nicola Castellano – Approccio investigativo su cold case e processi irrisolti.

Gianluca Spina – Riflessioni a tema giudiziario, anche in chiave psicologico-sociale.

Bugalalla Crime – Narrazione scorrevole e ricostruzioni dettagliate dei principali casi di cronaca italiana.

EIZEN – Indagini visive e audio dal taglio realistico, su casi criminali e psicologia del male.

Storie Perdute – I lati oscuri della Storia – Rielaborazione storica e culturale di eventi poco noti o dimenticati, utilissima per contestualizzare certi episodi.

Mortaio – Approccio oscuro, evocativo, spesso incentrato sulla ritualità, la simbologia e l’inquietudine ambientale dei casi.


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Fonti documentarie


Atti e sentenze ufficiali del caso Poggi / Stasi
, reperibili su portali giuridici.

Archivi stampa: Corriere della Sera, Repubblica, Il Giorno, La Provincia Pavese (2007–2025).

Dichiarazioni pubbliche, commenti social e blog investigativi indipendenti.

📌 Nota dell’autore

Il presente lavoro nasce da una raccolta ragionata di fonti pubbliche, giornalistiche e processuali. Alcune ipotesi e suggestioni laterali sono presentate come riflessioni aperte e non affermano alcuna verità definitiva. Si raccomanda la lettura con spirito critico e rispetto verso le persone coinvolte.