L'INFILTRATO

DA DOVE NASCE QUESTO ARTICOLO

Questo articolo nasce da quello che è successo nella stretta attualità di Garlasco, come in tante altre occasioni precedenti: due fatti, apparentemente diversi, ma che, messi insieme, mi spingono a osservare i fatti in una modalità molto diversa, mi fanno cambiare il modo di guardare l’intera vicenda. Di brutto.

Il primo: la pubblicazione di alcuni contenuti video, in cui venivano mostrate e commentate immagini simboliche, tratte da materiale digitale già circolato, riorganizzate in una sequenza logica.

Non c’erano immagini esplicite, non accuse dirette di reati, ma rappresentazioni. Suggestive? Certo! Interpretative? Certo! Oscene? No!

Eppure, sono state sufficienti, nel giro di pochissimo tempo, a provocare un fatto inedito: la rimozione rapida e sistematica di quei contenuti, senza un’indagine, senza un provvedimento giudiziario, senza una discussione. E questo, in una vicenda in cui per anni è stato detto e mostrato di tutto, non è solo l’ennesimo segnale preoccupante della vicenda, ma è un atto che merita di essere approfondito in modo “speciale”.

Il secondo fatto è l’emergere, quasi in contemporanea, di una pista nuova, come se ce ne fosse bisogno, di una pista completamente diversa. Non simbolica, non relazionale, non psicologica, ma economica: l’unica pista che, finora e tra le molteplici, non era mai stata specificamente ipotizzata (se non per una inverosimile rapina domestica): la pista economica.

Una pista che parla di patrimoni, di deleghe, di interessi sui terreni, di disponibilità dei beni, tra l’altro in relazione a una persona anziana e sole (già entrata nella vicenda per un incidente stradale con qualche neo e per la sua villetta frequentata una notte in sua assenza) e che, soprattutto, introduce un elemento ulteriore: possibili collegamenti con ambienti criminali organizzati. Non più suggestioni, ma interessi concreti.

E allora accade qualcosa di decisivo. Perché queste due cose, così lontane tra loro, invece di escludersi, si sommano. Da una parte, immagini che rimandano a una lettura simbolica, rituale, esoterica, dall’altra, una pista economica che richiama logiche di profitto, gestione, controllo.

Due mondi completamente diversi, eppure venute alla luce nello stesso momento, nello stesso caso.

È da qui che nasce questo articolo, non dal bisogno di aggiungere un’ennesima teoria, ma dalla constatazione che, a questo punto, le teorie non bastano più e il vaso trabocca. Perché quando ogni nuovo elemento non chiarisce ma complica, quando ogni pista resta in piedi invece di cadere, quando ogni tentativo di ordine produce più disordine, allora il problema non è più quale sia la verità, ma…

E qui verrebbe quasi naturale, ancora una volta, ricorrere al solito espediente retorico: spostare l’attenzione, cercare un nuovo angolo, indicare una direzione alternativa verso cui guardare. Ma stavolta no, perché forse il problema non è dove stiamo guardando, né cosa stiamo cercando, ma come lo stiamo facendo: il problema siamo noi, il nostro modo di vedere, di interpretare, di ricondurre ogni cosa dentro schemi già pronti.

E, soprattutto, la nostra difficoltà, o forse resistenza, a ribaltare davvero il punto di vista: perché è lì, in quel rovesciamento, che spesso si nasconde ciò che non riusciamo a vedere

LA PISTA FUMANTE

C’è un elemento che, più di tutti, continua a colpire nel caso Garlasco: non certo la mancanza di piste, ma il contrario, l’eccesso. Solo nell’ultimo anno, abbiamo infatti assistito a una successione continua di elementi, tracce, anomalie, oggetti, coincidenze, comportamenti che, solo presi singolarmente, potevano anche avere una spiegazione.

Abbiamo fatto l’elenco, di quelle piste, e siamo finiti in doppia cifra; poi è stata fatta la conta degli errori investigativi, e siamo ormai a cento; alla fine siamo andati fuori scala nel registrare le crepe di menzogna apertesi nella narrazione generale (intercettazioni in primis).

Possiamo dire che, a Garlasco, persa ogni possibilità di trovare la cosiddetta pistola fumante, che, iconicamente, risolve in fretta e senza errori ogni delitto che si rispetti, siamo a inseguire invece una pista fumante: ogni giorno ci pare di intravvederla, ma poi scompare nel fumo che essa stessa ha prodotto.

E in questi giorni, con le ultime notizie, questa sensazione di esagerato e incomprensibile ha raggiunto il limite, uno dei tanti limiti che a Garlasco abbiamo già superato più volte.

Questa sensazione si rafforza proprio mentre tentiamo di orientarci e di tenere una linea, arrivano nuovi elementi che non chiariscono, complicano e, aggiungendosi, costringono a rileggere anche ciò che già si pensava di conoscere.

IL PUNTO DI ROTTURA

E allora arriviamo al nodo, perché a questo punto le piste non sono più alternative, ma sono più che mai sovrapposte: economica, simbolica, relazionale, criminale e così via (senza considerare che ciascuna di queste macrocategorie possono combinarsi e/o comprendere altre categorie di diverso livello – quella economica e quella criminale, per esempio, possono combinarsi e comprendere la pista “rifiuti”).

Il nodo consiste nel fatto che, quando le piste non si escludono, non è più un delitto con più ipotesi, ma un contesto con più livelli.

Ed è qui che il ragionamento si rovescia.

Siamo sempre stati abituati a sentire e a dire che la criminalità si infiltra nello Stato. Ma questo schema, qui, non basta più. Non spiega la persistenza, non spiega la sovrapposizione, non spiega la coerenza delle anomalie e affligge tutti coloro che, con onestà intellettuale, s’interessano al caso di Garlasco.

E allora si può provare a capovolgere la prospettiva, non come verità, naturalmente, ma come ipotesi, magari anche come provocazione: e se fosse lo Stato a essersi infiltrato? Infiltrato dentro questi ambienti, dentro questi sistemi, dentro queste logiche.

E un infiltrato, per restare dentro, non può limitarsi a osservare, ma deve adattarsi, deve partecipare. E più partecipa, più diventa difficile distinguere.

A quel punto, quando accade qualcosa – un delitto, un evento – scoprire la verità è il meno. Perché il problema diventa gestire ciò che quella verità trascinerebbe con sé.

E vediamo perché, allora, il sistema non si muove più in modo lineare, ma per aggiunte, per sovrapposizioni, per diluizione ossessiva.

Così Garlasco smette di essere solo un caso e diventa un modello, solo l’ultimo, in ordine di tempo (almeno per questa sua fase), tra i tanti che ci tornano in mente e che abbiamo forse sbagliato a guardare dal verso giusto. Un punto in cui si concentrano – in scala ridotta – meccanismi più grandi.

E allora la domanda finale non è chi ha fatto cosa, come in tutti i casi “normali”. Quando tutto si somma, quando nulla si esclude, quando ogni pista resta in piedi, bisogna chiedersi se stiamo cercando una verità o stiamo osservando un sistema che non può accettarne una sola.

CONCLUSIONE

Mi rendo conto che questa risposta costringe a una riflessione un po’ troppo lunga e a una sosta indesiderata. Ma, non è che le verità sono tante, è che, per capirle, siamo proprio costretti a guardarle al contrario. Perché finché continuiamo a leggere tutto con lo schema abituale – la criminalità che si infiltra nello Stato – questo caso non torna. Ma, se proviamo a rovesciare lo sguardo, anche solo come esercizio, allora qualcosa cambia.

Uno Stato infiltrato nella malavita è un paradosso? È solo, come ho anticipato prima, una ineluttabile provocazione? Può essere una chiave di lettura? Scopriamo le Indie navigando verso ovest?

Uno Stato che, nel tempo, sarebbe entrato dentro quei sistemi, adattandosi a essi, convivendoci. E che, come ogni infiltrato, avrebbe finito per muoversi secondo logiche non più distinguibili. Il bello è che ci tornano in mente tutti quegli indizi del passato: i servizi deviati, la massoneria deviata… Ma, deviato cosa? Che sia lo Stato, deviato?

E allora anche Garlasco cambia forma: non più un mistero da risolvere, ma un punto in cui emergono, tutte insieme, le contraddizioni di un sistema.

E qui il pensiero si allarga.

In questi giorni si ricordano le Cinque Giornate di Milano, episodio fulgido del Risorgimento, un momento in cui un popolo diviso in classi si è riconosciuto in ideali più alti, anche se diversi, si è mosso, ha vinto e abbiamo avuto il nostro Risorgimento. Poi c’è stata un’altra Italia, quella della rinascita dopo la vergogna e il dramma della guerra, quella della ricostruzione, della fiducia, dello sviluppo.

Un’Italia che leggeva, che discuteva, che si informava su giornali liberi, venduti in milioni di copie. Una società che cercava la verità, anche quando era scomoda e faticosa da trovare.

E oggi? Dove sono finiti quei riferimenti, quella tensione, quella capacità di distinguere? Perché la sensazione, sempre più forte, è proprio non che qualcuno si sia infiltrato nello Stato, ché questo non smettono di dircelo, ma che, lentamente, ci siamo abituati a vivere dentro altro, a convivere, a normalizzare, a non distinguere più.

E allora la conclusione finale diventa ancora più scomoda: se l’infiltrato fosse davvero lo Stato (uso il condizionale solo in fase di revisione finale) e considerato che in democrazia lo Stato siamo noi, allora, i veri infiltrati, magari senza saperlo, siamo tutti noi.