Si parva licet componere magnis
Non avevo intenzione di tornare tanto presto al Festival di Sanremo.
Avevo appena finito di raccogliere alcune immagini, parole e suggestioni confluite in Sangue di giovani vite. Poi, continuando ad ascoltare commentatori e frequentatori delle periferie dell’informazione, sono inciampato quasi casualmente nella strage di Crans-Montana.
Casualmente, naturalmente.
La notte di Capodanno, nel locale Le Constellation, una cameriera viene sollevata sulle spalle di un collega. Indossa un casco integrale nero e porta alcune bottiglie di champagne sulle quali sono accese delle fontane pirotecniche. Le scintille raggiungono il rivestimento del soffitto. In pochi istanti il locale si trasforma in un inferno.
Quarantuno morti, centoquindici feriti. Moltissimi sono ragazzi.
L’origine materiale dell’incendio sembra dunque abbastanza chiara. Una fiamma, un materiale infiammabile, la propagazione rapidissima, il panico. Seguono le concause: le uscite problematiche, una porta chiusa, i controlli antincendio mancati per anni, i lavori effettuati artigianalmente, la possibile conoscenza del pericolo rappresentato dalla schiuma del soffitto.
Una catena impressionante di leggerezze e omissioni, capace di trasformare un incidente in una strage.
Eppure, fin dai primi giorni, intorno a Crans-Montana si è formato qualcosa di diverso dalla normale ricerca delle responsabilità. Giornalisti, commentatori e frequentatori della rete hanno cominciato a ripetere che non tutto fosse chiaro, che vi fosse qualcosa da scoprire, che dietro l’incendio potesse esistere altro.
All’inizio non comprendevo bene che cosa intendessero.
Che le norme non fossero state rispettate era evidente. Che qualcuno dovesse rispondere delle porte, dei materiali e dei controlli era altrettanto evidente. Ma sembrava che si alludesse a qualcosa di ulteriore. Non semplicemente alla colpa di chi aveva permesso l’esistenza di una trappola mortale, ma a un mistero precedente all’incendio stesso.
Poi arrivò Sanremo.
Il 24 febbraio 2026, cinquantaquattro giorni dopo la strage, Max Pezzali si esibisce dalla Costa Toscana, la nave trasformata nel palcoscenico galleggiante del Festival.
Canta i suoi successi. Poi, fra le infinite canzoni che avrebbero potuto accompagnare una festa sulla nave, qualcuno sceglie Disco Inferno, il brano pubblicato dai Trammps nel 1976 e reso celebre dalla colonna sonora della Febbre del sabato sera.
Non è una canzone di Pezzali.
Il suo ritornello ripete:
Burn, baby, burn.
Brucia, ragazza, brucia.
E non si tratta soltanto della solita metafora della pista che “prende fuoco”. Il testo descrive una discoteca avvolta dalle fiamme, il calore che sale, le persone che gridano e l’edificio che sembra bruciare da cima a fondo. La canzone sarebbe stata ispirata proprio al film L’inferno di cristallo.
Alle spalle di Pezzali ballano tre figure con il casco nero.
Un casco che, inevitabilmente, richiama quello indossato dalla giovane cameriera di Crans-Montana negli istanti che precedono l’incendio.
Disco Inferno.
Burn, baby, burn.
I caschi neri.
Cinquantaquattro giorni dopo quarantuno morti, in gran parte giovani, dentro una discoteca diventata una fornace.
Possibile che nessuno abbia visto l’associazione?
Fra autori, registi, costumisti, coreografi, produzione Rai, Costa Crociere e collaboratori dell’artista, possibile che nessuno abbia detto: forse questa canzone, accompagnata proprio da questi costumi, oggi significa qualcosa di diverso?
Non occorre immaginare un messaggio esoterico per giudicare quella scelta almeno sconcertante. Può essere stata insensibilità, distrazione collettiva o la semplice incapacità di comprendere che un vecchio innocente tormentone, dopo Crans-Montana, non era più tanto innocente.
Ma la rappresentazione rimane.
E poi ci sono i numeri.
Il Festival era arrivato alla sua settantaseiesima edizione:
7 + 6 = 13.
La Costa Toscana è lunga esattamente 337 metri:
3 + 3 + 7 = 13.
Fra i cantanti in gara c’era Tredici Pietro.
La sua canzone si intitolava Uomo che cade.
Ed ecco comparire, nello stesso spettacolo, il tredici, la caduta, la discoteca in fiamme, il ritornello Burn, baby, burn e i caschi neri.
È una coincidenza?
Certamente, almeno in parte.
Nessuno ha allungato la Costa Toscana fino a 337 metri per farle raggiungere numerologicamente il tredici. La nave esisteva già. La settantaseiesima edizione derivava dalla naturale successione del Festival. Tredici Pietro utilizzava quel nome da anni e il titolo Uomo che cade era stato annunciato prima della strage.
Sono dunque elementi preesistenti, confluiti nello stesso luogo senza che qualcuno dovesse necessariamente organizzarli.
Ma resta una distinzione importante.
Un conto è trovare il tredici sommando le cifre della lunghezza di una nave. Un altro è scegliere, dopo la morte di quarantuno persone in una discoteca, di fare cantare Disco Inferno circondando il cantante di uomini con il casco nero.
Quella non era una misura inevitabile né un numero ereditato dalla storia. Era una decisione artistica che poteva essere confermata, modificata o cancellata.
Quando venne presa?
La canzone e i caschi erano già previsti prima del 1° gennaio? Furono mantenuti senza che nessuno cogliesse la somiglianza? Oppure vennero introdotti successivamente?
Queste domande non dimostrano nulla. Ma sono domande.
Forse Crans-Montana ci inquieta proprio perché la spiegazione appare troppo piccola rispetto all’enormità delle conseguenze.
Una fontanella luminosa. Un soffitto basso. Della schiuma infiammabile. Una porta che non si apre. Controlli che nessuno ha effettuato.
Possibile che quarantuno vite finiscano così?
La mente cerca allora una causa proporzionata all’effetto. Una strage enorme dovrebbe possedere un progetto enorme, un colpevole enorme, un significato enorme. La semplice somma delle negligenze sembra quasi insufficiente.
Ed è nello spazio fra la banalità dell’innesco e l’immensità della tragedia che entrano i simboli, i numeri e le coincidenze.
Può essere soltanto il nostro bisogno di costruire un disegno.
Ma può anche accadere che qualcuno utilizzi consapevolmente immagini e simboli già presenti nell’immaginario collettivo, senza spiegarne il significato. Lo spettacolo, la pubblicità e la musica vivono da sempre di allusioni che la maggior parte del pubblico non deve necessariamente comprendere.
Non sostengo che l’incendio di Crans-Montana sia stato programmato. Non esiste, almeno per ora, una prova attendibile che consenta di dirlo.
Non sostengo neppure che la rappresentazione di Sanremo fosse un messaggio rivolto a qualcuno.
Dico soltanto che l’accostamento esiste e che è difficile non vederlo.
Una discoteca brucia.
Una ragazza con il casco nero viene sollevata fra le fiamme.
Quarantuno persone muoiono.
Cinquantaquattro giorni dopo, dalla nave di Sanremo, tre figure con il casco nero danzano mentre Max Pezzali canta:
Burn, baby, burn.
Possiamo anche chiamarla coincidenza.
Devo però aggiungere una precisazione. Questo articolo non nasce come un fulmine a ciel sereno e non posso rivendicare come interamente mia l’intuizione dalla quale è partito. Già nei giorni successivi alla strage avevo avvertito, in alcuni servizi, commenti e interventi sparsi, un rumore di fondo: allusioni, domande lasciate sospese, la sensazione che attorno a Crans-Montana vi fosse qualcosa che non si esauriva nell’incendio, nel sovraffollamento e nelle responsabilità del locale.
Nessuno formulava con chiarezza un’ipotesi e forse proprio per questo quelle voci mi erano rimaste dentro. Non bastavano a dimostrare nulla, ma avevano depositato un dubbio.
Il giorno successivo alla stesura di Sangue di giovani vite ho poi incontrato un servizio che accostava esplicitamente alcuni elementi della tragedia alla rappresentazione sanremese. Quell’accostamento non mi ha consegnato una verità e non costituisce una prova. Ha però dato una forma riconoscibile a una sensazione precedente e mi ha spinto a verificare almeno i fatti visibili: la canzone scelta, le parole pronunciate, la scenografia e quelle figure con il casco nero.
Insomma, non ho inventato dal nulla una storia per sovrapporla alla tragedia. Ho raccolto un rumor che già circolava e l’ho messo accanto a qualcosa che avevo appena scritto, senza pretendere di sapere chi abbia unito per primo quei punti né quale disegno, ammesso che esista, essi possano formare.