L’incontro con l’informativa – Un viaggio tra le carte

Mi sto avvicinando a questa informativa dei carabinieri con una certa cautela, e forse è giusto dirlo subito. Non sono un magistrato, non sono un investigatore, non sono un tecnico del diritto penale né un esperto di atti investigativi. Per anni ho commentato articoli di giornale, interviste, trasmissioni televisive, dichiarazioni pubbliche: materiali che, nel bene o nel male, appartengono già al circuito della comunicazione e dell’opinione.

Qui invece ci troviamo davanti a qualcosa di diverso.

Non un editoriale, non una sentenza, non una requisitoria definitiva, ma una informativa investigativa: un documento interno di lavoro, costruito per orientare un’indagine, raccogliere elementi, collegare dati, formulare ipotesi, proporre letture investigative. E già questo cambia completamente il modo in cui andrebbe affrontato.

Anche perché, almeno dalla mole di elementi che stanno emergendo in questi giorni, l’impressione è quella di un lavoro immenso, difficilmente riconducibile all’attività di una sola persona o a un semplice riassunto investigativo. Sembra piuttosto il prodotto di mesi di approfondimenti, verifiche, intercettazioni, riletture di vecchi atti, confronti tecnici, analisi psicologiche, rivalutazioni storiche dell’intero caso.

E soprattutto colpisce una cosa: dentro questa nuova attività investigativa non sembrano finire soltanto elementi a carico dell’attuale indagato, ma anche aspetti legati alla vecchia inchiesta, ai comportamenti di alcuni investigatori, alle dinamiche processuali, ai rapporti tra soggetti diversi, a testimonianze, omissioni, contraddizioni, contatti e perfino a figure che fino a ieri sembravano appartenere soltanto alle nostre “garlascofobie”, alle intuizioni laterali dei Garlascofili.

Per questo mi avvicino a questo materiale con rispetto, persino con una certa impressione per la vastità del lavoro svolto.

E proprio per questo, forse, mi sembra anche corretto fare quello che faccio sempre quando leggo un testo: provare a entrarci dentro criticamente. Non per demolirlo, non per liquidarlo, ma per capire quanto alcune concatenazioni logiche siano davvero solide e quanto invece si muovano ancora sul terreno delle ipotesi, delle interpretazioni e delle probabilità.

Perché una cosa è la forza di un’indagine, un’altra è la tenuta definitiva della sua ricostruzione.

Fatti, ipotesi e interpretazioni – L’incertezza

L’impressione iniziale, leggendo i primi estratti dell’informativa, è stata indubbiamente positiva, perché finalmente gli investigatori sembravano essersi addentrati anche in quelle anomalie laterali che per anni erano state considerate fantasie da web, suggestioni o semplici “paturnie garlascheggianti”.
Ma più si leggono alcuni passaggi e più emerge anche un’altra sensazione: che una parte dell’impianto continui a poggiare non tanto su fatti definitivi, quanto su concatenazioni interpretative, probabilistiche, psicologiche.

Ed è qui che bisogna stare molto attenti, perché un conto sono DNA, impronte, dispositivi, analisi scientifiche, perizie tecniche. Un altro conto è quando il racconto investigativo inizia a riempirsi di “probabilmente”, “potrebbe”, “si ipotizza”, “compatibile con”. Il rischio è che il lettore, o peggio il pubblico mediatico, finisca per confondere una ricostruzione plausibile con una ricostruzione dimostrata.

Il documento stesso usa formule come “potrebbe” (52 occorrenze), “probabilmente” (32), “possibile” (88), “sembra” (84), “compatibile” (25), “avrebbe” (91). In totale, le aree di ipotesi e possibilità superano le 200 occorrenze, mentre i termini di suggestione e percezione sono oltre 120. Questo linguaggio, se da un lato è normale in una nota investigativa, dall’altro espone il documento a critiche e contestazioni, soprattutto quando le ipotesi vengono presentate come altamente probabili senza adeguato supporto.

E allora il rischio è che il lettore, o peggio il pubblico mediatico, finisca per confondere una ricostruzione plausibile con una ricostruzione dimostrata.

Esempi e criticità – Il confine tra narrazione e prova

Un passaggio mi ha colpito: quello in cui si sostiene che Andrea Sempio si sarebbe recato a casa Poggi convinto che Alberto Stasi fosse assente. Questa precisazione psicologica mi lascia perplesso. Se l’accusa disegna il presunto assassino come un soggetto impulsivo, violento, possessivo, il fatto che Stasi fosse presente o meno non ne cambia radicalmente il comportamento: chi decide di andare al compimento dell’azione può sempre sperare di trovare Chiara sola, entrare rapidamente, parlarle, tentare un approccio.

Non serve necessariamente la certezza assoluta dell’assenza del fidanzato; anzi, proprio il profilo psicologico che emerge dalle chat, dai diari e dai messaggi sembrerebbe quello di una persona impulsiva, ossessiva, poco razionale nei rapporti con le donne, non di un pianificatore perfetto che organizza un blitz sulla base di informazioni impeccabili.

Perché allora inserire quella precisazione? Perché scrivere che sarebbe andato lì “convinto” dell’assenza di Stasi? Quella frase non è neutra, è una spiegazione psicologica precisa. Se inserita in un’informativa così importante, dovrebbe essere sostenuta da elementi molto forti, altrimenti rischia di apparire come una cucitura narrativa, fragile di fronte a una eventuale Golf parcheggiata lì davanti.

Altri esempi mostrano lo stesso problema: ipotesi presentate come altamente probabili senza adeguato supporto, attribuzioni di stati mentali o intenzioni senza prove dirette, conclusioni basate su inferenze cumulative. Un esempio emblematico: “è possibile sostenere che Andrea […] fosse uscito di casa a piedi” e quindi “la versione […] sia in realtà solo una storia elaborata successivamente”. Qui la premessa è ipotetica, mentre la conclusione diventa psicologica e intenzionale.

Altro esempio: “è certamente più probabile che […] lo abbia recuperato Daniela Ferrari e soltanto successivamente conservato per precostituire un alibi”. Qui non esiste prova diretta della “precostituzione”; la conclusione nasce da una lettura interpretativa del contesto familiare.
Molto discutibile il continuo utilizzo di formule motivazionali: “narrazione costruita”, “climax ascendente”, “versioni sempre più ricche di dettagli”. Queste espressioni hanno un forte contenuto valutativo e quasi letterario: non dimostrano falsità, ma la suggeriscono.

Riflessione finale – Equilibrio, limiti e opportunità

Il dato veramente significativo non è solo il numero dei “potrebbe”, ma è la combinazione continua tra linguaggio ipotetico, attribuzione di intenzioni, ricostruzioni psicologiche, deduzioni comportamentali, trasformazione progressiva dell’ipotesi in quasi-certezza narrativa: in pratica, il documento usa molto spesso questo schema: dato → supposizione → interpretazione → conclusione narrativa.

Per questo motivo, dal punto di vista stilistico-investigativo, il testo appare in molti punti più “argomentativo” che “descrittivo”, più “persuasivo” che “neutro”, più orientato alla costruzione di una coerenza investigativa che alla mera esposizione dei fatti certi.

Va però aggiunto un elemento di equilibrio: una nota investigativa di questo tipo non è una sentenza, né un elaborato peritale neutro. Essa è, per sua natura, un documento ricostruttivo e orientato all’ipotesi investigativa, quindi, in atti del genere è abbastanza normale trovare formule come “potrebbe”, “verosimilmente”, “appare”, “si ritiene”, oppure ricostruzioni deduttive e interpretative finalizzate a sostenere una determinata linea accusatoria.

Non sarebbe quindi corretto considerare automaticamente anomalo il solo fatto che il testo contenga numerose inferenze o passaggi probabilistici.

Detto questo, perché segnalare queste presunte debolezze della nota di riepilogo investigativa? È proprio perché tali documenti non hanno valore di prova definitiva, e, come tali, diventeranno inevitabilmente terreno di confronto e di attacco da parte della difesa, che potrà contestare quei salti logici, quelle attribuzioni psicologiche, la trasformazione di ipotesi in apparenti certezze, l’assenza di riscontri autonomi su alcune ricostruzioni. Ed è esattamente nel contraddittorio processuale che si misura la solidità reale di queste costruzioni investigative.

In conclusione, la lettura dell’informativa mi ha impressionato per la quantità di lavoro, ma anche per la fragilità di alcuni passaggi, in quanto è essenziale sia distinguere tra la forza apparente di un’indagine e la solidità della sua ricostruzione, sia restare critici di fronte alle interpretazioni che superano i fatti.

Questo articolo, comunque, voleva solo condividere l’esperienza personale di lettura, evidenziare i punti critici e invitare a una riflessione su come vengono costruiti e interpretati i documenti investigativi.

Il tono si fa più urgente. Quando le anomalie sembrano moltiplicarsi invece di ridursi.