Si parva licet componere magnis
IL LIBRO
Per i soldati al fronte, l’arrivo e l’invio della posta erano momenti di gioia, anche nei frangenti più drammatici e sconsolati. Il papà ne reca una testimonianza forte e assidua. Con le lettere riusciva a tenersi in contatto con le persone care e con il mondo “normale”, dal quale era stato strappato e
che sperava un giorno di ritrovare.
Per lunghi periodi, la lettura e la scrittura di lettere e cartoline, in quegli avamposti sperduti, erano l’unico sollievo tra fatica, paura, freddo, sangue, anche se l’attesa della posta costituiva un tormentoso appuntamento quotidiano.
Il papà timbra spesso le delusioni della posta che non arriva con un curioso e reiterato commento, con il quale ho pensato di dare il titolo a questo suo Diario di Guerra.
Tre anni di paura, di dolore e di morte, ma anche di onore e di gloria, narrati sullo sfondo di un incondizionato tributo di fedeltà alle istituzioni e nell’illusione collettiva e individuale di una vittoria possibile solo nella retorica dei bollettini di guerra.
Il servizio di leva, il richiamo alle armi e tre anni di guerra, il tutto raccontato su quattro diari tardivamente aperti e trascritti.
Eccolo, il papà, contadino e operaio, umile e leale cittadino, imbracciare un’arma per ottenere quella “vittoria” che, sopravvissuto alle battaglie, gli avrebbe consentito il ritorno a casa.
Così, nella breve campagna di giugno contro la Francia, poi nella campagna greco-albanese e quindi nella controguerriglia croata, fa la conoscenza della fame estrema, del gelo, della paura e della morte, in una guerra assurda.
Nella quale egli, nonostante tutto, combatte con valore ed onore con la sola forza della dignità del dovere, contro avversari più organizzati e ben più motivati.
Gli tocca di “marciare al nemico” in bicicletta, scalare e discendere montagne di notte sotto la bufera, affrontare proiettili e cannonate, sopravvivere per mesi in una buca sotto la neve, attendere per giorni il pane e la posta che non arrivano… Poi, invece della vittoria, ci sarà l’inferno di uno stalag.
I DIARI
IN GUERRA CON IL PAPA'
Strettamente legati agli eventi narrati nel racconto del papà, ho trovato, in particolare, due libri di memorie, lasciate da Sergio Quaglino e da Luciano Scalone, entrambi in forza allo stesso quarto reggimento bersaglieri. Il primo è stato un ufficiale che ha scritto un libro di assoluta valenza storica, descrivendo egli fatti, luoghi e persone, coniugati in un perfetto equilibrio tra la passione determinata dagli eventi ed il manifestarsi di questi nel loro contesto storico-militare.
Il secondo è stato un semplice ragazzo del Sud, strappato dai campi e gettato nella tragedia, che ha, molto tardi, concretizzato, il bisogno e realizzato il forte desiderio di raccontare la sua storia drammatica, con sincerità di sentimento e semplicità di linguaggio.
I due scritti forniscono interessanti spunti di completamento e raffronto sugli avvenimenti accaduti, gli stessi vissuti e narrati dal papà, fornendo ad essi interessanti spunti di confronto e utili elementi di integrazione e contesto.
Avevo pensato di inserire nel libro, in corrispondenza cronologica degli eventi, ampi stralci di quei due testi, tanto assonanti con il racconto del papà, così come avrei voluto inserirvi almeno una parte dell’immensa dote di note, commenti, approfondimenti, estratti, d immagini, originali o di altre fonti: ma ne sarebbe uscito un volume troppo corposo e forse anche ridondante per un lettore interessato principalmente al “racconto di guerra”, piuttosto che ai temi storici e alle immagini di contorno.
Tutto questo materiale di contesto costituiva però un boccone divulgativo troppo ghiotto per confinarlo alla sola soddisfazione della mia curiosità, una fatica troppo appassionata per non condividerne gli esiti, uno strumento indispensabile per intendere ogni fatto narrato e per inquadrarlo nello spazio e nel tempo, una vetrina inaspettata per portare allo scoperto vicende di grande valore storico e umano, rimaste nascoste all’ombra dei grandi eventi dei libri.
La gran parte di quel materiale è stato quindi reso consultabile da questa pagina dedicata, con il riferimento cronologico a ciascuno dei capitoli del racconto. Ciò dovrebbe consentire una migliore contestualizzazione di ogni vicenda narrata dal papà al fronte nell’ambito della grande storia e delle decisioni politiche che questa hanno disegnato, oltre che offrire la la migliore visualizzazione delle immagini e la possibilità di un continuo aggiornamento e condivisione di opinioni.
Mentre mio padre, giovane soldato del 4° Reggimento Bersaglieri, combatteva duramente sul fronte greco-albanese, qualcuno metteva in versi e in musica un’emozione che molti condividevano, ma pochi sapevano dire: la tristezza di partire da casa sapendo di non tornare, o forse la consapevolezza silenziosa che il ritorno non sarebbe mai più stato lo stesso.
Nacque così “Il Reggimento di Papà”, una canzone insolita per un corpo come i bersaglieri, tradizionalmente festoso, fiero, impetuoso. E invece qui si ascolta una marcia, per quanto sempre rapida, che racconta la partenza di un padre verso la guerra, la speranza ingenua di un figlio, il ritorno dei reduci senza il suo papà. È una ninna nanna rovesciata: non è il padre a cantare al figlio, ma è il figlio che resta a guardare il vuoto lasciato da quel papà in divisa.
Il tono è malinconico, dolente ma fiero. È una delle rare canzoni italiane di guerra che non celebra la battaglia ma ricorda chi non è tornato, col pudore del dovere e l’amore dei figli.
“Torna il reggimento, ma non ritorna più papà…”
Le parole sono di Mario Valabrega, bersagliere e paroliere, autore di altre canzoni famose, come “C’è una casetta piccina così”. La musica si deve invece a Pedro Fuentes, ufficiale dello stesso 4° reggimento.
Mi piace immaginare che mio padre, Dante, quella canzone l’abbia ascoltata in uno dei rari momenti di riposo. Non mi ha mai detto nulla, ma certe emozioni non hanno bisogno di parole.
A distanza di anni, quando anch’io ho vestito l’uniforme, ho ritrovato “Il reggimento di papà” nei canti che ritmavano la fatica delle nostre corse e le nostre marce. È diventata parte della mia storia militare e familiare, tramandata anche ai miei figli, un segno d’onore, ma anche di commozione: una canzone cantata da figli per i padri e dai padri per i figli.
Testo completo su:
https://it.wikisource.org/wiki/Il_reggimento_di_pap%C3%A0
Ascolta la canzone:
Ecco alcuni link per ascoltare “Il Reggimento di Papà”:
Perché ricordarla oggi
In un tempo in cui la memoria si perde tra immagini sbiadite e canzoni fugaci, Il Reggimento di Papà rimane un canto della fedeltà e del silenzio, una preghiera civile senza religione, un ponte tra chi è partito e chi è rimasto. Mio padre era uno di quei papà in marcia. Io, uno dei figli che ancora ascolta.
IMPORTANTE
Parti di testi o immagini riportate in questa pagina o inserite negli articoli in essa richiamati sono tratte da internet e, pertanto, di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, ciò può essere segnalato nell’apposito modulo in calce alla pagina.
Si provvederà alla immediata eliminazione dei contenuti segnalati.
Lo stesso modulo può essere utilizzato anche per eventuali commenti o altre segnalazioni.
Dopo aver percorso circa trecento metri oltre il ponte, la strada era sbarrata da soldati e muli morti. Passando non potevo che guardare quello scenario. Mi impressionò la vista di un mulo, con tutto il carico ancora addosso e del suo conducente, entrambi morti: il soldato teneva ancora le redini del suo mulo con tutte e due le mani. Erano italiani! Mi chiesi perché il soldato tenesse ancora le redini del mulo: pensai che fosse stato forse il dolore, una volta colpito a morte o perché temeva che il suo mulo potesse andarsene per conto suo, abbandonandolo in quel luogo. Un interrogativo che rimase senza risposta, visto che i protagonisti erano entrambi morti, legati l’uno con l’altro attraverso le redini: a noi che passavamo, lasciava un’impressione strana e misteriosa. Quello che aveva colpito la mia attenzione era stata la disposizione plateale e commovente dei due corpi senza vita. Fu il primo incontro con la morte in quell’odiata e inutile guerra!
(Luciano Scalone)
Al mattino del 20 giugno, siamo al Piccolo Moncenisio e lì eravamo: 4° bersaglieri, 1° Nizza cavalleria e il 1° reggimento carristi. Bisogna scendere ma i carri non passano, il Nizza nemmeno e c’era da caricare tutti i cavalli. I bersaglieri si prendono le loro armi e le cassette, le bici a mano e giù. La nebbia fitta, quella tutta nostro favore, altrimenti guai alle cannonate, e giù e giù. Già tre ore che si camminava e Dante strappava la catena della bicicletta: niente di male, l’annodo sul manubrio e sempre avanti, per fortuna eravamo in discesa e Dante si arrangiava a stare assieme ai compagni. Verso le 10 siamo nella vallata e tutti salgono in bici. Di colpo incontriamo un povero fante che si teneva ancora in mano la briglia del suo mulo, ma, poveretto, era morto lui e anche il mulo e poi, più avanti, tanti altri ai lati della strada, chi feriti e chi morti. Coraggio, viene il bello!
(Dante Schiavi)
BIBLIOGRAFIA
SITOGRAFIA
Per saperne di più – Aggiornamenti
Si ringrazia Francesco Gola per la gentile disponibilità alla concessione delle immagini della Galleria: “C’era una volta Stradella”