Si parva licet componere magnis
Poiché gli articoli su Garlasco si stanno susseguendo con una frequenza superiore al previsto, anziché pubblicarli singolarmente ho scelto di raccoglierli sotto un unico titolo–contenitore Garlasco 26. I contributi verranno inseriti progressivamente, uno sotto l’altro, e resteranno fruibili in sequenza nella stessa pagina.

In alcuni degli articoli scritti su Garlasco e letti sul canale sono state proposte delle piste ipotizzabili come retrostanti il movente del delitto, in particolare una, quella legata ad aspetti esoterici. Poi, spinti da una indiscrezione non si sa bene dove originatasi, abbiamo affrontato il movente “sessuale”, attingendone il materiale dal famoso disegno de Il piccolo principe.
Le altre piste erano, lì, sospese, a poco a poco integrate da ricerche e approfondimenti o aggiornate dalle ricorrenti novità, riguardanti di volta in volta l’una o l’altra traccia investigativa, in attesa di completarne l’esame ed eventualmente scriverne in un articolo, magari quando fosse apparso un giusto pretesto per scriverne. Facciamone un breve ripasso.
ESOTERICA – (Già vista)
Intorno al delitto ricorrono segni inutili per un omicidio “funzionale”: colori, oggetti, scelte temporali. Non sono prove, sono presenze eccedenti le necessità di un delitto normale, a meno che fossero necessarie a una loro integrazione nello stesso, e/o perché il delitto ha interrotto precocemente un atto previsto più complesso e rimasto incompleto.
In particolare, si segnalano, o si vedono, date cariche di senso, elementi dionisiaci, uso del corpo come luogo simbolico, non solo come vittima, col dubbio: firme volute (invisibili a chi non le cerca) o dimenticanze per la fretta?
Tale pista nasconderebbe dinamiche di desiderio, rifiuto, segreti intimi, gelosie non dichiarate, posizioni dominanti, con eventuali connessioni con possibile conoscenza “scomoda” da parte di Chiara su comportamenti altrui.
Si spiegherebbero la violenza sproporzionata, il contesto domestico, la mancanza di segni di effrazione e la coerenza con dinamiche statisticamente frequenti nei delitti in ambito familiare/relazionale; per contro non c’è nessuna prova diretta emersa, mentre c’è il rischio di scivolare nella psicologia “da manuale” se non supportata da fatti, nonostante la presenza del “disegno” fortemente suggestiva.
FINANZIARIO-AFFARISTICA
Cosa ipotizzerebbe:
Pro
Contro
Versione “base”
Cosa ipotizzerebbe:
Pro
Contro
Versione “super”
Cosa ipotizzerebbe
Pro
Contro
COMPUTER SHARING / INFORMATICA
Cosa ipotizzerebbe, forse connessa alla precedente:
Pro
Contro
Cosa ipotizzerebbe:
Pro
Contro
Cosa ipotizzerebbe:
Pro
Contro
Nella necessità di fare sintesi di parecchie pagine di bozze e di appunti, il riepilogo appena letto rischia di essere attaccabile, soprattutto per le suggestioni. Sarà così, ma abbiamo già parlato anche di questo: vent’anni di mistero crescente dove volete che portino?
In ogni caso è vero che nessuna pista, da sola, regge, mentre due o tre insieme, sì. Il cuore del problema, però, non è scegliere una pista, ma capire quale combinazione spiega: violenza, silenzi, durata, anomalie(?)investigative.
Ecco dunque la pista, caldeggiata ultimamente nell’ambiente mediatico ben informato intorno a Garlasco: quella che conduce alla droga.
La pista della droga è quella che avrei voluto lasciare per ultima. O, se possibile, non affrontare mai. Non per moralismo, ma per una resistenza emotiva profonda: rifiuto l’idea che Chiara Poggi sia stata trascinata dentro una vicenda di questo tipo, fatta di consumo, ricatti, abitudini mefitiche. È una reazione istintiva, quasi di protezione. Ed è proprio questo il problema.
Perché l’esperienza insegna che le piste che respingiamo per istinto sono spesso quelle che spiegano meglio i fatti, non perché siano più “vere”, ma perché reggono meglio il peso delle anomalie.
La pista “droga”, comunque, non è del tutto alternativa alle altre e non esclude a priori quella sessuale, quella esoterico-rituale, quella “segreta”, quella economico-finanziaria: al contrario, forse le attraversa, le connette, le normalizza.
La pista esoterica per Garlasco, per come è stata sinora qui trattata, non andava certo letta come “credenza nel diavolo”, ma come linguaggio di gruppo, codifica e selezione. E questi sono gli stessi meccanismi che governano i contesti di spaccio organizzato, soprattutto quando non si tratta di strada ma di reti ibride. In generale, emergono i seguenti punti comuni:
Letti così, molti elementi che nell’ottica satanica apparivano forzati o simbolicamente eccessivi, possono assumere nuove funzioni e potrebbero, a questo punto, essere riletti in quegli articoli dedicati.
Entriamo nel focus di questo articolo da un passaggio laterale che, per molto tempo ha attirato l’attenzione di coloro, come lo scrivente, che seguono i casi di crimine e misfatti (associati) e che, per molti aspetti ci può aiutare ad affrontare questa pista, quella della droga, in quanto tra i due casi, secondo me, ci sono molti elementi di similitudine e confronto.
C’è una similitudine preliminare, forse la più pesante di tutte, che incombe su Arce e su Garlasco prima ancora dei nomi, dei sospetti e dei moventi: la giustizia che non arriva mai, per decenni, a fermarsi; che procede per stratificazioni e ribaltamenti, che riapre ciò che sembrava chiuso e chiude ciò che appariva aperto, lasciando dietro di sé una scia di sentenze formalmente legittime ma sostanzialmente incapaci di pacificare.
In entrambi i casi, l’iter processuale non accompagna la verità, ma la insegue, la perde, la riprende e poi la rimette in discussione, trasformando il tempo giudiziario in una seconda forma di violenza, silenziosa ma persistente, comprensiva di un innocente in carcere e della perdita di fiducia collettiva.
Più avanti analizzeremo i paralleli e raffronteremo le situazioni, i personaggi, gli esiti: ma intanto, mentre leggete o ascoltate la storia, alcuni collegamenti vi risulteranno quantomai espliciti.
Il 3 giugno del 2001, Serena Mollicone, diciotto anni, viene ritrovata morta in un boschetto denominato Fonte Cupa, vicino ad Arce in provincia di Frosinone, dopo due giorni di ricerche, presentando segni di violenza e il volto coperto da un sacchetto di plastica.
Serena Mollicone viene cresciuta dal padre Guglielmo, insegnante della scuola elementare locale. La madre era morta quando la ragazza aveva solo 6 anni, a causa di una grave malattia. Serena è una ragazza ordinaria che frequenta la scuola in attesa di sostenere l’esame di maturità. Ha molti amici, uno di questi morto per droga poco tempo prima. Per questo motivo, la giovane è contraria alle droghe e s’impegna per aiutare chi cerca di uscirne.
Il 1° giugno 2001 esce di casa per andare all’ospedale di Isola del Liri per una radiografia ai denti. Dopo l’appuntamento deve incontrare un ragazzo che frequenta. La sera, però, non rientra a casa e dopo poco il padre, allarmato, dà l’allarme. La proprietaria di un bar assicura di averla vista nel suo locale con altri ragazzi, versione confermata anche dal carrozziere Carmine Belli che afferma di averla vista litigare con un giovane dai capelli biondi.
Due giorni, dopo una squadra della Protezione Civile trova il corpo di Serena Mollicone: il suo corpo, avvolto in sacchi di plastica, è stato abbandonato e ricoperto da rami e foglie. La sua bocca è chiusa con del nastro adesivo, mani e piedi sono legati da scotch e fil di ferro e il viso presenta una ferita all’altezza del sopracciglio.
Prima che venisse trovato il cadavere di Serena Mollicone, il maresciallo Franco Mottola si era recato presso la sua abitazione per chiedere al padre il diario della ragazza. Guglielmo glielo aveva consegnato ma, si scoprirà successivamente, la consegna non viene registrata in alcun verbale. Non si trova il telefonino di Serena: anche i carabinieri tornano alla casa della ragazza per cercare il suo cellulare senza però trovarlo.
Tre giorni dopo quella perquisizione, il cellulare sbuca nel primo cassetto del comodino in camera della ragazza. Il fatto avviene durante il funerale, nel corso del quale il sottufficiale si presenta in chiesa e invita il padre della ragazza a seguirlo in casa, dove avviene la strana scoperta. Qualcuno è entrato in casa per nascondervelo?
L’autopsia stabilisce che non c’è stata violenza sessuale ma che Serena Mollicone ha ricevuto una botta in testa. Per il resto le ricerche risultano infruttuose.
Bisogna aspettare il settembre del 2002 per vedere i carabinieri arrestare Carmine Belli, il carrozziere che aveva visto Serena litigare con un ragazzo davanti al bar e che si era presentato come testimone volontario per riportare il fatto. Viene ritenuto inizialmente innocente, per poi essere accusato di omicidio, trascorrere 17 mesi in carcere, anche in isolamento, ed essere assolto in appello: il castello accusatorio contro di lui crolla.
Non era il colpevole: serviva a chiudere in fretta, deviare l’attenzione, proteggere un perimetro più ampio.
La svolta arriva nel 2008 quando Santino Tuzi, un carabiniere di Arce, si suicida con la propria pistola, nelle classiche “strane circostanze” di rito, dopo aver rivelato pochi giorni prima agli inquirenti che il 1° giugno 2001 Serena Mollicone era entrata in caserma ma che non ne era mai uscita. Lì, dunque, avrebbe dovuto essere stata uccisa.
Il ragazzo biondo con il quale Serena Mollicone è stata avvistata fuori dal bar prima della sua scomparsa è riconosciuto in Marco Mottola, il figlio del maresciallo.
In base alla ricostruzione di Santino Tuzi, il giovane sarebbe stato immischiato nello spaccio di droga. Serena, che l’aveva scoperto, voleva denunciarlo. Dopo un litigio avvenuto per strada, Serena avrebbe dimenticato i suoi libri nell’auto del ragazzo. Quindi, si sarebbe recata in caserma, nell’appartamento dei Mottola, situato al primo piano della caserma, per recuperarli. Qui Marco l’avrebbe colpita, facendole sbattere il capo contro una porta (si troveranno tracce di schegge di legno sul capo di Serena, la porta sarà sostituita), facendola svenire, dopodiché l’avrebbe legata e si sarebbe sbarazzato del corpo con l’aiuto dei genitori.
In questo senso si spiegherebbe anche il depistaggio da parte del maresciallo con la richiesta del diario di Serena a Guglielmo poco dopo la sua scomparsa. E, allo stesso modo, quello del cellulare fatto sparire e poi ricomparire in casa senza impronte. Infine, il corpo di Serena fatto ritrovare in un boschetto molto lontano dal bar dove era stata vista litigare Marco, luogo scelto apposta per evitare un’associazione tra i due episodi.
A questo punto le indagini si concentrano sui carabinieri e l’ex maresciallo Franco Mottola, la moglie e il figlio Marco finiscono a processo con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Inoltre, due carabinieri vengono accusati uno di favoreggiamento e l’altro di induzione al suicidio di Tuzi.
Franco Mottola, la moglie e il figlio Marco vengono accusati di omicidio volontario e occultamento di cadavere di Serena Mollicone. Si apre il processo e la famiglia si dichiara innocente. Prima dell’inizio, il 31 maggio 2020, Guglielmo, il padre si Serena, muore.
La linea difensiva cerca di smentire le accuse dichiarando che il DNA ritrovato sul luogo del delitto non appartiene a nessuno degli imputati. Ma per tutti i colpevoli sono loro.
Il 19 marzo 2021 si tiene la prima di 46 udienze e i PM chiedono 30, 24 e 21 anni di reclusione per Franco, Marco e Anna Maria Mottola, 15 e 4 anni per i carabinieri Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano. Il giudice, contro tutte le attese, dichiara assolti tutti quanti per mancanza di prove. Il GIP, però, si oppone e chiede di riesumare il cadavere di Serena Mollicone, ottenendo il permesso. In questo modo è possibile stabilire che la ferita sulla testa della ragazza è compatibile alle affermazioni dell’accusa.
Tutti gli imputati vengono così rinviati in appello. L’accusa chiede una condanna a 24 anni di carcere per l’ex maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, 22 anni per la moglie Anna Maria e per il figlio Marco, la condanna a 4 anni per favoreggiamento per Suprano e l’assoluzione per Quatrale.
Il 15 luglio 2022 i giudici della Corte d’assise di Cassino emisero l’assoluzione dai capi di accusa di tutti i cinque imputati.
In particolare, i giudici assolsero il maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, il figlio Marco e la moglie Annamaria “per non aver commesso il fatto”. Assolti perché il fatto non sussiste anche gli altri due carabinieri Vincenzo Quatrale (che fu accusato di concorso nell’omicidio) e Francesco Suprano (accusato di favoreggiamento)
Il 12 luglio 2024 la Corte d’appello di Roma confermò l’assoluzione emessa in primo grado per la famiglia Mottola e i carabinieri Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano, condannando le parti civili, la Procura e il Ministero della Difesa, in quanto ricorrenti, alle spese processuali.
Per i carabinieri Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano, le sentenze di assoluzione sono diventate definitive nel novembre del 2024; per Franco, Marco e Anna Maria Mottola l’11 marzo 2025 si tenne il processo presso la Corte di Cassazione, che accolse la richiesta della Procura annullando la sentenza di assoluzione e disponendo un nuovo processo d’appello presso un’altra sezione della Corte d’Appello di Roma.
Un caso irrisolto per oltre vent’anni, fatto di indagini intricate, colpi di scena e una lunga battaglia per la verità.
Al di là di tutto questo ed esaminando la questione a raggio più ampio, la pista droga ad Arce è compatibile per contesto, non solo per prova diretta a seguito di indagine. Infatti, Arce e zone limitrofe, negli anni ’90–2000 non erano affatto “pulite”, ma vi stanziavano piccoli traffici, consumo diffuso, ambienti opachi.
Serena non era una “ragazza di strada”, ma era entrata in contatto con ambienti ambigui (testimonianze, frequentazioni, spostamenti); la caserma era invece il luogo dove passavano non solo verbali ufficiali, ma informazioni, persone, segnalazioni, silenzi e reticenze. Tutto questo, ancora, non dimostra la droga,
ma rende plausibile che il contesto fosse sporco, non lineare: siamo in un capitolo dedicato ad Arce e alla povera Serena, ma un salto mentale a Garlasco e alla povera Chiara, per un rapido parallelo, ci sta.
L’omicidio di Serena Mollicone non spiega Garlasco, ma potrebbe aiutarci a decifrane la trama associata a una pista “droga”, considerata come presupposto dell’impalcatura accusatoria del caso, visto che di sentenze definitive non ce ne sono ancora: proviamo quindi un raffronto tale pista “Arce” legata al consumo e commercio di stupefacenti e una pista analoga presa in esame oggi per Garlasco. Non per suggestione, ma per meccanica dei fatti, non per non dire, ma per basarci su fatti reali già avvenuti in un contesto omicidiario correlato.
a) Vittima “normale”, non marginale
Arce
Garlasco
In entrambi i casi: la vittima non è il problema, è la variabile impazzita.
b) Droga come contesto, non come stigma morale
Arce
Garlasco
In entrambi: la droga non serve a “sporcare” la vittima, serve a spiegare perché il sistema reagisce subito.
c) Il primo intervento istituzionale è già anomalo
Arce
Garlasco
Qui c’è un punto chiave inconfutabile: se la protezione scatta prima ancora di sapere “chi è stato”, significa che non si sta proteggendo una persona, ma un sistema e che chi si attiva subito ci è dentro, più o meno direttamente.
d) Un innocente “offerto” per chiudere il caso
Arce
Garlasco
In entrambi: l’innocente serve a comprare tempo mentre il sistema si ricompatta.
e) Suicidi e presunti suicidi
Arce
Garlasco
Qui la percezione è fortissima: non è esoterismo, è pressione, non è rito, è controllo.
Lo schema riportato al punto precedente è naturalmente sintetico e approssimativo, poiché l’aggiunta incontrollata di altri elementi (peraltro esistenti) di ulteriore dettaglio lo avrebbero reso poco fruibile: il circuito di confronto pare funzionare ed essere funzionale all’utilizzo del caso di Arce come approccio per inquadrare la pista “droga” a Garlasco.
Ma possiamo arricchire la disamina in forma libera, per soffermarci su altri aspetti inerenti ai due delitti, sui punti di connessione e, quanto esistono, sui punti di discordanza o di ribaltamento, con l’avvertenza che, per quanto riguarda Garlasco, alcuni di essi resteranno omessi o solo accennati, in quanto già noti e iper-trattati e quindi di facile individuazione.
Nel caso di Arce, c’è un elemento centrale, tecnico: l’accusa sostiene che Serena viene colpita violentemente alla testa all’interno della caserma dei Carabinieri di Arce, in particolare nell’alloggio privato del maresciallo. L’ipotesi è che la testa di Serena abbia urtato una porta con violenza tale da provocare la perdita di coscienza e un trauma cranico compatibile con le lesioni rilevate.
Elemento cruciale, durante la riesumazione del corpo (disposta dopo l’assoluzione di primo grado), i periti rilevano che la ferita al sopracciglio e il trauma cranico sono compatibili con un impatto contro una superficie rigida in legno. Questo è uno dei motivi per cui il GIP non accetta l’assoluzione come definitiva e dispone alla fine il rinvio in appello.
Per il parallelo diretto con Garlasco, possiamo constatare, sappiamo quanto ancora si aperta la questione dell’arma del delitto e delle fazioni che si affrontano nella sua disamina.
In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a spiegazioni logiche che non chiudono il cerchio, fermandosi alla necessità di “adattare” la dinamica a una tesi: diverse per Garlasco, una per Arce. La quale è corroborata dal rinvenimento di micro–schegge di legno, compatibili con la porta in questione, sul capo della vittima.
Possiamo poi considerare la “pulizia” del luogo del delitto, certo per Garlasco, ipotizzato per Arce. Qui, secondo l’accusa, la stanza dell’alloggio dei Mottola (dove sarebbe avvenuto l’urto) sarebbe stata ripulita nelle ore/giorni immediatamente successivi, con la testimonianza della persona incaricata, con la raccomandazione di elevata accuratezza e profondità, delle operazioni. Per la difesa, non esiste una documentazione fotografica completa dello stato originario della stanza, la cosa non vale come elemento probatorio…
A Garlasco, abbiamo una scena del delitto manipolata, interventi “precoci”, impossibilità di ricostruire ex post ciò che è stato cancellato.
A mano a mano che si prosegue, ci sembra proprio che ciò che a Garlasco appare come ipotesi, ad Arce prenda forma di fatto: e proprio per questo Arce non dimostra Garlasco, ma lo rende intelligibile.
C’è un punto, arrivati fin qui, in cui Garlasco e Arce smettono di assomigliarsi: nel movente nell’eventuale coinvolgimento istituzionale. È nel modo in cui il dolore viene attraversato e trasformato.
Ad Arce, l’innocente sconta una pena relativamente lieve e col conforto di un’opinione pubblica che sempre più lo ritiene vittima di una macchinazione, supera l’evento ed esce dal carcere pienamente riabilitato, anche se visibilmente provato da quell’esperienza. A proposito della quale, né calunniatori, né erogatori della pena pare abbiano parlato e non vorremmo che, parallelo anticipato, finirà così anche a Garlasco.
Guglielmo Mollicone, il padre della vittima di Arce combatte, piange, invecchia, soffre, si consuma, ma resta in piedi. Porta addosso una ferita che lui stesso dice di non poter richiudere, e non tenta mai di farlo. Non accetta verità pacificate, non accetta scorciatoie, non accetta silenzi “a fin di bene”. Combatte fino allo stremo, contro apparati più grandi di lui, fino a morirne. La sua vita diventa una richiesta di verità che non arretra, nemmeno quando tutto invita a farlo.
A Garlasco, riconosciamo in questa figura, in questa trama, Nicola Stasi, il padre di Alberto, l’innocente. Qui muore il padre dell’innocente in carcere, consumato dal peso di una colpa che non è la sua, mentre, ribaltamento cosmico, i genitori della vittima scelgono un’altra strada: quella della chiusura, della protezione del silenzio, dell’adesione piena a una verità giudiziaria che mostra falle evidenti. Non chiedono di riaprire, non chiedono di allargare, non chiedono di disturbare.
Non è una colpa morale, ma è una differenza strutturale, che pesa come un macigno. E questa differenza ci dice qualcosa di essenziale: il problema non è solo il movente, qualunque esso sia – droga, sesso, malaffare, segreti istituzionali. Il problema è spesso e anche ciò che accade dopo.
Perché in entrambi i casi emerge un dato inquietante: chi protegge e chi depista non lo fa soltanto “a fin di bene”, come spesso si racconta, lo fa anche senza scrupolo di rovinare altre persone, trascinando nel proprio egoismo di delinquente o di potente testimoni trasformati in colpevoli, innocenti incarcerati, famiglie distrutte, verità sacrificate per mantenere un equilibrio che non ha nulla di giusto, se non la loro maledizione.
Ad Arce, quel meccanismo viene sfidato fino alla morte da un padre solo. A Garlasco, quel meccanismo regge ancora, protetto dal silenzio e dalla rimozione. Parrebbe per poco. Poi riproveremo ancora a fare i paralleli con Arce e con altri casi.
Ed è forse qui, più che in qualsiasi pista, che si annida il vero enigma di Garlasco, che, nonostante sappiamo di averlo detto e sentito più volte, ci scappa sempre: non nel perché Chiara sia morta, ma nel perché intorno alla sua morte si sia costruita una zona invalicabile, anche a costo di altre vite, altri dolori, altre ingiustizie. Ad Arce, in attesa di una sentenza che lo certifichi, il quadro sarebbe chiaro e i depistaggi di contesto coerenti e tutto sommato circoscritti a un ambito famigliare e istituzionale limitati.
Dopo aver considerato che anche i punti di mancato accostamento Arce-Garlasco, al di là dei ruoli che le circostanze loro riservano, ci confermano il fatto che, in tutti i casi di malaffare e di malagiustizia, ci sono delle vittime dirette e indirette che soffrono e che muoiono, di un dolore che nessuna sentenza, neanche la più giusta o la più severa, possono pareggiare, torniamo alla pista della “droga”, della “coca cattiva”.
Due punti appaiono decisivi e solidi nei due casi: il “raptus” e l’intervento manipolatorio delle prove.
Il “raptus” omicidiario
La “coca cattiva” – espressione che Chiara stessa utilizza nelle ricerche rinvenute – non è una metafora morale, ma una definizione empirica, ma sta a indicare una sostanza che non produce solo euforia o disinibizione, ma rabbia improvvisa, impulsività incontrollata, perdita della valutazione delle conseguenze, soprattutto quando assunta in modo abituale o in soggetti giovani. È un dato noto in ambito clinico e investigativo: la cocaina può generare scatti d’ira sproporzionati, reazioni violente non premeditate, comportamenti che non reggono a una lettura razionale ex post.
Tutto questo, sintesi estrema di fonte medico-scientifica, è elemento cruciale, perché l’odio “freddo” difficilmente esplode – a Garlasco – in casa d’altri, contro una persona come Chiara, senza un movente sedimentato e senza una valutazione minima delle conseguenze. Anche chi odia, di norma, calcola. L’impeto cieco, invece, è tipico di stati alterati.
Ad Arce, ci si trova davanti a un paradosso simile: un gesto violento, compiuto in un contesto che dovrebbe funzionare da deterrente assoluto – una caserma dei carabinieri da parte del figlio del maresciallo – da parte di chi, lucidamente, dovrebbe rendersi conto che “non si può fare”. Eppure, accade.
È qui che l’ipotesi della cocaina non serve a “spiegare tutto”, ma a rendere comprensibile ciò che altrimenti è illogico: l’esplosione di violenza, l’assenza di freni, l’errore madornale che nessuna mente sobria sceglierebbe di compiere. Non giustifica. Ma colloca l’atto in una dinamica reale, compatibile con entrambi i casi, e molto più coerente di qualunque odio astratto o di fantasiose costruzioni psicologiche a posteriori.
Errori pronti via!
In entrambi i casi, la scena viene: manipolata immediatamente, inquinata già nel primo intervento, alterata prima che maturi qualsiasi linea difensiva. Questo comportamento è compatibile con un solo scenario: chi interviene sa già cosa sta proteggendo, senza attendere ordini dall’alto. Perché? Come sarebbe spiegabile se non dal fatto di appartenere solidalmente all’organizzazione? Basterebbe, forse, solo per Arce, un forte legame famigliare? Un maresciallo dei carabinieri oserebbe così tanto per un figlio non proprio esemplare?
La droga ha una caratteristica che poche altre attività criminali possiedono: crea solidarietà trasversali, unendo giovani e adulti, professionisti e marginali, consumatori e spacciatori, soggetti esterni e appartenenti alle istituzioni. E quando l’uso o il traffico coinvolge apparati dello Stato, la reazione non è più individuale, ma autoprotettiva. Non si protegge solo un colpevole. Si protegge il perimetro, militarmente, se necessario.
Come avvenne a Piacenza, qualche anno fa.
E qui non siamo nel campo delle ipotesi, né delle deduzioni, per quanto logiche e nemmeno stiamo facendo considerazioni su tesi accusatorie in un processo Ci troviamo davanti a un esempio macroscopico, accertato con sentenze, confessioni, patteggiamenti e con la chiusura di una caserma e di un reparto operativo.
Il caso di Piacenza, esploso nel luglio 2020, rappresenta uno spartiacque inquietante ma documentato nel rapporto tra droga e apparati dello Stato. In quella vicenda, un gruppo di carabinieri in servizio presso la caserma di via Caccialupo trasformò l’ufficio pubblico in un vero e proprio centro di gestione criminale: spaccio di droga, violenze sistematiche, arresti illegali, falsificazione di atti, estorsioni e torture ai danni di spacciatori e tossicodipendenti, costretti con la forza a delinquere per alimentare arresti “pilotati” e profitti personali.
Le indagini – rafforzate da confessioni degli stessi militari e da numerose testimonianze delle vittime – hanno accertato un “contesto di criminalità diffusa” protratto nel tempo, caratterizzato dal totale rovesciamento delle funzioni istituzionali: le esigenze personali dei militari prevalevano sul servizio, la violenza era prassi, lo spaccio non un’eccezione ma una componente strutturale. Tutto veniva poi coperto attraverso verbali falsi e comunicazioni artefatte alla Procura.
Ciò che rende Piacenza un precedente decisivo non è solo la gravità dei reati, ma il fatto che una rete interna all’Arma abbia potuto operare per anni, con silenzi, omissioni e mancati controlli ai livelli superiori, tanto da aprire un filone d’indagine anche sui vertici locali. Non si tratta dunque di “mele marce” isolate, ma di un sistema che ha retto finché non è collassato sotto il peso delle prove.
Questo caso dimostra, in modo non più eludibile, che il coinvolgimento di appartenenti alle forze dell’ordine in dinamiche legate alla droga non è una suggestione teorica, ma un fatto storicamente accertato, possibile, e già avvenuto. Ed è proprio per questo che, quando si analizzano altri contesti opachi, il tema non può essere liquidato come impensabile, denigratorio o scandalistico.
Qui la pista droga mostra il suo volto più credibile e più scomodo. Non si tratta solo di “figli di qualcuno”, ma si tratta di adulti che devono proteggere sé stessi, le proprie abitudini, la propria reputazione, la propria posizione. In questo scenario:
Ci sono altri temi che si potrebbero affrontare, a questo punto, sulla traccia e con l’abbrivio di quanto detto sinora: per esempio il ruolo del RIS, la posizione dei consulenti-opinionisti e altro ancora. Ma l’articolo ha già messo alla prova chi lo sta leggendo e quelli sono argomenti che possono essere trattati a parte, in una prospettiva più ampia di quella specifica (“droga” e parallelo con Arce) che abbiamo preso.
Ci sono ancora un paio di annotazioni da fare, però.
La prima annotazione riguarda il fatto che la pista “droga” può spiegare Arce e può aiutare a rendere leggibili alcune dinamiche di Garlasco, applicabili per un movente legato in qualche modo, o solo in parte, alla droga, ma, al contempo, evidenzia una differenza che non può essere ignorata, ed è una differenza enorme.
Ad Arce vediamo infatti errori gravi, pressioni, omissioni, una gestione opaca delle indagini, un possibile intervento protettivo interno. Ma il quadro, per quanto disturbante, resta grossolano, limitato, tracciabile.
A Garlasco no. A Garlasco la quantità, la qualità e la continuità delle anomalie superano qualunque soglia di paragone: testimoni che compaiono e scompaiono, verbali incompleti o tardivi, accessi non autorizzati ai computer, reperti spariti, impronte cancellate, ritrattazioni pilotate, interventi immediati sulla scena del crimine, sovrapposizioni investigative che non finiscono mai.
No un errore, no una copertura: una sequenza. E allora la domanda non è più se la droga spieghi Garlasco. La domanda diventa: perché se e dopo la “droga” a Garlasco tutto questo? Se lo schema è simile, perché l’intensità è così diversa? Se il movente può essere comparabile, perché il livello di manipolazione è incomparabile?
Qui emergono solo due possibilità, entrambe inquietanti: che i soggetti da proteggere fossero diversi per peso, ruolo, connessioni o che che a Garlasco non fosse in gioco solo un fatto criminale, ma qualcosa che non doveva essere toccato, né allora né dopo.
La seconda annotazione vede, ad Arce, il padre della vittima combattere fino a consumarsi; a Garlasco, invece, nel medesimo ambito, il silenzio e il dolore vengono custoditi, difesi, normalizzati. E questa non è una differenza emotiva: è una differenza strutturale.
Per questo il confronto tra Arce e Garlasco non porta a una risposta, ma a un’ultima, decisiva constatazione: la pista può aiutare a capire come si muove il male, ma non basta a spiegare quanto e perché venga protetto.
Ed è lì, in quella sproporzione, che il caso Garlasco smette di essere un delitto e diventa qualcos’altro, qualcosa che, ancora oggi, non siamo autorizzati a guardare fino in fondo.
DISCLAIMER
Ogni riferimento al caso di Arce e all’omicidio di Serena Mollicone, in questo articolo, si fonda esclusivamente sull’ipotesi accusatoria emersa nel corso delle indagini e dei procedimenti giudiziari, non su una verità definitivamente accertata. Le assoluzioni intervenute – in primo grado e nei successivi gradi di giudizio – restano un dato giuridico incontrovertibile, che qui non viene messo in discussione né eluso.
Il richiamo ad Arce ha una funzione comparativa e analitica, non assertiva: serve a mettere in luce dinamiche ricorrenti (impulsività, contesti protetti, errori investigativi, reazioni istituzionali) che, a prescindere dall’esito processuale, risultano utili per comprendere il caso di Garlasco sotto il profilo logico e comportamentale.
In altri termini: non si assume come vera l’accusa, ma si osserva che anche un’ipotesi ritenuta non provata in sede giudiziaria può conservare valore interpretativo quando viene utilizzata come modello di confronto, e non come affermazione di colpevolezza.
Questo articolo non formula accuse, non sostituisce la giustizia e non pretende di stabilire responsabilità penali. Si muove su un piano diverso: quello della coerenza dei comportamenti, delle reazioni umane e delle anomalie investigative, che possono essere analizzate anche quando il diritto, legittimamente, ha voluto o dovuti fermarsi.
Questo articolo nasce da due cose che, a prima vista, sembrano non c’entrare nulla.
Da una scoperta piccola, quasi banale, su cosa fece Chiara Poggi la sera prima di morire.
E da una riflessione più ampia sulle sentenze che non convincono, non per l’esito, ma per le contraddizioni che si portano dietro.
Il punto è che queste due cose si toccano. Perché quando un dettaglio reale, umano, documentabile, incrina una narrazione costruita negli anni, non va in crisi solo una sentenza: va in crisi tutto ciò che, dopo quella sentenza, è stato aggiunto per difenderla a ogni costo.
Questo non è un articolo contro la giustizia. È un articolo contro il rumore che copre i fatti, e contro chi, dopo, continua a gettare fango per non ammettere che qualcosa non torna. E contro le sentenze-contro,
Ci sono sentenze che offendono. Non offendono per l’esito, ma per le contraddizioni che lasciano filtrare, per ciò che non spiegano, per ciò che costringono a rimuovere, per il vuoto che producono subito dopo essere state pronunciate. Esistono sentenze che non offendono per ciò che decidono, ma per ciò che obbligano a rimuovere. Quando accadono, non basta accettarle: bisogna interrogare anche chi, dopo, continua a calunniare in loro nome.
Nel caso di Garlasco, una di queste contraddizioni riguarda un fatto emerso solo di recente, e che pure era lì, da sempre, sotto gli occhi di chi avesse voluto guardare senza pregiudizio: l’attività informatica di Chiara Poggi nella sera del 12 agosto 2007, la sera prima dell’omicidio.
Per anni si è detto e scritto di tutto. Di cartelle “oscure”, di file sospetti, di segreti taciuti, di presunte perversioni del fidanzato, insinuate come possibile scintilla di un movente mai dimostrato. Tutto questo è passato sui media, nei dibattiti, perfino nei tribunali paralleli dell’opinione pubblica, spesso a spese di una ragazza che non poteva più difendersi.
Oggi sappiamo una cosa semplice, disarmante: Chiara quella sera non cercò alcun segreto.
Nel momento esatto in cui Alberto Stasi uscì di casa per mettere in sicurezza il cane e rientrò poco dopo, lasciandola sola con il computer acceso, Chiara aprì il file della tesi del fidanzato.
La lesse. La consultò. Rimase lì, fino al suo rientro. Nient’altro.
Una normalità che quasi commuove, a distanza di diciotto anni. Un gesto di affetto, di condivisione, di presenza, che stride forte con le urla sguaiate di certe personagge in TV. Un dettaglio minuscolo, eppure enorme, perché spazza via in un colpo solo l’idea di una scintilla torbida, di un movente insinuato, di una relazione malata costruita a posteriori per dare senso a una condanna che il senso non lo reggeva.
Da oggi, almeno sul piano dei fatti, non ha più senso continuare a urlare, nemmeno a sussurrare. Non ha più senso alludere. Non ha più senso evocare perversioni, deviazioni, ombre morali come spiegazione comoda di ciò che non si sa spiegare.
Eppure, c’è chi continua. Ed è qui che nasce il problema più grave. Perché una cosa è accettare obtorto collo una sentenza, leggerne le motivazioni con costernazione, sperare che un fatto nuovo, un ripensamento, una confessione possano un giorno riaprire le porte di un’aula di giustizia. Un’altra cosa, molto diversa, è fare militanza sostanziale per una colpevolezza, andando oltre ciò che i giudici hanno scritto, cercando prove che nemmeno gli inquirenti avevano trovato, costruendo rafforzamenti postumi, inventando connessioni, alimentando un meccanismo di rimbalzo mediatico che trasforma ipotesi fragili in certezze condivise.
Qui non parliamo di parenti delle vittime, né di parti processuali. Parliamo di giornalisti, opinionisti, commentatori autorevoli, persone che non hanno depistato, non sono state coinvolte nelle indagini, non avevano interessi diretti. Eppure, hanno scelto una parte. E, scelta quella parte, hanno sentito il bisogno di aggiungere peso, di “fare massa”, di supplire alle carenze probatorie con narrazioni sempre più forzate.
Perché? Non c’è un partito dietro. Non c’è una guerra ideologica (riduttivo) come ai tempi dei processi a Berlusconi, quando almeno si sapeva da che parte si stava. Qui siamo in un terreno apparentemente neutro, e proprio per questo inquietante: la colpevolezza per adesione, il sospetto elevato a verità per accumulo.
Basterebbe invece fermarsi. Guardare quel gesto: una ragazza che, la sera prima di morire, legge la tesi del fidanzato mentre lo aspetta. Un gesto normale, quasi ovvio. Eppure, potentissimo, se collocato dentro questa ridondante massa di commenti, illazioni, sospetti costruiti per colmare ciò che la giustizia non ha saputo dimostrare.
Questo gesto non “assolve” nessuno. Ma nega una narrazione. E questo, per molti, è intollerabile.
Tornando alle sentenze: casi come Garlasco, come Erba, come Yara, vanno oltre ogni ragionevole capacità di accettazione. Noi cittadini vorremmo accettarle, anche quando ci respingono. Vorremmo credere che la giustizia funzioni, che siamo noi a non capire, che il sistema sia più razionale di quanto appaia. Ma spesso non ce la facciamo.
Questo è un articolo breve e quindi vorrei dare spazio al mio solito spunto personale, che non è ancora spuntato, uno spunto che però consente di allargare lo sguardo al passato e a temi più ampi.
Il mio primo trauma “giudiziario” non fu nemmeno una sentenza, ma un’ordinanza, che decise uno spostamento di sede. Piazza Fontana: Italia incredula, Milano, ferita. La pista anarchica era caduta miseramente e stava affiorando la verità della manovalanza fascista, degli ordini dall’alto, delle coperture interne ed estere: dei disegni che non ci è dato sapere, insomma.
Aspettavamo quel processo lì, in quella città, in quel Palazzo di Giustizia che aveva udito quel boato a trecento metri di distanza: sarebbe stato comunque un riscatto. E invece: Catanzaro, per “legittima suspicione”. Milano fuori.
Fu allora che capii cosa significa una sentenza contro. Non contro un imputato, ma contro una comunità, contro la logica, contro la possibilità stessa di toccare la verità con mano.
Sottratta la spinta emotiva, l’eggregora diremmo oggi che ne conosciamo l’esistenza, la giustizia – o il suo simulacro – poté procedere libera, indisturbata, altezzosa, verso l’esito che sappiamo. Ma, a differenza di Garlasco oggi, nessun giornale, nessuna televisione, non un dibattito televisivo, nessun personaggio fece mai da eco a sentenze contro. La verità storica emerse e si consolidò nel tempo, univocamente accettata. I soliti innocenti furono i soli a pagare.
E da Milano torniamo a Garlasco, mezz’oretta e cinquant’anni.
Perché certe sentenze non si limitano a decidere un caso: pretendono di insegnarci a tacere, a non disturbare, a rassegnarsi. E chi, dopo, continua ad aggiungere fango, sospetti, narrazioni tossiche, non lo fa certo “per amore della giustizia”, ma per quello che noi non sappiamo. E questo è per assurdo più curioso: se possiamo capire un “potere alto” che decide e dispone in base al suo arbitrio e alla sua forza, non capiamo, se non in qualche modo associato, il comportamento e gli intenti di chi vaneggia scivolosamente ben oltre le già improbabili sentenze.
Forse basterebbe un gesto semplice. Un’ammissione. Un “ci siamo spinti troppo oltre”. Non solo per accettare la riapertura di un processo, ma per restituire dignità alle persone coinvolte.
Perché anche questo, alla fine, è giustizia. Anche con sentenze contro.
DA GARLASCO A COGNE, VIA BESTIE DI SATANA
📚 Bibliografia e riferimenti essenziali
Grimaldi, Luigi, Il caso Poggi: i misteri di Garlasco, video-inchieste e articoli online, (2023–2025).
Fornari, Gino, “Il delitto di Chiara Poggi e il processo ad Alberto Stasi”, in Penale Diritto e Procedura, 2015.
Lucarelli, Selvaggia, articoli su Il Fatto Quotidiano e media online, 2023–2025.
Montanari, Marco, “Garlasco, processo al dubbio”, in Giustizia Insieme, 2024.
Travaglio, Marco, commenti editoriali e dirette su Il Fatto Quotidiano TV, 2024–2025.
Mentana, Enrico, servizio TG La7, edizione del luglio 2025.
Cappa, Ermanno, interviste e dichiarazioni su blog e ambienti informali.
Carlizzi, Gabriella, archivi digitali e documenti online 2004–2010.
Epiphanius, “Massoneria e sette segrete – La faccia occulta della storia” – Controcorrente 1990-2008.
🎥Videografia (YouTube –🔍 Canali d’inchiesta, documentazione e contro-narrazione)
Ragionevole Dubbio – Approfondimenti su casi giudiziari controversi, con attenzione alle contraddizioni istituzionali e ai “buchi neri” della giustizia.
Luigi Grimaldi – Giornalista d’inchiesta, già coautore di “La Repubblica delle stragi impunite”, autore di diversi video sulla vicenda di Garlasco e altri casi dimenticati, con elenchi di morti sospette e suicidi nel Pavese. In particolare, la serie di video-inchiesta sul caso Poggi e altri eventi correlati: “Chiara, la verità nascosta – Parte 1 e 2” – “I suicidi dimenticati del Pavese”.
Andrea Tosatto – Analisi dai toni diretti, spesso polemici, su crimini mediatici e distorsioni giudiziarie.
Nicola Castellano – Approccio investigativo su cold case e processi irrisolti.
Gianluca Spina – Riflessioni a tema giudiziario, anche in chiave psicologico-sociale.
Bugalalla Crime – Narrazione scorrevole e ricostruzioni dettagliate dei principali casi di cronaca italiana.
Storie Perdute – I lati oscuri della Storia – Rielaborazione storica e culturale di eventi poco noti o dimenticati, utilissima per contestualizzare certi episodi.
Mortaio – Approccio oscuro, evocativo, spesso incentrato sulla ritualità, la simbologia e l’inquietudine ambientale dei casi.
🗃️ Fonti documentarie
Atti e sentenze ufficiali del caso Poggi / Stasi, reperibili su portali giuridici.
Archivi stampa: Corriere della Sera, Repubblica, Il Giorno, La Provincia Pavese (2007–2025).
Dichiarazioni pubbliche, commenti social e blog investigativi indipendenti.
📌 Nota dell’autore
Il presente lavoro nasce da una raccolta ragionata di fonti pubbliche, giornalistiche e processuali. Alcune ipotesi e suggestioni laterali sono presentate come riflessioni aperte e non affermano alcuna verità definitiva. Si raccomanda la lettura con spirito critico e rispetto verso le persone coinvolte.