Poiché gli articoli su Garlasco si stanno susseguendo con una frequenza superiore al previsto, anziché pubblicarli singolarmente ho scelto di raccoglierli sotto un unico titolo–contenitore Garlasco 26. I contributi verranno inseriti progressivamente, uno sotto l’altro, e resteranno fruibili in sequenza nella stessa pagina, raggiungibili tramite il sottostante indice.

Indice degli articoli



1 – L’ULTIMA PISTA

In alcuni degli articoli scritti su Garlasco e letti sul canale sono state proposte delle piste ipotizzabili come retrostanti il movente del delitto, in particolare una, quella legata ad aspetti esoterici. Poi, spinti da una indiscrezione non si sa bene dove originatasi, abbiamo affrontato il movente “sessuale”, attingendone il materiale dal famoso disegno de Il piccolo principe.

Le altre piste erano, lì, sospese, a poco a poco integrate da ricerche e approfondimenti o aggiornate dalle ricorrenti novità, riguardanti di volta in volta l’una o l’altra traccia investigativa, in attesa di completarne l’esame ed eventualmente scriverne in un articolo, magari quando fosse apparso un giusto pretesto per scriverne. Facciamone un breve ripasso.

2 – LE ALTRE PISTE, MA NON TUTTE

ESOTERICA – (Già vista) 

Intorno al delitto ricorrono segni inutili per un omicidio “funzionale”: colori, oggetti, scelte temporali. Non sono prove, sono presenze eccedenti le necessità di un delitto normale, a meno che fossero necessarie a una loro integrazione nello stesso, e/o perché il delitto ha interrotto precocemente un atto previsto più complesso e rimasto incompleto.

In particolare, si segnalano, o si vedono, date cariche di senso, elementi dionisiaci, uso del corpo come luogo simbolico, non solo come vittima, col dubbio: firme volute (invisibili a chi non le cerca) o dimenticanze per la fretta?

SESSUALE – (Già vista)

Tale pista nasconderebbe dinamiche di desiderio, rifiuto, segreti intimi, gelosie non dichiarate, posizioni dominanti, con eventuali connessioni con possibile conoscenza “scomoda” da parte di Chiara su comportamenti altrui.

Si spiegherebbero la violenza sproporzionata, il contesto domestico, la mancanza di segni di effrazione e la coerenza con dinamiche statisticamente frequenti nei delitti in ambito familiare/relazionale; per contro non c’è nessuna prova diretta emersa, mentre c’è il rischio di scivolare nella psicologia “da manuale” se non supportata da fatti, nonostante la presenza del “disegno” fortemente suggestiva.

FINANZIARIO-AFFARISTICA

Cosa ipotizzerebbe:

  • Interessi economici indiretti, non della vittima ma dell’ambiente.
  • Segreti che toccano adulti, non i giovani.
  • Comportamenti imprenditoriali criminali

Pro

  • Spiega il peso istituzionale e la lunga durata delle anomalie.
  • Compatibile con pressioni esterne sulle indagini.
  • Si collega ad altri casi italiani “chiusi male”.

Contro

  • Movente distante dalla figura di Chiara.
  • Rischio di apparire troppo “alto” senza elementi intermedi.PISTA SERVIZI / APPARATI / 4146 / UN PICCIONE PROFESSIONALE

Versione “base”

Cosa ipotizzerebbe:

  • Presenza di soggetti collegati a ambienti sensibili.
  • Uso di coperture, deviazioni, protezioni indirette.
  • Una Chiara messa a conoscenza volutamente di informazioni che l’hanno messa in grave pericolo.

Pro

  • Spiega errori macroscopici mai corretti.
  • Spiega il perché di testimoni marginalizzati.
  • Non richiede complotti: basta inerzia e protezione reciproca.

Contro

  • Nessuna prova documentale diretta.
  • Va trattata come contesto, non come causa unica.

Versione “super”

Cosa ipotizzerebbe

  • Connessioni indirette tra ambienti criminali, giudiziari, informativi.
  • Missioni speciali o coperte
  • Pericolo di avvicinamento a temi di interesse nazionale o internazionale.
  • Non coinvolgimento diretto nel delitto, ma eco sistemica.

Pro

  • Inserisce Garlasco in una mappa nazionale di casi opachi.
  • Spiega parallelismi inquietanti con altri procedimenti.
  • Riccardo Sindoca e Francesco Pazienza presenti sulla scena dei processi connessi.
  • Tifosi “professionali” esultanti nell’aula
  • Utile come chiave di lettura storica.

Contro

  • Non è una pista causale.
  • Serve solo a capire il clima, non a trovare l’assassino.

COMPUTER SHARING / INFORMATICA 

Cosa ipotizzerebbe, forse connessa alla precedente:

  • Condivisione di computer, account, contenuti.
  • Accesso a materiali sensibili, privati o compromettenti.
  • Azienda che, da approfonditi esami, lascia spazio a qualche ambiguità.

Pro

  • Spiega molte ambiguità temporali.
  • Coerente con l’epoca (2007) e con la vita domestica.
  • Ponte tra piste sessuali, droga e segreti.

Contro

  • Accertamenti tecnici incompleti o tardivi.
  • Difficoltà a ricostruire oggi dati originali.
  1. PISTA RELAZIONALE FEMMINILE (amiche, parenti, confidenze)

Cosa ipotizzerebbe:

  • Chiara come depositaria di segreti altrui.
  • Dinamiche di fiducia, confidenza, rivelazione.

Pro

  • Spiega perché Chiara potesse “sapere troppo”.
  • Spiega la dimensione non casuale dell’evento.
  • Coerente con molti silenzi successivi.

Contro

  • Rischio di sovra interpretazione di normali relazioni.
  • Nessuna testimonianza diretta decisiva.
  1. DROGA – USO, SPACCIO, COPERTURA.

Cosa ipotizzerebbe:

  • Uso e circolazione di sostanze in ambienti giovanili e adulti
  • Chiara come testimone involontaria o elemento di disturbo.

Pro

  • Spiega reti di silenzio e omertà diffusa.
  • Compatibile con dinamiche di gruppo e coperture successive.
  • Spiega perché il caso “non riguarda solo Garlasco”.

Contro

  • Nessuna evidenza tossicologica sulla vittima.
  • Movente da solo non basta a spiegare tutto.
  • Vicinanza funzionale del santuario.
  • Presenza consistente di adulti in una cerchia di giovani.

Nella necessità di fare sintesi di parecchie pagine di bozze e di appunti, il riepilogo appena letto rischia di essere attaccabile, soprattutto per le suggestioni. Sarà così, ma abbiamo già parlato anche di questo: vent’anni di mistero crescente dove volete che portino?

In ogni caso è vero che nessuna pista, da sola, regge, mentre due o tre insieme, sì. Il cuore del problema, però, non è scegliere una pista, ma capire quale combinazione spiega: violenza, silenzi, durata, anomalie(?)investigative.

3 – LA PISTA FINALE (O PREVALENTE)?

Ecco dunque la pista, caldeggiata ultimamente nell’ambiente mediatico ben informato intorno a Garlasco: quella che conduce alla droga.

La pista della droga è quella che avrei voluto lasciare per ultima. O, se possibile, non affrontare mai. Non per moralismo, ma per una resistenza emotiva profonda: rifiuto l’idea che Chiara Poggi sia stata trascinata dentro una vicenda di questo tipo, fatta di consumo, ricatti, abitudini mefitiche. È una reazione istintiva, quasi di protezione. Ed è proprio questo il problema.

Perché l’esperienza insegna che le piste che respingiamo per istinto sono spesso quelle che spiegano meglio i fatti, non perché siano più “vere”, ma perché reggono meglio il peso delle anomalie.

La pista “droga”, comunque, non è del tutto alternativa alle altre e non esclude a priori quella sessuale, quella esoterico-rituale, quella “segreta”, quella economico-finanziaria: al contrario, forse le attraversa, le connette, le normalizza.

4 – UN PONTE: DALL’ESOTERICO ALLA DROGA

La pista esoterica per Garlasco, per come è stata sinora qui trattata, non andava certo letta come “credenza nel diavolo”, ma come linguaggio di gruppo, codifica e selezione. E questi sono gli stessi meccanismi che governano i contesti di spaccio organizzato, soprattutto quando non si tratta di strada ma di reti ibride. In generale, emergono i seguenti punti comuni:

  • Linguaggio simbolico e cifrato (nomi, segni, numeri, allusioni, date);
  • Ritualità di accesso e di appartenenza (religiose e no, comportamentali);
  • Isolamento progressivo (chi entra, si separa dal mondo precedente);
  • Uso di sostanze come strumento di controllo emotivo e di legame;
  • Protezione verticale non del singolo, ma del sistema;
  • Presenza di adulti “rispettabili”, non marginali;
  • Centralità del silenzio, più che dell’atto.
  • Deviazioni associate (pedofilia)

Letti così, molti elementi che nell’ottica satanica apparivano forzati o simbolicamente eccessivi, possono assumere nuove funzioni e potrebbero, a questo punto, essere riletti in quegli articoli dedicati.

5 – ARCE: UN CASO DI STUDIO

Entriamo nel focus di questo articolo da un passaggio laterale che, per molto tempo ha attirato l’attenzione di coloro, come lo scrivente, che seguono i casi di crimine e misfatti (associati) e che, per molti aspetti ci può aiutare ad affrontare questa pista, quella della droga, in quanto tra i due casi, secondo me, ci sono molti elementi di similitudine e confronto.

C’è una similitudine preliminare, forse la più pesante di tutte, che incombe su Arce e su Garlasco prima ancora dei nomi, dei sospetti e dei moventi: la giustizia che non arriva mai, per decenni, a fermarsi; che procede per stratificazioni e ribaltamenti, che riapre ciò che sembrava chiuso e chiude ciò che appariva aperto, lasciando dietro di sé una scia di sentenze formalmente legittime ma sostanzialmente incapaci di pacificare.

In entrambi i casi, l’iter processuale non accompagna la verità, ma la insegue, la perde, la riprende e poi la rimette in discussione, trasformando il tempo giudiziario in una seconda forma di violenza, silenziosa ma persistente, comprensiva di un innocente in carcere e della perdita di fiducia collettiva.

Più avanti analizzeremo i paralleli e raffronteremo le situazioni, i personaggi, gli esiti: ma intanto, mentre leggete o ascoltate la storia, alcuni collegamenti vi risulteranno quantomai espliciti.

Il 3 giugno del 2001, Serena Mollicone, diciotto anni, viene ritrovata morta in un boschetto denominato Fonte Cupa, vicino ad Arce in provincia di Frosinone, dopo due giorni di ricerche, presentando segni di violenza e il volto coperto da un sacchetto di plastica.   

Serena Mollicone viene cresciuta dal padre Guglielmo, insegnante della scuola elementare locale. La madre era morta quando la ragazza aveva solo 6 anni, a causa di una grave malattia. Serena è una ragazza ordinaria che frequenta la scuola in attesa di sostenere l’esame di maturità. Ha molti amici, uno di questi morto per droga poco tempo prima. Per questo motivo, la giovane è contraria alle droghe e s’impegna per aiutare chi cerca di uscirne.

Il 1° giugno 2001 esce di casa per andare all’ospedale di Isola del Liri per una radiografia ai denti. Dopo l’appuntamento deve incontrare un ragazzo che frequenta. La sera, però, non rientra a casa e dopo poco il padre, allarmato, dà l’allarme. La proprietaria di un bar assicura di averla vista nel suo locale con altri ragazzi, versione confermata anche dal carrozziere Carmine Belli che afferma di averla vista litigare con un giovane dai capelli biondi.

Due giorni, dopo una squadra della Protezione Civile trova il corpo di Serena Mollicone: il suo corpo, avvolto in sacchi di plastica, è stato abbandonato e ricoperto da rami e foglie. La sua bocca è chiusa con del nastro adesivo, mani e piedi sono legati da scotch e fil di ferro e il viso presenta una ferita all’altezza del sopracciglio.

Prima che venisse trovato il cadavere di Serena Mollicone, il maresciallo Franco Mottola si era recato presso la sua abitazione per chiedere al padre il diario della ragazza. Guglielmo glielo aveva consegnato ma, si scoprirà successivamente, la consegna non viene registrata in alcun verbale. Non si trova il telefonino di Serena: anche i carabinieri tornano alla casa della ragazza per cercare il suo cellulare senza però trovarlo.

Tre giorni dopo quella perquisizione, il cellulare sbuca nel primo cassetto del comodino in camera della ragazza. Il fatto avviene durante il funerale, nel corso del quale il sottufficiale si presenta in chiesa e invita il padre della ragazza a seguirlo in casa, dove avviene la strana scoperta. Qualcuno è entrato in casa per nascondervelo?

L’autopsia stabilisce che non c’è stata violenza sessuale ma che Serena Mollicone ha ricevuto una botta in testa. Per il resto le ricerche risultano infruttuose.

Bisogna aspettare il settembre del 2002 per vedere i carabinieri arrestare Carmine Belli, il carrozziere che aveva visto Serena litigare con un ragazzo davanti al bar e che si era presentato come testimone volontario per riportare il fatto. Viene ritenuto inizialmente innocente, per poi essere accusato di omicidio, trascorrere 17 mesi in carcere, anche in isolamento, ed essere assolto in appello: il castello accusatorio contro di lui crolla.

Non era il colpevole: serviva a chiudere in fretta, deviare l’attenzione, proteggere un perimetro più ampio.

La svolta arriva nel 2008 quando Santino Tuzi, un carabiniere di Arce, si suicida con la propria pistola, nelle classiche “strane circostanze” di rito, dopo aver rivelato pochi giorni prima agli inquirenti che il 1° giugno 2001 Serena Mollicone era entrata in caserma ma che non ne era mai uscita. Lì, dunque, avrebbe dovuto essere stata uccisa.

Il ragazzo biondo con il quale Serena Mollicone è stata avvistata fuori dal bar prima della sua scomparsa è riconosciuto in Marco Mottola, il figlio del maresciallo.

In base alla ricostruzione di Santino Tuzi, il giovane sarebbe stato immischiato nello spaccio di droga. Serena, che l’aveva scoperto, voleva denunciarlo. Dopo un litigio avvenuto per strada, Serena avrebbe dimenticato i suoi libri nell’auto del ragazzo. Quindi, si sarebbe recata in caserma, nell’appartamento dei Mottola, situato al primo piano della caserma, per recuperarli. Qui Marco l’avrebbe colpita, facendole sbattere il capo contro una porta (si troveranno tracce di schegge di legno sul capo di Serena, la porta sarà sostituita), facendola svenire, dopodiché l’avrebbe legata e si sarebbe sbarazzato del corpo con l’aiuto dei genitori.

In questo senso si spiegherebbe anche il depistaggio da parte del maresciallo con la richiesta del diario di Serena a Guglielmo poco dopo la sua scomparsa. E, allo stesso modo, quello del cellulare fatto sparire e poi ricomparire in casa senza impronte. Infine, il corpo di Serena fatto ritrovare in un boschetto molto lontano dal bar dove era stata vista litigare Marco, luogo scelto apposta per evitare un’associazione tra i due episodi.

A questo punto le indagini si concentrano sui carabinieri e l’ex maresciallo Franco Mottola, la moglie e il figlio Marco finiscono a processo con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Inoltre, due carabinieri vengono accusati uno di favoreggiamento e l’altro di induzione al suicidio di Tuzi.

Franco Mottola, la moglie e il figlio Marco vengono accusati di omicidio volontario e occultamento di cadavere di Serena Mollicone. Si apre il processo e la famiglia si dichiara innocente. Prima dell’inizio, il 31 maggio 2020, Guglielmo, il padre si Serena, muore.

La linea difensiva cerca di smentire le accuse dichiarando che il DNA ritrovato sul luogo del delitto non appartiene a nessuno degli imputati. Ma per tutti i colpevoli sono loro.

Il 19 marzo 2021 si tiene la prima di 46 udienze e i PM chiedono 30, 24 e 21 anni di reclusione per Franco, Marco e Anna Maria Mottola, 15 e 4 anni per i carabinieri Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano. Il giudice, contro tutte le attese, dichiara assolti tutti quanti per mancanza di prove. Il GIP, però, si oppone e chiede di riesumare il cadavere di Serena Mollicone, ottenendo il permesso. In questo modo è possibile stabilire che la ferita sulla testa della ragazza è compatibile alle affermazioni dell’accusa.

Tutti gli imputati vengono così rinviati in appello. L’accusa chiede una condanna a 24 anni di carcere per l’ex maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, 22 anni per la moglie Anna Maria e per il figlio Marco, la condanna a 4 anni per favoreggiamento per Suprano e l’assoluzione per Quatrale.

Il 15 luglio 2022 i giudici della Corte d’assise di Cassino emisero l’assoluzione dai capi di accusa di tutti i cinque imputati.

In particolare, i giudici assolsero il maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, il figlio Marco e la moglie Annamaria “per non aver commesso il fatto”. Assolti perché il fatto non sussiste anche gli altri due carabinieri Vincenzo Quatrale (che fu accusato di concorso nell’omicidio) e Francesco Suprano (accusato di favoreggiamento)

Il 12 luglio 2024 la Corte d’appello di Roma confermò l’assoluzione emessa in primo grado per la famiglia Mottola e i carabinieri Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano, condannando le parti civili, la Procura e il Ministero della Difesa, in quanto ricorrenti, alle spese processuali.

Per i carabinieri Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano, le sentenze di assoluzione sono diventate definitive nel novembre del 2024; per Franco, Marco e Anna Maria Mottola l’11 marzo 2025 si tenne il processo presso la Corte di Cassazione, che accolse la richiesta della Procura annullando la sentenza di assoluzione e disponendo un nuovo processo d’appello presso un’altra sezione della Corte d’Appello di Roma.

Un caso irrisolto per oltre vent’anni, fatto di indagini intricate, colpi di scena e una lunga battaglia per la verità.

Al di là di tutto questo ed esaminando la questione a raggio più ampio, la pista droga ad Arce è compatibile per contesto, non solo per prova diretta a seguito di indagine. Infatti, Arce e zone limitrofe, negli anni ’90–2000 non erano affatto “pulite”, ma vi stanziavano piccoli traffici, consumo diffuso, ambienti opachi.

Serena non era una “ragazza di strada”, ma era entrata in contatto con ambienti ambigui (testimonianze, frequentazioni, spostamenti); la caserma era invece il luogo dove passavano non solo verbali ufficiali, ma informazioni, persone, segnalazioni, silenzi e reticenze. Tutto questo, ancora, non dimostra la droga,

ma rende plausibile che il contesto fosse sporco, non lineare: siamo in un capitolo dedicato ad Arce e alla povera Serena, ma un salto mentale a Garlasco e alla povera Chiara, per un rapido parallelo, ci sta.

6 – PARALLELO STRUTTURALE ARCE – GARLASCO

L’omicidio di Serena Mollicone non spiega Garlasco, ma potrebbe aiutarci a decifrane la trama associata a una pista “droga”, considerata come presupposto dell’impalcatura accusatoria del caso, visto che di sentenze definitive non ce ne sono ancora: proviamo quindi un raffronto tale pista “Arce” legata al consumo e commercio di stupefacenti e una pista analoga presa in esame oggi per Garlasco.  Non per suggestione, ma per meccanica dei fatti, non per non dire, ma per basarci su fatti reali già avvenuti in un contesto omicidiario correlato.

a) Vittima “normale”, non marginale

Arce

  • Serena Mollicone: ragazza ordinaria, contraria alla droga, entra in contatto con ambienti devianti.
  • Non è “dentro” il giro: lo scopre.

Garlasco

  • Chiara Poggi: ragazza ordinaria, lavoro tecnico, contesto borghese.
  • Non emerge come consumatrice o spacciatrice.
  • Ma entra in contatto con materiale, informazioni, ambienti che non le appartengono.

In entrambi i casi: la vittima non è il problema, è la variabile impazzita.

b) Droga come contesto, non come stigma morale

Arce

  • Amico morto per droga.
  • Marco Mottola, figlio del maresciallo dei carabinieri della locale stazione, sospettato di spaccio.
  • Serena contraria alla droga → possibile conflitto.

Garlasco

  • Droga come ipotesi che spiega:
    • solidarietà trasversali,
    • silenzi,
    • protezioni,
    • paura di “far emergere il sistema”.

In entrambi: la droga non serve a “sporcare” la vittima, serve a spiegare perché il sistema reagisce subito.

c) Il primo intervento istituzionale è già anomalo

Arce

  • Il maresciallo va a casa della vittima prima del ritrovamento del corpo.
  • Chiede il diario.
  • La consegna non viene verbalizzata.
  • Il cellulare sparisce e riappare.

Garlasco

  • Scena manipolata subito.
  • Corpo girato.
  • Impronte cancellate.
  • Accessi informatici non tracciati.
  • Priorità investigative rovesciate.

Qui c’è un punto chiave inconfutabile: se la protezione scatta prima ancora di sapere “chi è stato”, significa che non si sta proteggendo una persona, ma un sistema e che chi si attiva subito ci è dentro, più o meno direttamente.

d) Un innocente “offerto” per chiudere il caso

Arce

  • Carmine Belli:
    • testimone,
    • arrestato,
    • 17 mesi in carcere,
    • assolto completamente.

Garlasco

  • Alberto Stasi:
    • costruzione accusatoria fragile,
    • isolamento,
    • condanna,
    • dubbi strutturali ancora aperti.

In entrambi: l’innocente serve a comprare tempo mentre il sistema si ricompatta.

e) Suicidi e presunti suicidi

Arce

  • Santino Tuzi:
    • parla,
    • conferma ingresso in caserma,
    • si suicida.
  • Ipotesi di induzione al suicidio.

Garlasco

  • Serie di morti, suicidi, sparizioni.
  • Nessun rituale esplicito.
  • Nessuna messa in scena.
  • Solo persone che sanno troppo o stanno per parlare.

Qui la percezione è fortissima: non è esoterismo, è pressione, non è rito, è controllo.

7 – I PUNTI DI CONNESSIONE

Lo schema riportato al punto precedente è naturalmente sintetico e approssimativo, poiché l’aggiunta incontrollata di altri elementi (peraltro esistenti) di ulteriore dettaglio lo avrebbero reso poco fruibile: il circuito di confronto pare funzionare ed essere funzionale all’utilizzo del caso di Arce come approccio per inquadrare la pista “droga” a Garlasco.

Ma possiamo arricchire la disamina in forma libera, per soffermarci su altri aspetti inerenti ai due delitti, sui punti di connessione e, quanto esistono, sui punti di discordanza o di ribaltamento, con l’avvertenza che, per quanto riguarda Garlasco, alcuni di essi resteranno omessi o solo accennati, in quanto già noti e iper-trattati e quindi di facile individuazione.

Nel caso di Arce, c’è un elemento centrale, tecnico: l’accusa sostiene che Serena viene colpita violentemente alla testa all’interno della caserma dei Carabinieri di Arce, in particolare nell’alloggio privato del maresciallo. L’ipotesi è che la testa di Serena abbia urtato una porta con violenza tale da provocare la perdita di coscienza e un trauma cranico compatibile con le lesioni rilevate.

Elemento cruciale, durante la riesumazione del corpo (disposta dopo l’assoluzione di primo grado), i periti rilevano che la ferita al sopracciglio e il trauma cranico sono compatibili con un impatto contro una superficie rigida in legno. Questo è uno dei motivi per cui il GIP non accetta l’assoluzione come definitiva e dispone alla fine il rinvio in appello.

Per il parallelo diretto con Garlasco, possiamo constatare, sappiamo quanto ancora si aperta la questione dell’arma del delitto e delle fazioni che si affrontano nella sua disamina.

In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a spiegazioni logiche che non chiudono il cerchio, fermandosi alla necessità di “adattare” la dinamica a una tesi: diverse per Garlasco, una per Arce. La quale è corroborata dal rinvenimento di micro–schegge di legno, compatibili con la porta in questione, sul capo della vittima.

Possiamo poi considerare la “pulizia” del luogo del delitto, certo per Garlasco, ipotizzato per Arce. Qui, secondo l’accusa, la stanza dell’alloggio dei Mottola (dove sarebbe avvenuto l’urto) sarebbe stata ripulita nelle ore/giorni immediatamente successivi, con la testimonianza della persona incaricata, con la raccomandazione di elevata accuratezza e profondità, delle operazioni. Per la difesa, non esiste una documentazione fotografica completa dello stato originario della stanza, la cosa non vale come elemento probatorio…

A Garlasco, abbiamo una scena del delitto manipolata, interventi “precoci”, impossibilità di ricostruire ex post ciò che è stato cancellato.

A mano a mano che si prosegue, ci sembra proprio che ciò che a Garlasco appare come ipotesi, ad Arce prenda forma di fatto: e proprio per questo Arce non dimostra Garlasco, ma lo rende intelligibile.

8 – LE DIFFERENZE

C’è un punto, arrivati fin qui, in cui Garlasco e Arce smettono di assomigliarsi: nel movente nell’eventuale coinvolgimento istituzionale. È nel modo in cui il dolore viene attraversato e trasformato.

Ad Arce, l’innocente sconta una pena relativamente lieve e col conforto di un’opinione pubblica che sempre più lo ritiene vittima di una macchinazione, supera l’evento ed esce dal carcere pienamente riabilitato, anche se visibilmente provato da quell’esperienza. A proposito della quale, né calunniatori, né erogatori della pena pare abbiano parlato e non vorremmo che, parallelo anticipato, finirà così anche a Garlasco.

Guglielmo Mollicone, il padre della vittima di Arce combatte, piange, invecchia, soffre, si consuma, ma resta in piedi. Porta addosso una ferita che lui stesso dice di non poter richiudere, e non tenta mai di farlo. Non accetta verità pacificate, non accetta scorciatoie, non accetta silenzi “a fin di bene”. Combatte fino allo stremo, contro apparati più grandi di lui, fino a morirne. La sua vita diventa una richiesta di verità che non arretra, nemmeno quando tutto invita a farlo.

A Garlasco, riconosciamo in questa figura, in questa trama, Nicola Stasi, il padre di Alberto, l’innocente. Qui muore il padre dell’innocente in carcere, consumato dal peso di una colpa che non è la sua, mentre, ribaltamento cosmico, i genitori della vittima scelgono un’altra strada: quella della chiusura, della protezione del silenzio, dell’adesione piena a una verità giudiziaria che mostra falle evidenti. Non chiedono di riaprire, non chiedono di allargare, non chiedono di disturbare.

Non è una colpa morale, ma è una differenza strutturale, che pesa come un macigno. E questa differenza ci dice qualcosa di essenziale: il problema non è solo il movente, qualunque esso sia – droga, sesso, malaffare, segreti istituzionali. Il problema è spesso e anche ciò che accade dopo.

Perché in entrambi i casi emerge un dato inquietante: chi protegge e chi depista non lo fa soltanto “a fin di bene”, come spesso si racconta, lo fa anche senza scrupolo di rovinare altre persone, trascinando nel proprio egoismo di delinquente o di potente testimoni trasformati in colpevoli, innocenti incarcerati, famiglie distrutte, verità sacrificate per mantenere un equilibrio che non ha nulla di giusto, se non la loro maledizione.

Ad Arce, quel meccanismo viene sfidato fino alla morte da un padre solo. A Garlasco, quel meccanismo regge ancora, protetto dal silenzio e dalla rimozione. Parrebbe per poco. Poi riproveremo ancora a fare i paralleli con Arce e con altri casi.

Ed è forse qui, più che in qualsiasi pista, che si annida il vero enigma di Garlasco, che, nonostante sappiamo di averlo detto e sentito più volte, ci scappa sempre: non nel perché Chiara sia morta, ma nel perché intorno alla sua morte si sia costruita una zona invalicabile, anche a costo di altre vite, altri dolori, altre ingiustizie. Ad Arce, in attesa di una sentenza che lo certifichi, il quadro sarebbe chiaro e i depistaggi di contesto coerenti e tutto sommato circoscritti a un ambito famigliare e istituzionale limitati.

9 – COCA CATTIVA

Dopo aver considerato che anche i punti di mancato accostamento Arce-Garlasco, al di là dei ruoli che le circostanze loro riservano, ci confermano il fatto che, in tutti i casi di malaffare e di malagiustizia, ci sono delle vittime dirette e indirette che soffrono e che muoiono, di un dolore che nessuna sentenza, neanche la più giusta o la più severa, possono pareggiare, torniamo alla pista della “droga”, della “coca cattiva”.

Due punti appaiono decisivi e solidi nei due casi: il “raptus” e l’intervento manipolatorio delle prove.

Il “raptus” omicidiario

La “coca cattiva” – espressione che Chiara stessa utilizza nelle ricerche rinvenute – non è una metafora morale, ma una definizione empirica, ma sta a indicare una sostanza che non produce solo euforia o disinibizione, ma rabbia improvvisa, impulsività incontrollata, perdita della valutazione delle conseguenze, soprattutto quando assunta in modo abituale o in soggetti giovani. È un dato noto in ambito clinico e investigativo: la cocaina può generare scatti d’ira sproporzionati, reazioni violente non premeditate, comportamenti che non reggono a una lettura razionale ex post.

Tutto questo, sintesi estrema di fonte medico-scientifica, è elemento cruciale, perché l’odio “freddo” difficilmente esplode – a Garlasco – in casa d’altri, contro una persona come Chiara, senza un movente sedimentato e senza una valutazione minima delle conseguenze. Anche chi odia, di norma, calcola. L’impeto cieco, invece, è tipico di stati alterati.

Ad Arce, ci si trova davanti a un paradosso simile: un gesto violento, compiuto in un contesto che dovrebbe funzionare da deterrente assoluto – una caserma dei carabinieri da parte del figlio del maresciallo – da parte di chi, lucidamente, dovrebbe rendersi conto che “non si può fare”. Eppure, accade.

È qui che l’ipotesi della cocaina non serve a “spiegare tutto”, ma a rendere comprensibile ciò che altrimenti è illogico: l’esplosione di violenza, l’assenza di freni, l’errore madornale che nessuna mente sobria sceglierebbe di compiere. Non giustifica. Ma colloca l’atto in una dinamica reale, compatibile con entrambi i casi, e molto più coerente di qualunque odio astratto o di fantasiose costruzioni psicologiche a posteriori.

Errori pronti via!

In entrambi i casi, la scena viene: manipolata immediatamente, inquinata già nel primo intervento, alterata prima che maturi qualsiasi linea difensiva. Questo comportamento è compatibile con un solo scenario: chi interviene sa già cosa sta proteggendo, senza attendere ordini dall’alto. Perché? Come sarebbe spiegabile se non dal fatto di appartenere solidalmente all’organizzazione?  Basterebbe, forse, solo per Arce, un forte legame famigliare? Un maresciallo dei carabinieri oserebbe così tanto per un figlio non proprio esemplare? 

La droga ha una caratteristica che poche altre attività criminali possiedono: crea solidarietà trasversali, unendo giovani e adulti, professionisti e marginali, consumatori e spacciatori, soggetti esterni e appartenenti alle istituzioni. E quando l’uso o il traffico coinvolge apparati dello Stato, la reazione non è più individuale, ma autoprotettiva. Non si protegge solo un colpevole. Si protegge il perimetro, militarmente, se necessario.

Come avvenne a Piacenza, qualche anno fa.

E qui non siamo nel campo delle ipotesi, né delle deduzioni, per quanto logiche e nemmeno stiamo facendo considerazioni su tesi accusatorie in un processo Ci troviamo davanti a un esempio macroscopico, accertato con sentenze, confessioni, patteggiamenti e con la chiusura di una caserma e di un reparto operativo.

10 – PIACENZA: IL PRECEDENTE IN CASERMA

Il caso di Piacenza, esploso nel luglio 2020, rappresenta uno spartiacque inquietante ma documentato nel rapporto tra droga e apparati dello Stato. In quella vicenda, un gruppo di carabinieri in servizio presso la caserma di via Caccialupo trasformò l’ufficio pubblico in un vero e proprio centro di gestione criminale: spaccio di droga, violenze sistematiche, arresti illegali, falsificazione di atti, estorsioni e torture ai danni di spacciatori e tossicodipendenti, costretti con la forza a delinquere per alimentare arresti “pilotati” e profitti personali.

Le indagini – rafforzate da confessioni degli stessi militari e da numerose testimonianze delle vittime – hanno accertato un “contesto di criminalità diffusa” protratto nel tempo, caratterizzato dal totale rovesciamento delle funzioni istituzionali: le esigenze personali dei militari prevalevano sul servizio, la violenza era prassi, lo spaccio non un’eccezione ma una componente strutturale. Tutto veniva poi coperto attraverso verbali falsi e comunicazioni artefatte alla Procura.

Ciò che rende Piacenza un precedente decisivo non è solo la gravità dei reati, ma il fatto che una rete interna all’Arma abbia potuto operare per anni, con silenzi, omissioni e mancati controlli ai livelli superiori, tanto da aprire un filone d’indagine anche sui vertici locali. Non si tratta dunque di “mele marce” isolate, ma di un sistema che ha retto finché non è collassato sotto il peso delle prove.

Questo caso dimostra, in modo non più eludibile, che il coinvolgimento di appartenenti alle forze dell’ordine in dinamiche legate alla droga non è una suggestione teorica, ma un fatto storicamente accertato, possibile, e già avvenuto. Ed è proprio per questo che, quando si analizzano altri contesti opachi, il tema non può essere liquidato come impensabile, denigratorio o scandalistico.

11 – PROTEGGERE I FIGLI, PROTEGGERE SÉ STESSI

Qui la pista droga mostra il suo volto più credibile e più scomodo. Non si tratta solo di “figli di qualcuno”, ma si tratta di adulti che devono proteggere sé stessi, le proprie abitudini, la propria reputazione, la propria posizione. In questo scenario:

  • il depistaggio non è ordinato: è automatico;
  • la scena viene manipolata subito;
  • le procedure diventano elastiche;
  • la verità viene sacrificata prima ancora di essere cercata.
  • Non per un grande complotto, ma per continuità di sistema. E sia Arce che Garlasco mostrerebbero, nel caso della ipotesi di movente che stiamo percorrendo, che: quando la droga entra nel perimetro istituzionale, il problema non è il delitto, ma ciò che il delitto rischia di rivelare. In questi casi: si manipolano le scene da subito, si protegge l’immagine prima della verità e… ci si presta, quasi con compiacimento e accanimento sinceri, a costruire colpevoli compatibili, ingaggiando innocenti sacrificabili.

12 – CONCLUSIONE

Ci sono altri temi che si potrebbero affrontare, a questo punto, sulla traccia e con l’abbrivio di quanto detto sinora: per esempio il ruolo del RIS, la posizione dei consulenti-opinionisti e altro ancora. Ma l’articolo ha già messo alla prova chi lo sta leggendo e quelli sono argomenti che possono essere trattati a parte, in una prospettiva più ampia di quella specifica (“droga” e parallelo con Arce) che abbiamo preso.

Ci sono ancora un paio di annotazioni da fare, però.

La prima annotazione riguarda il fatto che la pista “droga” può spiegare Arce e può aiutare a rendere leggibili alcune dinamiche di Garlasco, applicabili per un movente legato in qualche modo, o solo in parte, alla droga, ma, al contempo, evidenzia una differenza che non può essere ignorata, ed è una differenza enorme.

Ad Arce vediamo infatti errori gravi, pressioni, omissioni, una gestione opaca delle indagini, un possibile intervento protettivo interno. Ma il quadro, per quanto disturbante, resta grossolano, limitato, tracciabile.

A Garlasco no. A Garlasco la quantità, la qualità e la continuità delle anomalie superano qualunque soglia di paragone: testimoni che compaiono e scompaiono, verbali incompleti o tardivi, accessi non autorizzati ai computer, reperti spariti, impronte cancellate, ritrattazioni pilotate, interventi immediati sulla scena del crimine, sovrapposizioni investigative che non finiscono mai.

No un errore, no una copertura: una sequenza. E allora la domanda non è più se la droga spieghi Garlasco. La domanda diventa: perché se e dopo la “droga” a Garlasco tutto questo? Se lo schema è simile, perché l’intensità è così diversa? Se il movente può essere comparabile, perché il livello di manipolazione è incomparabile?

Qui emergono solo due possibilità, entrambe inquietanti: che i soggetti da proteggere fossero diversi per peso, ruolo, connessioni o che che a Garlasco non fosse in gioco solo un fatto criminale, ma qualcosa che non doveva essere toccato, né allora né dopo.

La seconda annotazione vede, ad Arce, il padre della vittima combattere fino a consumarsi; a Garlasco, invece, nel medesimo ambito, il silenzio e il dolore vengono custoditi, difesi, normalizzati. E questa non è una differenza emotiva: è una differenza strutturale.

Per questo il confronto tra Arce e Garlasco non porta a una risposta, ma a un’ultima, decisiva constatazione: la pista può aiutare a capire come si muove il male, ma non basta a spiegare quanto e perché venga protetto.

Ed è lì, in quella sproporzione, che il caso Garlasco smette di essere un delitto e diventa qualcos’altro, qualcosa che, ancora oggi, non siamo autorizzati a guardare fino in fondo.

DISCLAIMER

Ogni riferimento al caso di Arce e all’omicidio di Serena Mollicone, in questo articolo, si fonda esclusivamente sull’ipotesi accusatoria emersa nel corso delle indagini e dei procedimenti giudiziari, non su una verità definitivamente accertata. Le assoluzioni intervenute – in primo grado e nei successivi gradi di giudizio – restano un dato giuridico incontrovertibile, che qui non viene messo in discussione né eluso.

Il richiamo ad Arce ha una funzione comparativa e analitica, non assertiva: serve a mettere in luce dinamiche ricorrenti (impulsività, contesti protetti, errori investigativi, reazioni istituzionali) che, a prescindere dall’esito processuale, risultano utili per comprendere il caso di Garlasco sotto il profilo logico e comportamentale.

In altri termini: non si assume come vera l’accusa, ma si osserva che anche un’ipotesi ritenuta non provata in sede giudiziaria può conservare valore interpretativo quando viene utilizzata come modello di confronto, e non come affermazione di colpevolezza.

Questo articolo non formula accuse, non sostituisce la giustizia e non pretende di stabilire responsabilità penali. Si muove su un piano diverso: quello della coerenza dei comportamenti, delle reazioni umane e delle anomalie investigative, che possono essere analizzate anche quando il diritto, legittimamente, ha voluto o dovuti fermarsi.

COCA MALA

 

Questo articolo nasce da due cose che, a prima vista, sembrano non c’entrare nulla.

Da una scoperta piccola, quasi banale, su cosa fece Chiara Poggi la sera prima di morire.

E da una riflessione più ampia sulle sentenze che non convincono, non per l’esito, ma per le contraddizioni che si portano dietro.

Il punto è che queste due cose si toccano. Perché quando un dettaglio reale, umano, documentabile, incrina una narrazione costruita negli anni, non va in crisi solo una sentenza: va in crisi tutto ciò che, dopo quella sentenza, è stato aggiunto per difenderla a ogni costo.

Questo non è un articolo contro la giustizia. È un articolo contro il rumore che copre i fatti, e contro chi, dopo, continua a gettare fango per non ammettere che qualcosa non torna. E contro le sentenze-contro,

Ci sono sentenze che offendono. Non offendono per l’esito, ma per le contraddizioni che lasciano filtrare, per ciò che non spiegano, per ciò che costringono a rimuovere, per il vuoto che producono subito dopo essere state pronunciate. Esistono sentenze che non offendono per ciò che decidono, ma per ciò che obbligano a rimuovere. Quando accadono, non basta accettarle: bisogna interrogare anche chi, dopo, continua a calunniare in loro nome.

Nel caso di Garlasco, una di queste contraddizioni riguarda un fatto emerso solo di recente, e che pure era lì, da sempre, sotto gli occhi di chi avesse voluto guardare senza pregiudizio: l’attività informatica di Chiara Poggi nella sera del 12 agosto 2007, la sera prima dell’omicidio.

Per anni si è detto e scritto di tutto. Di cartelle “oscure”, di file sospetti, di segreti taciuti, di presunte perversioni del fidanzato, insinuate come possibile scintilla di un movente mai dimostrato. Tutto questo è passato sui media, nei dibattiti, perfino nei tribunali paralleli dell’opinione pubblica, spesso a spese di una ragazza che non poteva più difendersi.

Oggi sappiamo una cosa semplice, disarmante: Chiara quella sera non cercò alcun segreto.
Nel momento esatto in cui Alberto Stasi uscì di casa per mettere in sicurezza il cane e rientrò poco dopo, lasciandola sola con il computer acceso, Chiara aprì il file della tesi del fidanzato.
La lesse. La consultò. Rimase lì, fino al suo rientro. Nient’altro.

Una normalità che quasi commuove, a distanza di diciotto anni. Un gesto di affetto, di condivisione, di presenza, che stride forte con le urla sguaiate di certe personagge in TV. Un dettaglio minuscolo, eppure enorme, perché spazza via in un colpo solo l’idea di una scintilla torbida, di un movente insinuato, di una relazione malata costruita a posteriori per dare senso a una condanna che il senso non lo reggeva.

Da oggi, almeno sul piano dei fatti, non ha più senso continuare a urlare, nemmeno a sussurrare. Non ha più senso alludere. Non ha più senso evocare perversioni, deviazioni, ombre morali come spiegazione comoda di ciò che non si sa spiegare.

Eppure, c’è chi continua. Ed è qui che nasce il problema più grave. Perché una cosa è accettare obtorto collo una sentenza, leggerne le motivazioni con costernazione, sperare che un fatto nuovo, un ripensamento, una confessione possano un giorno riaprire le porte di un’aula di giustizia. Un’altra cosa, molto diversa, è fare militanza sostanziale per una colpevolezza, andando oltre ciò che i giudici hanno scritto, cercando prove che nemmeno gli inquirenti avevano trovato, costruendo rafforzamenti postumi, inventando connessioni, alimentando un meccanismo di rimbalzo mediatico che trasforma ipotesi fragili in certezze condivise.

Qui non parliamo di parenti delle vittime, né di parti processuali. Parliamo di giornalisti, opinionisti, commentatori autorevoli, persone che non hanno depistato, non sono state coinvolte nelle indagini, non avevano interessi diretti. Eppure, hanno scelto una parte. E, scelta quella parte, hanno sentito il bisogno di aggiungere peso, di “fare massa”, di supplire alle carenze probatorie con narrazioni sempre più forzate.

Perché? Non c’è un partito dietro. Non c’è una guerra ideologica (riduttivo) come ai tempi dei processi a Berlusconi, quando almeno si sapeva da che parte si stava. Qui siamo in un terreno apparentemente neutro, e proprio per questo inquietante: la colpevolezza per adesione, il sospetto elevato a verità per accumulo.

Basterebbe invece fermarsi. Guardare quel gesto: una ragazza che, la sera prima di morire, legge la tesi del fidanzato mentre lo aspetta. Un gesto normale, quasi ovvio. Eppure, potentissimo, se collocato dentro questa ridondante massa di commenti, illazioni, sospetti costruiti per colmare ciò che la giustizia non ha saputo dimostrare.

Questo gesto non “assolve” nessuno. Ma nega una narrazione. E questo, per molti, è intollerabile.

Tornando alle sentenze: casi come Garlasco, come Erba, come Yara, vanno oltre ogni ragionevole capacità di accettazione. Noi cittadini vorremmo accettarle, anche quando ci respingono. Vorremmo credere che la giustizia funzioni, che siamo noi a non capire, che il sistema sia più razionale di quanto appaia. Ma spesso non ce la facciamo.

Questo è un articolo breve e quindi vorrei dare spazio al mio solito spunto personale, che non è ancora spuntato, uno spunto che però consente di allargare lo sguardo al passato e a temi più ampi.

Il mio primo trauma “giudiziario” non fu nemmeno una sentenza, ma un’ordinanza, che decise uno spostamento di sede. Piazza Fontana: Italia incredula, Milano, ferita. La pista anarchica era caduta miseramente e stava affiorando la verità della manovalanza fascista, degli ordini dall’alto, delle coperture interne ed estere: dei disegni che non ci è dato sapere, insomma.

Aspettavamo quel processo lì, in quella città, in quel Palazzo di Giustizia che aveva udito quel boato a trecento metri di distanza: sarebbe stato comunque un riscatto.  E invece: Catanzaro, per “legittima suspicione”. Milano fuori.

Fu allora che capii cosa significa una sentenza contro. Non contro un imputato, ma contro una comunità, contro la logica, contro la possibilità stessa di toccare la verità con mano.

Sottratta la spinta emotiva, l’eggregora diremmo oggi che ne conosciamo l’esistenza, la giustizia – o il suo simulacro – poté procedere libera, indisturbata, altezzosa, verso l’esito che sappiamo. Ma, a differenza di Garlasco oggi, nessun giornale, nessuna televisione, non un dibattito televisivo, nessun personaggio fece mai da eco a sentenze contro. La verità storica emerse e si consolidò nel tempo, univocamente accettata. I soliti innocenti furono i soli a pagare.

E da Milano torniamo a Garlasco, mezz’oretta e cinquant’anni.

Perché certe sentenze non si limitano a decidere un caso: pretendono di insegnarci a tacere, a non disturbare, a rassegnarsi. E chi, dopo, continua ad aggiungere fango, sospetti, narrazioni tossiche, non lo fa certo “per amore della giustizia”, ma per quello che noi non sappiamo. E questo è per assurdo più curioso: se possiamo capire un “potere alto” che decide e dispone in base al suo arbitrio e alla sua forza, non capiamo, se non in qualche modo associato, il comportamento e gli intenti di chi vaneggia scivolosamente ben oltre le già improbabili sentenze.

Forse basterebbe un gesto semplice. Un’ammissione. Un “ci siamo spinti troppo oltre”. Non solo per accettare la riapertura di un processo, ma per restituire dignità alle persone coinvolte.

Perché anche questo, alla fine, è giustizia. Anche con sentenze contro.

SENTENZE CONTRO

 

Avvertenza  

Le considerazioni che seguono non formulano accuse né attribuiscono responsabilità, ma ragionano su elementi entrati nel dibattito pubblico e su ipotesi che circolano da anni. L’obiettivo è mettere ordine tra parole, luoghi e dinamiche fisiche, distinguendo tra ciò che è orograficamente e idraulicamente plausibile, e ciò che è narrativamente suggerito.

Inoltre, questo articolo affronta un nodo specifico del caso di Garlasco con un registro che, a tratti, potrà apparire ironico o lievemente sarcastico. La scelta non nasce da leggerezza verso il fatto tragico in sé – che resta gravissimo e meritevole di massimo rispetto – ma come risposta a un contesto informativo che, negli anni, ha prodotto affermazioni contraddittorie, spiegazioni improbabili, semplificazioni grossolane e veri e propri cortocircuiti logici.

Dopo aver trattato altrove gli aspetti più drammatici e dolorosi della vicenda con il rigore dovuto, qui si è ritenuto legittimo adottare, in alcuni passaggi, un tono più distaccato e critico, talvolta persino ironico, proprio per evidenziare l’assurdità di certe ricostruzioni e il clima surreale che, spesso, ha accompagnato il dibattito pubblico.

Se altri, con ben altro ruolo e responsabilità, si sono permessi errori, forzature e narrazioni discutibili, non sembra fuori luogo usare anche l’ironia come strumento di analisi e di smascheramento.

E quel sacchetto va, senz’intenzioni,
nel calmo corso e senza testimoni.
E quando il sembra di non fermarsi più,
sterpe l’abbraccia, su via del Cucù.

1 – Il “Fosso dei pittori” 

Le parole che diventano simboli

Nel tempo, alcune parole, o brevi espressioni, smettono di descrivere un fatto e diventano marcatori simbolici: fuori dal contesto risultano incomprensibili, dentro, evocano tutto. Per Garlasco è accaduto a una serie di espressioni che, nel lessico mediatico, si sono trasformate in icone narrative: lo scontrino di Vigevano, lo scambio dei pedali, il Photoshop delle gemelle, il PC di Stasi… e anche il cosiddetto “fosso dei pittori”. Nel gergo che si è formato attorno al caso, quindi, queste etichette non descrivono più soltanto un luogo o un oggetto, ma condensano un’ipotesi, un sospetto, una suggestione.

Che cos’è, dove si trova, perché se ne parla

Con “fosso dei pittori” si indica un tratto di corso d’acqua adiacente alla Strada Provinciale 149, che collega Villanova d’Ardenghi con la frazione di Sairano, in comune di Zinasco, compresa fra due passaggi a livello ferroviari, uno sulla linea Pavia–Vercelli, l’altro sulla Pavia–Alessandria.

È lì che, il 22 agosto 2007, venne rinvenuto un sacchetto contenente indumenti e un paio di scarpe, macchiati di rosso, a torto o a ragione ipotizzati come provenienti dalla via Pascoli di Garlasco, a seguito del noto evento sanguinoso per quale non è ancora stata pronunciata la parola definitiva, nonostante una sentenza, quella sì, definitiva.

La locuzione nasce da un’interpretazione da parte degli inquirenti o di altri – autorevoli – addetti ai lavori, del ritrovamento del sacchetto: quel rosso sarebbe pittura murale idrosolubile, mentre per chi ha fatto il ritrovamento e per un certo numero di garlascofili, potrebbe trattarsi d’altro. Da qui l’idea che quegli abiti appartenessero – per i più metaforicamente – a “pittori” che, dopo un lavoro di tinteggiatura, li hanno gettati via.

Un nome nato (forse) da un fraintendimento semantico

Chi ha coniato l’espressione aveva forse nell’orecchio un “Sentiero dei Pittori”, che esiste davvero: un percorso turistico-escursionistico nella campagna del Mugello, in Toscana, che celebra grandi pittori come Giotto, Cimabue e il Beato Angelico, attraverso un itinerario tra storia, natura e arte.

Nel gergo di Garlasco, però, questa espressione non indica un vero itinerario culturale, ma un nome metaforico nato da un fraintendimento semantico, come detto legato alle macchie di colore rosso presenti sugli indumenti ritrovati.

E qui si apre il punto serio: se una parola è nata da un equivoco, può diventare essa stessa una trappola interpretativa. Perciò, prima delle ipotesi, bisogna esaminare le parole, cominciando a guardare nell’acqua.

2 – Parole d’acqua da indagare

Fosso, canale, cavo, canaletto, roggia: non sono sinonimi

Fosso (definizione tecnica)

Un fosso è un corso d’acqua artificiale o semi-artificiale di piccola sezione, generalmente scavato nel terreno, a cielo aperto, con funzione di scolo, drenaggio o raccolta delle acque superficiali.

Caratteristiche tipiche sono: sezione semplice e irregolare (a trapezio o rettangolare grossolana), portata modesta e variabile, regime stagionale o intermittente, oppure flusso lento ma continuo.

La funzione è di: smaltire acque piovane, drenare terreni agricoli, convogliare l’acqua verso canali più grandi.

Il fosso, quindi, non nasce per “portare acqua”, ma per farla defluire. Che poi la porti lontano è una conseguenza, non lo scopo primario: in Pianura Padana il problema è sempre stato smaltire le acque, magari dopo averne fatto buon uso, non farle arrivare.

Canale (definizione tecnica)

Un canale è un’opera idraulica artificiale progettata con: sezione definita, pendenza controllata, funzione attiva di trasporto dell’acqua.

Caratteristiche sono: spesso regolarizzato o rivestito, gestito con chiuse, paratoie, sbarramenti, portata più costante o regolata.

La funzione è quella di: irrigazione, distribuzione idrica, talvolta navigazione (nei casi maggiori). Il canale non “riceve” acqua, piuttosto la conduce.

Cavo (definizione storico-tecnica padana)

Qui entriamo in un lessico storico e territoriale.

Il cavo è un termine tradizionale che indica: un canale scavato artificialmente, spesso di origine antica, usato per irrigazione e scolo combinati. In pratica: è più strutturato di un fosso, ma meno “monumentale” di un grande canale consortile.

Molti “cavi” oggi sembrano fossi, ma nascono come opere idrauliche vere, spesso medievali o moderne. Il nome “cavo” indica la funzione storica, non sempre la sezione attuale.

Canaletto

Un canaletto è un corso minore di servizio, spesso: laterale, locale, di raccordo.

Tipicamente costeggia strade, campi, argini, raccoglie e convoglia acqua verso un fosso o un cavo. È un elemento di dettaglio della rete: non un asse principale.

Roggia

La roggia è un corso d’acqua artificiale, scavato dall’uomo dal Medioevo (talvolta già dall’epoca romana), derivato da un fiume o da una risorgiva, destinato a irrigazione, mulini, drenaggio.

Caratteristiche chiave sono: tracciato tortuoso, pendenza minima, sponde erbose, irregolari, flusso costante, non impetuoso, aspetto “naturale” perché plurisecolare. Non sono fossi casuali: sono opere idrauliche storiche.

Il “fosso dei pittori” non è un fosso banale

Il cosiddetto “fosso dei pittori” non è un fosso, nel senso lessicale del termine visto sopra, ma, genericamente, indica un elemento costituente di una rete idraulica agricola strutturata, che combina funzioni di irrigazione, scolo e trasporto, più vicino per origine e comportamento a un cavo che a un semplice fossato di raccolta: chiamarlo fosso è una comodità linguistica, trattarlo come tale è un errore idraulico.

È un errore pensare che il sacchetto abbia percorso solo “quel fosso”: il corso d’acqua nel quale è stato ritrovato – un canaletto, in quel punto – è solo il tratto finale del suo tragitto, punto in cui si è fermato. Il suo viaggio, come ce loimmaginimao, si è svolto pertanto attraverso una rete idraulica agricola antica, ramificata, necessaria a irrigare le risaie e a governare le acque della pianura, che scendono per gravità da nord verso sud verso il corso del Po, accompagnando il grande fiume nel suo lento declivio verso est.

In quella rete, le direzioni possibili erano molte: il sacchetto non sceglieva, ma veniva guidato dalla gravità, accompagnato dalla corrente e deviato, rallentato o accelerato dagli attriti e dagli ostacoli incontrati lungo il cammino.

La regolarità dei tracciati, le sezioni relativamente pulite, la continuità del flusso e le interconnessioni esistenti rendono comunque la rete di condotti idonei a trascinare nel tempo oggetti galleggianti lungo distanze non trascurabili.

Pittori o imbianchini ?

Per l’altra parola della locuzione­ – ­ pittori – ce la caviamo più velocemente, semplicemente perché non erano pittori, ma semmai imbianchini: e c’è una bella differenza! Perché gli artisti non lavorano tutti con un solo colore, non dipingono a più mani una sola superficie, non lasciano in giro canottiere, jeans e mocassini numero 43. E soprattutto, nell’agosto 2007 a Garlasco non risultano presenti né Michelangelo, né Saturno Buttò, per ­­­quanto quest’ultimo, va detto, col rosso abbia sempre avuto un certo feeling.

Prima di archiviare definitivamente, però, la favola dei pittori – e farlo con il rispetto che si deve alle favole mal riuscite – vale la pena fermarsi un istante su ciò che quella definizione racconta, più di quanto forse volesse. Perché chiamare “fosso dei pittori” un luogo dove affiorano abiti macchiati di rosso significa, in fondo, compiere una scelta mentale precisa: immaginare che non fosse sangue, ma colore; non un delitto, ma una maldestra tinteggiatura; non una fuga, ma una goffa ritirata strategica.

Come se, nella mente di chi coniò quell’espressione, si fosse affacciata l’idea rassicurante di un manipolo di apprendisti imbianchini alle prese con una prova d’esame fallita, con rulli e pennelli in azione selvaggia, una di quelle giornate storte in cui si sbaglia colore, si sporca tutto, si combina un disastro e poi si scappa via in fretta, pulendo con un telo mare alla bell’e meglio, prima che qualcuno chieda spiegazioni.

Una scena quasi iniziatica: l’esame per passare di grado, la lobby degli imbianchini che osserva severa, il colore che cola dove non dovrebbe. Un’allegoria, certo. Ma come tutte le allegorie, più che spiegare i fatti, rivela il bisogno umano di addomesticarli. Da qui in avanti, però, quella favola la lasciamo alle spalle. Perché se i pittori erano un’idea comoda, il sacchetto resta. E con lui, la domanda vera: non cosa si sarebbe potuto immaginare, ma cosa sia davvero accaduto.

3 – Il sacchetto

Il contenuto

Che cosa contenesse davvero quel sacchetto non è compito di questo racconto stabilirlo, né lo è decidere se si trattasse di tracce di un delitto efferato, oppure dei residui imbarazzanti di una tinteggiatura maldestra, frettolosa, magari clandestina.

C’è da dire che, sulla storia e sull’eventuale tragitto del sacchetto, inquirenti, consulenti, giornalisti, commentatori, talvolta con leggerezza sorprendente, talvolta con una sicurezza che neppure la fisica dei fluidi oserebbe rivendicare, hanno avanzato diverse ipotesi, sostanzialmente riducibili a una doppia combinazione di interrogativi. Ossia, il sacchetto:

  1. È degli assassini e contiene tracce del delitto, oppure le macchie sono di pittura o altro?
  2. È partito da via Toledo, oppure è stato abbandonato altrove (magari lì dove è stato trovato)?

Noi non adottiamo alcuna possibile risposta come verità, ma, allo stesso tempo, non ci sentiamo di escluderne nessuna, pur non volendo offendere la logica. Per questo abbiamo scelto un approccio minimale e, se vogliamo, ostinatamente concreto: non seguire il movente, non seguire i sospetti, non seguire le dichiarazioni, ma seguire il sacchetto, l’eventuale e  possibile tragitto: il suo viaggio, le curve, le interruzioni, gli ostacoli, le coincidenze.

Che dentro vi fossero abiti macchiati di sangue o di pittura, ripetiamo, lo lasciamo al giudizio del lettore. Un lettore che, garlascofilo, ha ormai dimostrato di saper distinguere da solo – spesso meglio di molti addetti ai lavori – il vero dal falso, il verosimile dall’assurdo, l’errore dall’ostinazione. Noi, qui, non assolviamo né accusiamo, ma, banalmente e con pochi elementi di base, ricostruiamo: e, se una ricostruzione, anche ipotetica, regge più di molte versioni ufficiali, forse il problema non è il sacchetto, ma tutto ciò che, intorno a quel sacchetto, è stato raccontato con fin troppa disinvoltura.

La scena al fosso: lavarsi e sparire

Il delitto c’è stato, gli assassini pure, la fuga innegabile. Così, magari, escono dal retro, per non essere visti, e si dirigono verso via Toledo, attraversando un piccolo appezzamento ricoperto di vegetazione, attraversabile grazie a un manufatto irriguo in cemento: visto da vicino, una canaletta sopraelevata a sezione aperta, destinata al collegamento fra due tratti della rete dei cavi, un’opera funzionale al deflusso, con pareti di spessore tale da consentire il passaggio a piedi.  

Uno dei criminali, giunto sul luogo del lavoro con una bicicletta nera, esce invece – e necessariamente – dall’ingresso anteriore e ne approfitta per riportare a casa gli attrezzi (rullo e pennelli): mantiene a fatica l’equilibrio con quel fardello sul manubrio, ma riesce nell’intento, pur non potendo evitare di essere visto e magari riconosciuto.  

Poi raggiunge i colleghi al fosso di via Toledo: è il 13 agosto, fa caldo e i colleghi si sono lavati nell’acqua, che, in quel punto, vista da vicino, è chiara e fresca: un invito irresistibile a togliersi via fatica e macchie rosse, per poi asciugarsi con dei teli-mare e cambiarsi con magliette e jeans, il tutto preso da qualche cassetto nella casa degli orrori.

La bici non è sporca di rosso, ma il suo conducente è preoccupato, perché teme di essere stato notato nel suo travagliato tragitto verso casa: meglio lasciarla nascosta lì, la bici, tra i rovi e i cespugli, con l’idea di tornare più avanti, con calma, a recuperarla e farla sparire. Cosa che, come sappiamo, avverrà veramente.

Il sacchetto fuggitivo

Ma c’è un altro problema: il sacchetto con gli indumenti imbrattati e le scarpe dalla suola compromettente, ben chiuso e poggiato sulla riva del fosso, per portarlo poi a sicuro smaltimento, scivola, la corrente lo prende, la piccola cascatella lì presente lo avvia, nessuno riesce più a recuperarlo.

A quel punto non resta che arrangiarsi, sperare che il sacchetto finisca dove nessuno lo potrà trovare e che, se lo trova, esso sarà finito così lontano che nessuno oserà collegarlo al misfatto. Così si dileguano: chi abita lì vicino rientra a piedi sfruttando via Toledo, discreta e defilata; altri hanno parcheggiato l’auto poco distante, nel parcheggio in fondo alla strada, dopo l’incrocio con via Dante Alighieri e ritorna a casa o, se è il caso, fa ritorno alla sua residenza di villeggiatura, che è forse anche meglio.

4 – Il viaggio

Il trasporto lento è quello che porta più lontano

Il fosso – o meglio, la rete di piccoli cavi e canaletti che si parlano tra loro senza farsi notare – scorre con una pazienza antica, agricola, senza fretta. Il sacchetto non affonda, non potrebbe: l’aria intrappolata, i tessuti, le scarpe stesse contribuiscono a tenerlo a galla; galleggia male, storto, con un lato più pesante dell’altro, ogni tanto ruota, si incastra, riparte.

All’inizio il movimento è più rapido: c’è un piccolo salto d’acqua, poi una continuità in pendenza maggiore che imprime una direzione netta. Poi il flusso si fa più lento, quasi pigro. Il sacchetto avanza e non ha motivo di fermarsi.

Attraversa tratti diversi: canali più ampi, restringimenti, canaletti stradali, tubi sottopasso, una rete composita fatta per governare l’acqua, con l’acqua che governa gli oggetti che vi capitano a galleggiare.

Il sacchetto viaggia, soprattutto quando nessuno lo vede: di notte, all’alba, nelle ore vuote. Passa sotto strade, accanto a campi, oltrepassa confini segnati dall’uomo. A un certo punto rallenta, si impiglia, si ferma parzialmente, riemerge. Non è arrivato “per destino”: si è fermato perché lì c’è qualcosa che lo trattiene — un manufatto, un restringimento, un punto in cui ciò che galleggia, sterpaglia — smette di essere invisibile.

Ed è solo allora che qualcuno lo nota. Ed è solo allora che quel tratto d’acqua anonimo prende un nome che passerà alla Storia del Crimine.

Un po’ di calcoli  

Fino a qui nessuna formula. Ma, adesso, una domanda concreta: questo viaggio è compatibile con ciò che sappiamo dell’acqua, dei materiali e del territorio?

Nel capitolo che segue, il racconto si ferma: entrano in scena pendenza, sezioni, velocità, tempi di percorrenza. Non per dimostrare una verità assoluta, ma per capire se questa storia, così ordinaria e poco teatrale, sta in piedi anche guardata da vicino con la lente della fisica di base.

Quando si parla di un “fosso di campagna”, l’istinto è ridurlo a dettaglio marginale: acqua lenta, poca pendenza, corso minore che non porta via nulla, un riflesso culturale più che tecnico.

In realtà, proprio i corsi d’acqua apparentemente insignificanti trasportano di più, perché lo fanno senza violenza, senza eventi eccezionali, senza lasciare tracce.

Percorso e tragitto

Qui “tragitto” e “percorso” non sono sinonimi, e usarli bene rafforza molto il discorso.

Percorso è l’infrastruttura: la linea fissa, indipendente dal soggetto che la percorre. Qui è la rete idrica (fosso → canaletto → cavo → derivazioni). Esiste anche se il sacchetto non c’è. Tragitto è invece la traiettoria effettiva compiuta lungo un percorso, il cammino specifico del sacchetto, con soste, impigliamenti, ripartenze; è contingente e dipende da correnti, ostacoli, galleggiabilità. Mentre il percorso è dato dalla rete idrica che collega due punti, A con B, il tragitto è il cammino concreto compiuto dal sacchetto all’interno di quella rete, determinato dalla dinamica dell’acqua e dagli ostacoli.

Il canale definisce il percorso, l’acqua, di volta in volta, disegna il tragitto.

Il tragitto A→B: dislivello e distanza

Il tragitto consiste nello spostamento per gravità dal punto A (Garlasco, in fondo a via Toledo, prima del passaggio a livello, riaffioro del Cavo Brielli) al punto B (SP 149 tra Villanova d’Ardenghi e Sairano, canaletto adiacente la carreggiata, lato est).

I dati rilevano un dislivello complessivo di 14 metri,  una distanza di 12 km (12.000 metri) e una pendenza media pari a 14/12000 = 0,117%, corrispondente a metri 1,17 ogni chilometro.

È una pendenza da canale di bonifica/irrigazione: non è assolutamente “zero”, è una pendenza minima, ma continua, sufficiente, nel tempo, a trasportare un oggetto galleggiante.

Sezioni variabili: cambia qualcosa?

Sì e no,  cambia molto nella descrizione, cambia poco nel risultato. Il percorso non è uniforme e alterna tratti ampi a restringimenti e canaletti finali. Il punto chiave, intuitivo e tecnicamente corretto è che, a parità di portata, nei tratti più stretti la velocità aumenta.

Quindi: canali larghi → acqua più lenta; canaletti → acqua più veloce.

Questo non ostacola il trasporto, ma lo rende a velocità variabile, con accelerazioni nei restringimenti e rallentamenti nei tratti larghi. Ed è qui che diventa inattaccabile dire che, in una rete a sezione variabile, le variazioni di sezione modificano i tempi, non la possibilità del trasporto. La variabile decisiva non è la “dimensione media” del canale, ma la continuità del flusso e l’assenza di sbarramenti completi.

C’è da tener conto anche dei “colli di bottiglia” lungo il percorso, ossia attraversamenti agricoli – sottopassi idraulici – presenti lungo il tracciato. Essi sono costituiti, come avviene normalmente nella pianura irrigua, da tubolari in calcestruzzo vibrocompresso, con diametri medi compresi tra 50 e 80 centimetri,  ossia dimensioni ampiamente compatibili anch’esse con il transito di materiali galleggianti deformabili, come un sacchetto di plastica chiuso contenente indumenti, in assenza di griglie o occlusioni specifiche.

Manning

Per chi non volesse perdersi nei passaggi tecnici, precisiamo che i calcoli sul moto dell’acqua e sui tempi di percorrenza sono stati eseguiti utilizzando la formula di Manning, uno standard dell’idraulica sviluppato da Robert Manning, ingegnere irlandese dell’Ottocento, ancora oggi adottato nei manuali e nella progettazione dei canali. I risultati non sono quindi “a sensazione”, ma derivano da modelli consolidati: chi desidera può approfondire sui testi di idraulica, chi non lo vuole fare può ragionevolmente fidarsi dei numeri che presentiamo.

La formula di Manning stima la velocità dell’acqua in un canale tenendo conto non solo della pendenza, ma anche della scabrezza delle superfici (fondo e sponde), cioè di quanto il canale “frena” il flusso. Attraverso il coefficiente di scabrezza, distingue tra canali lisci, terrosi, erbosi o irregolari, e combina questo dato con sezione bagnata e raggio idraulico, fornendo in questo modo
una velocità realistica, usata da oltre un secolo in ingegneria idraulica per canali naturali e artificiali.

Il percorso, abbiamo detto, non è uniforme, e alterna tratti larghi a tratti più stretti: quindi la velocità effettiva sta in qualche misura di mezzo. Se prendiamo una velocità media prudente 0,25-0,50 m/s, ottengo un tempo totale nell’ordine di 6-13 ore, salvo impigliamenti (0,25 m/s = 14 ore; 0,50 m/s = 6,7 ore), se voglio considerare qualche rallentamento in più, possiamo anche raddoppiare o triplicare tempi di percorrenza, quelli necessari al sacchetto per farsi condurre al punto di ritrovo, in tempo per essere visto il 22 agosto.

Il calcolo, naturalmente non dimostra che è andato, dimostra che poteva andare in tempi compatibili; il vero discriminante sono casomai gli ostacoli e gli impigliamenti.

Una nota necessaria sui tempi del tragitto

Occorre, a conclusione di questa analisi, fare un’osservazione fondamentale sui tempi di percorrenza ipotizzati. I tempi indicati nelle diverse simulazioni si riferiscono infatti a un movimento continuo e costante del sacchetto lungo le varie sezioni del canale, ipotesi utile per il calcolo, ma inevitabilmente semplificata. Nella realtà, il tempo totale necessario a compiere l’intero tragitto può essere stato significativamente influenzato anche da numerosi fattori contingenti: fasi di rallentamento o di arresto dovute a bassi livelli d’acqua, a impigliamenti temporanei contro sponde, vegetazione o manufatti, oppure a variazioni artificiali del flusso legate alle necessità irrigue.

In agosto, nella Lomellina, l’acqua non invade più le risaie ma scorre ai margini, concentrata nei fossi e nei canali irrigui attivi. È un regime intermittente, fatto di correnti lente, livelli variabili e tratti di ristagno, capace di trasportare oggetti leggeri per brevi o medi tratti, un regime irriguo nel quale un sacchetto non si disperde nelle risaie, che restano normalmente asciutte, ma viene guidato, contenuto e infine trattenuto dai fossi stessi.

Un sacchetto può così muoversi “di lato”, fuori dalla scena principale dei campi, seguendo una geografia idraulica discreta ma continua, soggetto eventualmente a chiuse, variazioni di portata, svasi e riattivazioni, che possono determinare fasi di stasi seguite da improvvise ripartenze con maggiore energia. È quindi del tutto plausibile che l’oggetto abbia sostato anche per ore o giorni in tratti a bassa corrente, per poi essere rimesso in movimento da un incremento del flusso, rendendo il tempo complessivo di percorrenza non lineare e non direttamente deducibile da una semplice media di velocità. Questo elemento non indebolisce l’ipotesi del trasporto idraulico, ma al contrario la rende più aderente al funzionamento reale di una rete irrigua agricola.

Galleggiabilità: doppio effetto

Il contenuto del sacchetto è composto da canottiere, jeans leggeri, mocassini. Presi singolarmente, questi oggetti non affondano rapidamente, intrappolano aria, restano in sospensione, galleggiano per tempi lunghi. Il sacchetto chiuso introduce quindi un doppio effetto:

  1. Aria occlusa all’interno
  2. Galleggiabilità intrinseca dei tessuti

Il risultato è che la densità media del sistema sacchetto + contenuto risulta uguale o inferiore alla densità dell’acqua: non è un corpo pesante da trascinare sul fondo, ma un oggetto che segue la parte superficiale del flusso (la più veloce).

Velocità maggiore al centro: perché conta  

In un canale a pelo libero la velocità non è uniforme: vicino al fondo e alle sponde l’attrito rallenta l’acqua, al centro e vicino alla superficie l’acqua scorre più libera e quindi con maggiore velocità.

Ne consegue che un galleggiante tende a posizionarsi verso la vena centrale: non per “intelligenza”, ma per fisica. Micro-turbolenze e differenze di velocità, infatti, lo riportano dove l’acqua corre un po’ di più e questo è decisivo per capire perché un sacchetto possa percorrere chilometri senza impigliarsi: perché viaggia al centro del flusso e, in curva, la bassa velocità evita che la forza centrifuga spinga l’oggetto verso la sponda esterna.

Portata: non serve “la piena”, serve continuità

Una portata anche modesta, se continua, trasporta. L’errore più comune sarebbe confondere la lentezza percepita come inefficacia, perché un flusso lento e costante è più efficace di uno rapido e intermittente: non serve quindi un evento eccezionale perché un galleggiante percorra chilometri, ma serve un flusso continuo e un sistema che non lo arresti completamente.

Il punto B: l’impiglio come prova indiretta

Il fatto che il sacchetto sia stato visto al punto B perché impigliato o frenato, ma ancora affiorante, non indebolisce l’ipotesi del trasporto, ma la rafforza: un oggetto che affiora e si incastra indica che è in viaggio, condotto dal flusso e catturato da un punto-trappola, che non è un deposito da fondo, ma un arresto in corso di galleggiamento.

5- Economia delle ipotesi

Semplicità

L’ipotesi che il sacchetto sia stato trasportato dall’acqua ha il pregio della semplicità: non introduce soggetti ignoti, non richiede spostamenti volontari successivi, non presuppone tempi intermedi non documentati. Si limita a seguire una dinamica naturale, coerente con l’ambiente e con le condizioni del luogo.

Dal punto di vista logico, è un’ipotesi “economica”: spiega il risultato osservabile riducendo al minimo le assunzioni aggiuntive e ogni alternativa, al contrario, richiede l’introduzione di ulteriori passaggi — una mano che sposta, un momento preciso in cui lo fa, una motivazione che non lascia tracce — aumentando il numero di elementi non verificabili.

In un’analisi rigorosa, non si tratta di scegliere l’ipotesi più suggestiva, ma quella che richiede il minor numero di forzature per rendere conto dei fatti; in questo senso, il trasporto del sacchetto da parte dell’acqua non è una scorciatoia narrativa, ma una spiegazione che rispetta un principio elementare di metodo: spiegare il dato con il minor numero possibile di ipotesi aggiuntive.

Logica  

L’ipotesi alternativa (indumenti di imbianchini gettati localmente) introduce una serie di anomalie cumulative: abiti maschili e femminili insieme, taglie e scarpe specifiche, scelta di un corso irriguo come discarica, coincidenza tra luogo di ritrovamento e punto idraulicamente “catturante”.

Dal punto di vista probabilistico, questa ipotesi richiede molte assunzioni indipendenti e ogni assunzione aggiuntiva riduce la probabilità complessiva. Al contrario, l’ipotesi del trasporto idraulico richiede poche condizioni tutte già presenti: acqua, pendenza, galleggiabilità, tempo, punti di cattura: non è “certezza”, è, ancora, economia delle ipotesi.

Un vettore silenzioso

Il cosiddetto “fosso dei pittori” smette però del tutto di essere inquadrato — anche solo in parte — come un dettaglio folkloristico, se lo si guarda per quello che è: un elemento di una rete idraulica agricola che lavora senza clamore, lentamente, ma in modo continuo. Per la prima volta nella sua millenaria storia diventa protagonista di un racconto e di un ruolo che non gli competono, ma che il caso, la logica e la fisica gli hanno inusitatamente assegnato: quello di un possibile e probabile testimone di un delitto, o comunque di un caso umano controverso, sia esso il luogo dell’arresto, sia quello dell’abbandono.

E allora il nome, nato come alta suggestione, va trattato con prudenza: perché a volte le parole non descrivono la realtà — la indirizzano verso campi da attraversare e da indagare.

6 – I giornali, le notizie, le testimonianze

Corriere della Sera

29 agosto 2007

Il racconto: mocassini Valentino, pantaloni Marlboro e un paio da ragazzina, non certo roba da contadini – «C’era sangue su quei vestiti griffati» – L’agricoltore che ha trovato il sacco: sono di tre taglie diverse

Da uno dei nostri inviati: Francesco Battistin.
GROPELLO CAIROLI (Pavia)

Quasi quasi, tutta quella roba, lei se la sarebbe tenuta… «Non succede mica tante volte di trovare vestiti firmati in mezzo ai campi».
In 31 anni di vita a lavorare terra e a custodire cascine, bionda e con una maglietta rosa semplice semplice, Cristina Bernardi non ha mai avuto molte firme nel suo armadio. Un figlio da crescere, poche stanze nella corte di Ca’ Rossa, il cagnone Don che mangia quintalate di carne. C’è da pensare al pane, prima che alle griffe: «Però una cosa bella la so riconoscere. E quelli lì non erano stracci da contadino o da barbone».
Che cos’avete trovato, esattamente? «Allora… Un sacchetto bianco di cellophane, da supermercato, senza scritte. C’erano dentro tre paia di pantaloni. Due da uomo: uno era blu, con le tasche laterali, taglia 50, senza macchie. L’altro paio era beige, marca Marlboro Classics, taglia 46, e aveva una grande macchia rossa sul fianco e sulla coscia destra davanti. Poi c’era un altro paio di pantaloni blu che sembravano quasi da bambina: ha presente quelli a pinocchietto? La taglia era un 36. Erano macchiati anche quelli d’una cosa che sembrava sangue».
E le scarpe? E le canottiere? «Le scarpe erano dei mocassini di Valentino, marroni, misura 43, con la suola di gomma invernale. Le canottiere erano due, da uomo, con un’etichetta “Fragi B”. Bagnate, sporche. Una aveva una macchia rossa, come i pantaloni beige, proprio sullo stesso fianco destro».
Avete chiamato subito il 113? «No. La prima volta, il sacchetto l’ha visto un amico di mio marito, Diego Portinari. Lui e Massimo lavorano insieme nei campi e mercoledì, il 22, Diego è passato per la strada del Cucù, tra Sairano e Villanova d’Ardenghi. Ha visto quella roba nel cavo Brielli. Il sacchetto era insanguinato. Ma non l’ha preso, ha ributtato tutto dentro. Lui è uno che ha avuto qualche mese fa dei problemi con la polizia, per storie sue…».
E poi? «Diego ci ha pensato due giorni. Venerdì, ne ha parlato con Massimo e con me. Ci siamo chiesti se per caso quella roba non c’entrava con la storia di Garlasco. La sera, abbiamo deciso di telefonare alla Polizia». Sulla strada del Cucù, la volante della questura di Pavia è piombata fra venerdì e sabato, intervento registrato a mezzanotte e 20. Poca luce, molto fango, il timore di tralasciare qualche elemento importante: per ripescare il sacchetto e i vestiti s’è aspettata l’alba, sabato, e che arrivassero anche i Vigili del fuoco. I quali si sono accorti subito d’una cosa: Diego Portinari aveva segnalato che mercoledì sera anche il sacchetto bianco aveva macchie di sangue, invece venerdì non c’erano più tracce, forse lavate via dall’acqua. «Conosco molto bene quella roggia», spiega Luciano Panzarasa, l’ex sindaco di Garlasco che non abita molto lontano, s’è fatto un’idea tutta sua («l’assassino non è del paese, è un balordo, uno sconosciuto, qualcuno che viene da fuori») e va spesso a spasso per questi campi: «L’acqua non può avere portato fin qui il sacchetto, perché ci sono almeno due punti di difficoltà per la corrente: uno sta sulla strada di San Biagio, dov’è la ferrovia e il livello del fosso s’abbassa; l’altro a Gropello, proprio sotto la statale, dove le cose trascinate si fermano». Tra Garlasco e Villanova, due chilometri fuori dal paese, c’è la toppa di Miradolo: anche i campari della Bassa, che conoscono le correnti meglio d’un gondoliere il Canal Grande, dicono che un sacchetto con tre paia di pantaloni, due canottiere e un paio di scarpe non potrebbe mai arrivare fino alla strada del Cucù.
Ma lei, Cristina, è sicura che quello fosse sangue? «Non lo so. A noi, avevano solo detto di non dire niente di questa storia».
È possibile che sia sangue d’un animale… «Ah sì? Non posso dire niente, io. Ma s’è mai visto un contadino che ammazza un animale con le scarpe di Valentino e i pantaloni della Marlboro?».

La Provincia Pavese

28 Agosto 2007 alle 17:32 

GARLASCO. Abiti unisex e un paio di scarpe sporchi di sangue. Sono stati trovati, sabato pomeriggio, in un cavo nelle campagne tra Villanova e la frazione Sairano di Zinasco. Un corso d’acqua che scende direttamente da Garlasco, vicino alla villa di via Pascoli. Impossibile non collegare il ritrovamento all’omicidio di Chiara Poggi. I carabinieri, che mantengono un riserbo strettissimo, hanno già inviato i vestiti e le scarpe ai Ris di Parma per farli esaminare.
Gli accertamenti scientifici dovranno chiarire tutti i dubbi. Se le macchie di sangue dovessero appartenere a qualcuno dei protagonisti del giallo di via Pascoli, è evidente che assumeranno un’importanza fondamentale per la soluzione del caso. In questo caso si potrebbe trattare del sangue della vittima schizzato sugli abiti dell’assassino che li avrebbe gettati nel corso d’acqua che scorre vicino alla villa. Sarebbe una svolta importante e forse decisiva nell’inchiesta. In caso contrario abiti e scarpe saranno distrutti dagli stessi carabinieri. E sarebbe l’ennesima falsa pista seguita in questi giorni. Per il momento è difficile fare previsioni: gli investigatori tengono la bocca cucita.
 Per raccontare l’incredibile ritrovamento bisogna ricorrere ad alcune fonti esterne alle forze dell’ordine ma molto attendibili. L’allarme è scattato sabato pomeriggio, quando un agricoltore si è avvicinato ad una roggia che scorre nelle campagne tra il bivio di Villanova d’Ardenghi, sulla statale dei Cairoli, e Sairano. L’uomo, che ha il compito di controllare il livello dell’acqua nel cavo, ha notato, in un punto dove l’acqua è ferma, una borsa trasparente con dei di vestiti. Si è incuriosito, ha chiamato un amico e l’hanno tirata a riva. Dentro c’erano due canottiere ed un paio di pantaloni (abiti unisex) con strane macchie che sembravano di sangue. Si sono resi conto che c’era qualcosa di strano ed hanno chiamato la polizia. Sul posto sono piombati gli uomini della questura che hanno osservato con attenzione i vestiti: i pantaloni ed una maglietta intima sembravano veramente macchiate di sangue. Gli investigatori hanno scoperto che il cavo (che ha poco meno di un metro d’acqua) arriva da Garlasco: così il ritrovamento è stato collegato al brutale omicidio di Chiara Poggi. Dentro l’acqua, a pochi metri dai vestiti, anche le scarpe. La borsa potrebbe essere stata trascinata dalla corrente per alcuni chilometri. La questione è passata subito alla competenza dei carabinieri, che hanno preso in consegna i vestiti e le scarpe. Il materiale è stato portato a tempo di record ai laboratori dei Ris di Parma. Ieri il canale è stato in parte prosciugato, ma senza ulteriori ritrovamenti

La Stampa

28 Agosto 2007

Garlasco, abiti insanguinati nel canale – Il procuratore: «Trovate molte tracce»

GARLASCO (Pavia)

La svolta sul giallo di Garlasco non è arrivata dal vertice con i carabinieri del RIS ma, forse, da un canale irriguo. Lì, nelle campagne tra Gropello Cairoli e Villanova d’Ardenghi, a poco più di cinque chilometri dalla villa di via Pascoli dove 15 giorni fa è stata trucidata Chiara Poggi, un agricoltore ha trovato un sacco di plastica con all’interno alcuni indumenti da uomo che, a prima vista, sembrano sporchi di sangue. Il fagotto è stato consegnato già nella serata di sabato ai carabinieri, che ieri l’hanno affidato ai colleghi del RIS. Gli abiti verranno analizzati, nella speranza che contengano tracce che permettano di risalire all’assassino. Il canale ieri mattina è stato prosciugato e dragato in cerca dell’arma ancora sconosciuta, che però non è stata trovata. Se è stata gettata via insieme agli indumenti, la corrente l’ha trascinata altrove.
Sempre in mattinata gli specialisti dei RIS sono tornati nella villetta del delitto per un nuovo sopralluogo, che si è rivelato più breve del previsto: mezz’ora in tutto. Hanno tolto i sigilli al cancello e verificato con attenzione la porta basculante del garage. Volevano capire se l’assassino potesse essere entrato da lì: un’eventualità che è stata esclusa. E dunque si torna alla ricostruzione iniziale, al killer che entra dalla porta principale, a Chiara che gli apre e lo riceve in pigiama e che, dunque, lo conosceva bene.
Proprio alla ricostruzione della dinamica dell’aggressione è stato dedicato il vertice di oltre tre ore ieri mattina in Procura a Vigevano, alla presenza di tre ufficiali del RIS di Parma, dei carabinieri di Vigevano e Pavia e del medico legale che ha eseguito l’autopsia, Marco Ballardini dell’università di Pavia. Al procuratore capo Alfonso Lauro e al sostituto Rosa Muscio, che segue l’inchiesta, gli specialisti del RIS hanno illustrato le loro conclusioni. «Ci hanno chiarito un po’ le idee, adesso sappiamo cosa cercare e dove guardare», si è limitato a dichiarare al termine Lauro, aggiungendo: «Ora è più chiaro il contesto in cui si è svolto il fatto, mentre prima non sapevamo neppure dove fosse cominciata e dove fosse finita l’aggressione». Esclusa la presenza di un estraneo, come potrebbe essere un rapinatore, comunque, «dobbiamo ancora vedere se cercare in ambito familiare o altrove».
La ricostruzione dei RIS si è concentra sull’ingresso della villetta, nella zona del telefono. Chiara avrebbe aperto la porta al suo assassino, gli avrebbe voltato le spalle e sarebbe stata colpita alla nuca, per essere poi trascinata per qualche metro fino alla porta delle scale che conducono alla tavernetta. Qui sarebbe stata finita e gettata giù. Dall’analisi degli specialisti, considerata anche la disposizione delle macchie di sangue, è emersa comunque la convinzione che ad agire sia stato un uomo.
Quanto all’esame delle tracce raccolte dai RIS sulla scena del crimine, siamo ancora fermi al palo: nessuna comparazione è stata finora eseguita sui reperti biologici, sul materiale raccolto sotto le unghie di Chiara, sugli indumenti che indossava e neppure sulle impronte digitali, compresa quella molto nitida trovata sull’anta interna della porta d’ingresso. Non sono state ancora analizzate le scarpe Lacoste indossate da Alberto né il computer portatile che ha consegnato e che potrebbe suffragare il suo alibi. Il magistrato ha deciso infatti di procedere con la massima cautela, escludendo il ricorso ad accertamenti preliminari e scegliendo di adottare le forme previste per gli «accertamenti tecnici non ripetibili», utilizzabili in un futuro processo senza la necessità di essere rinnovati.

Dunque, nei prossimi giorni, forse già oggi, partiranno gli avvisi all’unico indagato, alle persone offese e ai loro legali, che avranno la facoltà di nominare propri consulenti tecnici per partecipare agli accertamenti. Inoltre l’indagato potrà promuovere l’incidente probatorio. Sono formalità che faranno inevitabilmente allungare di parecchio i tempi dell’inchiesta. Ma il procuratore non ha fretta. «È stata raccolta una gran messe di dati, le tracce e i rilievi sono tantissimi – ha spiegato – gli esami possono richiedere anche dei mesi. Qui non siamo a CSI, dove in mezz’ora si fa tutto. L’indagine è una cosa lunga, non uno spettacolo teatrale, dobbiamo procedere passo dopo passo».

7 – Le verità

Il sindaco (e non solo)

Il nostro è un racconto. Poi ci sono le verità: avete sentito quella di chi ha trovato e toccato il sacchetto, del sindaco di paese; ci saranno quelle di youtuber, di altri giornali, di investigatori che, magari per evitare ulteriori dubbi, fanno sparire tutto senza risposte.  

Per esempio, avete sentito, c’è la verità di Luciano Panzarasa, ex sindaco di Garlasco, che parla con la sicurezza di chi i fossi li conosce da una vita, li frequenta, li percorre, li osserva. E ne trae una convinzione netta, definitiva, senza appello: quel sacchetto non può essere arrivato lì.

A sostegno della tesi elenca con precisione topografica almeno due “punti di difficoltà” per la corrente – uno sotto la ferrovia di San Biagio, l’altro a Gropello, sotto la statale – veri e propri colli di bottiglia idraulici dove, a suo dire, ogni oggetto trascinato si fermerebbe educatamente ad aspettare. A rafforzare il quadro, cita dei “campari della Bassa”, evocati come una sorta di collegio tecnico informale, che escluderebbero la possibilità che un sacchetto con vestiti e scarpe possa percorrere quei corsi d’acqua.

La conclusione è altrettanto granitica quanto rassicurante: chi ha deposto il sacchetto — l’assassino, teoricamente — non è di Garlasco. È “un balordo”, uno sconosciuto venuto da fuori. Una spiegazione comoda, geografica prima ancora che investigativa, che risolve tutto spostando il problema altrove.

Ma un dubbio di quelli che… excusatio non  petita – accusatio manifesta, affiora: perché il sindaco di Garlasco deve sentenziare in quel modo, piuttosto che non invocare ulteriori indagini, non escludere nulla, pur nell’improbabilità di certe ipotesi? È una domanda come altre cento a Garlasco: quando non pensi a dietrologie — ma, figurati! — allora, proprio per quello, ti scappa di andare a fondo.

Va anche ricordato che quella posizione così netta non proveniva da un osservatore neutrale: Luciano Panzarasa, oltre a essere stato sindaco del paese, era anche padre di Marco Panzarasa, amico stretto di Alberto Stasi, figura centrale nelle prime fasi dell’indagine e poi improvvisamente defilata dal racconto pubblico.

Questo dato non implica alcuna accusa personale, ma introduce un atteso, per noi, evidente conflitto di interessi, almeno affettivamente potenziale: chi, per ruolo istituzionale e per legami familiari, avrebbe avuto tutto l’interesse a una ricostruzione completa e imparziale dei fatti, si è invece espresso con sorprendente rapidità per escludere a priori ogni ipotesi che coinvolgesse l’ambiente locale e famigliare, riducendo il ritrovamento del sacchetto a un’impossibilità fisica o a una suggestione giornalistica.

In altre parole, mentre sarebbe stato naturale mantenere una posizione di prudente attesa – lasciando che fossero le indagini tecniche a stabilire se quegli indumenti fossero il frutto di un delitto, di uno smaltimento illecito o persino di una maldestra tinteggiatura – si è preferito chiudere il discorso prima ancora che venisse realmente aperto.

Un atteggiamento che, più che chiarire, contribuisce ad alimentare dubbi: non tanto sul contenuto del sacchetto, quanto sulla fretta con cui si è voluto stabilire ciò che non poteva essere, invece di interrogarsi serenamente su ciò che avrebbe potuto essere.

La carta geografica

Sempre in merito alle dichiarazioni dell’ex sindaco di Garlasco, va inoltre precisato un elemento geografico oggettivo, che pare aver egli dimenticato: il percorso ipotetico del sacchetto, dal punto A (Garlasco, area via Pascoli / via Toledo) al punto B (zona Sairano – Strada del Cucù), non attraversa alcuna linea ferroviaria.

Il punto di immissione, visto da vicino, si colloca immediatamente a sud della linea Mortara–Vercelli, (il punto A è a poche decine di metri dal passaggio a livello), mentre il punto di ritrovamento è a nord della linea Pavia–Alessandria. Il tracciato dei canali interessati si sviluppa interamente all’interno di questo corridoio idraulico, senza passaggi sotto o sopra binari ferroviari e senza interferenze di opere costituenti delle evidenti “barriere insormontabili” al trasporto di un corpo galleggiante leggero.

Inoltre, il percorso non coinvolge Gropello Cairoli, citato impropriamente come punto critico, ma resta confinato in una rete di cavi e canaletti irrigui che, a sud del centro abitato, corrono parallelamente alle infrastrutture, seguendo la naturale linea di massima pendenza dell’area, orientata nord-ovest / sud-est verso il Po.

Questa osservazione, verificabile anche con una semplice lettura cartografica o con un sopralluogo diretto, ridimensiona fortemente le affermazioni secondo cui il sacchetto non avrebbe potuto compiere quel tragitto per ostacoli strutturali. La questione, dunque, non è se il percorso sia “fantasioso”, ma se lo si sia realmente considerato nella sua configurazione effettiva, anziché sulla base di una conoscenza approssimativa o per sentito dire o per altro.

L’ultima verità

Adesso leggiamo un post apparso sul sito DARK SIDE – la storia segreta d’Italia.

DARK SIDE

14 Aprile 2025

Garlasco: svelato il “mistero” degli abiti sporchi di sangue

 Scritto da: Gianluca Zanella

Quando si ha a che fare con un caso intricato come quello del delitto di Garlasco è facile farsi trascinare su false piste. Succede con il satanismo, succede anche con il “mistero” dei vestiti sporchi di sangue trovati in un canale e di cui nessuno ha mai parlato. Noi di DarkSide – Storia Segreta d’Italia, carte alla mano, vi spieghiamo il perché… e ve lo facciamo vedere!

In questi giorni sono state tante (e quando diciamo tante, intendiamo DAVVERO tante) le segnalazioni in merito a un articolo apparso sul Corriere della Sera il 29 agosto 2007, firmato dal collega Francesco Battistini. In quell’articolo, si parlava di alcuni indumenti ritrovati da un agricoltore all’interno di una busta gettata in un canale di scolo. Indumenti che apparivano macchiati di una sostanza rossastra che all’uomo sembrò sangue.

Sempre in questi giorni, stanno fioccando video su YouTube dove improbabili investigatori del mistero si lanciano in articolate teorie del complotto. Dal momento che non ci piace parlare senza conoscere i fatti, abbiamo recuperato la documentazione che riguarda quel ritrovamento e le successive analisi scientifiche effettuate. Ebbene, ci sono senza dubbio delle sorprese, ma non necessariamente quelle che vi aspettate.

Un ritrovamento inquietante

Il 13 agosto del 2007 Chiara Poggi è stata ritrovata massacrata all’interno della sua abitazione in via Pascoli, a Garlasco. Per questo quando un tale Diego Portinari il 24 agosto chiama la polizia dicendo di aver trovato un sacchetto contenente dei vestiti sporchi di sangue, una volante della Questura di Pavia accorre sul posto in piena notte. Siamo su una strada comunale denominata “Strada del Cucu”, che collega il Comune di Sairano – dove ha luogo il ritrovamento – con la località Villanova.
Il ritrovamento, in realtà, non è avvenuto quella notte, ma due giorni prima: il 22 agosto, quando in un fosso Diego Portinari, che lavorava nei campi insieme a Massimo Bernardi, aveva visto affiorare dall’acqua il sacchetto di cellophane bianco. Una volta notato il sangue, si era spaventato e l’aveva gettato. Evidentemente, l’uomo aveva collegato quel ritrovamento con l’omicidio di Chiara Poggi, in quanto – come si legge nel verbale – “il PORTINARI spiegava che il prefato canale risulta a sua volta “alimentato” dal CAVO DELLE BRIE che scorre nelle immediate vicinanze di via Pascoli a Garlasco”.
Esattamente cosa viene ritrovato? Riportiamo l’intervista del 2007 a Cristina Bernardi, moglie di Massimo. La donna aveva assistito al ritrovamento e all’apertura della busta e racconta al cronista ciò che vi era al suo interno: “C’erano dentro [al sacchetto] tre paia di pantaloni. Due da uomo, uno era blu, con le tasche laterali, taglia 50, senza macchie. L’altro paio era beige, marca Marlboro Classic, taglia 46, e aveva una grande macchia rossa sul fianco e sulla coscia destra davanti. Poi c’era un altro paio di pantaloni blu che sembravano quasi da bambina: ha presente quelli a pinocchietto? La taglia era un 36. Erano macchiati anche quelli di una cosa che sembrava sangue […] Le scarpe erano dei mocassini di Valentino, marroni, misura 43, con la suola in gomma invernale. Le canottiere erano due, da uomo, con un’etichetta “Fragi B”. Bagnate, sporche. Una aveva una macchia rossa”.

Le analisi del RIS

Gli atti che riguardano questo inquietante ritrovamento finiscono sul tavolo della dott.ssa Rosa Muscio, sostituto procuratore della Procura di Vigevano, che sta indagando sul delitto di Garlasco. La Muscio dispone il sequestro degli abiti per verificare se le presunte tracce ematiche siano riferibili all’omicidio. Il tutto, infatti, viene rapidamente inviato al Ris di Parma per “accertamenti tecnici urgenti – non ripetibili”.

Il sito DARKSIDE allega a questo punto una serie di immagini relative agli indumenti e alle scarpe presenti nel sacchetto, corredate di spiegazioni corca i rilievi e le prove fatte su di esse alla ricerca di tracce ematiche . Poi riprende il commento di Zanella.

Tutto messo a tacere? Ma per piacere

Insomma, stando alle analisi effettuate dal Ris di Parma, quello rinvenuto sui vestiti – sebbene di dubbia natura – non era sangue. Chi ci segue, sa quanto siamo sempre stati critici nei confronti dell’operato del Ris sulla scena del crimine. Tuttavia in questo caso, a meno di non voler sposare qualche astrusa ricostruzione dietrologica, le analisi sembrano parlare chiaro.
Si rassegnino gli YouTuber del “tutto messo a tacere“. Se a Cristina Bernardi fu detto di non parlare di quel ritrovamento (come riportato nell’intervista del 2007) è spiegabile molto probabilmente con il fatto che in quel preciso momento gli investigatori, non avendo la possibilità di condurre analisi scientifiche, avessero preso in seria considerazione il fatto che quegli indumenti potessero in qualche modo essere riconducibili al delitto. Il fatto che poi negli anni a seguire non se ne sia più parlato è altrettanto giustificabile con il fatto che dalle analisi non emerse nulla.
Osservando le foto, appare anche improbabile che quelli fossero gli abiti indossati dai presunti killer di Chiara Poggi. Il sangue versato – e schizzato – sulla scena del crimine è davvero tanto, mentre i vestiti non risultano imbrattati come ci si aspetterebbe. Inoltre, la suola delle scarpe rinvenute non corrisponde alla famigerata suola a pallini che si vede dalle foto dei carabinieri e che viene tutt’oggi attribuita alle scarpe indossate dall’assassino. Certo, i più pignoli potranno dire che altre impronte in quella casa non si vedono (come quelle di Alberto Stasi e dei tanti altri entrati dopo di lui) e che quindi quelle scarpe possano comunque aver calpestato il pavimento della scena del delitto. Ma qui siamo nel campo delle ipotesi.
Resta il dubbio sul perché qualcuno abbia dovuto gettare dei vestiti di marca all’interno di un canale e cosa fossero quelle macchie rossastre. Questo nella perizia non viene specificato. A questo punto però, visto l’estremo interesse che questo fatto ha riscosso nella pubblica attenzione, lanciamo un appello: si faccia avanti la persona che ha gettato qui vestiti e spieghi il perché l’ha fatto. Certamente non farà una bella figura (ci sono altri modi per smaltire i rifiuti), ma almeno potrà svelare quello che si sta configurando come un piccolo, insignificante, mistero nel mistero.
Perché se è vero che questa vicenda nasconde molti – troppi – punti oscuri, e probabilmente un “doppio livello”, è anche vero che non bisogna far volare la fantasia, ma basarsi sui fatti. Ed è quello che facciamo noi di DarkSide – Storia segreta d’Italia.

Perché anche i “bravi” inciampano?

C’è un passaggio dell’articolo di DarkSide che merita una risposta, non tanto per ciò che afferma, quanto per il tono con cui lo fa. Quel tono da pratica archiviata, da fascicolo richiuso con un colpetto secco sul tavolo, accompagnato da un sorriso ironico rivolto agli “Youtuber del tutto messo a tacere”. Ecco, fermiamoci un attimo qui.

Perché nessuno, tra chi si occupa seriamente del caso Garlasco, ha mai sostenuto che quel sacchetto contenga “la verità definitiva”, e nessuno ha mai detto che le analisi del RIS “vadano ignorate per partito preso”: il punto non è questo, il punto non è mai stato “era sangue o non era sangue”. Il punto è un altro, ed è molto più scomodo: perché quel sacchetto esiste, perché viene trovato lì, perché viene inizialmente considerato compatibile con via Pascoli, perché poi sparisce dal racconto pubblico per anni e perché  oggi, improvvisamente, diventa una “bufaletta insignificante”

Liquidare tutto con un’alzata di spalle e un “si rassegnino” non è rigore scientifico, è stanchezza narrativa, è forse un po’ di presunzione: «Io sono io, bravo giornalista, o io vi dico cosa può o non può essere vero». Certo non di più, non una sorta di “richiamo all’ordine”.   

Nessuno qui sta sostenendo una dietrologia, ma è curioso che, proprio in un caso costellato di errori, omissioni, fretta e versioni contraddittorie, si scelga questo singolo episodio per dire: “Qui invece fila tutto liscio, non facciamo volare la fantasia”. Davvero?

Nel caso Garlasco, dove testimonianze vengono ritrattate o screditate, reperti spariscono, consulenze si contraddicono, ricostruzioni cambiano nel tempo, davvero proprio qui dovremmo smettere di farci domande? Non è volare con la fantasia chiedersi perché buttare vestiti di marca in un canale, perché proprio lì, perché con macchie “di dubbia natura” mai chiarite, perché nessuno abbia mai ritenuto utile spiegare che cosa fossero, se non sangue.

Dire “non era sangue, quindi fine” è come dire “non era la pistola fumante, quindi, non era una scena del crimine”: è un salto illogico, non un ragionamento.

C’è poi un altro aspetto che dispiace, e lo diciamo con franchezza: lo scherno verso chi esplora piste alternative — sacchetto, esoterismo, santuario, simbolismi — come se fossero tutte, indistintamente, folklore da YouTube. Ma allora la domanda è semplice: perché ironizzare su alcune piste e assolverne altre, quando tutte — nessuna esclusa — nascono da elementi reali, documentati, citati negli atti o nelle cronache?

Se vale il principio: “atteniamoci solo a ciò che è dimostrato” allora il caso Garlasco è chiuso da anni. E Alberto Stasi è colpevole, senza bisogno di articoli, video o inchieste ulteriori.

Ma se invece — come crediamo — è legittimo dubitare, allora il dubbio non può essere accettabile solo quando conferma la nostra linea editoriale: il dubbio o è un metodo, o è un ornamento barocco.

Ed è qui che vale la pena dirlo chiaramente, di rivendicare: non esistono “i nostri” e “i loro”, non esiste il fronte giusto per definizione. Che si chiamino Lucarelli, Cassese, Garofano, Nuzzi o Zanella, se qualcosa non torna, lo si dice. Punto.

Perché la ricerca della verità — soprattutto in un caso come questo — non è un tifo, non è una bandiera, non è una linea da difendere. Semmai è la disponibilità a dire “Su questo, forse, mi sono sbagliato”: e Zanella questo, per la verità un po’ infastidito, lo ha fatto e gli va riconosciuto, ma il disagio altrui per aver trasformato il dubbio altrui in una caricatura, quello rimane.

In conclusione: forse sì, abbiamo dedicato troppo spazio a questa polemica, togliendo un po’ di centralità a un sacchetto a suo modo storico. Poteva bastare una riga, ma no. 

Perché questa polemica è il caso Garlasco: verità parziali, certezze premature, ironie fuori tempo, e quella fastidiosa tendenza a chiudere le porte proprio quando qualcuno prova ad aprire una finestra.

Il sacchetto potrà anche essere un dettaglio marginale: ma il modo in cui se ne parla — o non se ne parla — è tutto, fuorché insignificante.

SI FA PRESTO A DIRE FOSSO (DEI PITTORI)

 

Quando il possibile cerca il movente fuori dall’atmosfera delle indagini, e quando un’ipotesi non nasce dai fatti, ma dalle reazioni che li circondano.

 

Premessa

 

Ci sono casi in cui non è un indizio materiale a colpire, ma un comportamento, un modo di reagire, un riflesso inatteso. E quando questo comportamento arriva da persone che hai sempre considerato affidabili, indipendenti, persino rassicuranti, allora la domanda non può essere liquidata come suggestione, ma, oltre a disturbarti, ti addolora e ti costringe a cercare una possibile risposta.

 

Nel mio percorso su Garlasco, negli articoli letti da Paola sul suo canale, ho sempre evitato una tentazione precisa, ossia quella di proporre una pista chiusa, ma piuttosto di offrire elementi per fare delle ipotesi: la droga, il sesso, l’esoterismo e così via. Certo, il movente si trova tra una o più di quelle e ognuna ha il vantaggio della semplicità e lo svantaggio della rigidità. E io, onestamente e a differenza di pochi privilegiati, oggi non so dire quale sia la pista giusta: provo però a porre una domanda nuova, una che le spiega tutte, magari.

 

È una domanda riferita a un tema di contesto cui ho fatto cenno in altri articoli, associandolo ad altre piste-movente, ma qui esso viene approfondito e messo a fuoco come elemento centrale a sé stante e riguarda l’informazione.

 

IL TITOLO

 

Chiamasi, secondo me, “pista esosferica” una pista che non si sviluppa all’interno del perimetro classico dell’indagine – prove, testimonianze, reperti, moventi tradizionali – ma al di sopra, o meglio al di fuori, come l’esosfera rispetto all’atmosfera terrestre. L’esosfera è lo strato più esterno della terra: rarefatto, apparentemente vuoto, ma ancora soggetto alla gravità; non uno spazio profondo, ma aria non più respirabile. Così, la pista esosferica, non riguarda chi ha commesso il fatto, né come, bensì in che modo il fatto viene trattato quando esso tenta di riemergere. Una pista che non lavora sugli indizi materiali, ma sugli indizi comportamentali: prese di posizione improvvise, chiusure linguistiche, reazioni sproporzionate, sincronismi comunicativi, già peraltro ben noti anche nell’ambito contiguo ai fatti, di cui, pure, abbiamo ampiamente parlato in precedenti articoli.  

 

È una pista che nasce da una constatazione semplice: quando soggetti esterni, noti per indipendenza, rigore e spirito critico, assumono su uno stesso caso una postura inattesa, compatta e conclusiva, quel comportamento diventa esso stesso un dato. Non una prova, non una spiegazione, ma un segnale.

La pista esosferica non pretende di dire dove stia la verità, ma si limita a porre una domanda diversa:
perché, su Garlasco, alcune riaperture sembrano produrre, non curiosità, ma fastidio, anche in spazi apparentemente lontani?

 

TRE RITORNELLI, UNA STONATURA TOTALE

 

Per anni ho seguito quasi esclusivamente il TgLa7, per fiducia. In un panorama informativo che considero progressivamente degradato – culturalmente prima ancora che politicamente – Enrico Mentana rappresentava, per me, un’eccezione. Non solo un lettore di titoli, ma un giornalista che metabolizza le notizie, le rielabora, le restituisce con una sua responsabilità intellettuale.

 

Allo stesso modo, dal 2009, sono stato lettore del Il Fatto Quotidiano. Un giornale che ho considerato – con tutti i suoi limiti e le sue scelte politiche discutibili – una delle poche sentinelle rimaste sulla legalità, sui processi, sulle storture del potere. E dentro quel giornale, Marco Travaglio: preparato, documentato, feroce quando serviva, inattaccabile sulla conoscenza degli atti giudiziari, ultima bandiera, spariti i partiti deputati a farlo, di civiltà e legalità.

 

Poi, per completezza, essendo abbonato al Corriere della Sera e avendo anche qui rilevato un’anomalia, per quanto mi riguarda, almeno, cito anch’esso in questa riflessione a tre punte.

 

MENTANA E L’IMPRONTA CHE “NON ESISTE”

 

Per molto tempo la vicenda di Garlasco è rimasta ai margini del TgLa7. Quasi nessuna notizia, nessun approfondimento, nessuna enfasi. Ci poteva stare. Poi, improvvisamente, una sera di luglio, arriva la svolta: si parla di Garlasco perché – con tutto quello che stava montando allora – sembrava emergere una “prova regina”. Ma quella prova, dice Mentana, non esiste. Leggiamo quindi il contenuto del servizio andato in onda il 5 luglio 2025 sul TgLa7, cominciando dal “lancio” di Mentana:

 

“In questi giorni, si è parlato, in queste settimane, si è parlato ininterrottamente, come se fosse un giallo e un concorso nazionale, di tutte le nuove piste emerse sulla vicenda tragica dell’agosto del 2007: l’uccisione di Chiara Poggi, il delitto di Garlasco, come viene definito. Ci siamo astenuti dal parlarne, nelle varie serate: perché questa sera invece ne parliamo? Perché viene fuori un elemento che potrebbe far pensare che, in realtà, tutto quello che si è detto in questo mese e mezzo di riapertura delle indagini, e anche delle varie piste e sotto piste, potrebbe partire in realtà da qualcosa che si verifica non esatto.”

 

Il riferimento è all’impronta 33. E, pronunciata così, dopo mesi di silenzio, questa autoreferenziale sentenza mediatica suona come una presa di posizione netta, quasi pedagogica: finalmente una notizia vera, stavate guardando nella direzione sbagliata. Dopo l’introduzione del direttore, va in onda il servizio. Eccone la trascrizione, letterale, per la quale, come per Mentana, ci siamo presi la sola libertà, ragionata, di punteggiatura:

 

“L’impronta 33 non è di Andrea Sempio! – C’è un colpo di scena, sul caso Garlasco, che ribalterebbe le tesi sostenute fino a ora con la nuova indagine della procura di Pavia. I consulenti di parte della famiglia Poggi hanno analizzato quella che per i magistrati era l’impronta attribuibile a Sempio, quella sulla parete adiacente alla Scala che porta in cantina, nella villetta di via Pascoli, dove è stato ritrovato il corpo di chiara Poggi, uccisa nel 2007. L’impronta è stata vista come un elemento cruciale per collegare Sempio alla scena del delitto. «È dell’assassino!», hanno sostenuto i magistrati, ma l’approfondimento tecnico dei consulenti di genitori e fratello di Chiara racconterebbe un’altra storia. «Le analisi hanno stabilito – si legge in una nota dei legali – l’estraneità dell’impronta alla dinamica omicidiaria e la non attribuibilità della stessa ad Andrea Sempio». Insomma, quasi due mesi di ipotesi e ricostruzioni, con dietro l’angolo una clamorosa e possibile riapertura di un processo, che sembra sfumare con quanto emerge oggi. Gli avvocati dei familiari hanno chiesto ai PM di sollecitare un incidente probatorio su questa impronta, istanza che però è stata rigettata dai pubblici ministeri. È uno scontro tra periti che continua a diciotto anni dal delitto, che vede come unico condannato in via definitiva Alberto Stasi, l’ex fidanzato di Chiara Poggi, che si è sempre dichiarato innocente. Ieri la notizia che, sugli adesivi sui quali sono state conservate le impronte mai analizzate in casa Poggi, non vi era materiale genetico per un confronto del DNA. È emerso inoltre che l’impronta sulla porta di casa, che non sarebbe né di Stasi né di Sempio, non avrebbe rilevato la presenza di sangue.”

 

Al di là dello scopo di voler dimostrare uno degli spunti per le mie riflessioni (segnali provenienti dall’esosfera), ho riportato parola per parola quanto trasmesso dal telegiornale di Mentana per rendere direttamente, per esteso e senza mediazioni, l’effetto ulteriore che può fare questa rilettura integrale, e consentirne ulteriori reazioni e valutazioni, una delle quali, per me, a caldo, è la necessità di farne un articolo a parte o una live, tante sono le considerazioni, le precisazioni, le confutazioni che, a ogni riga letta, emergono. Cui prodest?

 

[Per chi volesse ascoltare dalla viva voce della TV: https://youtu.be/nL-MJGkHHxw?si=buSmWiJ-LJag6rkT]

 

TRAVAGLIO E LA DELEGITTIMAZIONE DEI TESTIMONI

 

A ridosso del ritrovamento nel fosso di Tromello, comunque nello stesso clima, arriva l’altra sorpresa. Marco Travaglio, intervistato sul caso di Garlasco, non entra nel merito delle contraddizioni, dei depistaggi, delle sparizioni. Fa un’altra cosa: delegittima i testimoni. Sono testimoni, dice, che “sentono parlare al bar” o “dal parrucchiere”, testimoni che ricordano dopo vent’anni, testimoni che, implicitamente, non meritano credito. È una posizione legittima, certo, ma è stranamente distante dal Travaglio che abbiamo conosciuto, quello che ha sempre difeso il valore delle crepe, delle anomalie, dei dettagli che non tornano, dei testimoni, dei collaboratori di giustizia: adesso Travaglio lascia intendere che la magistratura inquirente (quella dei Falcone e dei Borsellino, per stare in tema di mafia, così pertinente alla materia di Travaglio) sta perdendo tempo dietro vaneggianti fantasie investigative.

 

Qui, per me, la reazione è di chiusura, di fastidio, di riduzione, ma permane il dolore: quello del tradimento e di un voltafaccia incomprensibile. Cui prodest?

 

Avevo già avuto con Travaglio una precedente “separazione” per delusione, con interrogativi esiziali in ambito politico: quando, dopo avergli assegnato una virtuale, ma sentita, medaglia ad honorem per la difesa della legalità e della moralità, in particolare per la sua assidua, documentata e inattaccabile campagna di informazione sulle abitudini e frequentazioni poco ortodosse di un Presidente del Consiglio, egli mi scende apertamente in politica col suo giornale e, invece di opporsi politicamente a quell’impresentabile, attacca e delegittima in altre direzioni, facilitando così la vittoria del partito di costui, fondato tra l’altro da un condannato per associazione di stampo mafioso, in palese contraddizione col rigore morale messo in campo sul suo giornale e non solo.

 

Contraddizione rilevata, abbonamento disdetto. Quando poi Travaglio, per contrastare a suo modo la possibilità di nomina al Quirinale del suddetto impresentabile, ne ripercorre enciclopedicamente sul Fatto la carriera criminale, disattivo la memoria e riattivo l’abbonamento.

 

A completare il quadro enigmatico de Il Fatto Quotidiano arriva anche Selvaggia Lucarelli, che, a suo tempo stimabile per alcune prese di posizione, sulle stesse colonne del Fatto assume una posizione altrettanto netta contro la riapertura del caso di Garlasco, parlando di disinformazione, di narrazioni tossiche, di piste fuorvianti. In un articolo dedicato al caso, la nota giurata televisiva prende posizione contro la riapertura del caso e contro le narrazioni alternative che l’accompagnano:

 

«La riapertura del caso Garlasco è alimentata da disinformazione e narrazioni tossiche, che non aggiungono nulla alla verità dei fatti.»

 

Il suo bersaglio non è, chiaramente, un singolo elemento, ma l’intero contesto comunicativo che rimette in discussione l’esito giudiziario.

 

Mi sono appositamente dilungato su questi due disturbi particolari, proprio per dimostrare quanto la stima e la fiducia in alcuni personaggi pubblici e dell’informazione, per quanto non appiattita, anzi contrastata in alcune, singole circostanze, abbia alla fine assunto una solidità tale da rendere ancora più incomprensibile una presa di posizione antitetica alle aspettative indotte da tale stima.

 

Ma c’è un terzo disturbo, meno sentito per quanto attiene la vicinanza, ma altrettanto per l’autorevolezza: il Corriere della Sera.

 

IL CORRIERE DEGLI INDAGATI

 

Domenica scora, Le Iene avevano annunciato il famoso nuovo servizio con dichiarazioni clamorose sui testimoni finora mai ascoltati nel caso Poggi. Erano attese conferme, o almeno sviluppi, sull’identità e l’attendibilità di chi – per la prima volta in diciannove anni – avrebbe potuto rovesciare il quadro, o almeno incrinare il dogma dell’unico colpevole. YouTube e i social erano in fermento e le visualizzazioni si moltiplicavano in tempo reale: segno che il caso Garlasco, con tutti i suoi buchi neri, è tutt’altro che archiviato nell’immaginario collettivo.

 

Il giorno dopo – lunedì 12 gennaio – conservando vecchie abitudini convertite in digitale, cerco la notizia, i commenti, le analisi dell’autorevole, storico, quotidiano milanese: nulla. Anzi, il caso in realtà è coperto, ma non dalla notizia, bensì da una dichiarazione di Andrea Sempio, tratta da Verissimo, in cui si difende dagli “odiatori social”. Forse era tardi, non hanno fatto in tempo… Ma quell’altra notizia, a che serve? A chi serve?

 

Poi, martedì 13, il Corriere della Sera, pubblica non un approfondimento sui nuovi testimoni, non un’analisi su ciò che Le Iene hanno effettivamente mostrato o suggerito, ma l’annuncio a pagina intera di

una nuova perizia di parte Poggi, che sposterebbe l’aggressione in cucina, basandosi sull’Estathè con DNA di Stasi trovato nel cestino.

 

Quindi, in entrambi i giorni, zero titoli sull’argomento centrale, che aveva acceso l’attenzione popolare: al contrario sono pubblicati due ampi articoli-brodino riscaldato in salsa indagato. Ora, entrambe le notizie sono, a voler essere indulgenti, diacroniche. Non emergono da fatti nuovi, la dichiarazione televisiva di Sempio è un dejà vu e il DNA sull’Estathè è noto da anni, anzi: che Stasi lo avesse bevuto prima del delitto, la sera precedente, è pacifico; oppure si vuol far passare che Stasi abbia trovato anche il tempo per un tè quella mattina… Addirittura si rilancia il tutto, udite-udite, come “nuovo spunto per la revisione”.

Ma il punto non è solo e tanto la debolezza di contenuti, ma il meccanismo informativo sottostante. Di fronte a una potenziale svolta narrativa, pompata come la più rilevante da anni, si sceglie di non parlarne affatto. E per coprire il vuoto – più potente del silenzio stesso – si riempie lo spazio con contenuti ridondanti e innocui, ma coerenti con la linea consolidata. In questo meccanismo a copertura inversa, le notizie più deboli si impongono sulle più forti, se hanno la “giusta” direzione. E il lettore, anche quello in buona fede, finisce per assorbire la sensazione che non sia successo nulla di rilevante, anzi, che va tutto bene. È così che si plasma il consenso.

 

UNA PISTA INDEFINIBILE

 

In un’indagine che negli anni ha prodotto contraddizioni, errori e sparizioni, anche le parole contano, eccome, soprattutto quando arrivano da voci considerate autorevoli, indipendenti, affidabili: quindi le prese di posizione descritte sopra, pur non costituendo nulla di indiziario o probante, lanciano un segnale che va colto: per tono, per sincronia e per funzione narrativa.

 

Ed è da qui che nasce la domanda centrale in questo articolo, e non è solo: hanno torto o ragione?  Le domande sono tante: perché così? Perché in questo modo? Perché con questo tempismo? Perché con un linguaggio che non problematizza, ma chiude? Io non ho una risposta, ma solo dubbi e inquietudine, e, proprio per questo, ne scrivo.

 

Nel lavoro investigativo – e Garlasco, ormai, lo è anche sul piano culturale – il movente è spesso la chiave:
ma il movente non riguarda solo chi uccide, riguarda anche chi racconta, chi seleziona, chi decide cosa è legittimo chiedersi e cosa no.

 

Tra i molti interrogativi di questo caso – contraddizioni, errori, piste sparite, prove mancate – quello che stiamo esplorando – il comportamento anomalo di tre riferimenti dell’informazione indipendente – non è un complotto, non evoca un potere occulto, non è nemmeno una vera “pista”: è solo un segnale, nel senso di spia luminosa di un cruscotto, di una luce arancione che si accende laddove non ce lo aspettavamo. Come tutte le spie, non ci dà una risposta, ma ci porta a una domanda, migliore di quelle che ci ponevamo al primo sentire certi rumori dal motore. E in un caso come Garlasco, dove i rumori sono tanti da tanto, fare domande migliori è già un atto di onestà intellettuale: e ce lo saremmo aspettato anche da stimati giornalisti e conduttori, per guardare con loro più lontano, oltre il perimetro dell’indagine, fuori dal recinto delle spiegazioni consuete ed esauste.

 

Forse il movente che cerchiamo non abita nelle stanze della villetta, né nei bar di paese, né nelle cronache di provincia, forse è fuori scala per poter essere misurato e letto dentro un’indagine tradizionale. Tentando di rispondere a quelle domande, non fatte da chi di dovere, non troviamo tracce, ma distanze: distanze di linguaggio, di postura, di reazione. Quando persone che stimiamo per indipendenza, rigore e libertà intellettuale reagiscono a un caso in modo inatteso, compatto, quasi difensivo, oscurando piuttosto che illuminando, non siamo certo obbligati a trarne una conclusione, ma siamo autorizzati ad attraversare quelle distanze vuote, per cercare e fino a trovare il senso di una chiusura così netta, così rapida, così poco curiosa.

 

Non sappiamo se ciò porti a qualcosa, ma vogliamo condividere il fatto che, ignorarlo, significherebbe rinunciare a capire perché, ancora una volta, a Garlasco, certe domande sembrano – anche a me – fare più paura delle risposte. Già, perché? Forse perché, se esiste una pista dietro questo comportamento, essa non è una pista “alternativa”, ma una pista che arriva più lontano e da più lontano, più grande, sistemica, talmente scomoda che le racchiude tutte e che quindi riguarda tanti, troppi: un’orda spaziale organizzata.

 

Eppure, è una pista esosferica, non è una teoria complessiva, né una spiegazione alternativa del caso, parte da pochi elementi, isolati, apparentemente minori: come nell’esosfera reale, non c’è traffico, non c’è densità, non c’è sistema, ci sono solo oggetti singoli, rari, che attirano l’attenzione solo perché non dovrebbero essere lì…

 

TUTTO È PERDUTO FUORCHÉ LA GUERRA

 

C’è un momento, nelle grandi crisi, in cui la realtà diventa talmente incompatibile con la narrazione dominante da costringere quest’ultima a un salto di qualità. Non basta più selezionare le notizie, non basta più spostare l’attenzione, non basta più coprire. A quel punto, la narrazione fa qualcosa di più radicale: nega l’evidenza producendo un mondo alternativo, autosufficiente, coerente solo con sé stesso.

È qui che la pista esosferica, fin qui descritta come selezione e copertura inversa, mostra il suo volto più estremo: la contro-narrazione. Non si tratta di bugie isolate. Si tratta di un sistema che continua a raccontare una storia anche quando la esso è finito. In certi casi, però, però e a differenza di Garlasco, sappiamo tutto: colpevoli, movente, armi del delitto.

 

Attorno al 20 aprile 1945, l’Italia è un Paese che implode. I tedeschi arretrano ovunque, partigiani sono nelle città, gli Alleati avanzano, le strutture del regime sono collassate, i gerarchi fuggono. Milano è a un passo dall’insurrezione finale. Eppure, se si sfogliano le prime pagine dei grandi quotidiani di quei giorni, il lettore incontra un mondo sorprendente. Si parla di:

 

  • Contrattacchi tedeschi
  • Puntate d’assalto respinte
  • Furiosi combattimenti
  • Resistenze valorose
  • Battaglie ancora in corso
  • Popolazioni chiamate alla fermezza

 

La guerra, sulle prime pagine, non è persa: è dura, certo, è difficile, ma non è finita, e, soprattutto, non è sbagliata. Il nemico avanza, sì, ma viene contenuto, la sconfitta è rimandata, la vittoria, non più certa, resta almeno possibile: non siamo di fronte a una censura rozza, ma siamo di fronte a una narrazione che si auto-alimenta, ignorando deliberatamente ciò che la circonda.

 

Ma, perché farlo? Perché continuare a raccontare una guerra che non esiste più? La risposta, allora, non era solo politica, era psicologica, sociale, editoriale. Ma, se non limitiamo l’analisi al campo bellico, vediamo che la contro-narrazione serve solo a quell’ambito, ma, in generale a:

 

  • Evitare il collasso simbolico e reputazionale
  • Rinviare la resa dei conti e le punizioni conseguenti
  • Proteggere chi ha scommesso tutto su una dottrina o su una versione dei fatti
  • Impedire che il pubblico rilegga retroattivamente ciò che ha creduto.

 

Come avete visto, per ciascuno dei quattro punti elencati è possibile e chiara una doppia lettura, una rivolta alla storia, l’altra alla nostra attualità di Garlasco. Occorrono sempre una narrazione dominante, un nemico designato, una sequenza di “conferme” ripetute nel tempo, un fronte mediatico compatto, una progressiva rimozione delle contraddizioni. Finché la narrazione regge, insomma, nessuno ha davvero sbagliato, finché la narrazione continua, la realtà può aspettare.

 

PERSEVERANZA COGNITIVA

 

Nel 1945, quelle narrazioni non ci dicono nulla sulla verità della guerra, mentre ci dicono molto su chi le produceva, su cosa temeva, su ciò che cercava di rinviare. Cause ed effetti erano visceralmente intrecciati; resta solo da mettere in evidenza la discrasia tra la realtà tragica e la narrazione che i responsabili ne facevano, e interrogarsi su come una tale frattura sia stata possibile.

 

A Garlasco, accade qualcosa di molto diverso e, per certi versi, più inquietante, perché qui siamo nell’esosfera per provare rintracciare le cause, ossia la verità, la verità con segnali lontani: possibili cause, se ci sono, ed effetti sono lontanissimi. Se segnali così lontani dai fatti continuano a essere emessi,
se la narrazione insiste anche quando diventa difficile da accettare, perfino per un osservatore neutro,
allora quei segnali smettono di essere spiegazioni e diventano indizi.

 

Nel 1945, insomma, era chiaro cosa fosse, nel 2026 no. Ed è proprio questa differenza che rende l’analogia utile: non per dire come andrà, ma per chiederci perché qualcuno continua a raccontare, con la sicurezza e la sfrontatezza di chi è certo che, nonostante tutto, non potrà andare diversamente.

 

Ma, se allora si chiamava propaganda, adesso come la chiamiamo? Ho trovato una definizione: Perseveranza cognitiva. Essa afferma:

 

La perseveranza cognitiva è la capacità mentale di mantenere l’impegno e la concentrazione su un compito difficile o prolungato, superando ostacoli e fallimenti, grazie a processi come la motivazione, la pianificazione, la regolazione emotiva e la risoluzione dei problemi, per raggiungere obiettivi a lungo termine, distinguendosi dalla semplice ripetizione meccanica.

 

Sin qui tutto bene, quindi, ma, se la perseveranza cognitiva non è bilanciata da flessibilità e capacità di revisione, può assumere una connotazione negativa. Quindi non serve più il vocabolario, ma letteratura specializzata:

 

La perseveranza cognitiva indica la tendenza a mantenere un’ipotesi o una convinzione anche quando emergono segnali contrari, soprattutto se quella convinzione è stata investita emotivamente. In questi casi, i meccanismi motivazionali ed emotivi non favoriscono più l’adattamento, ma proteggono l’impianto interpretativo già costruito, producendo una forma di rigidità cognitiva che ostacola la revisione razionale delle proprie posizioni.

 

[Riferimenti concettuali: J. Kuhl, Motivation and Volition – A. Tversky & D. Kahneman, studi su bias cognitivi e perseveranza delle credenze – Carol S. Dweck, Mindset (rigidità vs flessibilità cognitiva)]

 

In questi casi, quindi, i processi come la motivazione e la regolazione emotiva non sostengono più la risoluzione dei problemi, ma contribuiscono a proteggere convinzioni già investite emotivamente, ostacolando l’adattamento e la correzione. Questa forma di perseveranza non coincide con la semplice ripetizione meccanica, ma con una rigidità cognitiva che riduce la sensibilità al cambiamento e può compromettere il raggiungimento di obiettivi autenticamente razionali o a lungo termine: chi ha costruito una carriera, una reputazione, un ruolo pubblico su una certa lettura dei fatti:

 

  • Non può semplicemente smettere,
  • Non può ritrattare senza pagare un prezzo,
  • Non può accettare che il terreno si sia spostato.

 

E allora continua, continua come il bollettino di guerra che parla di resistenza mentre l’esercito si dissolve, continua come il titolo che annuncia una battaglia decisiva mentre il fronte è già altrove.

 

Ma questa spiegazione, se va senz’altro bene per certi commentatori, avvocati, opinionisti, criminologi, dei quali abbiamo già avuto modo di dire in altri articoli, nella nostra riflessione a tre punte, non mi convince.

 

L’ULTIMA PAROLA

 

Nel 1945, dunque, la risposta c’era. Si poteva non volerla vedere, la si poteva rinviare, deformare, negare fino all’ultimo numero di giornale, ma la verità era lì: la guerra era persa. Tutto il resto – le contro-narrazioni, i successi immaginari, i contrattacchi inesistenti – serviva solo a prendere tempo, a ritardare l’impatto con la realtà e, soprattutto, a proteggere chi aveva responsabilità dirette nella tragedia.

 

A Garlasco no. Qui non abbiamo una “guerra persa” evidente, non abbiamo un fronte che crolla, non abbiamo una resa da rinviare. Eppure, osserviamo comportamenti sorprendentemente simili: negazioni ostinate, spostamenti di focus, narrazioni che resistono anche quando i presupposti vengono meno. La differenza è che, questa volta, non sappiamo cosa venga davvero difeso, oltre la perseveranza cognitiva di interesse psicoterapico.

 

Ed è qui che le spiegazioni ordinarie smettono di funzionare: non è legame personale con imputati o indagati, non è interesse economico diretto, non è affiliazione politica, non è convenienza editoriale: anzi, oggi, per chi fa informazione, cambiare posizione pagherebbe di più, non di meno. Il pubblico premia la revisione, la critica, la messa in discussione delle certezze. Eppure, alcuni soggetti – importanti, visibili, consapevoli – continuano a esporsi in direzione opposta, fino al punto di apparire contro-intuitivi persino per chi è neutrale.

 

A questo punto resta una sola possibilità: che non stiano difendendo una posizione o una persona, ma un perimetro: quando più attori, diversi per ruolo, storia e collocazione, finiscono per presidiare lo stesso confine narrativo, non siamo più nel campo dell’opinione. Siamo nel campo delle strutture di appartenenza, anche quando queste non sono formalizzate, dichiarate o riconosciute come tali.

 

Qui dovrebbe emergere una parola che fa disagio pronunciare, una parola che usiamo spesso male, una parola che, proprio perché vaga, ci inquieta più della mafia, più del fascismo, più dei servizi segreti. Non sappiamo davvero cosa sia, e questo è il punto: la mafia ha nomi, territori, reati, gerarchie visibili; il fascismo ha simboli, ideologia, una storia definita, violenza insita; i servizi segreti, per quanto opachi, hanno una funzione istituzionale dichiarata: tutti, pur quando agiscano trasversalmente alla società, hanno un filo nero scoperto che si lascia talora scoprire.

 

Quella che chiamano con quella parola, invece, resta una forma più che un contenuto: una rete trasversale, un principio di riconoscimento reciproco, un sistema di fedeltà che non coincide con lo Stato ma nemmeno gli si oppone apertamente. Una struttura che attraversa settori diversi – giustizia, informazione, professioni, istituzioni – senza mai apparire come soggetto unico.

 

Forse non è nemmeno il nome giusto. Forse è solo l’etichetta storica che diamo a ciò che non riusciamo a descrivere meglio: un’alta organizzazione relazionale, con riti nascosti che sono al contempo risibili e violenti, solidali e immorali; un’entità capace di sopravvivere alle persone, ai casi, perfino alle verità, perché ciò che protegge non è il singolo evento, ma l’equilibrio complessivo del sistema.

 

Non sappiamo se dietro Garlasco ci sia questo, ma sappiamo che senza una struttura di questo tipo, certi comportamenti non si spiegano. E allora la “pista esosferica” forse non è un’ipotesi fantasiosa, ma l’unica ancora disponibile cui aggrapparsi, quando tutte le piste terrestri sono state percorse. Non per accusare, ma per capire, o forse per accettare di non poter capire: capire che chi comanda veramente, chi ha il potere e lo esercita in tutti i modi, è in realtà a noi sconosciuto e, peggio, forse lo è anche per chi il potere è autorizzato a esercitarlo, legalmente, in nostro nome.  

 

Una pista spaziale non per dare risposte definitive, ma per indicare al lettore l’ultima domanda da farsi, dopo le centinaia, apparentemente inutili, sin qui proposte: chi può, dunque, permettersi di sostenere una narrazione antitetica alle evidenze, senza guadagnarci nulla, senza pagarne il prezzo, e continuando a metterci la faccia? Se la risposta non è individuale, allora è strutturale; e, se è strutturale, non riguarda solo Garlasco, ma riguarda il modo in cui, ancora oggi, si decide cosa può essere messo in discussione e cosa no.

 

Ci piace pensare che qualcuno, da qualche parte, quella battaglia decisiva la stia combattendo anche per noi, insieme a noi.

 

EVENTUALE E ASSOLUTAMENTE FACOLTATIVO – BOX TITOLI dei giornali del 1945 –

BOX 1 – 23 aprile 1945

Quando la guerra è già finita, ma non sulla carta

“I germanici respingono in contrattacco numerose punte corazzate sovietiche.
Furiosi combattimenti attorno a Berlino.
Le truppe del Reich resistono con valore alla pressione nemica.”

👉 Contesto reale: Berlino è accerchiata, l’esito è segnato.
👉 Effetto narrativo: la sconfitta viene sospesa, trasformata in “fase critica ma ancora aperta”.

BOX 2 – 24 aprile 1945

La resistenza come racconto autonomo

“Puntate d’assalto nemiche bloccate in più punti del fronte.
Violenti scontri sulle Alpi occidentali.
Il nemico subisce gravi perdite.”

👉 Contesto reale: i fronti collassano, le ritirate sono disordinate.
👉 Effetto narrativo: la guerra non è persa, è solo “dura”.

BOX 3 – 25 aprile 1945

Il mondo parallelo

“Le giornate epiche di Berlino.
Il Reich combatte la sua battaglia decisiva per l’Europa.”

👉 Contesto reale: insurrezione a Milano, fine del regime.
👉 Effetto narrativo: la Storia è già altrove, ma il giornale no.

BOX 4 – L’Italia che amministra mentre implode

Aprile 1945 – l’ordinaria amministrazione

“Nomine e avvicendamenti negli enti locali.
Provvedimenti per la regolazione del lavoro agricolo.
Riunioni dei direttori provinciali per l’organizzazione dei servizi.”

👉 Contesto reale: scioperi, insurrezioni, fuga delle autorità, fine del regime.
👉 Effetto narrativo: lo Stato continua a parlarsi addosso come se il tempo fosse fermo.
👉 Scarto percettivo: mentre la Storia irrompe, la burocrazia resta seduta.

BOX 5 – Il Giappone: la guerra persa che non si può dire

Primavera 1945 – dal fronte del Pacifico

“Le forze imperiali infliggono gravi perdite al nemico.
Accanita resistenza delle guarnigioni nipponiche.
Spirito indomito dell’esercito e del popolo.”

👉 Contesto reale: isolamento totale, bombardamenti devastanti, carestie.
👉 Effetto narrativo: la sconfitta non è nominabile, quindi non esiste.
👉 Meccanismo comune: quando la realtà è insostenibile, la narrazione diventa identitaria.

BOX 6 – Le piccole notizie che stonano più di tutte

Cronache minime, aprile 1945

“Convocata una commissione per la revisione dei regolamenti.
Avviato un censimento amministrativo.
Disposizioni per il corretto funzionamento degli uffici.”

👉 Contesto reale: le città stanno cambiando padrone.
👉 Effetto narrativo: il dettaglio tecnico diventa rifugio.
👉 Segnale esosferico: quando il grande non è più difendibile, ci si rifugia nel piccolo.

 

LA PISTA ESOSFERICA

Gli eroi della storia

Ogni epoca costruisce i propri eroi, li scolpisce nel marmo, li intitola alle strade, li consegna alla retorica. Ma quasi sempre lo fa dopo, quando non disturbano più, perché gli eroi sono figure scomode quando sono vivi: non perché siano infallibili, ma perché rompono un equilibrio, mettono in crisi un sistema, costringono tutti – anche chi osserva – a prendere posizione.

Nella storia italiana abbiamo celebrato per secoli eroi, di solito in armi, militari: uomini che hanno combattuto, vinto o perso, spesso morti giovani, trasformati in simboli; e la loro grandezza è stata quasi sempre certificata dal sacrificio finale.

Il nostro immaginario nasce con figure come Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, i protagonisti del Risorgimento, i caduti delle guerre d’indipendenza, della Resistenza.: uomini che spesso, quando sopravvissuti, finirono poveri o dimenticati, se non peggio, ma che almeno ebbero il privilegio di una narrazione chiara. Vincitori o vinti, martiri o condottieri, molti eroi diventarono tali perché morirono prima di dover fare i conti con il dopo, con le ambiguità, con i compromessi che conosciamo. Chi sopravvisse, spesso, venne messo da parte, normalizzato, talvolta riscritto.

Con il tempo, però, è emersa un’altra figura, più difficile da riconoscere: l’eroe civile. Non colui, quindi, che muore sul campo di battaglia, ma chi resiste dentro le istituzioni, nel lavoro, nella società, pagando un prezzo che non sempre è la morte, ma quasi sempre è l’isolamento.

È qui che nasce il disagio, perché l’eroe civile non è lontano, non è epico, non è “diverso da noi”, è uno che potrebbe esserci accanto, ed è proprio questo che rende la sua storia difficile da digerire.

La storia ama gli eroi che non parlano più.

Gli eroi civili

Nel secondo Novecento emergono figure diverse, che non combattono con le armi, ma con atti amministrativi, indagini, scelte etiche. Pensiamo a Giorgio Ambrosoli, raccontato nel libro Un eroe borghese: un uomo normale, un professionista, che fa semplicemente il proprio dovere e per questo viene ucciso. Oppure a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: diventati simboli universali solo dopo essere stati delegittimati, isolati, ostacolati da pezzi delle stesse istituzioni che oggi li celebrano. Altri che seguirono le loro orme senza essere uccisi, furono delegittimati, perseguitati, emarginati, insieme a coloro che li sostenevano e la società attuale ne conserva gli esiti.

Ma accanto a loro esiste una schiera ancora più invisibile.

Gli eroi minori (ma non meno grandi)

Ci sono degli eroi che non finiscono nei libri di scuola e, qualche volta, nemmeno sui giornali nazionali o in televisione. Sono:

  • Funzionari che bloccano appalti truccati e vengono trasferiti
  • Imprenditori che rifiutano sistemi di potere e vengono distrutti economicamente
  • Tecnici, dirigenti, impiegati che denunciano e vengono ridicolizzati
  • Cittadini che resistono e restano soli

Non muoiono in un attentato, ma perdono tutto: lavoro, reputazione, relazioni, salute. Ed è proprio qui che il concetto di eroismo diventa scivoloso, perché non offre consolazione riconosciuta, salvo eccezioni, delle quali siamo in attesa e che forse abbiamo trovato in questi giorni, attorno ai fatti di Garlasco nella persona di Fabio Aschei.

Fabio Aschei: perché porre la domanda

È dentro questo quadro che si colloca la domanda: Fabio Aschei è un eroe civile?

La domanda non chiede un monumento, non chiede santità, chiede solo se resistere, pagare un prezzo altissimo e non piegarsi sia ancora qualcosa che meriti un nome. Aschei non è stato fisicamente eliminato, certo, lo è stato “solo” economicamente, e per questo ancor meno “celebrabile”. E proprio per questo disturba e divide. Disturba quelli che temono per le conseguenze dei loro misfatti e chi le connivenze offerte, anche solo col silenzio, divide l’opinione pubblica tra quelli che vogliono sapere e svelare i segreti e quelli che preferiscono perpetuare il sistema.

L’eroe che non consola

Forse il vero problema degli eroi civili è che non rassicurano nessuno, perché temiamo che non riescano, da soli, a chiudere la storia, che non ci permettano di dire: “è finita bene”. Restano lì, vivi, a parlarci, a denunciare, a ricordarci che molti sistemi di potere continuano a reggersi non perché siano giusti, ma perché qualcuno viene spinto a pagare, per tutti, il prezzo di averli messi in crisi e questo, forse, ci basta. Denunciano che il sistema non si riforma da solo, ma che si difende, spesso sacrificando chi ne rivela le crepe; ci gridano che l’ordine apparente ha quasi sempre un costo umano, pagato da chi ha osato non adeguarsi.

Shakespeare lo avrebbe detto con un’immagine efficace: c’è del marcio in Danimarca. Non come grido qualunquista, ma come constatazione tragica di un potere che sopravvive espellendo chi lo smaschera e a noi tutti, spesso, fa comodo così: ci basta la denuncia e il sacrificio dell’eroe moderno.

E allora la domanda non è se Aschei sia un eroe, ma noi siamo ancora capaci di riconoscerli, quando non muoiono e non vincono, e per quanto sia possibile, di aiutarli, anche con queste semplici parole, anche con una presenza su YouTube.

Qualcosa che cambia

Fin qui abbiamo detto che i sistemi di potere raramente si riformano da soli, che tendono a difendersi e che spesso il prezzo lo paga chi ha avuto il coraggio di esporsi. Ma oggi c’è qualcosa che cambia.

Raccontare questa storia, leggerla pubblicamente, discuterne, significa uscire dalla logica del sacrificio solitario. Perché, se un sistema regge finché chi paga resta isolato, inizia a incrinarsi quando la parola torna a circolare, magari partendo da un fatto apparentemente trascurabile (per quanto un omicidio lo possa essere) e dal coraggio, colto al volo, di un uomo solo.

Questo breve articolo e l’intervista nascono da qui: non prometto soluzioni, né assoluzioni, né condanne, ma rompono il silenzio e restituiscono dignità a una vicenda e a un uomo che per troppo tempo sono rimasti soli. Non è certo ancora giustizia, è solo attenzione, ascolto, partecipazione.

Ed è da qui che, a volte, cominciano le cose che sembravano impossibili.

FABIO ASCHEI, UN EROE MODERNO

 

Noi siamo dei semplici Garlascofili, ché i Garlascologi sono altri.

Siamo cittadini, lettori, ascoltatori, autori occasionali: persone che seguono il caso Garlasco per passione civile, bisogno di capire, desiderio di confronto. Non rivendichiamo verità né competenze tecniche, ma il diritto di pensare, interrogare, discutere e tenere viva l’attenzione, in tutti i modi possibili.

Garlascologi sono coloro che di Garlasco si occupano professionalmente e seriamente: magistrati, investigatori, avvocati, periti, giornalisti d’inchiesta, studiosi. Agiscono dall’alto di un’autorità conferita, di un’autorevolezza riconosciuta e di competenze reali, acquisite sul campo e, senza trucchi, negli studi.

  1. Da dove nasce la polemica (e perché è sbagliata)

C’è una frase che ritorna sempre, sotto ogni approfondimento su Garlasco:
“Basta. Piantiamola lì. È solo una perdita di tempo.”

È una frase apparentemente ragionevole. In realtà è pericolosa.

Perché tutte le volte che, nella storia italiana, “si è piantata lì” una vicenda irrisolta, da lì il male ha ricominciato a lavorare indisturbato.

Garlasco non è un fatto qualsiasi. È un caso impareggiabile per durata, contraddizioni, strappi narrativi, rimozioni e improvvise riemersioni.

Pretendere che venga trattato solo come cronaca tecnica significa ridurlo, non rispettarlo. Significa confondere la stanchezza con la chiusura, e la pace apparente con la verità.

  1. Perché l’approfondimento non è morbosità, ma funzione civile

Qui va detto con chiarezza:

  • approfondire non significa accusare
  • interpretare non significa inventare
  • usare simboli non significa delirare

Significa fare una cosa molto più semplice e molto più seria: tenere aperta la coscienza civile.

La giustizia — lo dice la Costituzione — è amministrata in nome del popolo. Questo non è uno slogan. È un principio enorme.

Vuol dire che il popolo non è spettatore muto, non è un pubblico che deve solo “fidarsi e dimenticare”.

Il popolo ha diritto di pensare, discutere, interrogare, anche in forme non tecniche, anche simboliche, anche letterarie, purché non ledano i diritti degli altri.

  1. Il valore delle letture simboliche

(e perché danno così fastidio)

Le analisi simboliche, deduttive, interpretative danno fastidio per un motivo preciso: perché non si lasciano chiudere.

Un dato tecnico si conferma o si smentisce. Un simbolo resiste, ritorna, cambia contesto, mette in crisi.

Un articolo come Un volto essenziale non pretende di “dimostrare” nulla.
Fa qualcosa di più scomodo: mostra che esiste un livello di lettura non ancora esaurito.

Ed è questo che manda in crisi chi vorrebbe Garlasco archiviato
non perché risolto, ma perché stancante.

  1. La banalizzazione come difesa

(perché chi rifiuta spesso non argomenta)

C’è un meccanismo ricorrente che va detto apertamente. Chi si oppone a questo tipo di approfondimento raramente contesta nel merito. Più spesso banalizza: “State esagerando” – “Sono solo fantasie” – “È una perdita di tempo”

Ma questa reazione non nasce quasi mai da un’analisi razionale. Nasce da un disagio.

I fatti possono essere:

  • accettati o rifiutati
  • confermati o smentiti
  • subiti o archiviati

Le suggestioni investigative, invece, no. Non perché siano “più vere”,
ma perché non chiedono adesione: chiedono di essere pensate.

Non sono tesi, sono provocazioni cognitive. Non pretendono risposte, ma consapevolezza.

Chi banalizza spesso lo fa perché non sa stare nella zona grigia.
E allora la rifiuta in blocco.

Questo esercizio ha un nome (chiesti a IA): difesa razionalizzante contro l’ambiguità.

Ma la storia non vive solo di fatti. Vive anche di ciò che i fatti producono nelle coscienze.

  1. La poesia come caso limite

(e come atto legittimo)

Qui entra la poesia sul Piccolo Principe, che ho scritto sull’abbrivio dell’articolo già letto dalla Paola. Ed è un caso estremo, volutamente.

Scrivere una poesia attorno a un delitto non è una provocazione estetica. È un atto di pressione morale.

La poesia non serve ad abbellire l’orrore. Serve a tenerlo a distanza per poterlo guardare d’insieme. Dice ciò che la prosa giudiziaria non può dire: desiderio, vergogna, rimozione, paura, potere.

Chi dice: “Una poesia su Garlasco è fuori luogo” in realtà sta dicendo: “Ci sono forme di pensiero che non voglio affrontare”.

  1. L’episodio del bambino: lo slittamento definitivo

E poi c’è l’episodio del bambino, in quell’articolo. Un bambino riconosce Il Piccolo Principe nel suo significato pulito, scolastico, innocente.

Noi adulti, invece, siamo costretti a fare i conti con lo slittamento simbolico:
lo stesso titolo trascinato dentro un delitto, dentro un’immagine non per bambini, dentro un contesto che non ha più nulla di infantile.

Questo non è colpa della poesia. Non è colpa dell’analisi.

È il segno che Garlasco ha deformato tutto ciò che ha toccato, persino i simboli dell’innocenza.

E ignorarlo sarebbe la vera violenza.

  1. L’“élite” culturale

(senza arroganza)

Sì, esiste una minoranza attiva. Un’élite nel senso etimologico del termine: non i migliori, ma quelli che scelgono di non smettere di pensare e che prendono l’iniziativa. La Storia ce lo insegna.

Non pretendono di avere ragione. Pretendono di non spegnere la luce.

Non chiedono potere, non chiedono verità ufficiali. Chiedono solo il diritto di continuare a interrogare.

E questo non è un capriccio: è una funzione democratica.

  1. Chiusura

Quando ci dicono “basta con Garlasco”, io sento un’altra frase:

basta con le domande,
basta con il disagio,
basta con ciò che non torna.

Ma la storia insegna che il male ricomincia proprio quando smettiamo di reagire.

Noi non siamo i signori del chiacchiericcio, come i signori della guerra che non vogliono che la guerra finisca perché finirebbe il loro mondo.

È l’opposto. Noi non aspettiamo altro che Garlasco finisca davvero. Ma finisca bene. Con una verità che regga. Con una giustizia che non lasci residui morali.

E se oggi Garlasco continua a generare domande, analisi, racconti, perfino poesie, è perché non è stato ancora pacificato nel profondo.

Per questo rivendichiamo il diritto di parlare, di scrivere, di interpretare,
anche in modo scomodo, anche simbolico, anche letterario.

Non contro la giustizia, ma in nome del popolo.

  1. Chiusura aperta

E allora chiudiamo davvero, senza ambiguità? No, e l’ossimoro contenuto nel titolo di questo punto 9 la dice lunga.

Noi, a differenza dei signori della guerra, non temiamo la pece — purché sia quella giusta: la verità. Non ci spaventa sporcarci le mani nel fango delle domande, se serve a non affondare nelle sabbie mobili dell’oblio. Non abbiamo paura di restare senza argomenti, come qualcuno già ci rinfaccia con un certo compiacimento. Non funziona così.

Quando Garlasco finirà, finirà davvero, sia chiaro. E solo allora, deporremo le armi. Se non finirà, continueremo. Con pazienza, con rigore, con ostinazione civile. E quando finirà davvero, non resteremo muti.

Perché non c’è un solo caso in cerca d’autore. Ce ne sono molti, troppi. Casi che bussano, che premono, che non accettano di restare in silenzio. Ogni tanto riaffiorano anche mentre parliamo di Garlasco — Erba, Yara, Resinovich, e altri ancora — non per confondere, ma per ricordarci che il problema non è un nome proprio, è un sistema di rimozioni.

Perché abbiamo imparato con Garlasco: saremo di più, saremo più forti e addestrati, anche perché saranno già stati smascherati i disonesti intellettualmente, gli arrampicatori di specchi, i facenti cappellate, le false parti civili.

Non stiamo esaurendo un filone. Stiamo coltivando un campo che è rimasto incolto troppo a lungo. E come ogni terreno vivo, se lo smetti di lavorare o marcisce o si inaridisce; se lo lavori, restituisce senso.

Quindi state sereni. Di spazio per pensare ce n’è ancora. Di voce per raccontare, anche. E di domande — quelle giuste — ce ne sono più di quante ne possiamo contenere.

Non abbiamo fretta di chiudere. Abbiamo solo urgenza di capire e combattiamo contro chi ci tocca la libertà di farlo.

PS – Quello appena terminato, con qualche ritocco a togliere gli accenni personali, potrebbe diventare una sorta di Manifesto dei Garlascofili.

MANIFESTO DEI GARLASCOFILI

 

Le considerazioni espresse in questo articolo si fondano esclusivamente su notizie di stampa, ossia a indiscrezioni investigative riportate da organi di informazione e materiali già entrati nel dibattito pubblico, materiali già entrati nel dibattito pubblico e non coperti da segreto istruttorio. Non intendono formulare accuse, attribuire responsabilità penali né sostituirsi al lavoro della magistratura, ma esercitare un diritto di analisi e di critica, proprio di ogni società democratica, di fronte a fatti riferiti dai media e a interrogativi che essi stessi sollevano. In questo senso, quanto segue va letto come riflessione argomentata su elementi narrati pubblicamente, anche solo a livello di ipotesi, non come affermazione di verità giudiziarie o presunte tali.  

Una spiegazione “bassa”

C’è un momento preciso, in ogni indagine complessa, in cui emerge un dettaglio capace di gelare il sangue, non perché aggiunga violenza a una violenza già consumata, ma perché abbassa brutalmente il livello morale del movente.

Quando, tra le pieghe di una vecchia inchiesta, riaffiora l’informazione di consultazioni pedopornografiche effettuate da un computer domestico, il primo sentimento non è la chiarezza, la soddisfazione per una verità: è il brivido. Il brivido odierno riacceso dalla lettura delle rivelazioni del nuovo numero di Settimanale Giallo.

Un brivido sordo, quasi fisico, non per la novità in sé – pur grave – ma per ciò che quella possibilità evoca: un movente abietto, meschino, sordido, lontano da ogni costruzione – alta, sottile, solida, strutturata, simbolica – che si era provato a immaginare tra suggestioni, elementi nuovi, prove, depistaggi.

Un brivido che deprime. Ma, di primo acchito, quella pista sembra spiegare troppo poco: spiega forse un perché, ma non spiega il resto. Non spiega certo:

  • la mobilitazione sproporzionata,
  • la compattezza difensiva,
  • le anomalie investigative,
  • la pressione mediatica,
  • la sensazione diffusa che “qualcosa di più grande” fosse in gioco.

E allora arriva la delusione: possibile che tutto si riduca a questo? Possibile che un delitto così devastante trovi origine in un movente tanto miserabile, tanto umano nel senso peggiore del termine? Forse ci siamo sbagliati, tutti colti da allucinazioni mediatiche provocate dai cultori del crime: che siano maledetti! Forse è meglio così: brutte cose, ma drammi e fatti di famiglia – poveretti – come ce ne sono tutti i giorni, ma noi siamo più tranquilli, non ci riguarda, siamo al sicuro, non ci può capitare nulla!

O forse non è così? C’è un innocente in carcere? Allora può capitare qualcosa di brutto anche a noi!

Un’alzata di spalle e si caccia via anche questo pensiero, così abusato sul video. Ma se ci capita il coraggio di non distogliere lo sguardo, il quadro comincia a cambiare e il movente, da “basso”, diventa totale.

Il rovesciamento

È solo uscendo dalla sua comfort-zone, metaforicamente, che quella spiegazione smette di sembrare insufficiente: perché il punto non è l’atto di consultazione di certi siti in sé, il punto è ciò che quella consultazione implica, se collocata in un contesto reale, sociale, relazionale. Non è, insomma un vizio privato, ma è un reato che non esiste senza una rete.

Ciò, almeno, in base alla legge italiana, secondo la quale la pornografia minorile – la sua produzione, diffusione, possesso o detenzione – è già di per sé reato penale, perché si presuppone un collegamento con circuiti di condivisione o diffusione tra più soggetti: ciò, quindi, riflette una prospettiva, giuridica e sociale, secondo la quale un contenuto pedopornografico non esiste isolatamente, ma è inserito in reti di distribuzione e consumo che pregiudicano la dignità e l’integrità dei minori.

E qui avviene il rovesciamento illuminante: quel movente, apparentemente piccolo e squallido, non chiude il caso: lo apre, ancora di più del delitto stesso.

Perché questo movente spiega più di quanto sembri, anche solo ammettendo, in via ipotetica, che una giovane donna abbia scoperto frequentazioni digitali proibite, percepito il peso morale e penale di ciò che stava vedendo, manifestato disagio, conflitto, volontà di rompere il silenzio: allora la posta in gioco cambia radicalmente. Non si tratta più di proteggere una persona, ma si tratta di impedire che una crepa diventi voragine.

La storia recente, documentata da inchieste parlamentari, commissioni indipendenti e indagini giudiziarie internazionali, mostra che, nei casi di abusi sessuali su minori spesso non emerge solo la violenza in sé: emergono anche ritardi, coperture, culture organizzative che per anni hanno favorito silenzi, trasferimenti e protezioni interne prima che venissero alla luce. Questo pattern è stato documentato in inchieste governative e scandali internazionali, specialmente nei casi di abusi compiuti da membri di istituzioni rispettate.

È questo che spiega la sproporzione. E non ci appare sproporzionato citare qui alcuni casi a suffragio di ciò.

Davvero?

Sì — ci sono casi reali e documentati in cui abusi sessuali su minori non sono emersi come singoli fatti isolati, ma sono stati seguiti da reti di copertura, silenzi istituzionali e trasformazioni delle informazioni, elementi che supportano l’idea che “quando emerge la pedofilia, non emerge mai da sola” in senso sistemico e investigativo. Ecco due esempi internazionali, concreti e verificabili:

 

  1. La Commissione reale sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori australiana sugli abusi nei confronti di minori

 

In Australia è stata realizzata una delle più ampie indagini pubbliche su scala nazionale in materia di abusi su minori. La Commissione ha analizzato migliaia di testimonianze da oltre mille istituzioni, incluse scuole, centri sportivi e organizzazioni religiose, rilevando come gli abusi non fossero isolati, ma distribuiti su decenni e in molteplici contesti istituzionali, con modelli di mancata denuncia e copertura interna delle accuse, invece di immediata trasmissione alle autorità competenti. La Commissione ha documentato oltre 15.000 deposizioni e 8.000 audizioni, molte riguardanti abusi sessuali in strutture religiose e comunitarie, e ha sottolineato come per anni sia mancata una risposta istituzionale efficace che proteggesse i minori.

 

  1. L’inchiesta indipendente sugli abusi sessuali sui minori nel Regno Unito

 

In Inghilterra e Galles, l’inchiesta ha prodotto un rapporto dettagliato sugli abusi sessuali commessi da membri del clero e volontari in ambienti religiosi e scolastici. Nel periodo tra il 1970 e il 2015, sono state documentate oltre 3.000 istanze di abusi sessuali su minori legate a oltre 900 persone connesse alla Chiesa cattolica. Il rapporto evidenzia come, per decenni, le risposte alle denunce fossero inadeguate, con meccanismi interni che tendevano a proteggere l’istituzione o l’abusante più che la vittima e con resistenze diffuse a un intervento esterno o alla trasmissione alle autorità civili: le denunce non venivano gestite seriamente e in molti casi si preferiva spostare o reimpiegare gli autori di abusi piuttosto che affrontare direttamente la questione con la giustizia civile.

 

Queste indagini istituzionali mostrano due aspetti ricorrenti nei grandi scandali su abusi sessuali:

 

  1. Non si tratta quasi mai di episodi isolati — gli abusi coinvolgono una pluralità di vittime e contesti, spesso su un arco temporale lungo.
  2. Le istituzioni coinvolte hanno storicamente risposto con silenzi, trasferimenti di responsabili o mancate segnalazioni, indicando pattern di protezione interna e resistenza all’intervento esterno.

 

Questo non significa affermare che tutte le organizzazioni o gruppi reagiscono così. Sta di fatto, però, che, nei casi più documentati, la pedofilia non emerge come fatto puramente individuale: emerge insieme a culture organizzative che per anni ne hanno ostacolato l’emersione e la divulgazione pubblica. Questi esempi internazionali sono tra i motivi per cui, nel discorso pubblico e giudiziario, si parla spesso di modelli sistemici di silenzio e copertura quando emergono casi di abuso sessuale su minori in contesti istituzionali.

E in Italia?

La cronaca giudiziaria italiana dimostra che la pedofilia non è mai un fatto individuale isolato, ma che si tratta di un reato che, per esistere e durare, necessita di un contesto: silenzi, omissioni, protezioni. Il noto caso del Forteto lo ha dimostrato in modo definitivo: decenni di abusi sono stati resi possibili non dall’assenza di denunce, ma dalla loro sistematica rimozione: quando emerge la pedofilia, emergono sempre ambienti che “sapevano e non volevano sapere”.

 

Il richiamo a questo caso non implica alcuna sovrapposizione automatica con vicende diverse, ma serve esclusivamente a illustrare un modello accertato di funzionamento sistemico degli abusi.

 

Il caso del Forteto è oggi considerato uno dei più gravi scandali italiani di pedofilia sistemica, ed è ufficialmente riconosciuto da: sentenze definitive, una Commissione parlamentare d’inchiesta e vari atti giudiziari pubblici. Quanto basta per sostenere che la pedofilia non è un vizio privato, poiché, nel Forteto, gli abusi non erano episodi isolati, esisteva una struttura organizzata, ma c’erano coperture ideologiche, istituzionali e sociali, gli abusatori non agivano da soli e chi sapeva non parlava.

 

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul Forteto (2017–2022) afferma in una delle sue relazioni che: «Gli abusi si sono potuti protrarsi per decenni grazie a una rete di silenzi, omissioni e mancati controlli istituzionali»[1] e che «Non fu l’assenza di denunce a consentire gli abusi, ma la loro sistematica rimozione». Ciò in base alle risultanze dell’indagine, che hanno dimostrato come:

 

  • Gli assistenti sociali continuavano ad affidare minori nonostante segnalazioni
  • I magistrati minimizzarono per anni
  • Gli educatori e funzionari sapevano
  • Chi denunciava veniva isolato o screditato

 

Da ciò si evince quindi che la pedofilia, in tutti i suoi aspetti, non può sopravvivere senza un ambiente che la protegge e non è difficile immaginare che fine farebbe un povero pedofilo isolato. Ricordo, da bambino, la pena che mi facevano certi soggetti, cacciati a male parole nel buio di un cinema di periferia (due film in una volta, 100 lire), dove passavamo qualche pomeriggio non adatto ai giochi, tra un western e film di Totò: essendo nota la loro presenza, bastava un avvicinamento sospetto e il presunto pedofilo fuggiva prima che si accendessero le luci.

 

Alcune inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno anche rilevato come, in epoche più recenti, siano emersi contesti distinti ma accomunati da pratiche di abuso, protezioni istituzionali e lunghi silenzi. Si tratta di vicende mai collegate sul piano processuale, ma che pongono interrogativi legittimi sul funzionamento dei meccanismi di controllo e responsabilità, soprattutto dove la Chiesa ha applicato un meccanismo ricorrente: trasferimenti, silenzi, insabbiamenti, vittime non credute, protezione dell’istituzione prima della persona. Anche qui, le inchieste CEI e i processi civili riconoscono la tendenza a proteggere l’istituzione piuttosto che far emergere lo scandalo.

L’inquadramento etico e giuridico

Stiamo trattando un tema delicato, per il quale occorre tener presente tutti gli aspetti possibili di quello che di scrive e si legge. Dopo aver visto, quindi, alcuni casi di cronaca inerenti all’oggetto di questo articolo – pedofilia e pedopornografia – potrebbe essere utile appoggiarsi al contesto giuridico-culturale in cui essa si colloca nella società.

 

Innanzitutto, va chiarito il concetto che pedofilia e pedopornografia non sono sinonimi, ma nella pratica giudiziaria contemporanea risultano spesso strettamente connesse. La seconda rappresenta il passaggio dall’attrazione verso- alla partecipazione attiva a un sistema criminale che implica sempre vittime reali.

 

In Italia, la pornografia minorile, come già accennato, è un reato penale e la normativa la punisce come reato qualsiasi immagine o video sessualmente esplicito che ritrae minori, compresa la detenzione e diffusione di tale materiale, nonostante non sempre sia necessario provarne la produzione o lo sfruttamento diretto. È un reato “sociale” e di pericolo già a livello di semplice detenzione: ricordiamoci di Alberto Stasi che per questa fattispecie semplice fu, ingiustamente, accusato.

 

Il Codice penale italiano (art. 600-ter e 600-quater) prevede che sia reato produrre, diffondere o cedere materiale pedopornografico, come è reato il solo detenerlo o possederlo, anche senza scopo di diffusione commerciale. Questo significa che non è considerato un semplice vizio privato, ma una condotta penalmente rilevante proprio perché si pone – è considerato predisposto – nella prospettiva di diffusione o di fruizione sociale del contenuto illecito. Nel diritto penale di molti Paesi (ad esempio negli Stati Uniti) la legge punisce non solo chi produce ma anche chi riceve, invia, scarica o possiede immagini pedopornografiche, con pene che aumentano se c’è produzione o distribuzione tramite reti o mezzi di comunicazione.

 

Anche se una singola persona scarica materiale pedopornografico per “curiosità”, dal punto di vista giuridico diventa rilevante perché la normativa è pensata per impedire la circolazione, non solo l’atto privato, e l’oggetto illecito è immesso o captato da una rete più ampia di produzione, consumo, scambio o conservazione, che ha comportato, necessariamente, abusi e violenze su bambini. Ritenendo che la mera fruizione di tale materiale alimenta un ciclo di domanda-offerta e che la detenzione comporta un pericolo concreto di diffusione e di abuso, la ratio della legge appare essere quindi quella di proteggere i minori, secondo il principio della tutela del loro libero e corretto sviluppo psicofisico.

La vittima prima della vittima

Torniamo al contesto specifico e limitato del delitto, considerando che, nello stesso perimetro relazionale allargato, esiste una figura che in passato avrebbe subito abusi, allora il movente non è più isolato, ma diventa circolare e più inquietante. Non più “qualcuno ha fatto qualcosa di proibito”, ma l’ipotesi che “qualcosa di proibito esisteva già, ed era stato nascosto o sepolto”. In questa chiave, chi viene ucciso non è solo vittima di un gesto finale, ma una minaccia vagante per un equilibrio patologico già esistente. E questo spiegherebbe la paura, la chiusura, la reazione difensiva non razionale ma sistemica.

 

Si spiegherebbe quindi la reazione “stratosferica” di chi si mobilita non per “proteggere due ragazzi”, ma per evitare che un mondo venga trascinato alla luce. La pedofilia appare possedere, da quanto emerso dalle indagini sopra citate, ma non solo, una doppia caratteristica che nessun altro movente possiede: non si estingue con un colpevole e contamina tutto, anche retroattivamente.

Ne pagano le conseguenze, infatti: famiglie, istituzioni, luoghi, simboli.

 

E allora sì, quel movente spiega più della droga, più della gelosia, più del sesso, più dell’esoterismo preso da solo: un effetto domino che li ingloba tutti, in cui tutto torna, anche quello che, nella nota chiavetta USB, appare oggi un triste e premonitore sommario di argomenti.

 

Alla luce di questa ipotesi narrativa, le stranezze investigative non sono più solo errori, i silenzi non sono più solo dolore, le difese non sono più solo istinto, la scelta di un colpevole “gestibile” non è più impensabile. Una logica terribile, ma umana: meglio una verità giudiziaria imperfetta,
che una verità reale ingestibile.

 

Conclusione

 

Questa pista non consola, non eleva, non nobilita, anzi: deprime, indigna, sporca tutto, disturba, perché non permette di chiudere il caso con una morale, non separa bene “buoni” e “cattivi”,

lascia spazio al vuoto, all’errore, al caso, mette in crisi le ricostruzioni ordinate e attese, come nei film.

 

In altre parole: un movente basso rende il delitto più inquietante di uno ideologico, perché

non ha senso alto, non ha fine, non ha redenzione narrativa. Ed è forse per questo che fa così paura, perché non chiama in causa mostri lontani, ma fragilità vicine; perché non racconta un male eccezionale, ma un male che si annida nella normalità.

 

Se questa lettura è sbagliata, perché infondata l’ipotesi o vaneggiante l’analisi, verrà smentita dai fatti e, se è giusta, non sarà mai del tutto dimostrabile. Ma, come ogni buon noir – e questo lo è, suo e nostro malgrado – non chiede di essere creduta, ma solo di essere affrontata fino in fondo.

 

[1] [Fonte: Camera dei Deputati – Commissione Forteto, Relazione finale, 2022.]

 

MOVENTE DA BRIVIDI

Vorrei la fattura…

Era poco prima di Natale, in un centro commerciale come tanti, a sud di Milano: luci alte, voci sovrapposte, le code alle casse. Ero in fila per pagare, distratto, con quella stanchezza leggera che viene dopo aver praticato un po’ di quel consumismo quasi obbligato. Davanti a me un uomo con moglie e bambina, persone qualsiasi, senza nulla che le rendesse distinguibili, avevano scelto dei vestiti e li posavano sul bancone per procedere al pagamento. Poi l’uomo, mostrando la carta di credito, chiese la fattura. La richiesta già di per sé mi stonava un poco, ma non mi agitai più di tanto: al massimo si trattava di un po’ di elusione fiscale; nulla a che vedere con coloro, per pagare, estraggono dalla tasca un rotolo di banconote di quelle verdi o viola, del tipo che al bancomat non ti danno mai, e pagare il conto con un paio di esse.

Nome, cognome, indirizzo… Ma, prima della Partita IVA, echeggiò attorno quella parola: Garlasco. Tutto finì di scorrere, anche il tempo. Il cassiere alzò lo sguardo verso il cliente, tra le persone in fila, compreso chi scrive, corse un breve fremito, camuffato da assestamento statico e qualcuno sospese il discorso sottovoce col vicino, facendo riecheggiare maggiormente quella parola nell’accresciuto silenzio.

A me colpì non tanto e non solo il contatto inaspettato col caso, per l’interesse generale e personale che esso riveste: mi sorprese la naturalezza con la quale quel nome di paese fu pronunciata, che mi risultò stonata al cospetto del sentire comune e mio.

Quel micro-silenzio, quell’aggiustarsi di posture, quegli sguardi appena sollevati, il mio piccolo scarto interiore, immediato e quasi colpevole. Come se quel nome avesse improvvisamente cambiato stato: non più un’indicazione geografica, ma un segno. E con quel segno, anche quell’uomo, quella partita iva, cambiava: non certo per ciò che aveva fatto, non per quello scaricare un po’ così i regali di Natale, ma per ciò che rappresentava.

Provai allora una sensazione ambigua, difficile da ammettere: un misto di disagio e di compatimento, la percezione improvvisa di una sventura che non riguarda un individuo, ma un luogo intero. Per un attimo pensai, e me ne vergognai subito, che bastasse abitare lì per essere guardati diversamente, come se il paese avesse lasciato un’ombra addosso a chi lo nomina, e chi lo nomina lo sapesse già, ma non avesse alternativa.

Il pagamento andò a buon fine, la cassa riprese il suo ritmo, la fila avanzò, tutto tornò normale, anzi no, non del tutto. Perché quel nome, pronunciato per caso, aveva marchiato quell’istante e quella persona e mi rimase addosso l’idea che, per alcuni luoghi, la pena più grande non sia ciò che è accaduto, ma il fatto che continua ad accadere ogni volta che vengono chiamati per nome.

C’è un momento, infatti, in cui un nome smette di indicare un luogo e comincia a indicare un fatto.
Per Garlasco, quel momento è stato l’omicidio di Chiara e da allora, per molti, Garlasco è il delitto, non un paese, non una comunità, non una storia: un caso. È comprensibile, ma è anche profondamente ingiusto.

Per chi a Garlasco ci vive, o ci ha vissuto, dev’essere triste e, a lungo andare, fa anche arrabbiare: perché un paese non coincide mai interamente con il suo dolore più grande, e ridurlo a quello significa condannarlo a una forma di esistenza monca, ridotta, castigata. Un nome pronunciato sempre con lo stesso tono, sempre nello stesso contesto, come se prima e dopo non ci fosse stato nulla.

Oggi su Garlasco si è catapultato di tutto: giornali, televisioni, trasmissioni, curiosi, commentatori, investigatori dell’ultima ora. Abbiamo imparato a memoria i nomi delle vie, del santuario, dei locali, delle cascine; conosciamo le leggende, i morti, i dettagli minuti. Abbiamo percorso mentalmente il paese decine di volte, sempre seguendo le stesse traiettorie: quella dell’orrore e quella degli errori.

Ma Garlasco non nasce lì. Esisteva prima. Esisteva altro. Un paese fatto di parole sue, di gesti quotidiani, di ironie, di soprannomi, di storie piccole che non finiscono sui giornali. Un luogo normale, come tanti, con le sue ombre e le sue luci, certo, ma ancora lontano da quella frattura che tutto ha deformato.

Questo spazio, che dedichiamo a Garlasco in un modo diverso dal solito, nasce per questo: per dare respiro. Non per rimuovere, non per negare, non per assolvere nessuno, ma per ricordare che, accanto a un sistema cattivo che esiste, e che fa male, non tutto e non tutti coincidono con esso. Che la speranza della gente non può essere uccisa due volte: prima dai fatti, poi dal silenzio o dalla semplificazione.

I Cairoli

Se si osserva la carta della Lomellina centrale, tra Garlasco, Tromello e Gropello Cairoli, non si è davanti a un semplice spicchio di provincia: è uno spazio apparentemente ordinario, agricolo, pianeggiante, ma densissimo di stratificazioni storiche, politiche e civili.

Si cerca subito il significato profondo di quel “Cairoli” che completa il nome di Gropello: non è un’appendice ornamentale, non è un vezzo toponomastico, ma richiama i Fratelli Cairoli, famiglia simbolo del Risorgimento lombardo. Benedetto, Ernesto, Luigi, Enrico e Giovanni Cairoli combatterono nelle guerre d’indipendenza e con Garibaldi; quattro di loro morirono per le ferite riportate in battaglia e la madre, Adelaide Bono Cairoli, divenne figura emblematica del patriottismo ottocentesco.

Gropello aggiunse così, ufficialmente, quel cognome al proprio nome nella seconda metà dell’Ottocento, dopo l’Unità d’Italia: non per moda, ma come dichiarazione identitaria.

In Italia esistono comuni che hanno affiancato al proprio nome quello di una personalità illustre ˗ San Mauro Pascoli, Castagneto Carducci, Corteno Golgi ˗ ma qui la differenza è sottile e significativa: non si tratta di un poeta o di uno scienziato, ma di una famiglia che incarna un momento fondativo dello Stato nazionale e, soprattutto, il riferimento non resta confinato al solo comune.

L’asse viario che attraversa la zona, la Strada Statale 596, porta ufficialmente la denominazione “dei Cairoli”, attribuita con il decreto ministeriale che la elevò a statale nel 1969. Non mi risulta che esista una “zona dei Cairoli” amministrativa in senso tecnico, ma sicuramente esiste una percezione territoriale consolidata: un corridoio culturale omogeneo che, partendo da Pavia, attraversa Gropello, Garlasco e Dorno e si distende fino a Vercelli, includendo altri paesi vicini come Tromello e Zerbolò, sempre che, in assenza di mappe precise, non ci stiamo perdendo qualche particolare. È un caso non unico in Italia, ma raro: non un fiume, non una montagna, non un santo, bensì una famiglia che diventa marcatore territoriale esteso.

Qui la storia non è episodio isolato ma sedimentazione continua. Le risaie, le rogge, le cascine raccontano un mondo di lavoro collettivo e di organizzazione agraria. È una terra che ha visto passare il Risorgimento, il fascismo, la guerra, la Resistenza, la ricostruzione e Gropello porta nel nome il segno dell’Unità; gli altri paesi conservano nei loro monumenti e sacrari i nomi dei caduti delle guerre mondiali; ci sono le cooperative agricole, le tradizioni, le scuole rurali e le infrastrutture ferroviarie hanno segnato la vita civile di generazioni.

Per questo, quando oggi si pronuncia uno di quei nomi ˗ Garlasco, Tromello, Gropello Cairoli ˗ e si pensa immediatamente a un solo fatto di cronaca, si compie una riduzione drastica, comprimendo un territorio con secoli di storia civile in un unico evento; si delinea una geografia complessa in coordinate giudiziarie: l’area non è nata con quel fatto, lo precede e, verosimilmente, lo supererà.

Restituire questo quadro più ampio non significa negare il dolore, né attenuare la portata di ciò che è accaduto, ma significa rimettere in proporzione. Perché un territorio che porta nel proprio nome un’eredità risorgimentale, che ha contribuito con uomini e sacrifici alla storia nazionale, che ha costruito nel tempo una propria identità agricola, sociale e civile, non può essere raccontato soltanto attraverso la lente deformante di un singolo episodio.

È una geografia civile prima ancora che giudiziaria e noi, ricordandolo, non facciamo difesa d’ufficio, ma semplice precisazione storica: storia e geografia, come una volta, le materie più belle.

Il Paliottone

Torniamo al centro abitato.

C’è stata anche una Garlasco di festa, di piazza, di sagra, di tradizioni popolari sane e condivise. Una Garlasco che si riconosceva in riti civili prima ancora che religiosi: giochi, tavolate, bambini al centro, competizioni bonarie tra contrade. Il Paliottone — lontano parente del Palio di Siena, ma ridotto a misura di paese — ne è stato per anni un simbolo efficace: non una sfida sacrale, ma un pretesto per stare insieme, per riconoscersi in appartenenze leggere, quasi giocose. È così che ci piace pensarla: concreta, terrena, imperfetta forse, ma reale, come raccontato in una cronaca de La Provincia Pavese che segue.

Garlasco, Paliottone alla contrada Prodalà

Positivo bilancio delle manifestazioni. Centinaia di fedeli alla Bozzola per il rito dell’Incoronazione

La Provincia Pavese – 11 settembre 2012  

GARLASCO. É andato alla contrada verde Prodalà lo storico Paliottone, organizzato anche quest’anno dall’Associazione medioevale garlaschese. «Ce l’abbiamo messa tutta», spiega Giovanna Corsico. Ma questo è stato soltanto uno degli eventi in calendario durante la sagra di Garlasco. In tanti, infatti, hanno affollato anche il santuario della Bozzola, per seguire la tradizionale Incoronazione della Madonna.

Molto seguita anche la sfilata di moda dedicata ai bambini. «É stata davvero un successo», sostiene Alessandro Maffei, assessore comunale con delega a questo tipo di eventi. Tra i giochi tradizionali che sono stati messi in scena, invece, il “Torneo di lippa” è andato alla squadra di casa per la seconda volta consecutiva. «Noi di Garlasco ci siamo confermati campioni, secondi i giocatori di Alagna e medaglia di bronzo a quelli di Gropello», spiega Marco Sacchi, della Pro Loco

Qualche miglioramento invece è stato auspicato dall’assessore Maffei per lo storico “Paliottone”, organizzato anche quest’anno dall’Associazione medioevale. «Nella sfilata c’è qualcosa da rivedere – spiega Maffei – i figuranti erano pochi, anche se devo ammettere che gli organizzatori si sono dati molto da fare per realizzare tutto all’ultimo perché non erano sicuri dei numeri». Molto positivo però il coinvolgimento dei bambini nei giochi medioevali realizzati al campo dai membri di quest’associazione.

A concludere la sagra ci ha pensato il consueto concerto dell’associazione diretta dal maestro Luigi Bascapè, che si è esibita ieri sera presso l’area verde del bocciodromo, subito dopo la tradizionale risottata gratuita offerta dalla Pro Loco di Garlasco.   

Cav. Pierluigi Rossi – Geometra

La cronaca della festa si chiude qui. Ma quella scena di piazza, di contrade, di bambini e di risottate, non resta isolata: trova un’eco più intima nelle parole di chi quella Garlasco l’ha vissuta e raccontata con la lingua di casa.

È in questo passaggio che entra in scena Pierluigi Rossi, che abbiamo già conosciuto per via dei Briganti della Bozzola. Non per aggiungere un tassello alle vicende odierne, non per commentare il presente, ma per restituire un frammento di memoria schietta: un testo rintracciato quasi per caso, lontano dal clamore mediatico, che parla di un paese agricolo, concreto, imperfetto ma vivo. Una Garlasco precedente alla frattura, quando il nome indicava semplicemente un luogo e non un fatto.

Non si tratta di un riassunto né di un adattamento libero: è una trasposizione fedele, perché la lingua ˗ con il suo ritmo, le sue inflessioni, la sua ironia trattenuta ˗ è parte stessa del racconto. Il dialetto non è colore locale, ma sostanza: conserva il tono e la misura con cui una comunità parlava di sé prima di essere raccontata da altri.

L’autore si qualifica come Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Le verifiche effettuate negli archivi online disponibili non hanno per ora fornito riscontro; è possibile che il conferimento sia precedente ai periodi coperti dalle banche dati consultabili, o che richieda una ricerca più puntuale negli atti ufficiali. Ci riserviamo di approfondire ulteriormente questo aspetto in sede locale, per conosce meglio il nostro storico autore.

Segue dunque il testo, nella sua lingua originaria e nella traduzione italiana: non come evasione, ma come controcampo. Per ricordare che accanto alla Garlasco del caso esiste una Garlasco della memoria, della voce e delle stagioni perse.

GARLASCH – ÅL SO’ DIÅLÅT

I MIEI RICORDI

GARLASCO 31 GENNAIO 2007

[Traduzione dall’originale, con il mantenimento di alcuni particolari termini dialettali originali e la sistemazione grammaticale o sintattica di alcuni periodi]

Garlasco il suo dialetto

Ai miei figli Valeria e Paolo e ai miei nipoti Chiara, Marta e Valentina, perché si ricordino che suo padre e nonno parlavano in dialetto e raramente parlavano in italiano.

Prima di tutto devo dire che, sia io, che i miei ascendenti e discendenti, siamo garlaschini per nascita. Ormai i veri garlaschini sono pochi: forse possiamo dire che siamo una piccola minoranza.

Sono sempre vissuto a Garlasco, nel mio Borgo Tromello, senza contare il tempo di quando sono stato a studiare a Pavia da geometra.

Ai miei tempi, parliamo del 1923 e anche prima, ai tempi di mio nonno, Garlasco era un piccolo paese agricolo e c’era una sola fabbrica, che faceva il lucido per le scarpe delle scarpe: si chiamava “Astro” e si trovava proprio in Borgo Tromello.

C’erano tante cascine: l’Ariala, la Scalina, la Cabasa, il Fornaccio, la Lucchina, la Stramiana, la Caligara, la Valbuna, la Santa Veronica. Le cascine facevano lavorare tanta gente: contadini, paesani, famei, mansülè.

Ai miei tempi si facevano due facevano due raccolti di melica e di riso e per concime adoperavano il rüd

Tutti parlavano in dialetto, ma c’era qualche famiglia che parlava italiano: erano i signori e anche chi voleva fare il signore senza esserlo; e infatti, mia nonna Adelaide diceva sempre: «Signori si nasce ricchi si diventa».

Il paese era diviso in contrade: Borgo Tromello, Borgo Pavia, la Piazza, Borgo Nuovo, la Calcinara, la Stazione, il Prodachì e il Prodalà, la Codabella, il Castelvecchio, la Cortaccia, lo Striasò, la Bozzola, San Biagio.

Fra i diversi rioni c’era un po’ di guerra e tutti i giovanotti difendevano le loro ragazze dai giovanotti di un altro rione. Mio padre, del rione della Piazza, mi diceva che per fare la corte a mia madre, che era di Borgo Tromello, aveva dovuto chiedere il permesso a quelli di quel quartiere.

Quasi tutti erano padroni di un po’ di terra. C’erano quelli che avevano la vigna, c’erano quelli che piantavano il granoturco, il riso, il frumento: si chiamavano i perdapé.

Siccome il lavoro era poco, quasi tutte le famiglie mandavano i loro figli a lavorare a Vigevano, nella filanda, dopo aver lasciato la scuola a nove anni: così fecero anche mia madre e le sue sorelle. Partivano alla mezzanotte di domenica da Garlasco con le altre ragazzine su un carretto e arrivavano a Vigevano per l’ora di lavorare. Per tutta la settimana vivevano a Vigevano in una specie di convento curato dalle suore, vicino alla filanda; poi il sabato sera venivano a casa, sempre con un carretto che era partito da Garlasco.

Siccome il mangiare e il dormire erano compresi nella paga, mio nonno dava alle sue figlie cinque centesimi ciascuna, per comprarsi un po’ di torta o quello che volevano. Che bella vita, povere bambine!

Mio padre e mia madre, dopo il matrimonio, hanno messo su una latteria in Borgo Tromello: vendevano latte, caramelle, biscotti, burro, formaggio, zucchero e gelati.

Di latterie ce n’erano altre due, una dopo la piazza e l’altra in via Santa Maria: ma quella di mia mamma era la più grossa è la più bella.

In Borgo Tromello c’era il prestino di Minu, proprio davanti alla nostra casa; più avanti, verso la piazza, c’era quello di Cùnten; quasi in piazza c’era il forno di Guardamagna, poi, verso Borgo Pavia, ce n’era un altro, quella della Bianchina, e un altro ancora si trovava sulla strada per la stazione.

C’era anche una farmacia, quella dell’Arnerio, che era proprio nella piazza dietro il municipio.

Vicino alla farmacia c’era la drogheria del Frislé, soprannome di Panzarasa. Altre drogherie erano quella della “Formaggiona” in Borgo Tromello, i Gabrielli in via della Bozzola, i Gabrielli del Castello Vecchio.

La bottega di Nunziata, in Borgo Tromello, vendeva la frutta la verdura e anche äl lëgn duls.

In Borgo Tromello c’era il meccanico Pin Fornasini, che vendeva anche la benzina. Poi c’erano le ferramenta di Cumel che è quella del Mulita. In Borgo Pavia c’era il meccanico Invernizzi, che vendeva anche lui la benzina.

A Garlasco c’erano tre chiese e due chiesette, e due confraternite: quella di San Rocco e quella della Trinità. Noi appartenevamo alla confraternita di San Rocco. Io e mio nonno andavamo a cantare in chiesa la domenica, quando c’era la messa. Era uno spettacolo sentire i coristi che cantavano in latino.

In un rione della piazza c’erano il bar tabaccheria di Canita Verlini, la tabaccheria Grossi, il caffè del Gobbi, quello dell’Ugolini e il Bar Italia. C’era anche il Caffè della Stazione, il caffè di Martino, e c’erano molte osterie: la più grande era quella del Burroni, in via della Bozzola, vicino al passaggio a livello.

In tutto il paese circolavano tre o quattro automobili. Mio padre era uno di quelli che ce l’avevano. Per il resto si andava tutti in bicicletta o a piedi, e anche la bicicletta era un lusso.

I nostri giochi da piccoli erano le biglie, il circuito con le biglie e con le automobiline di latta, la girumèla, il salto alla cavallina. Le bambine giocavano con le bambole, ai quattro angoli e all’aséna.

La sera, dopo mangiato, le donne si sedevano fuori dalla porta, sulla strada. Era il momento delle chiacchiere, del parlare della gente che passeggiava avanti e indietro: il divertimento della sera.

Quelli del borgo Tromello partivano dalla strada della Bozzola e arrivavano fino al Prodachì.
Quelli della piazza andavano dalla strada della Bozzola fino al caffè di Martino, che si trovava all’angolo tra il corso e la strada della stazione. Quelli di Borgo Pavia facevano il tratto dal caffè di Martino fino al Prodalà.

Quando andavamo alle elementari, una volta alla settimana veniva il dottor Musanti a visitarci e l’unico rimedio era sempre un bel cucchiaione di olio di fegato di merluzzo: usava lo stesso cucchiaio per tutti, senza mai farlo pulire, e non si è mai ammalato nessuno.

Forse qualche vecchio garlaschino, o i suoi discendenti, si ricorderanno che ai nostri tempi cercavamo anche di prendere in giro gli amici con una frase:

«Va däl spisié a cumpràm cinquänta ghei äd müs pëst: se gl’ha no, dig che t’lä pësta».

«Vai dal droghiere a comprarmi cinquanta centesimi di muso pesto: se non ce l’ha, digli che te lo pesti!»

Garlaschesi Famosi

Dopo il giusto riconoscimento al nostro autore Pierluigi Rossi, di garlaschesi famosi non se ne trovano molti, in rete, prima di quelli che i motori di ricerca associano purtroppo ai fatti del 2007: se non abbiam cercato male, solo due, in realtà.

Uno è Guglielmo Cappa (21 luglio 1844 – 1º settembre 1905), che è stato un ingegnere italiano, noto progettista di locomotive per le Ferrovie dello Stato e padre del pioniere dell’automobilismo Giulio Cesare Cappa. Laureatosi a Torino, ebbe un ruolo chiave nella modernizzazione tecnica dei trasporti ferroviari italiani. 

Nel corso della sua carriera ferroviaria, contribuì alla progettazione di locomotive per le Ferrovie dello Stato e introdusse un meccanismo di distribuzione del vapore sempre per lo stesso ente, nel quale entrò come dirigente nel 1905.

Venne assassinato nel suo ufficio, accidenti, però, il 1º settembre 1905 da Giuseppe Cossu, un fuochista ferroviario che gli imputava di non avergli promosso il figlio da fuochista a macchinista: quando si dice il movente e quando i moventi si trovavano.

Fu il padre di Giulio Cesare Cappa, celebre progettista automobilistico e aeronautico. 

Un altro garlaschese passato alla storia è stato Gaetano Ciocca (27 giugno 1882 – 31 ottobre 1966): e qui ci soffermeremo un po’ di più per un curioso, presunto, collegamento con i contorni associati al delitto.

Ingegnere laureato al Politecnico di Torino, lavorò nel settore ferroviario ed elettromeccanico, su infrastrutture a tracciato vincolato, su modelli di economia di massa e pianificazione urbana, e in progetti di bonifica e sistemazione territoriale.

Particolarmente interessante fu il suo impegno nella progettazione di case prefabbricate e modulari, soprattutto negli anni ’30: è documentata la realizzazione di prototipi abitativi prefabbricati in area lomellina (Garlasco, Zerbolò) e la progettazione di villaggi operai standardizzati, tra cui il Villaggio Gianoli a Vigevano.

Nel corso degli anni Trenta si impose come pubblicista e saggista. Scrisse molto sul Corriere della Sera, collaborò con riviste quali Tempo, pubblicando serie di scritti come Dialoghi sulle cose possibili e Discorsi sulle cose reali, in cui affrontava società, economia e assetto politico. In questo periodo partecipò anche a conferenze e convegni, esponendo una visione di modernità tecnica e sociale in sintonia con molte tendenze culturali del tempo, comprese alcune che si intrecciavano con la retorica dell’epoca, caratterizzata da accentuate enfasi sulla modernizzazione e sull’idea di ingegneria sociale, in attuazione dei piani imperiali del regime, anche in ambito coloniale.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e la crisi del regime, Ciocca vive una sorta di trasformazione. Durante il conflitto collaborò con i partigiani piemontesi, mettendo a disposizione competenze tecniche ed esperienza professionale, senza assumere ruoli militari di primo piano ma partecipando attivamente alla logistica della Resistenza e alla fase di transizione nazionale. Dopo la Liberazione fu coinvolto nei processi di pianificazione della ricostruzione e nella progettazione di villaggi prefabbricati in varie città del Nord Italia, tra cui Novara, Pavia, Vigevano, contribuendo a un nuovo capitolo di edilizia popolare e pianificazione postbellica.

Alla luce di questa biografia solida e documentata, il parallelo evocato da alcune interpretazioni in rete, diventa interessante non come prova plausibile di collegamento con il delitto del 2007, ma come cortocircuito simbolico, come se non ce ne fossero già tanti e di ben altro voltaggio.

Infatti, in una delle tavole, la numero 13, attribuite a Pietro Pacciani (coinvolto nella faccenda del Mostro di Firenze), compare il disegno di una casa trasportata da un trattore accompagnato dalla scritta: «Ingegnere italiano prov. di Pavia Giarlasco». Quel “Giarlasco” con la i è diventato negli anni terreno di suggestioni, accostamenti, ipotesi.

Non esistono documenti che attestino che Pacciani abbia letto o studiato (!) Gaetano Ciocca in carcere e nemmeno ce lo vediamo impegnato a farlo. Non risultano appunti, dichiarazioni, testimonianze che colleghino direttamente i suoi disegni a una fonte precisa come articoli rievocativi sull’ingegnere garlaschese. È però plausibile, in senso generale, che, durante la lunga detenzione, abbia avuto accesso a giornali, riviste, materiali eterogenei da cui trarre spunti visivi o parole isolate. I suoi elaborati grafici, come noto, mescolano elementi disparati, simboli, scritte, riferimenti imprecisi, spesso con errori ortografici e suggestioni assemblate senza coerenza tecnica.

Se in una tavola compare la scritta “ingegnere italiano prov. di Pavia Giarlasco” accanto a una casa trasportabile, il dato oggettivo finisce lì. Tutto il resto è interpretazione.

Il salto verso ipotesi su traffici, rifiuti via nave, reti occulte o connessioni strutturate non trova, allo stato delle fonti disponibili, alcun riscontro documentale. È il meccanismo tipico delle suggestioni retrospettive: quando un nome, un luogo, un dettaglio grafico vengono isolati dal contesto e caricati di significato ulteriore. La mente cerca nessi anche dove esiste solo coincidenza lessicale o memoria imprecisa.

Il punto interessante, semmai, è un altro.

Ciocca rappresenta una stagione del Novecento fatta di modernismo tecnico, fiducia nella prefabbricazione, urbanistica razionale, sperimentazione industriale. Pacciani rappresenta, in tutt’altro ambito, una delle pagine più oscure e disturbanti della cronaca giudiziaria italiana. Se i due mondi si sfiorano in una tavola mal scritta, non è perché siano collegati, ma perché la storia, a volte, sovrappone geografie senza sovrapporre logiche: è una coincidenza simbolica, non una trama.

E forse la lezione finale sta proprio qui: tra modernità e mostruosità non c’è continuità, ma solo coabitazione nello stesso secolo, nella stessa mappa, talvolta persino nello stesso nome di paese storpiato. Quando le idee viaggiano fuori dal loro tempo e finiscono in mani diverse, possono perdere il loro significato originario e diventare altro: non complotto, non una prova, solo cortocircuito culturale.

E in territori come la Lomellina, dove storie antiche e vicende giudiziarie controverse si stratificano nello stesso spazio, è facile che le linee della memoria si intreccino: ma intrecciarsi non significa coincidere. Forse il punto non è cercare un nesso, ma accettare questo cortocircuito come segno della complessità dei luoghi: la stessa terra che ha generato visioni moderniste, case mobili e pianificazioni razionali può, molti anni dopo, diventare scenario di vicende oscure e controverse. E ciò non perché le une spieghino le altre, ma perché la storia non procede per compartimenti separati.

Restano un nome scritto male, una casa su un trattore, un ingegnere che immaginava il futuro e una pagina di cronaca che lo ha oscurato. Mondi che non dovrebbero incontrarsi, e che invece si sfiorano solo per un attimo, senza toccarsi davvero.

Una chiusa possibile

Eppure, se si prova a sollevare lo sguardo appena sopra le tavole numerate, sopra i nomi storpiati e sopra le cronache che hanno deformato il racconto di un territorio, resta qualcosa di più semplice e più solido: la terra. Resta la Lomellina delle cascine, del riso, delle biciclette, dei carrettieri che partivano di notte per Vigevano, dei bambini con le biglie e delle donne sedute fuori dalla porta nelle sere d’estate. Resta un mondo fatto di fatica vera, di economia povera ma dignitosa, di gente che ha costruito con poco e ha resistito con molto.

Guglielmo Cappa, uomo di rotaie e locomotive, di partenze e ritorni, testimone che si muoveva al suono del ferro sui binari e non quello delle telecamere.

Gaetano Ciocca, con le sue visioni moderniste, le case prefabbricate, le strade guidate, rappresenta una stagione di fiducia tecnica: quella di chi credeva che l’ingegneria potesse migliorare la vita collettiva, in una oscura propaganda prima, nella speranza dopo.

Pierluigi Rossi, con il suo dialetto, rappresenta la stagione della memoria: quella di chi ha visto il paese prima che diventasse simbolo mediatico.

Figure diversissime, ma unite da un tratto comune: hanno pensato a luoghi da costruire e da difendere, non da subire. Oggi qualcuno può anche sentirsi sfortunato a dire “sono nato lì”, perché il nome evoca altro. Ma un paese non coincide con il suo episodio più tragico. Nessuna comunità è riducibile al suo momento più oscuro.

Se una parola è stata caricata di un peso eccessivo, il modo più onesto per alleggerirla non è negare quel peso, ma restituirle profondità. Ricordare che prima del clamore c’erano mestieri, officine, latterie, confraternite, progettisti, partigiani, dialetti, sagre, rioni in competizione, biciclette e olio di fegato di merluzzo condiviso con lo stesso cucchiaio.

Un paese è sempre più grande del fatto che lo ha reso famoso. E forse la vera riabilitazione non sta nel difendere Garlasco, ma nel raccontarla per quello che è, in attesa che ce la raccontino giusta.

 

C'ERA UNA VOLTA GARLASCO

Brielli, un nome, una storia

Questo articolo è il seguito del precedente Fosso dei Pittori (Si fa presto a dire…) e approfondisce il suo possibile ruolo collaterale nella vicenda di Garlasco. È disponibile il supporto di un breve video.

Ma, prima di seguire l’acqua che trascina oggetti e sospetti, seguiamo un attimo un’altra corrente, quella della memoria: perché i territori non sono solo teatro di cronaca, ma sedimentazione di storie più antiche, e, prima di ogni ombra recente, c’è sempre un nome, una radice, un passato che precede tutto.

I Brielli, per diversi secoli, rappresentarono la “Legge” in quel di Tromello, essendo notai e avvocati per generazioni; molti di loro ricoprirono la carica di Segretario Comunale. Il grande palazzo di loro proprietà si può far risalire al XVII secolo, anche se taluni credono che sia del secolo precedente.

Durante le guerre risorgimentali, molti alti ufficiali, sia austriaci che piemontesi, presero alloggio in quel comodo palazzo, corredato di ottime scuderie. La Lomellina, con l’Oltrepò Pavese, apparteneva al dominio sabaudo già in età moderna, prima di Napoleone e, nel riassetto del 1815, rientrò nel Regno di Sardegna, mentre Pavia e il suo territorio a est del Ticino finirono nel Lombardo-Veneto.

Legato alla creazione del Cavo Brielli dovrebbe essere Pietro Brielli (Tromello, 13 febbraio 1785 – Torino, 24 marzo 1850), nominato il 10 luglio 1849 per la categoria 21, persone che da tre anni pagano tremila lire d’imposizione diretta in ragione dei loro beni o della loro industria. Era figlio di Carlo Bono e di Antonietta Serazzi. 

Con regio decreto 4324, del 28/02/1878, fu concesso al Consorzio Irriguo del Cavo Cotta – Brielli di Groppello Lomellino (Pavia) la facoltà di riscuotere il contributo dei soci coi privilegi e nelle forme fiscali. Si può notare “Groppello” con la doppia P e il non ancor avvenuto abbinamento con i Fratelli Cairoli. Solo con un Regio Decreto del 4 dicembre 1881 il comune assunse ufficialmente la denominazione “Gropello Cairoli”, nel clima celebrativo della memoria risorgimentale.

Benedetto Cairoli, il più illustre, fu Presidente del Consiglio dei ministri per due mandati e visse nella villa di famiglia a Gropello, dove è sepolto nel sacrario monumentale. Fu l’unico sopravvissuto ai fratelli Ernesto, Luigi, Enrico e Giovanni, tutti caduti durante le guerre risorgimentali (tra cui la spedizione dei Mille e lo scontro di Villa Glori).

Il cavo Brielli è un unicum continuo, fino al punto B!

Nel primo articolo avevamo dimostrato una cosa semplice ma fondamentale: il sacchetto ritrovato alla Strada del Cucù poteva essere stato trasportato dall’acqua. Non c’erano chiuse insormontabili. Non c’erano barriere fisiche definitive. Non c’era alcuna “impossibilità idraulica”. Era plausibile.

Ora però la questione cambia radicalmente. Grazie alle carte idrografiche e altimetriche dettagliate – e non a impressioni o ricordi da camminatore – il percorso del cavo Brielli è stato seguito metro per metro, dal punto zero, la sua origine a nord-ovest (coordinate 45°14’26.70″N – 8°49’51.33″E), fino al punto di ritrovamento, a sud-est.

E ciò che emerge non è una plausibilità, ma una continuità strutturale.

Il punto decisivo: non esiste il labirinto

Nel primo articolo si ipotizzava una rete ramificata, dove il sacchetto avrebbe dovuto “imboccare” le diramazioni giuste, spinto dalla corrente e guidato dalla gravità.

Ora no, il cavo Brielli, nel tratto che ci interessa, è:

  • continuo
  • incanalato
  • privo di intersezioni disperdenti
  • con pendenza costante verificata

Dal punto A (via Toledo) il sacchetto entra in un solo alveo.

Non deve scegliere nulla. Non deve “azzeccare” incroci favorevoli. Non deve sperare in deviazioni fortunate. Scorre dentro un’unica struttura idraulica, con un solo bivio strutturale.

Il bivio

Arrivati a un certo punto, il canale si divide in due diramazioni:

  • una verso est, che mantiene una quota più stabile
  • una verso sud, con pendenza leggermente maggiore

Ed è qui la rivelazione altimetrica: la diramazione sud non solo è compatibile, è quella che porta direttamente, senza ulteriori incroci, in prossimità del punto esatto di ritrovamento, raggiungibile poi con una sola derivazione, un canaletto che fiancheggia la strada.

Non attraversa snodi secondari. Non richiede deviazioni successive. Non presenta incroci casuali. È una linea continua. Un vettore diretto.

Il falso sospetto della contropendenza

C’era un dubbio. A circa 500 metri dal punto B, il tracciato cartografico della diramazione sud, quella che appare più conciliarsi con il punto del ritrovamento sembra piegare verso nord-est, come se risalisse. Contropendenza? Impossibile?

Ma l’altimetria è impietosa: tra quella curva e il punto di ritrovamento ci sono ancora tre metri di dislivello positivo a favore del moto. Tre metri: basta guardare i dati altimetrici. In pianura irrigua, su cinquecento metri di percorso, metri, è tantissimo. Non solo non c’è contropendenza, ma il flusso continua a essere coerente con la gravità fino al punto finale.

Da ipotesi favorevole a struttura deterministica

Nel primo articolo la difesa dell’ipotesi era questa: Non è impossibile. Non ci sono barriere. È compatibile con la fisica.

Ora invece possiamo dire qualcosa di più forte: dal punto A al punto B esiste un’unica continuità idraulica fino al bivio. E dal bivio, la diramazione sud conduce senza soluzione di continuità al luogo del ritrovamento. Questo cambia la natura del dibattito. Non siamo più nel campo della coincidenza favorevole tra più corsi d’acqua collegati.

Siamo nel campo di un sistema idraulico che, per come è costruito, canalizza. Il sacchetto non doveva “trovare la strada giusta”. Era già dentro la strada giusta, fino all’ultima derivazione, guarda caso con pendenza sensibile.

Il piccolo scoop

Il vero (piccolo) scoop non è che il sacchetto poteva arrivare. È che:

  • il cavo Brielli costituisce un unicum continuo nel tratto interessato
  • non esistono intersezioni dispersive 
  • la diramazione sud è coerente con la pendenza maggiore
  • quella diramazione porta quasi direttamente al punto di ritrovamento
  • l’ultimo tratto conserva un dislivello notevole rispetto alla normale conformazione del terreno

Questo significa che l’ipotesi del trasporto idraulico non è più una narrazione alternativa, ma una dinamica strutturalmente compatibile con la conformazione reale del territorio.

Cosa implica davvero

Non implica colpevolezze, moventi, scenari. Implica una cosa sola: chi afferma che “non poteva arrivare” ora deve spiegare perché. Non più per sentito dire, non più per memoria personale, non più per impressione visiva, ma per cartografia, altimetria e continuità idraulica verificata: fino a un sopraluogo in bicicletta, se possibile, in primavera, magari attraverso una prova tecnica con sacchetto campione.

Ossequi

Alla fine, non è questione di suggestioni, né di battaglie narrative, perché è questione di rilievi, quote, continuità, pendenze misurate. Le carte idrografiche non hanno opinioni e l’altimetria non parteggia per pittori, imbianchini, malintenzionati, testimoni leali o meno. E la gravità non fa polemica.

Dal punto A al punto B esiste una continuità idraulica verificata, non un’ipotesi suggestiva, non una coincidenza favorevole, ma una struttura reale.

E quando la morfologia del territorio parla con questa chiarezza, l’unica posizione rispettabile è l’ossequio alla scienza dei luoghi.

E alla memoria del signor Pietro Brielli.

IL CAVO BRIELLI

TRASCRIZIONE DELLA TRADUZIONE DAL DIALETTO

Tranne brevi incisi anche di Maria Rosa e Rita, la trascrizione è INCENTRATA sul dialettale di Giuseppe Poggi

MR – Dove siete?
RP – Quando ci vediamo ti dico dove siamo
GP – quando ci vediamo vi diciamo dove eravamo.
RP – Tutto bene? Ti passo Giuseppe.
GP – Pronto? Come va?
MR – Malissimo c’è anche oggi… ti passo Ermanno
GP – No, guarda, dato che non ho troppo sul cellulare
RP – 6 euro e 50, ah… fa niente. Senti… Io non ho sentito niente.
MR – Dobbiamo vederci un attimo Giuseppe.
GP – In che senso, su che cosa?
MR – Mia figlia… Alberto ha dichiarato che non si voleva vedere con Chiara… Ma stiamo scherzando?
GP – Non lo so, certamente le tue figlie non si sono comportate come abbiamo chiesto noi, di stare alla larga… la figliola, Chiara, non può confermare o no, e quindi io voglio anche parlare di queste cose: se attorno alle tue figlie è venuto fuori tutto questo casino, qualcosa vuol dire. Il memoriale intanto l’ha pubblicato Oggi e ieri ho intravisto un telegiornale e c’era Corona a Garlasco. Io non voglio discutere, io sono in balia, abbi pazienza. Però il memoriale su Oggi… però intanto lo ha pubblicato. Ho intravisto un telegiornale e c’era Corona a Garlasco: non l’ho chiamato. Io non voglio discutere, Rosa, io sono in balia, sono qui in balia, abbi pazienza, ma quando il primo giorno, martedì, che sono venuto a mangiare da voi, ho detto alle tue figlie, specie la … : “Non continuate ad affacciarvi dal balcone, non fatevi fotografare di continuo”. E lei – tänt me gnent – come se niente fosse. Io non ho seguito, io non ho letto niente, non sapevo nemmeno che siete andati a portare i fiori davanti (al cimitero) e farvi fotografare. Son tutti comportamenti che danno adito a qualche cosa.
MR – … I comportamenti di chi è cattivo
GP- So benissimo che non sono dei buoni, però se stavano più chiusi in casa, forse anche era anche meglio. Secondo me, Maria Rosa, Cesare non c’è entrato, per esempio, in tutta questa questione, e allora bisogna… avete fatto… hanno fatto le oche e adesso ne devono pagare la conseguenza!
MR – Ma la mazzetta, si parla la mazzetta…
GP – Io non leggo niente, non ascolto niente, non do retta a nessuno e non ascolto e cerco di stare fuori.
GP – Io non posso smentire le dichiarazioni di Alberto, io non posso smentire le dichiarazioni di Alberto, la verità non la so, scusa, ci sono gli addetti che vedranno… se sono inventate o meno, io non voglio fare polemiche, io non ascolto il giornale, la televisione… Qualcosa di sfuggita e qualcosa che conta. ormai non importa niente, non voglio entrare nel merito.
GP – Non voglio fare una discussione… Ci mancherebbe solo… siete mia sorella e mio cognato, ci mancherebbe solo che faccio le polemiche con voi! Mi dispiace per tutto quello che vi succede, anche alle vostre figlie però… Devo dire onestamente che forse se la sono cercata, almeno questo posso dirlo.
MR – Non mi spiego tutto questo accanimento …
GP – Non ho mica detto che è giusto, ho detto che mi dispiace, addirittura, sono mortificato, non posso farci niente. C’ho il mio da fare per anch’io per scappare, non voglio farne mica di dichiarazioni, perché poi stravolgono quello che dico, come han fatto con la dichiarazione dell’Ermanno… Cosa ci si può fare? Bisogna cercare di parlare il meno possibile, farsi vedere il meno possibile.
MR – Io devo andare a far la spesa…
GP – Lo so, lo so, me l’han detto che ti hanno visto andare in negozio con…
MR – Se ha rotto gli occhiali… Non può andare più a farli aggiustare?
GP – Non ti ho mica detto di no, voi fate la vostra vita, fregatevene di quello scrivo e dicono….
MR -Senti, adesso, senti stai tranquillo…
GP – Voialtri, state tranquilli!!! Perché a me spiace come a voi, io non posso farci niente, anch’io cerco di evitare tutti, di farmi vedere il meno possibile. Han filmato anche me, oggi, che venivo via dalla caserma dei carabinieri; anche la Rita, che è venuto a prendermi in macchina alla caserma dei carabinieri, siamo stati lì a Vigevano fino alle sei. La Rita ne aveva tre davanti al Sassi che l’aspettavano. Se tu non fai dichiarazione, se non hai niente da dire…
MR – Fastidio…
GP – A tutti dà fastidio, a tutti. … Se non si può fare niente. non si può fare niente. Invece, se si parla poco e si cerca di farsi vedere poco, la cosa va a morire di per sé.
MR – Occhiali, deve venire lei per misurare gli occhiali…
GP – E sei andata! Se anche ti hanno visto, non è successo niente, non c’è mica niente di male! Oggi mi han visto dai carabinieri, dicono, mi ha filmato, basta. L’importante non è perché ti filmano, cosa ti interessa se ti filmano? Possono filmarti tutto il giorno! Le dichiarazioni servono, a loro interessano quelle e quindi bisogna stare zitti. Il filmato non serve a niente, non lo guardano neanche, quello che serve alla gente è l’intervista, quello che dicono: dillo, spiegalo all’Ermanno e alle tue figlie! Per il fatto che filmano te, te filmano tue figlie, filmano me, filmano la Rita, l’Ermanno… Cosa vuoi farci?
GP – Ci sentiamo Maria Rosa, lascia che vi filmino, alla gente non serve mica il filmato, state tranquilli, io sono più dispiaciuto, a loro servono tre parole… Ci sentiamo, poi anche se ho perso la figlia, sono dispiaciuto anche per quello che succede a voi, ma non posso farci niente. Andate a Tromello, state fuori dalle scatole, non vi vede nessuno, andate là a dormire: vedono la casa vuota per tre per tre giorni e stanno lontani…
MR – Sanno di Tromello…
GP – Io non lo so se lo sanno di Tromello o no, ma se non vi vedono andare, è dura venirvi a pescare, non vi vengono a pescare. Comunque io ho detto la mia voi, chiudetevi dentro il portone chiuso, non c’è nessuno, buona, rinunciano. E poi vi troveranno anche, anche sì… Se ti vengono dietro, ti filmano, sbattitene i coglioni; basta non fare dichiarazioni.
GP – Ci sentiamo eh… E su col morale, su col morale, perché se io ho perso la figlia e devo tirar su di morale gli altri, pensa un po’… Ecco, su col morale, che dicono quello che vogliono, la cattiveria è dura a morire, il resto… Ciao Ciao

INTRODUZIONE – IL MEGA MONDO DI GARLASCO

Il delitto di Chiara Poggi a Garlasco è diventato, negli anni, un universo.

Un universo di piste, innanzitutto: sessuali, esoteriche, economiche, spionistica, familiari, criminali.

Poi un universo di teorie, di contro-teorie, di ipotesi gigantesche: depistaggi, poteri, errori, omissioni, silenzi, suicidi collaterali, fughe narrative. Si potrebbero riempire biblioteche scrivendo interi su una singola pista, come se fosse una saga autonoma. E anche noi, nel nostro piccolo, di abbiamo dato dentro.

E in mezzo a questo mega mondo, emerge una telefonata, tra tante intercettate: dieci minuti scarsi, un frammento, forse neanche lo 0,1 per mille dell’intera costruzione narrativa. Eppure, già solo su quello 0,1 per mille si possono riempire pagine intere.

Perché? Perché quando, tralasciate le dichiarazioni ufficiali, le conferenze stampa, le difese televisive, si ascoltano le voci di una conversazione privata, a prescindere da una pur fedele trascrizione, ci si rende conto appieno del senso delle parole e delle voci nude, e si entra in un’altra dimensione rivelatrice di aspetti che impattano significativamente sul contesto generale della vicenda: un tassello infinitesimale ma, all’opposto, potenzialmente molto significativo, financo spia accesa di guasti determinanti.

IL FRAMMENTO, IL CONTRASTO

A una settimana dall’omicidio, una telefonata tra il padre della vittima e la sorella. Non è una telefonata di lutto condiviso, ma è una telefonata su esposizione mediatica, comportamenti, dichiarazioni, reputazione.

Letta a freddo, appare surreale, ma non basta, perché il frammento diventa rivelatore. Da una parte: un padre che ha perso la figlia, interrogatori, telecamere, carabinieri, una casa trasformata in scena del crimine. Dall’altra: figlie fotografate, memoriali pubblicati, presenze televisive, dichiarazioni attribuite.

Il padre non urla, non accusa, non entra in polemica, non si dispera. Ma contiene, resiste, resta lucido, mostra perfino un’empatia fuori luogo, per il suo stato di dolore profondissimo e per l’atteggiamento, tra il surreale e l’urticante, della sorella e delle nipoti. Anche le interiezioni, gli intercalari forzati ed eccessivi, le cadenze dialettali esasperate nell’accentuare, i toni autoreferenziali che è costretto ad ascoltare: tutto questo viene apparentemente lasciato cadere da un uomo che ha appena perso la figlia in quel modo atroce; quando, a sentirle oggi, ci prendono lo stomaco, tanto appaiono fuori scala per tono e per enfasi.

Egli ripete un concetto ossessivo, quasi strategico: parlare meno possibile, esporsi meno possibile, farsi vedere meno possibile. È il linguaggio di chi ha capito che deve combattere, oltre che nell’arena del dolore e in quella giudiziaria, anche in quella mediatica. Anche questo atteggiamento, a suo modo e per ben altri motivi, ci prende un po’ dentro.

La frase che spacca il quadro è questa, detta quasi con amarezza: “Se io ho perso la figlia e devo tirar su di morale gli altri…” È una frase che non ha bisogno di commenti, è il momento in cui il dolore primario si sovrappone alla gestione dell’ansia altrui: e qui non siamo nel campo delle piste, siamo nel campo delle reazioni umane.

LO 0,1 PER MILLE CHE SPIEGA

Perché dedicare pagine a un frammento così piccolo? Perché le grandi teorie raccontano ciò che potrebbe essere successo. In televisione, infatti, vediamo dei ruoli: il padre composto, il parente indignato, il familiare che difende, il volto pubblico che argomenta, il tutto falsato da tensione, paura dell’esposizione, gestione dell’immagine, tentativo di contenere il caos.

Nelle conversazioni private, le persone appaiono evidentemente più quelle per che sono, nella piena esternazione del proprio sentire e delle proprie intenzioni, più nude, meno costruite: sono frammenti di umanità che raccontano chi sono le persone quando non sanno di essere osservate, ben al di là delle esigenze e delle evidenze investigative.

NON È UNA PROVA

Questo frammento non dimostra nulla, non accusa, non assolve, non ricostruisce moventi.

Ma illumina un dettaglio fondamentale: nei grandi traumi, la gerarchia delle preoccupazioni non è uguale per tutti. C’è chi è paralizzato dal dolore e chi è mobilitato dal rischio reputazionale. Quando questi due stati si parlano, però, il dialogo può sembrare irreale e surreale assieme.

E non è un gioco di parole. È irreale perché il dialogo descrive ciò che non esiste, che è fittizio o privo di realtà concreta, in quanto non cogliamo proprio il reale ed esiziale malessere nelle persone che sostengono di accusarlo. Surreale, invece, perché il dialogo contiene ciò che trascende, supera o distorce la realtà razionale, evoca l’inconscio, l’onirico o l’assurdo kafkiano, in relazione al piano ribaltato su cui si confrontano chi è vittima di un dolore estremo e chi dichiara di esserlo per un motivo banale o, come detto, addirittura irreale e, come tale, non percepibile.

E questa seconda connotazione, surreale, colpisce ancor di più, perché il surreale implica una componente più fantastica e paradossale, che ci rimanda all’intero caso Garlasco, che, di fantasie e paradossi, è pieno. Anche perché il dialogo evidenzia un ribaltamento dei ruoli, non diciamo tra carnefice e vittima, ma almeno tra vittima minore (mediatica: vera, presunta o simulata) e vittima massima, quindi con un’asimmetria evidente e stridente del dolore: un paradosso che solo quell’aggettivo può rendere.

PIANGE IL TELEFONO

  1. Perché dentro Garlasco ci metto Sanremo

La serie degli articoli sin qui scritti e letti nasce sotto un titolo preciso: Garlasco.
Non è un contenitore generico. È un fatto. Un omicidio. Una ragazza uccisa.

Un evento reale, brutale, definitivo.

Attorno a quel fatto, negli anni, è cresciuta una foresta: piste, contro-piste, errori, omissioni, ipotesi, depistaggi, narrazioni parallele. Mondi opachi che sembrano avere scopi diversi da quelli della semplice ricerca della verità. Persino connessioni evocate con reti più ampie, abissi che portano lontano, fino a nomi come Epstein.

Garlasco è un fatto.
Ma attorno al fatto si è costruita una rappresentazione.

E quando la rappresentazione diventa più potente del fatto, il fatto rischia di sparire.

Oggi voglio parlare di Sanremo.
Non l’ho visto. Non riesco più a vederlo da anni. Ho letto i resoconti, incrociato cronache, guardato frammenti.

Non sto cambiando argomento.
Sto parlando della stessa cosa.

  1. Sanremo come campionato: la mia infanzia

Da bambino Sanremo per me era un campionato.

Lo ascoltavo alla radio con mia mamma. C’era una classifica, c’erano favoriti, c’era tensione. Era la Serie A della canzone italiana.

Le canzoni parlavano quasi sempre d’amore: fra uomo e donna, di speranze, promesse, sentimenti comprensibili. Un mondo delimitato.

Il palco era un palco.
La gara era la gara.
Il resto era contorno.

Come allo stadio: guardi la partita. Il resto esiste, ma è secondario.

  1. “Papaveri e papere”.

Poi arrivò “Papaveri e papere”.

Io avevo quattro o cinque anni. Non capivo le allusioni sociali. Ma capivo che non era una canzone d’amore. Era fuori schema. Come se in un campionato qualcuno cambiasse improvvisamente sport.

Mi colpì un dettaglio concreto.

I papaveri li vedevo nei campi. Fragili, steli sottili, si piegavano al vento.
Io la parola papera l’ho imparata con quella canzone.

Prima conoscevo le oche.

Conoscevo le anatre.

Le vedevo davvero, in campagna, nell’aia, fra il fango e l’acqua. Ci avevo fraternizzato. E poi, ahimè, la domenica me le ritrovavo in tavola. La vita contadina non era metaforica.

Ma la parola papera no.

Quella non l’avevo mai sentita.

Nessuno mi spiegò mai cosa fosse una papera.

Nemmeno quando arrivarono Nonna Papera e Paperino.

Solo molto più tardi ho capito che papera non è un termine zoologico. Non è un animale diverso. È semplicemente un modo infantile, vezzeggiativo, per dire anatra.

Una parola morbida. Raddolcita. Umanizzata. L’avevo già capito?

Forse l’ho capito troppo tardi.

Perché quella canzone non parlava solo di animali. Parlava di gerarchie.

I papaveri alti alti alti.

Le papere piccoline.

Io i papaveri li vedevo: steli fragili, fiori che si piegano al vento, che si strappano con due dita. Le anatre, invece, erano animali vivi, pesanti, concreti, rumorosi. Stavano nel mondo.

Eppure, la canzone diceva il contrario:

il fiore fragile in alto,

l’animale concreto in basso.

E quel ritornello:

che cosa ci vuoi fare?

Come se fosse naturale.

Come se fosse biologico.

Come se la gerarchia fosse un fatto di natura e non di costruzione.

E qui sta la cosa che mi colpisce oggi, rileggendo tutto questo alla luce del presente.

Papera è una parola infantilizzante.

Non dice anatra. Dice papera.

Non dice cittadino. Dice paperotto: e i paperotti li incontreremo più avanti!

  1. Dal campionato al dispositivo

Molti anni dopo ho smesso di guardare Sanremo.

Non per snobismo.
Per una reazione fisica. Un rigetto. Una nausea.

Col tempo ho capito: la proporzione si è rovesciata.

La rappresentazione ha superato il contenuto.
La gara è diventata funzione.
Le canzoni sono diventate strumenti.

Non più il centro.
Parte di un impianto.

È come andare allo stadio e scoprire che la partita è un intervallo fra coreografie, effetti speciali, messaggi, simboli. A quel punto capisci che la partita non è più lo scopo. È il mezzo.

Sanremo non è più un campionato.
È un dispositivo.

Un wrestling culturale.

Nel wrestling il combattimento esiste, ma è scritto dentro lo spettacolo.
Qui la musica esiste, ma è inglobata in una macchina simbolica più grande.

  1. La prima serata 2026: quando i segni si accumulano

Non so le altre: mi è bastato.

Non serve credere ai riti occulti per vedere che la rappresentazione accumula segni. E quando i segni si accumulano, qualcuno li leggerà.

Non io.
Ma un esoterista sì.

Proviamo a vedere coi suoi occhi, chiediamocelo, chiediamoglielo.

Il refuso “Repupplica”

Durante il momento solenne dedicato alla Repubblica, sul ledwall appare:
Repupplica invece di Repubblica.

Un errore grafico. Scuse ufficiali. Meme.

Ma un lettore simbolico vede:

  • Lapsus nel punto più sacro della serata.
  • “Pupi”, “pupazzi”: popolo-marionetta.
  • Contrasto fra memoria viva (la testimone del 1946) e macchina digitale fallibile.

Non è prova di nulla.
È un errore che, capitando nel punto simbolicamente più alto, diventa segno.

A Garlasco, quante volte un dettaglio tecnico è diventato più grande del fatto?

Il numero 13

76ª edizione.
7 + 6 = 13.

Scala centrale di 13 gradini.
Artista chiamato Tredici Pietro.
Canzone: Uomo che cade.
Microfono che non parte.

Un esoterista direbbe:

13 = trasformazione (tarocchi).
Caduta = Torre (16).
Voce che si spegne = Logos negato.

Io non devo crederci per vedere che la struttura permette questa lettura.

E quando una struttura si presta al rito, qualcuno la leggerà come rito.

La scala in ferro

La scalinata non è più funzionale. È protagonista.

Un lettore simbolico parlerebbe di:

  • passaggio iniziatico,
  • soglia profano/sacro,
  • ferro = Marte (energia, prova),
  • ascesa meccanizzata = uomo assistito dalla macchina.

Io dico più semplicemente: quando l’ingresso è più importante della canzone, la canzone è già indietro.

L’ordine di uscita

Se la scaletta diventa architettura:

  • apertura rassicurante
  • progressiva destabilizzazione
  • 13° posto come punto di rottura
  • incidente tecnico
  • ricomposizione con “Male necessario”
  • orizzonte AI

Non serve che sia stato scritto così.
Basta che possa essere letto così.

E quando può essere letto come rito completo (ingresso → caduta → accettazione → trasformazione), la rappresentazione ha superato la gara.

Il festival parallelo dell’AI

Evento parallelo: 27 artisti virtuali. Classifica predittiva.

Qui non serve esoterismo.

Non è più l’AI come strumento.
È l’AI come concorrente.

Non la macchina che amplifica l’uomo.
La macchina che lo replica.

Se in alcune letture online il pubblico viene chiamato “paperotti”, il cortocircuito simbolico è evidente.

Papaveri alti.
Papere piccole.
Paperotti docili.

Non sto gridando al complotto.
Sto osservando un linguaggio

Quando leggo che il pubblico viene chiamato paperotti, mi torna in mente quel “Papaveri e papere”.

Quelle papere non è allora solo un diminutivo. È un doppio abbassamento.

Papera → già parola da bambini.

Paperotto → il piccolo della parola da bambini.

È un meccanismo linguistico sottile ma potente: ti riduce senza che tu te ne accorga.

Ed è questo che ho colto — forse troppo tardi — in quella filastrocca. Non era solo una canzone diversa dalle altre d’amore. Era una canzone che stabiliva un ordine. Un sopra e un sotto.

L’apparentemente alto fragile.

Il concreto piccolo.

Il pubblico chiamato con un nome che lo rende tenero, innocuo, quasi da cortile.

Forse allora non avevo capito il sottotesto sociale.

Ma avevo sentito l’incongruenza.

E oggi, quando vedo una rappresentazione che si allarga fino a mangiarsi il contenuto, quando vedo il pubblico chiamato paperotto, quando sento che il linguaggio si fa sempre più giocoso proprio mentre il sistema si fa più complesso, mi torna quella sensazione.

Non è nostalgia.

È la memoria di una parola che mi ha insegnato, senza spiegarmelo, che i nomi possono abbassarti.

E che certe gerarchie, se le canti in filastrocca, passano meglio.

Casetta in Canadà

Con l’accento obbligato sull’ultima a, non per francesismo, ma per via della rima con lillà.

Altro ricordo di Sanremo altra canzone: la filastrocca della distruzione legittima e della ricostruzione ossessiva.

Anomalia ancora di una canzone non d’amore.

Un altro messaggio proto-massonico?

Il ritornello è dolce, il paesaggio è fiabesco, ma la struttura narrativa è meno innocente di quanto sembri.

C’è una casetta costruita con cura.
C’è un uomo che lavora, che sogna, che edifica il suo piccolo mondo.
E poi c’è Bingo Bongo.

Bingo Bongo arriva e distrugge tutto.

Non per necessità. Non per giustizia. Non per conflitto dichiarato.

P2? CIA? Mano Nera?
Distrugge perché può.

E cosa succede?

Il piccolo costruttore non si ribella.
Non denuncia.
Non cambia sistema.

Ricostruisce.

E la canzone lo racconta come se fosse naturale. Come se fosse parte del ciclo delle cose. Come se il potente potesse intervenire, devastare, e l’altro dovesse semplicemente rimettere in piedi i mattoni.

La distruzione non viene problematizzata.
Viene normalizzata.

E questa è la parte simbolicamente interessante.

La filastrocca insegna — senza dirlo — che il forte interviene il fragile subisce il fragile ricostruisce il sistema non cambia

Non c’è rivolta. Non c’è indignazione. C’è adattamento.

Il potente distrugge. Il piccolo ripara. E il pubblico canta!!! Forte!

Ai bambini piaceva molto.

A me no perché non ne capivo il senso.

A me piaceva la melodia di Claudio Villae e le melodie d’amore tra i grandi.

Mi tranquillizzavano.

Si volevano tutti bene anche se ogni tanto c’era qualche problema.

 Il legame con Papaveri e papere il salto ai “paperotti”

 In Papaveri e papere la gerarchia era verticale: papaveri alti, papere piccole.
In Casetta in Canadà la gerarchia è dinamica: chi può distrugge, chi non può ricostruisce.

Due filastrocche leggere.
Due schemi di potere interiorizzati cantando.

Quando oggi il pubblico viene definito “paperotto”, il richiamo non è zoologico. È strutturale.

Paperotto è il piccolo.
Quello che non decide.
Quello che si adatta.
Quello che applaude e poi ricostruisce.

Non sto dicendo che chi scrisse la canzone avesse un disegno occulto.
Sto dicendo che la forma-canzoncina ha spesso insegnato la rassegnazione come ritmo.

Ed è qui che torniamo al filo rosso (obbligato) con Garlasco.

A Garlasco, quando una narrazione distrugge e ne costruisce un’altra, il pubblico assiste.
Ricostruisce mentalmente. Si adatta. E YouTube ricostruisce quello che viene puntualmente smontato, tolto, occultato, distrutto…

E la rappresentazione continua.

  1. Massoneria, potere e percezione

In questi giorni, nei commenti, è riemerso anche il tema della massoneria nel mondo dello spettacolo, in concomitanza con Sanremo.

In Italia le reti di potere opache sono esistite: la Loggia P2 è un fatto storico.

Nel tempo sono circolate storie di carriere favorite o ostacolate da appartenenze.

È stato evocato anche Rino Gaetano.

La sua morte nel 1981 fu un incidente stradale. Nessuna sentenza ha mai provato sabotaggi o regie occulte. Le teorie circolano, ma non hanno riscontri giudiziari.

Perché allora persistono?

Perché quando un sistema diventa altamente simbolico e autoreferenziale, la fiducia si incrina. E quando la fiducia si incrina, si cerca un regista.

Non è la prova dell’esistenza di un potere occulto.
È la prova di una percezione collettiva.

  1. Il parallelo con Garlasco

A Garlasco abbiamo un fatto reale e una narrazione che lo avvolge.

A Sanremo abbiamo una narrazione che ingloba il fatto.

In entrambi i casi il rischio è lo stesso:

  • il pubblico diventa spettatore passivo
  • il dettaglio tecnico diventa centrale
  • la cornice supera il contenuto

Se Sanremo è il tempio dell’illusione pop, Garlasco rischia di diventare il laboratorio dell’illusione giudiziaria.

Io spero che gli attuali inquirenti non diventino parte della rappresentazione.

Che non entrino nel wrestling.

Accidenti!

Ma è già successo! 

Che tornino al fatto.

  1. Non è nostalgia. È difesa.

La mia nausea non è nostalgia.

Non è “si stava meglio prima”.
È rigetto quando sento che: l’evento è diventato pretesto, la competizione è diventata scenografia,
la musica è diventata funzione.

Non mi scandalizza la modernità. Mi inquieta la sostituzione.

Mi accorgo, e non è una battuta, di vivere in un mondo che sembra progettato per papere.

Anzi per paperotti, con quell’aggravante di non essere nemmeno animali classificati, né anatre né oche, ma solo un intermedio indefinito quasi immaginario.

L’anatra, nella nostra tradizione, è più elegante nell’immaginario (pensa alle anatre selvatiche, ai laghi, alla migrazione), più associata a un ambiente “naturale”, acquatico, silenzioso, meno caricata di connotazioni negative nel linguaggio comune.

L’oca invece è diventata in italiano un epiteto (“sei un’oca”) per indicare superficialità, richiama il chiacchiericcio (“starnazzare”), è legata a un’immagine più goffa, problematica…

In Lomellina ci fanno un Palio.

Eppure, paradosso interessante: le oche hanno una fama storicamente eroica — basti pensare alle oche del Campidoglio che salvarono Roma. Quindi, se vogliamo parlare di “nobiltà”, le oche avrebbero un precedente glorioso. Un mondo dove il fragile viene dichiarato alto e il concreto viene dichiarato piccolo.

La domanda non è più chi canta meglio.
Non è nemmeno chi ha ucciso, ma: chi scrive il copione?

E noi siamo ancora spettatori?

O siamo già diventati paperotti?

GARLASCO, SANREMO E IL MONDO DEI PAPEROTTI

Fonti della serie

📚 Bibliografia e riferimenti essenziali

Grimaldi, Luigi, Il caso Poggi: i misteri di Garlasco, video-inchieste e articoli online,  (2023–2025).
Fornari, Gino, “Il delitto di Chiara Poggi e il processo ad Alberto Stasi”, in Penale Diritto e Procedura, 2015.
Lucarelli, Selvaggia, articoli su Il Fatto Quotidiano e media online, 2023–2025.
Montanari, Marco, “Garlasco, processo al dubbio”, in Giustizia Insieme, 2024.
Travaglio, Marco, commenti editoriali e dirette su Il Fatto Quotidiano TV, 2024–2025.
Mentana, Enrico, servizio TG La7, edizione del luglio 2025.
Cappa, Ermanno, interviste e dichiarazioni su blog e ambienti informali.
Carlizzi, Gabriella, archivi digitali e documenti online 2004–2010.
Epiphanius, “Massoneria e sette segrete – La faccia occulta della storia” – Controcorrente 1990-2008.

🎥Videografia (YouTube –🔍 Canali d’inchiesta, documentazione e contro-narrazione)

Ragionevole Dubbio – Approfondimenti su casi giudiziari controversi, con attenzione alle contraddizioni istituzionali e ai “buchi neri” della giustizia.
Luigi Grimaldi – Giornalista d’inchiesta, già coautore di “La Repubblica delle stragi impunite”, autore di diversi video sulla vicenda di Garlasco e altri casi dimenticati, con elenchi di morti sospette e suicidi nel Pavese. In particolare, la serie di video-inchiesta sul caso Poggi e altri eventi correlati: “Chiara, la verità nascosta – Parte 1 e 2” – “I suicidi dimenticati del Pavese”.
Andrea Tosatto – Analisi dai toni diretti, spesso polemici, su crimini mediatici e distorsioni giudiziarie.
Nicola Castellano – Approccio investigativo su cold case e processi irrisolti.
Gianluca Spina – Riflessioni a tema giudiziario, anche in chiave psicologico-sociale.
Bugalalla Crime – Narrazione scorrevole e ricostruzioni dettagliate dei principali casi di cronaca italiana.
Storie Perdute – I lati oscuri della Storia – Rielaborazione storica e culturale di eventi poco noti o dimenticati, utilissima per contestualizzare certi episodi.
Mortaio – Approccio oscuro, evocativo, spesso incentrato sulla ritualità, la simbologia e l’inquietudine ambientale dei casi.

🗃️ Fonti documentarie

Atti e sentenze ufficiali del caso Poggi / Stasi, reperibili su portali giuridici.
Archivi stampa: Corriere della Sera, Repubblica, Il Giorno, La Provincia Pavese (2007–2025).
Dichiarazioni pubbliche, commenti social e blog investigativi indipendenti.

📌 Nota dell’autore

Il presente lavoro nasce da una raccolta ragionata di fonti pubbliche, giornalistiche e processuali. Alcune ipotesi e suggestioni laterali sono presentate come riflessioni aperte e non affermano alcuna verità definitiva. Si raccomanda la lettura con spirito critico e rispetto verso le persone coinvolte.