Si parva licet componere magnis
Nel 1921, Luigi Pirandello portò a teatro Sei personaggi in cerca d’autore, una delle opere più innovative del Novecento. Sei figure irrompevano sul palcoscenico durante una prova teatrale, reclamando la loro storia: volevano essere scritti, volevano un autore che desse forma al loro dramma. Personaggi vivi ma incompiuti, condannati a cercare un senso che non arrivava.
L’eco di quell’opera risuona oggi, paradossalmente, nel caso di Garlasco: qui non sono sei, ma decine di figure che si trovano da anni sospese, inchiodate a un ruolo, senza che un autore, cioè la verità definitiva, li abbia liberati.
I Sei personaggi in cerca d’autore erano vivi, eppure sospesi, condannati a ripetere la loro parte senza mai trovare compimento. Il teatro era ribaltato: figure nate senza autore, che imploravano di essere scritte, di avere una forma, un destino, un senso. Non attori, ma creature che irrompono sulla scena del reale.
A Garlasco, un secolo dopo, il parallelo si impone quasi da sé. Non sono sei, ma sessanta, i personaggi che la tragedia ha incatenato in ruoli fissi: protagonisti e comprimari, comparse e testimoni, investigatori, avvocati, giornalisti, amici, curiosi, perfino figure collaterali come preti e ciarlatani di paese. Non ci sono maschere o ruoli scelti, ma persone reali che a un certo punto hanno visto la propria vita quotidiana congelarsi e trasformarsi in ruolo pubblico. Non per vocazione, non per gloria, ma per tragedia.
Tutti hanno visto le proprie vite trasformarsi in maschere pubbliche, costretti a recitare un copione difficile, a volte impossibile, che nessuno ha mai scritto per intero e credibilmente e che ancora oggi manca di autore: la verità definitiva. Perché davvero decine di figure si sono trovate catapultate dentro un giallo infinito, senza regista e senza epilogo. E da quel momento non sono più state le stesse.
“Noi siamo vivi, eppure siamo sospesi. Non siamo mai esistiti così tanto come da quando ci hanno inchiodati dentro una storia che non vogliamo, eppure ci divora”.
Il titolo può sembrare un gioco: “60 personaggi in cerca d’autore”. Ma è più che un gioco.
Pirandello distingueva tra la vita e la forma. La vita scorre fluida, inafferrabile. La forma è ciò che la cristallizza in un’immagine, in un ruolo, in una maschera.
Così, le persone di Garlasco hanno perso la loro vita normale e sono diventate forme fisse:
Sono personaggi pirandelliani: vivi, reali, ma ridotti a un frammento della loro esistenza, fissati in un ruolo che non hanno scelto. Ognuno di loro aveva una vita normale: studenti, professionisti, parroci, militari, genitori. Poi, da un giorno all’altro, quella vita si è spezzata in due. Da una parte la vita reale: affetti, lavoro, quotidianità. Dall’altra la vita scenica: la vittima, l’assassino, l’investigatore goffo, l’avvocato brillante, il supertestimone, la comparsa grottesca.
È la condanna pirandelliana: non possono più tornare semplicemente a essere persone. Sono diventati forme fisse. Anche dopo anni, anche quando le luci dei riflettori si spengono, restano imprigionati nel ruolo che il caso di Garlasco ha assegnato loro.
C’è poi la scena. Non un palcoscenico, ma un’aula di tribunale, uno studio televisivo, una prima pagina di giornale, le strade di un paese. È lì che i personaggi recitano: inconsapevoli attori che non possono smettere di interpretare sé stessi.
Come nei drammi pirandelliani, il confine tra finzione e realtà si spezza:
E come in Pirandello, la verità sembra sfuggire: i personaggi la gridano, ciascuno la sua, ma l’autore – cioè, la soluzione definitiva del giallo – non si presenta. Rimane una vicenda senza chiave, con mille verità parziali che non si ricompongono mai.
L’aula del tribunale diventa palcoscenico. I verbali sono copioni. Le telecamere televisive trasformano tutto in rappresentazione. Ogni gesto, ogni parola, viene fissato come battuta di un dramma senza autore.
Come in Pirandello, il confine tra realtà e finzione si sfalda:
E come nei Sei personaggi in cerca d’autore, anche qui la verità ultima non compare mai. Ognuno porta la sua, gridandola in scena, ma l’Autore – la verità definitiva – resta assente.
Pirandello ammoniva: “Un personaggio ha sempre una verità, la sua. Ma la verità totale non esiste.” Così anche qui: ciascun attore della vicenda custodisce la propria verità parziale, ma la trama complessiva rimane un mosaico spezzato.
La tragedia di Garlasco non è solo un delitto irrisolto: è un teatro pirandelliano vivente, dove uomini e donne reali sono stati trasformati in maschere, ridotti a funzioni drammatiche, privati della possibilità di tornare ad essere semplici persone.
Il parallelo si fa più stringente: i Sei personaggi cercavano un autore che desse senso al loro dramma familiare irrisolto.
I 60 personaggi di Garlasco cercano un autore che restituisca unità e significato a ciò che hanno vissuto. Ma l’autore, qui, è la giustizia. E la giustizia – almeno per ora – non ha saputo chiudere la trama in maniera convincente per l’opinione pubblica. Così, i personaggi restano sospesi. Non c’è catarsi. Non c’è epilogo. Solo l’eco infinita del caso, che continua a rimbalzare in talk show, articoli, libri, ipotesi.
Ma c’è di più, a Garlasco. Pirandello aveva immaginato figure sospese, create dalla fantasia, in cerca di un autore. Ma qui non siamo in teatro: qui le persone sono vere, con corpi, famiglie, paure. Non recitano senza rischi: ogni gesto, ogni parola, ogni testimonianza può cambiare un destino.
Una deposizione in aula, apparentemente solo un atto formale, diventava recita obbligata davanti a pubblico e giudici, ma al tempo stesso può condannare o salvare qualcuno, perfino esporre chi parla a vendette, minacce, isolamento. Recitare significa giocarsi la vita.
E accanto a chi recita involontariamente la tragedia della propria esistenza, c’è chi invece recita davvero, in senso grottesco:
Un circo pirandelliano, ma più crudele: perché a Garlasco non sono solo maschere, ma vite reali travestite da personaggi, costrette a recitare davanti al paese intero, con la paura autentica di ciò che la parte poteva produrre: infamia, solitudine, condanna, morte.
In questo senso il parallelo con Pirandello diventa paradossale: là era finzione che cercava la realtà, qui è la realtà che si trasforma in finzione. Persino la scena del delitto e le indagini si sono dimostrate frutto di una scenografia corrotta, come in certe rappresentazioni teatrali ove la scena era stata approntata come trappola omicida. Là era letteratura, era finzione, qui è tragedia senza protezione scenica.
C’è poi una categoria che sfugge a ogni collocazione: i morti suicidi, o i presunti suicidati, i morti ammazzati. Non si possono trattare come gli altri, elencati tra protagonisti e comprimari, perché la loro presenza scenica è diversa, spezzata.
In un teatro tradizionale, un personaggio che muore esce di scena. Qui invece no: i morti restano sospesi, figure immobili ma mai davvero assenti, fantasmi che continuano a gravare sulla rappresentazione.
E tuttavia non hanno portato via tutto con sé. Hanno lasciato frammenti sulla scena: parole scritte in un diario, lettere mai consegnate, documenti custoditi, fotografie, messaggi spezzati, ricordi fissati in una frase detta a qualcuno. Sono come oggetti di scena caduti sul palco, ma impossibili da rimuovere: restano lì, visibili, ingombranti, e ogni spettatore li interpreta a modo suo.
Queste tracce sono ciò che rende i suicidi ancora più disturbanti: non sono solo assenze, ma presenze attive, elementi che continuano a interagire con la trama pur senza più voce. Il copione del dramma di Garlasco è stato scritto anche da loro, da quelle ultime parole, da quelle immagini che riemergono come reperti.
Pirandello, che immaginava personaggi in cerca d’autore, forse non avrebbe saputo spingersi fin qui: personaggi che hanno lasciato la scena, ma che continuano a scriverne il copione da lontano, come fantasmi che tengono in mano una penna invisibile.
Sessanta personaggi sembrano tanti, ma non bastano. Perché in realtà il dramma di Garlasco ha inglobato un’intera comunità. Non solo i nomi riconoscibili, ma anche tutti gli altri: gli abitanti del paese, i vicini di casa, chi ha visto e non ha detto, chi ha sentito e ha preferito tacere.
È un palcoscenico che si allarga oltre ogni confine:
In Pirandello i personaggi chiedono di salire sul palco: qui, al contrario, molti fuggono dalla scena, scappano dalle luci, cercano di rimanere dietro le quinte. Ma il pubblico, il paese, li vede lo stesso: li giudica, li etichetta, li ingloba. Perché in un dramma così, anche il silenzio diventa parte della recita.
Ma, ad un certo momento, spunto dopo spunto, il parallelo con Pirandello non è più solo metafora, ma quasi cortocircuito. In Pirandello i personaggi reclamano un autore per ruoli che sono solo teatrali. A Garlasco invece gli stessi individui intrecciano più ruoli: quello pubblico (imputato, avvocato, testimone), quello mediatico (attore involontario del grande teatro televisivo), e quello segreto (adepto, complice, deviante).
La metafora si complica fino a torcersi. Perché non si tratta soltanto di un paese diventato teatro, ma di uno scenario che nasconde altre scenografie: i santuari, gli esorcismi, le voci di pedofilia, i riti segreti. Così i personaggi non recitano un solo ruolo, ma ruoli multipli e sovrapposti. Limitandoci a qualche esempio:
Sono uomini e donne reali che, pirandellianamente, recitano su più palcoscenici: quello giudiziario, quello mediatico, e quello segreto delle appartenenze. Attori e personaggi al tempo stesso, maschere pubbliche e volti privati, parti ufficiali e parti clandestine.
Qui Pirandello non basta più: perché nella sua opera i personaggi cercavano soltanto un autore. Qui, a Garlasco, i personaggi hanno già tre copioni diversi, e devono interpretarli tutti contemporaneamente. È la realtà che diventa finzione stratificata, fino a perdere ogni confine tra recita e vita.
Se il teatro pirandelliano si ferma ai sei personaggi incompiuti che chiedono un autore, il dramma di Garlasco ci costringe ad andare più lontano. Perché qui non ci sono soltanto personaggi e comparse, visibili e fissati sulla scena: c’è un’intera produzione occulta, fatta di decine di figure che hanno partecipato direttamente al dramma e che poi sono svanite nel nulla.
Sono fiancheggiatori, comprimari occulti, tecnici dell’ombra. Non appaiono nei titoli, ma hanno inciso la trama: hanno cancellato, contaminato, inquinato le prove. Hanno maneggiato corpi del reato, documenti, immagini, segreti. Hanno assistito, hanno coperto, hanno distorto.
Ed è qui la vera differenza con Pirandello: la sua mente non era andata così lontano. Il suo dramma si giocava tra palco e platea, tra personaggi e autore. Qui invece abbiamo una folla di fantasmi operativi che hanno inciso sulla storia reale, determinando la trama di cui oggi ci resta solo un mosaico spezzato.
Un esempio su tutti: ancora oggi, là fuori, oltre i confini di Garlasco e della Lomellina, ci sono carabinieri che, dopo aver scaricato dal computer di Alberto Stasi i file cancellando l’alibi, detengono privatamente i filmati intimi di Chiara ed Alberto. Materiali delicatissimi, che non avrebbero mai dovuto uscire da un contesto giudiziario, sono finiti tra le mani di chi ha manipolato la scena e li custodisce ancora.
Qui Pirandello non basta più. Perché il suo autore mancava, ma i suoi personaggi non erano contaminati dal fango della realtà. Nel dramma di Garlasco, invece, i personaggi recitano davanti a noi mentre, dietro le quinte, altri invisibili tengono in mano la chiave del copione, la parte mancante, l’epilogo negato.
A Garlasco non c’è stato solo un delitto. C’è stata una frattura di destini: persone comuni, con la loro quotidianità, che da un momento all’altro hanno dovuto convivere con due vite parallele.
La vita di prima
La vita reale era fatta di abitudini semplici: il lavoro in ufficio, la bicicletta per gli spostamenti, la cena coi genitori, gli amici di sempre, il parroco che dice messa, il medico che visita con distrazione burocratica. Erano vite di provincia, scandite da ritmi costanti, dall’eco delle campane, dal clamore ingombrante delle Rotonde, da serate d’estate passate nei cortili o nei locali.
Ognuno di loro aveva pensieri privati: i sogni professionali di Chiara, la spensieratezza degli amici, le preoccupazioni dei genitori, i dubbi del fidanzato. Erano vite che scorrevano, senza sospettare di dover mai recitare davanti a un’aula o a una telecamera.
La vita dopo
Poi, improvvisamente, tutto si è spezzato. E quelle stesse persone hanno iniziato a vivere una seconda vita, la vita scenica:
In questa seconda vita non si dorme più come prima. Il sonno è fatto di incubi, di notti rotte dalle domande che non hanno risposta. Ci sono paure e suggestioni sottili: lo sguardo dei vicini, il dubbio che qualcuno ti osservi, il terrore di sbagliare una parola che i giornali domani trasformeranno in titolo, l’incubo di rituali oltre il muro di casa.
E ci sono le pulsioni: il desiderio di difendere sé stessi e i propri cari, di gridare la verità, di smascherare i colpevoli, ma anche la tentazione di tacere, di ritirarsi, di non parlare mai più.
Il prezzo umano
Questa doppia vita è una condanna. Gli affetti si deformano: gli amici diventano potenziali complici, i parenti si chiudono nel silenzio, i conoscenti si trasformano in testimoni indesiderati. Le interviste diventano una seconda pelle: si impara a parlare davanti a un microfono come se fosse naturale, a sorridere con compostezza, a pesare ogni parola come fosse già scritta in un copione.
La paura è costante: paura di essere fraintesi, di essere dimenticati, di essere ricordati troppo. Paura di vedere la propria identità privata schiacciata dalla maschera pubblica.
La condizione pirandelliana
Ed è qui che il parallelo con Pirandello diventa lancinante: le persone hanno perso la loro vita “fluida” e sono rimaste imprigionate nella forma.
Sono uomini e donne che vivono davvero due vite: quella di ogni giorno, nascosta e ferita, e quella fissata dal caso Garlasco, visibile, giudicata, indelebile.
Una recita che non risparmia nessuno
La nuova recita del “caso Garlasco” non si ferma ai protagonisti in prima fila. È una messa in scena corale, che attraversa tutte le fasce sociali e trascina con sé mondi lontanissimi:
Il dramma di Garlasco, come un’opera pirandelliana, ha annullato le differenze sociali: tutti, dal vertice dei palazzi al fondo della scala sociale, sono stati risucchiati nella stessa rappresentazione. Ognuno con la propria parte, più o meno lunga, più o meno drammatica, ma nessuno libero di sottrarsi.
“60 personaggi in cerca d’autore” non è solo un titolo evocativo: è la fotografia di una condizione.
A Garlasco la vita è diventata teatro, il teatro si è fatto vita. E l’Autore – la verità – ancora oggi non si è presentato.
Ma forse la verità ultima non è soltanto nascosta a Garlasco. Perché il dramma che si è consumato qui, in un piccolo paese della Lomellina, porta con sé echi e connessioni che vanno molto oltre i confini locali. Non è solo la vicenda di una famiglia, di un processo, di un borgo ferito. È l’immagine di un Paese intero – l’Italia – che troppe volte ha visto intrecciarsi ombre di potere, depistaggi, protezioni indebite, lobbies inconfessabili.
Dietro le quinte di Garlasco si intravedono gli stessi segni che affiorano altrove: pedofilia protetta, pratiche esoteriche, rituali satanici usati come strumenti di dominio psicologico, collusioni tra poteri alti e oscuri. Un Male Oscuro che non abita solo nella provincia pavese, ma che sembra respirare in tutta la Penisola – e forse nel mondo intero – insinuandosi tra istituzioni, clan, confraternite, logge.
“Garlasco, Italia”: questa potrebbe essere la vera intestazione del dramma, al di là della finzione pirandelliana. Un caso che nasce in un cortile di provincia e che finisce per evocare l’ombra lunga di un teatro nazionale, e forse internazionale, dove i personaggi cambiano nomi e volti ma la trama resta la stessa: un copione di manipolazioni, menzogne e segreti mai confessati.
Forse sarà necessario allargare lo sguardo oltre Garlasco. Perché, se i sessanta personaggi sono ancora qui, imprigionati in una storia senza autore, sullo sfondo ce ne sono altri, invisibili e potenti, che muovono trame ben più estese.
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