Si parva licet componere magnis
Basta un colpo per rompere un vaso; molto più difficile è ricomporne ogni frammento.
Così anche una verità processuale può incrinarsi fino a costringere a una rilettura completa.
Per anni il martello è entrato nella narrazione del delitto di Chiara Poggi quasi come un dato acquisito. Ma un oggetto mancante non diventa automaticamente un’arma. Uno studio, il noto lavoro di Enrico Manieri e tre celebri errori investigativi invitano a rovesciare il metodo: partire dalle lesioni e dalla scena del crimine, non dall’oggetto che sembra far tornare il racconto.
Nei giorni scorsi mi sono imbattuto in un interessante studio firmato da Ivan Paduano (Ingegnere, ricercatore presso l’Università di Roma La Sapienza), dedicato a un tema rimasto aperto fin dall’inizio dell’inchiesta: l’identificazione dell’arma del delitto di Garlasco. Il lavoro, ricco di richiami alla letteratura medico-legale internazionale, mette in discussione la tradizionale ipotesi del martello e propone una riflessione critica sul metodo con cui, in assenza dell’arma, si giunge a identificarla.
Il saggio di Ivan Paduano parte da una domanda molto semplice: si può davvero affermare che l’arma del delitto di Garlasco fosse un martello? La risposta dell’autore è negativa: non perché sappia quale sia stata l’arma, ma perché ritiene che il martello sia diventato, negli anni, una sorta di verità acquisita senza che esista una dimostrazione scientifica definitiva. Secondo Paduano, l’errore nasce da un ragionamento circolare: poiché in casa risultava mancare un martello e Chiara Poggi era stata uccisa con un corpo contundente, si è progressivamente identificato il martello come arma del delitto. Ma, osserva l’autore, un oggetto scomparso non diventa automaticamente l’arma utilizzata; nemmeno, aggiungiamo noi, se a Garlasco di martello ne sparì anche un altro e se entrambi furono cercati in un fosso di Tromello…
Per mettere in discussione la conclusione, il ricercatore analizza diversi aspetti, anzitutto richiamando la biomeccanica delle lesioni craniche: un martello produce normalmente fratture depresse, concentrate e riconoscibili, mentre le lesioni descritte nel caso Garlasco sarebbero, a suo giudizio, più compatibili con un oggetto avente una superficie d’impatto più ampia.
L’autore prende poi in esame la BPA – Bloodstain Pattern Analysis, sostenendo che la distribuzione delle tracce di sangue risulterebbe più coerente con un oggetto domestico massiccio, capace di trattenere e proiettare una maggiore quantità di sangue rispetto a un martello tradizionale.
Un altro elemento riguarda la dinamica dell’aggressione: se, come molte ricostruzioni ipotizzano, il delitto nacque da un improvviso litigio all’interno della casa, appare poco plausibile che l’aggressore abbia interrotto l’azione per scendere in garage, prendere un martello e risalire. Da qui l’ipotesi che l’arma fosse un oggetto già presente nell’ambiente in cui iniziò l’aggressione.
Per sostenere questa tesi, Paduano richiama alcuni celebri errori investigativi della criminologia internazionale, nei quali gli investigatori individuarono un’arma apparentemente perfetta che, in seguito, si rivelò non essere quella realmente utilizzata. È proprio da questi precedenti che nasce il confronto con casi nei quali la ricostruzione dell’arma del delitto fu completamente rivista dopo nuove analisi scientifiche.
Questa riflessione richiama inevitabilmente anche il lavoro svolto, già molti mesi fa, da Enrico Manieri. Pur seguendo un percorso diverso, anche Manieri era giunto a mettere in discussione l’identificazione quasi automatica del martello, proponendo invece un’arma d’occasione compatibile con la scena del delitto e con la dinamica dell’aggressione. Non è tanto il nome dell’oggetto ad essere importante, vaso, pentola o altro, quanto il metodo: partire dalle lesioni e dalla scena del crimine, anziché dalla semplice scomparsa di un martello.
Sarebbe facile ridurre tutto a una sfida un po’ grottesca “martello contro vaso”: ma sarebbe il modo peggiore di leggere il confronto. L’interesse del lavoro di Manieri non dipende dal fatto che il vaso debba per forza essere l’arma, ma dipende dal metodo: non partire da ciò che manca nel garage, ma da ciò che il corpo della vittima e la scena consentono di ipotizzare. Il vaso, peraltro, era disponibile sul posto e la sua posizione finale è stata interpretata come non del tutto casuale: più simile a quella di un oggetto appoggiato che di un oggetto semplicemente caduto. Anche questo resta un elemento da discutere, non una prova risolutiva, ma basta a mostrare che esiste una ricostruzione alternativa e che il martello non occupa da solo tutto il campo delle possibilità.
Tornando a Paduano, non si può dire che il ricercatore abbia per forza ragione: egli propone solo una critica tecnica alla teoria del martello e la confronta con tre celebri casi internazionali in cui l’arma del delitto era stata identificata erroneamente. E nemmeno possiamo dire che abbia ragione Manieri e che quindi l’arma è un vaso: ma possiamo affermare che la storia della criminologia dimostra che l’arma del delitto è stata più volte identificata erroneamente, con conseguenze enormi per le indagini.
Perché allora il caso Garlasco dovrebbe essere immune da questo rischio? Nessuno è tenuto ad accettare ad accettare l’ipotesi del vaso, ma tutti sono invitati a riflettere su un principio generale: quello sì. Paduano richiama innanzitutto la biomeccanica delle lesioni craniche: in termini generali, un martello tende a produrre impronte traumatiche concentrate, legate a una superficie d’impatto relativamente ridotta. Le ferite descritte nel caso Garlasco, nella sua lettura, potrebbero invece essere compatibili anche con un oggetto dotato di una superficie più ampia: non è la dimostrazione che il martello sia impossibile, ma è la dimostrazione che non è l’unica risposta disponibile.
Lo stesso vale per le macchie di sangue e per la dinamica dell’aggressione: se il delitto fosse nato da un litigio improvviso all’interno dell’abitazione, sarebbe legittimo domandarsi quanto sia plausibile che l’aggressore abbia interrotto l’azione, sia sceso in garage, abbia preso un martello e sia tornato. Un oggetto già presente nell’ambiente avrebbe invece il carattere tipico dell’arma d’occasione: qualcosa che non viene portato per uccidere, ma viene afferrato nel momento in cui la situazione precipita.
Queste osservazioni non chiudono la questione: la riaprono, che è cosa diversa e forse più utile.
La prudenza non nasce soltanto dal caso Garlasco. La storia giudiziaria contiene esempi nei quali un oggetto “perfetto” per la ricostruzione investigativa ha finito per dominare il processo, salvo poi rivelarsi estraneo al delitto o fondato su analisi fragili. I casi richiamati da Paduano servono proprio a questo: ricordare che l’errore non è teorico, ma è già accaduto.
Kathleen Peterson: l’attizzatoio mancante che ricomparve in garage
Nel 2001 Kathleen Peterson fu trovata morta ai piedi della scala della propria abitazione, in North Carolina, con profonde ferite al capo e una grande quantità di sangue sulla scena. L’accusa indicò come possibile arma un lungo attizzatoio da camino che sembrava essere scomparso.
L’oggetto funzionava bene nel racconto accusatorio: era metallico, poteva produrre lesioni ed era mancante. Ma anni dopo fu ritrovato nel garage della famiglia, coperto di polvere, apparentemente inutilizzato e senza tracce che lo collegassero alla morte. Non per questo il caso venne automaticamente risolto in senso opposto; crollò però l’idea che quell’attizzatoio potesse essere trattato come l’arma solo perché non si trovava.
Il parallelismo con Garlasco non consiste nell’affermare che i due delitti siano uguali. Consiste nella sequenza mentale: manca un oggetto compatibile; l’oggetto entra nella ricostruzione; la ricostruzione viene ripetuta; a forza di ripeterla, l’ipotesi acquista il peso di un fatto.
Sam Sheppard: prima il sospettato, poi l’arma adatta a lui
Nel 1954 Marilyn Sheppard venne uccisa nella sua casa in Ohio. Il marito Sam, medico, fu immediatamente posto al centro dei sospetti. Anche la ricerca dell’arma risentì di quella impostazione: si ipotizzò uno strumento chirurgico o comunque un oggetto coerente con la professione dell’indagato.
Il criminalista Paul Kirk rianalizzò successivamente la scena attraverso lo studio delle tracce ematiche e propose una dinamica diversa, indicando un corpo contundente cilindrico, come una torcia metallica o un tubo. L’arma non fu trovata, ma il punto metodologico rimase: l’oggetto non può essere scelto perché si adatta bene alla persona già individuata come colpevole. Devono essere le tracce a orientare verso l’oggetto, non il contrario.
Il processo contro Sheppard fu in seguito annullato e, nel nuovo giudizio, egli venne assolto. Il caso è diventato un simbolo dei danni provocati da un’indagine che si fissa troppo presto su una sola lettura.
Billie-Jo Jenkins: quando cambia perfino il tipo di arma
Nel 1997 la tredicenne Billie-Jo Jenkins fu uccisa nel giardino di casa, in Inghilterra. Le prime ricostruzioni indicarono un martello o un cric d’automobile. Le ferite craniche e le minuscole gocce di sangue trovate sugli abiti del padre adottivo furono lette come elementi compatibili con un’aggressione compiuta con un corpo contundente di quel tipo.
Le consulenze successive rimisero in discussione entrambi i punti. Le lesioni furono ritenute compatibili anche con un picchetto metallico da tenda, mentre le piccole gocce di sangue potevano avere un’origine diversa dagli schizzi prodotti dai colpi. Dopo condanne, annullamenti e nuovi processi, l’imputato fu assolto.
Anche qui non interessa importare meccanicamente la vicenda dentro Garlasco. Interessa osservare quanto possa cambiare una ricostruzione quando le tracce vengono rilette senza l’obbligo di confermare l’arma scelta all’inizio.
A questo punto il nodo appare più chiaro, anche se nessuno è tenuto a credere che il vaso indicato da Manieri fosse davvero l’arma; allo stesso modo, però, nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a considerare il martello un dato acquisito: fra le due posizioni non c’è una semplice gara fra oggetti, ma c’è una questione di metodo investigativo. Il martello nasce infatti da un’assenza: un utensile che non si trova; il vaso nasce invece da una presenza: un oggetto disponibile sulla scena e ritenuto, da chi sostiene l’ipotesi, compatibile con le conseguenze dell’aggressione. Nessuna delle due circostanze, da sola, basta a dimostrare quale fosse l’arma, ma il confronto obbliga a distinguere ciò che è possibile da ciò che è provato.
La sequenza corretta dovrebbe essere questa: prima le lesioni, poi la dinamica, la biomeccanica, le tracce ematiche e la disposizione degli oggetti; soltanto alla fine la ricerca della identificazione dell’arma più compatibile. Invertire l’ordine espone al rischio di adattare i fatti all’ipotesi anziché l’ipotesi ai fatti. Tant’è vero che per anni ci siamo abituati a sentire che Chiara Poggi fu uccisa con un martello: e forse fu davvero così. Ma il “forse” non può scomparire soltanto perché la frase è stata ripetuta migliaia di volte!
Lo studio di Paduano e il lavoro di Manieri hanno il merito di riportare la discussione al punto di partenza; non chiedono necessariamente di accettare una nuova arma; chiedono di verificare se quella vecchia sia mai stata dimostrata. I casi Peterson, Sheppard e Jenkins mostrano perché la domanda non è oziosa: in altre indagini un oggetto mancante, conveniente o apparentemente compatibile ha orientato per anni l’intera narrazione, fino a quando nuove analisi ne hanno rivelato la fragilità.
Nel caso Garlasco il martello resta una possibilità investigativa e il vaso resta un’ipotesi alternativa. Fra i due, per ora, non dovrebbe vincere l’oggetto raccontato meglio, ma quello che le prove riescono davvero a sostenere. Ed è proprio qui che il dubbio torna ad avere una funzione utile: non serve a sostituire una verità con un’altra, ma serve a impedire che una supposizione, diventata familiare, venga scambiata per una prova scolpita nell’etere.
Nota
L’articolo espone ipotesi e confronti metodologici, non attribuisce valore probatorio definitivo a un oggetto specifico e non sostituisce le valutazioni medico-legali e giudiziarie contenute negli atti.
https://www.academia.edu/166970557/Perch%C3%A8_larma_del_delitto_di_Garlasco_non_%C3%A8_un_martello