Si parva licet componere magnis
“Spiegone” è un termine nato nel linguaggio giornalistico e televisivo italiano, spesso con una sfumatura ironica o semi-ironica. Indica quel momento in cui qualcuno, giornalista, esperto, opinionista, inviato o commentatore, viene chiamato a “mettere ordine” in una vicenda intricata, fornendo una spiegazione ampia, riassuntiva e chiarificatrice.
Lo spiegone non è semplicemente una spiegazione. È una ricostruzione complessiva che cerca di dare senso a elementi sparsi, contraddizioni, personaggi, retroscena e dettagli accumulati nel tempo. In pratica: “Adesso fermiamoci un attimo e qualcuno ci spieghi davvero cosa sta succedendo”.
Ed è proprio questo il punto che si adatta perfettamente a Garlasco.
Perché nel caso Garlasco non manca soltanto la verità definitiva: manca una ricostruzione convincente, uno spiegone che riesca a tenere insieme tutto, non solo il delitto, non solo il possibile colpevole, ma anche l’enorme universo collaterale che per vent’anni ha accompagnato il caso.
Perché paradossalmente, mentre gli ultimi sviluppi investigativi sembrano restringere sempre di più il quadro attorno a una figura precisa, cresce contemporaneamente una sensazione opposta: quella che continui a rimanere fuori campo un intero universo di elementi collaterali, di anomalie, di personaggi laterali, di ombre e di suggestioni che per vent’anni hanno accompagnato il caso, come se la soluzione del delitto rischiasse di non spiegare più tutto il resto.
Non possiamo accettare una confezione-regalo, perfettamente incartata, così composta: un personaggio ciarliero ossessionato dai libri per bambini e dalle ruote dei trattori, una donna che mentre cerca l’alibi dell’amante torna con quello del figlio, un uomo che raccoglie marche da bollo invece di francobolli mentre in garage gli brucia la passata.
E allora viene spontanea una domanda: chi riuscirà a fare davvero lo spiegone di Garlasco?
C’è un paradosso, nel caso di Garlasco, che cresce ogni giorno di più. Ed è un paradosso quasi unico nella storia giudiziaria italiana recente.
Per vent’anni una parte enorme dell’opinione pubblica ha vissuto con una sensazione di incompiutezza attorno alla condanna di Alberto Stasi. Non tanto sul piano strettamente processuale, dove le sentenze hanno fatto il loro corso, ma sul piano logico, narrativo, umano. Mancava qualcosa, mancava quella coincidenza piena tra verità giudiziaria e verità percepita che normalmente, nei grandi casi criminali, produce almeno una forma minima di pacificazione collettiva.
Ora invece, improvvisamente, attorno ad Andrea Sempio si sta formando qualcosa di completamente diverso. Non più soltanto singoli indizi isolati, ma un insieme che tende a costruire una figura coerente: intercettazioni, testimonianze, comportamenti, ossessioni, soliloqui, riferimenti ai filmati intimi, modalità espressive, atteggiamenti psicologici. Giorno dopo giorno emerge una struttura che, agli occhi di molti, rende sempre più plausibile la sua possibile colpevolezza secondo la prospettiva investigativa della Procura.
Ed è qui che nasce il punto più inquietante.
Perché teoricamente dovremmo essere soddisfatti, non per una questione personale, ma perché, dopo vent’anni di dubbi, finalmente si delineerebbe una verità alternativa, finalmente il quadro sembrerebbe trovare un centro, finalmente il “vero colpevole”, o almeno un colpevole compatibile con gli elementi emersi, sembrerebbe avvicinarsi.
E invece accade il contrario.
Più la figura del presunto responsabile si restringe attorno a una sola persona, con un movente sempre più personale e circoscritto, con montagne di segnali che si accendono su di lui, più tutto il resto del mondo che per anni ha orbitato attorno a Garlasco resta sospeso nel vuoto. Come una gigantesca scenografia rimasta accesa dopo la fine dello spettacolo.
Restano sospese le suggestioni, personaggi laterali, le anomalie, le coincidenze, le piste parallele, i comportamenti ambigui, le ombre mediatiche, le tensioni ambientali, le relazioni collaterali, le ipotesi simboliche, le ossessioni collettive che per anni hanno accompagnato il caso.
E soprattutto resta sospesa una domanda enorme: perché tutto questo è esistito?
Perché per anni il caso è apparso immerso in una nube così vasta di richiami, allusioni, figure laterali e inquietudini collettive, se poi la soluzione finale dovesse davvero ridursi a un delitto individuale, privato, quasi “semplice” nella sua struttura criminologica?
Ne abbiamo già parlato qualche articolo fa, ma il paradosso aumenta proprio in questi giorni. Mentre emergono nuovi materiali che sembrano rafforzare il profilo accusatorio nei confronti di Sempio, si scopre contemporaneamente che un anno fa, alla riapertura delle indagini verso il nuovo indagato, venivano intercettati membri della famiglia Cappa, ossia persone che in questi vent’anni mai nulla hanno avuto a che vedere con questo movente personale e individuale.
Ed è qui che riaffiora quella sensazione di lateralità irrisolta.
Perché se davvero gli investigatori stavano convergendo verso una figura precisa, verso un soggetto singolo, verso un quadro relativamente delimitato, allora perché allargare ancora il raggio delle intercettazioni? Perché coinvolgere nuclei familiari collaterali? Perché mantenere aperta quella zona grigia che continua a suggerire l’esistenza di qualcosa di più grande, di più complesso, di più ramificato?
L’ipotesi di un gigantesco depistaggio per portare alla luce eventuali complici del nuovo indagato sembra senza senso, ma il vero nodo psicologico del caso Garlasco è lì dietro. Non tanto per stabilire se Sempio sia colpevole o innocente, questione che spetta alla giustizia, ma per capire perché, anche qualora la sua colpevolezza venisse dimostrata, continuerebbe comunque a sopravvivere attorno al caso una gigantesca sensazione di incompiutezza.
Come se la soluzione giudiziaria riuscisse forse a chiudere il delitto, ma non il romanzo collettivo che negli anni si è formato attorno ad esso.
E qualcuno, prima o poi, dovrà provare a spiegare anche quel romanzo: lo spiegone.
Ci sono molti esempi, soprattutto nella tradizione di Agatha Christie, dove il lettore viene continuamente spinto verso colpevoli diversi. Ogni personaggio sembra avere un movente, un comportamento ambiguo, una mezza bugia, una stranezza psicologica, un dettaglio inquietante. A turno, tutti sembrano l’assassino perfetto.
Il modello classico è Hercule Poirot: raccoglie tutti in salotto, sul treno, nella biblioteca, nell’albergo, e ricostruisce pezzo per pezzo ciò che è realmente accaduto. Non si limita a dire “è stato lui”, ma spiega perché le false piste sembravano vere, perché certi personaggi mentivano pur non essendo assassini, perché alcuni dettagli erano stati fraintesi.
In Assassinio sull’Orient Express, ad esempio, ogni passeggero appare sospetto e ogni interrogatorio apre nuovi scenari. In Dieci piccoli indiani il lettore cambia continuamente idea su chi sia il colpevole. Ma anche molti thriller moderni funzionano così: accumulano indizi, false piste, personaggi opachi, ambienti inquietanti e collegamenti laterali, fino a creare un universo apparentemente enorme.
Poi però arriva il finale. E il finale spesso è spiazzante proprio perché riduce tutto. L’assassino magari è una persona sola. Il movente è privato, limitato, persino banale rispetto all’enormità della costruzione narrativa. E improvvisamente tutto ciò che sembrava gigantesco si sgonfia.
Solo che nei romanzi e nei film questo meccanismo è voluto: lo sceneggiatore costruisce apposta i depistaggi, l’autore semina apposta piste alternative, lo spettatore accetta il gioco perché sa di trovarsi dentro una struttura narrativa artificiale.
Nel caso Garlasco invece il paradosso è molto più destabilizzante, perché quella sensazione di “romanzo a piste multiple” non nasce da un autore, ma dalla realtà stessa: anni di dibattiti, trasmissioni, processi, ipotesi, personaggi laterali, ambienti collaterali, anomalie, suggestioni mediatiche, simbolismi, intercettazioni, tensioni familiari, piste psicologiche e relazionali.
E adesso accade una cosa quasi da noir rovesciato: più la possibile soluzione sembra restringersi attorno a una figura singola e a un movente relativamente circoscritto, più tutte le altre enormi architetture laterali sembrano improvvisamente restare senza funzione narrativa.
Come in quei gialli in cui per trecento pagine il lettore sospetta di dieci persone diverse, salvo poi scoprire che il delitto nasce da una ragione privata, quasi minima. Però lì il lettore chiude il libro soddisfatto, perché tutto era stato progettato dall’autore per arrivare a quel punto.
Qui invece no. Qui resta aperta una domanda molto più inquietante: chi ha costruito, allora, tutta la gigantesca scenografia collaterale che per vent’anni ha avvolto il caso?
Perché a Garlasco, sperando di non annoiare troppo con le citazioni (ma i libri e i film servono anche a quello), sembra forse di essere avviati a un altro modello di storia e di finale, per il quale ci ispira sempre Agatha Christie, ma con Dieci piccoli indiani, dove il meccanismo è più inquietante e moderno.
Per gran parte del racconto, infatti, manca proprio il “Poirot” della situazione, i personaggi sono isolati, non capiscono nulla, sospettano tutti di tutti e il lettore precipita nel caos insieme a loro. Lo spiegone arriva soltanto alla fine, quasi come un documento postumo, una confessione lasciata dal colpevole stesso. E infatti quel romanzo lascia una sensazione molto più disturbante, perché l’ordine non viene ristabilito davvero in modo rassicurante.
Garlasco sembra oscillare proprio tra questi due modelli: un miscuglio che neanche la grande scrittrice avrebbe saputo governare.
Da una parte sembra avvicinarsi a un finale da Orient Express: un quadro che lentamente converge verso una soluzione precisa, con elementi che si incastrano attorno a una figura. Dall’altra però mantiene ancora quell’atmosfera da Dieci piccoli indiani: una nube di sospetti, personaggi laterali, tragedie collaterali, tensioni irrisolte e sensazione di caos che continua a sopravvivere anche mentre il quadro sembrerebbe restringersi.
Ed è forse per questo che tanti percepiscono e percepiamo il caso non solo come un’inchiesta giudiziaria, ma come una specie di romanzo noir collettivo rimasto senza il suo vero spiegone finale: forse facciamo un casino letterario, ma ci sovvengono anche i Sessanta Personaggi in cerca d’autore di qualche articolo fa…
Per vent’anni, attorno a questo caso sono emerse persone finite psicologicamente distrutte, famiglie travolte, vite spezzate, malattie, depressioni, suicidi, morti premature, persone incarcerate, persone mediaticamente demolite, figure rimaste marchiate per sempre dal semplice fatto di essere transitate, anche lateralmente, dentro questa vicenda.
E questo cambia completamente il significato del “romanzo Garlasco”. Perché quando una pista si sgonfia in un film, lo spettatore dimentica, qui invece restano conseguenze vere, restano dolori veri, restano biografie devastate. È per questo che la nube collaterale di Garlasco appare così diversa da quella di un normale giallo: perché non è una scenografia di cartapesta costruita da uno scrittore per intrattenere il pubblico, ma è una stratificazione reale di drammi umani, sospetti, paure, ossessioni e distruzioni personali che si sono accumulate per vent’anni attorno al delitto.
E se, ripetiamo, domani emergesse definitivamente un unico colpevole, resterebbe comunque aperta un’altra domanda enorme: come è stato possibile che attorno a un solo delitto si sia formata una scia così vasta, così densa e così tragicamente reale di vite collaterali travolte?
E allora vogliamo lo spiegone. Ci va bene chiunque: un Luminare sarebbe meglio, ma ci vanno bene anche Albina Perri, Bugalalla, Grimaldi, e anche Piras. Ci va bene anche un pentito, Travaglio sarebbe il massimo, ma va bene anche il piantone di una caserma dei Carabinieri. Basta che tutto torni, anche nel più piccolo particolare:
E mi fermo qui, altrimenti devo metterci dei morti, e non si può scherzare: ma sapere sì e anche di più, perché prima la verità ci mancava e adesso ce ne raccontano un pezzo, ma manca tutto il resto. Che è tanta roba.