Il diritto non è soltanto avere una sentenza, ma comprendere davvero ciò che è accaduto.
La ricerca della verità non appartiene a una parte: appartiene a tutti.

Processo Garlasco: diritto alla verità: è il libro con cui l’avvocato Gian Luigi Tizzoni celebrò la condanna definitiva di Alberto Stasi come il punto d’arrivo di una lunga battaglia giudiziaria. Oggi, però, nuove indagini, vecchi indizi rimessi in discussione, il caso Marchetto, la vicenda dei pedali e il ritorno di Andrea Sempio trasformano quella “verità” in qualcosa di molto meno solido. Un’analisi polemica di un libro nato per mettere la parola fine e diventato, suo malgrado, un grande punto interrogativo

 Come nasce questo articolo

Da tempo sentivo parlare del libro di Gian Luigi Tizzoni: ne conoscevo la copertina, la sinossi e alcuni passaggi discussi in televisione, ma non mi ero mai deciso a comprarlo: mi infastidiva l’idea spendere soldi per un volume che già dal titolo appariva come la celebrazione di una verità che considero tutt’altro che certa.

Poi ho trovato l’anteprima predisposta dalla casa editrice: diciotto pagine con copertina, indice, dedica, inizio del primo capitolo e cronologia finale. Non è il libro completo e non consente di giudicare ogni singolo passaggio, ma è sufficiente per riconoscerne la struttura, il tono e soprattutto la tesi: il racconto di una vittoria processuale trasformata in verità definitiva.

Da lì è nato questo articolo: non una recensione integrale, dunque, ma una scorsa critica a un libro che oggi acquista un significato quasi opposto a quello immaginato dall’autore: nel 2018 doveva spiegare come si fosse arrivati alla verità, nel 2026 finisce per mostrare con quale sicurezza una verità ancora discussa fosse stata già imbalsamata, esposta e dichiarata intoccabile.

La verità, con l’articolo determinativo

Nel 2018 l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi, pubblicò quel libro, dal titolo così impegnativo, quasi solenne: Processo Garlasco: diritto alla verità. Non diritto a una verità, non diritto alla verità processuale, non diritto alla verità raggiunta fino a quel momento. Proprio alla verità, con tanto di articolo determinativo: quella definitiva, certificata, rilegata e pronta per essere spedita in libreria.

Il volume arrivava tre anni dopo la condanna definitiva di Alberto Stasi a sedici anni di carcere. La lunga battaglia giudiziaria sembrava conclusa: due assoluzioni, l’annullamento in Cassazione, l’appello bis, la condanna e infine il sigillo definitivo.

La presentazione avvenne il 21 giugno 2018, alla libreria Il Delfino di Pavia: accanto a Tizzoni e alle giornaliste Rosanna Santoro e Anna Mangiarotti c’erano anche Giuseppe e Rita Poggi, presenti pubblicamente in sala.

La parola “vittoria”, citata sopra, non è una forzatura interpretativa di chi scrive: la adopera Tizzoni stesso nella dedica iniziale, ricordando il sorriso del figlio per la “vittoria” ottenuta nel 2015, e le virgolette attenuano appena il termine, ma non ne cambiano il significato. Il libro nasce anche per consegnare al padre e al figlio dieci anni di processi, sconfitte, angosce e soddisfazioni: prima ancora che un’opera sul delitto di Garlasco, è quindi il racconto di una rivincita professionale.

Il problema è che oggi quella vittoria assomiglia sempre meno a un monumento e sempre più a una fotografia scattata pochi minuti prima che il paesaggio cambiasse completamente.

Nel 2018 il panorama appariva semplice: stasi era il colpevole definitivo, le precedenti assoluzioni erano diventate errori corretti dal sistema, i dubbi erano stati superati, le incongruenze ricomposte. Andrea Sempio era già comparso sulla scena giudiziaria, ma la sua posizione era stata archiviata, e il caso poteva essere narrato come una lunga marcia verso la luce della “verità”.

I titoli dei sei capitoli del libro costruiscono da soli questa parabola. Si parte dall’orrore e dall’incertezza, si attraversano le assoluzioni vissute come sconfitte, si arriva all’“enigma dei pedali” e infine a “oltre ogni ragionevole dubbio”. È una progressione narrativa perfetta: il dettaglio trascurato cresce, conquista spazio, diventa decisivo e conduce alla vittoria finale.

Il sottotesto è chiarissimo: abbiamo resistito, abbiamo cercato, abbiamo trovato, avevamo ragione. La verità ha impiegato anni, ma alla fine si è presentata puntuale in Cassazione.

Peccato che quella stessa verità sia oggi rimessa in discussione non soltanto dagli innocentisti, dagli youtuber o dai complottisti da salotto, ma da una nuova indagine della magistratura. La condanna di Stasi rimane giuridicamente valida e Andrea Sempio non è stato giudicato colpevole: la prudenza è obbligatoria. Ma non siamo più nel territorio delle chiacchiere televisive: lo Stato sta riesaminando, attraverso i propri organi, ciò che un altro pezzo dello Stato aveva dichiarato definitivamente risolto.

Il libro era stato scritto sulla cima della montagna: oggi scopriamo che forse non era la cima, ma solo l’imbocco del primo tornante.

Il pedone che diventa regina

“Il pedone diventa regina”: anche questa non è una mia invenzione, ma il titolo scelto da Tizzoni per il quarto capitolo del libro, quello dedicato agli anni 2012-2013, quando il ricorso in Cassazione portò all’annullamento della sentenza assolutoria e aprì la strada all’appello bis.

È la metafora generale del ribaltamento processuale e viene dagli scacchi, dove il pedone è il pezzo più piccolo, il più debole, quello che avanza lentamente e che spesso viene sacrificato: ma, se arriva fino in fondo alla scacchiera, può diventare una regina, il pezzo più forte di tutti.

Nel racconto di Tizzoni il senso è chiaro: un elemento inizialmente secondario, quasi trascurabile, viene portato avanti con ostinazione fino a cambiarne il valore. E ciò che sembrava un dettaglio si trasforma nella chiave del ribaltamento processuale. Il pedone è la piccola tessera che, grazie al lavoro della parte civile e dei consulenti, conquista il fondo della scacchiera e diventa finalmente decisiva.

È una metafora efficace, perché racconta bene la struttura del libro: gli indizi minori non restano minori, ma vengono promossi. Così, la bicicletta, i pedali, la camminata, gli orari e le interpretazioni comportamentali crescono di importanza fino a sostenere la condanna.

Ma oggi la metafora può essere letta al contrario: se nuovi accertamenti e analisi ridimensionano quegli elementi, la regina torna pedone. Il pezzo promosso dalla narrazione perde il proprio rango e torna a essere ciò che forse era all’inizio: un indizio debole e discutibile, non certo la prova capace di reggere da sola l’intera scacchiera.

Ed è questo il primo grande rovesciamento del libro: Tizzoni raccontava l’ascesa del pedone fino a diventare regina, mentre oggi assistiamo al ritorno alle origini del pezzo della scacchiera.  

L’enigma dei pedali

Il capitolo successivo, “L’enigma dei pedali”, è un’altra cosa: non c’è più la metafora generale della promozione del piccolo indizio, ma il contenuto tecnico che, nella narrazione accusatoria, avrebbe contribuito a riaprire e ribaltare il processo. I pedali diventano il simbolo di un lavoro investigativo tardivo: ciò che non era stato compreso o valorizzato all’inizio viene recuperato anni dopo, analizzato e inserito in una nuova ricostruzione. Nel libro l’enigma non è soltanto meccanico, ma è la dimostrazione che dietro un oggetto apparentemente banale poteva nascondersi la chiave per rileggere la bicicletta e quindi l’intera dinamica.

Proprio per questo, però, i pedali rappresentano oggi il punto più vulnerabile del monumento. Il problema è infatti che il presunto scambio dei pedali, innalzato a particolare sospetto, non risultava affatto dimostrato: la diversa marca poteva dipendere dalla dotazione originaria di quella serie di biciclette, non da una sostituzione compiuta dopo il delitto. Quello che nel libro era il dettaglio tecnico capace di dare solidità alla condanna rischia di tornare un groviglio di attribuzioni, compatibilità e passaggi non così limpidi. La montagna narrativa, anche qui, può ridursi alla propria misura originaria.

Il libro aveva bisogno che il pedale non fosse soltanto un pedale. Doveva essere “l’enigma”. Oggi il paradosso è che proprio quell’enigma, invece di chiudere il caso, contribuisce pesantemente a riaprirlo.

Marchetto, la voce tornata dalla nebbia

La vicenda dell’ex maresciallo Francesco Marchetto costituisce un capitolo autonomo. Nel libro appartiene ancora al racconto della vittoria: il militare che non sequestrò la bicicletta nera della famiglia Stasi e che venne accusato di avere mentito sulla propria conoscenza delle dichiarazioni della testimone Franca Bermani.

Il dato giudiziario va mantenuto preciso: Marchetto fu condannato nei primi gradi per falsa testimonianza, ma il procedimento si concluse con la prescrizione, quindi senza una condanna definitiva e senza un’assoluzione nel merito. Per anni ne è sopravvissuta quasi soltanto una rappresentazione: il carabiniere che non sequestrò la bicicletta cercò poi di giustificarsi sostenendo di conoscere una descrizione che non poteva avere ascoltato e venne smascherato.

Con la riapertura del caso, Marchetto ha riacquistato voce e visibilità. La sua versione può essere contestata, ma possiede almeno una logica: vide la bicicletta nell’officina degli Stasi, la confrontò con le caratteristiche riferite dalla Bermani, soprattutto il portapacchi, e concluse che non fosse quella vista davanti a casa Poggi, e per questo non la sequestrò.

Quanto alla famosa stanza dell’interrogatorio, Marchetto sostiene di essersi trovato in caserma con gli altri militari e di avere partecipato alla gestione dell’atto o di averne conosciuto immediatamente il contenuto, anche se non era necessariamente seduto davanti alla testimone. La Bermani non lo riconobbe fra le persone presenti nella stanza; lui continua a sostenere che fosse lei a non ricordare correttamente.  

Questa versione non annulla le decisioni giudiziarie e non trasforma Marchetto in una vittima per decreto mediatico, ma impedisce ormai di usarlo come una figurina piatta e muta. Prima aveva soltanto il ruolo del colpevole laterale, utile a spiegare perché una bicicletta ritenuta decisiva non fosse stata sequestrata; oggi può dire: quella bicicletta la vidi e non la presi proprio perché non corrispondeva.

Il quadro diventa ancora più delicato perché l’allora comandante Gennaro Cassese, la cui ricostruzione contribuì a smentire Marchetto, è entrato, suo malgrado, in un diverso filone di accertamenti relativo alle dichiarazioni rese su interrogatori e anomalie nei relativi verbali. Questo non prova retroattivamente che Marchetto avesse ragione, ma dimostra che la gerarchia delle credibilità non è più granitica: il subordinato, per anni indicato come quello che aveva mentito, oggi racconta la propria versione, e il superiore che lo contraddiceva deve a sua volta rispondere delle proprie omissive dichiarazioni. Anche qui il libro aveva messo un punto: anche qui i fatti hanno rimesso il punto interrogativo.

Il film che Stasi non aveva visto

C’è poi un passaggio che oggi non soltanto appare superato, ma quasi incredibile. In un brano della prefazione di Rosanna Santoro, ripreso pubblicamente nei dibattiti sul caso, la giornalista racconta che Paolo Reale, consulente della famiglia Poggi, le mostrò nello studio di Tizzoni l’inizio di un video dal contenuto raccapricciante, ricondotto al materiale emerso durante gli accertamenti informatici su Alberto Stasi. La scena possiede una formidabile forza teatrale: lo studio dell’avvocato, il consulente informatico, la giornalista, il video che parte, le immagini intollerabili e, sullo sfondo, il giovane già condannato per l’omicidio di Chiara.

Manca però una spiegazione essenziale: Alberto Stasi era stato definitivamente assolto dall’accusa di detenzione di materiale pedopornografico perché il fatto non sussiste. La Cassazione aveva infatti rilevato che non vi era prova di come quei frammenti fossero arrivati nel computer, né che Stasi li avesse visionati o che fosse consapevole del loro contenuto. Eppure, in quella scena del libro, la decisione favorevole a Stasi passa in secondo piano e resta soprattutto la suggestione: guardate che cosa era stato trovato nel suo computer.

Ma allora che cosa venne mostrato nello studio di Tizzoni? Era davvero uno dei frammenti recuperati dal computer? Era una ricostruzione tecnica? Proveniva dagli atti processuali? Era un video diverso, usato soltanto per rappresentare il genere di immagini di cui si stava parlando? E soprattutto: in che modo quel filmato poteva essere attribuito alla visione consapevole di Stasi, dopo che la Cassazione aveva escluso che ciò fosse stato dimostrato? Il libro, almeno nel passaggio reso pubblico, non fornisce le informazioni necessarie per rispondere; non è quindi possibile formulare ipotesi su chi mostrò o vide quel materiale. È invece possibile osservare il meccanismo narrativo: non viene dimostrato che Stasi abbia guardato quel filmato; viene raccontata la visione del filmato da parte di altre persone e l’orrore delle immagini finisce inevitabilmente per trasferirsi, per associazione, su di lui.

Prima si accosta un uomo a un’immagine intollerabile; poi l’intollerabilità dell’immagine rende quasi superfluo dimostrare l’accostamento. La sentenza assolveva Stasi da quell’accusa; il racconto, invece, lasciava al lettore soprattutto l’orrore del filmato associato al suo nome.

Il diritto alla verità di chi?

Il titolo pone oggi una domanda che l’autore probabilmente non intendeva formulare: di quale verità stiamo parlando? Di quella storica, cioè di ciò che accadde realmente il 13 agosto 2007? Di quella processuale, cioè della ricostruzione ritenuta sufficiente per condannare Stasi? Oppure della verità necessaria per chiudere finalmente il caso e dare un volto al colpevole?

Sono tre cose diverse.

Tizzoni aveva e ha pieno diritto di rappresentare la famiglia Poggi con determinazione: è il suo mestiere. L’avvocato di parte civile non è un osservatore neutrale e non siede al processo per contemplare serenamente tutte le ipotesi, ma per tutelare gli interessi delle persone offese.

Proprio per questo, però, il suo libro non può essere letto come il vangelo laico di Garlasco, ma solo come la testimonianza di una parte: legittima, partecipe, informata, ma pur sempre una parte.

Il titolo, invece, non dice La nostra battaglia processuale; non dice Come arrivammo alla condanna; non dice La verità secondo la famiglia Poggi: dice Diritto alla verità, come se il processo del 2015 avesse consegnato non una sentenza, ma la tavola della legge.

E oggi quella tavola presenta crepe piuttosto vistose.

I celebranti della celebrazione

In questa storia ci sono due categorie di celebranti. I primi sono coloro che hanno celebrato il processo nel senso tecnico del termine: magistrati, consulenti, tutti quelli che, a vario livello e ciascuno nel proprio ruolo, hanno concorso alla costruzione della sentenza. Sono gli officianti del rito giudiziario: hanno istruito, discusso, valutato, ribaltato due assoluzioni e infine proclamato un colpevole in nome del popolo italiano.

Poi ci sono quelli che non si sono limitati a ottenere il verdetto, ma hanno sentito il bisogno di celebrarne la celebrazione e l’esito.

È qui che entra in scena il libro: non un resoconto sobrio di un processo concluso, non il bilancio prudente di una vicenda fondata, comunque la si pensi, su indizi controversi e preceduta da due assoluzioni. No: la “vittoria”, la verità raggiunta, “il pedone diventato regina”, l’enigma risolto e il traguardo oltre ogni ragionevole dubbio.

La sentenza non basta, ma va raccontata, rilegata e innalzata a monumento. Il principale artefice della battaglia non si limita a incassare il risultato: lo espone, lo interpreta e lo trasforma in autobiografia professionale.

In astratto non c’è nulla di illecito. Ma l’ostentazione colpisce perché la condanna non nasceva da una confessione, da un’arma ritrovata, da un’impronta inequivocabile o da una prova regina: nasceva da una costruzione indiziaria discussa: camminate, pedali, biciclette, orari stiracchiati, comportamenti e interpretazioni.

Più che pilastri di calcestruzzo armato, pilastri d’argilla ricoperti di stucco celebrativo perché sembrassero più solidi.

Quando una verità è davvero stabile non ha bisogno di essere proclamata due volte; quando una vittoria è limpida può permettersi perfino la misura. Qui invece, dopo il verdetto, arriva il rito del verdetto; dopo la condanna, la costruzione simbolica del condannato.

Non basta aver vinto il processo e aver consegnato all’opinione pubblica il colpevole: bisogna anche scriverne la versione definitiva, celebrarla e lasciarvi sopra una firma. Una firma esibita quasi con temerarietà, come accade in certi ambienti quando il bisogno di dichiararsi, di lasciare un segno riconoscibile, finisce per prevalere perfino sulla normale prudenza.

L’autobiografia della certezza

Sarebbe scorretto trasformare automaticamente il libro in una prova di malafede. Tizzoni racconta con ogni probabilità la verità processuale nella quale credeva e che una sentenza definitiva gli consentiva di considerare acquisita: non era tenuto a prevedere ciò che sarebbe emerso anni dopo.

Ma proprio qui si trova l’aspetto più interessante dell’opera. Il libro non dimostra necessariamente l’esistenza di un disegno costruito a tavolino, ma dimostra qualcosa di molto più comune: quanto facilmente una vittoria giudiziaria possa diventare una certezza psicologica.

Ottenuta la condanna, tutto ciò che l’aveva preceduta viene riletto come un percorso inevitabile: le assoluzioni diventano ostacoli lungo il percorso, i dubbi errori di valutazione, gli indizi contestati intuizioni lungimiranti. E le interpretazioni della parte civile, nel loro complesso, si trasformano nella verità finalmente riconosciuta dallo Stato.

Il libro è, in questo senso, l’autobiografia di una certezza. Una certezza così forte da non lasciare quasi spazio all’ipotesi più semplice e terribile: che la sentenza definitiva potesse essere definitiva soltanto sulla carta.

Nel 2018 il volume voleva spiegare come si fosse arrivati alla condanna. Oggi si può leggere al contrario: come documento su come una condanna riesca a generare retroattivamente la propria narrazione. Prima viene il verdetto, poi ogni cosa trova il proprio posto.

L’intuizione diventa presentimento, l’impressione diventa anticipazione, la sconfitta diventa tappa di sacrificio, la vittoria finale illumina tutto ciò che è venuto prima. È una tecnica narrativa perfetta: la realtà, però, non sempre rispetta la scaletta.

E infatti è arrivato il seguito non autorizzato.

Dalla parte dell’accusato

Quando pubblicò il libro, Tizzoni avrebbe potuto e dovuto immaginare nuove polemiche, altre trasmissioni, ulteriori iniziative della difesa di Stasi e perfino un’altra richiesta di revisione: ma osò lo stesso.

Difficilmente avrebbe potuto immaginare il ribaltamento più ironico: ritrovarsi un giorno, negli effetti concreti della battaglia pubblica, dalla stessa parte dell’uomo che una nuova Procura avrebbe indicato come possibile autore dell’omicidio. Non dalla stessa parte formalmente, sia chiaro, perché i ruoli non si confondono: Tizzoni resta il legale della famiglia della vittima, Andrea Sempio ha i propri difensori ed è tuttora una persona da considerare innocente fino a una decisione giudiziaria.

Ma il cortocircuito esiste, e ogni argomento adoperato per impedire che cada la condanna di Stasi finisce inevitabilmente per giovare a Sempio. Se Stasi deve rimanere l’assassino, Sempio non può esserlo; se la vecchia sentenza non deve essere scalfita, la nuova accusa deve essere indebolita; se la nuova Procura sbaglia, l’attuale indagato esce di scena.

E così l’avvocato che per quasi vent’anni ha rappresentato i genitori di Chiara si trova a contrastare proprio l’indagine che sostiene di avere individuato un altro possibile assassino della loro figlia.

Qui il libro smette di essere soltanto anacronistico e diventa quasi ingombrante, perché Tizzoni non sembra più difendere soltanto una sentenza, ma anche il racconto costruito intorno a quella sentenza, il significato attribuito a dieci anni della propria vita professionale, e persino il libro che li ha trasformati in una vittoria.

Ammettere che quel risultato possa essere stato sbagliato non significherebbe soltanto riconoscere la possibilità di un errore giudiziario, ma vorrebbe dire accettare che i pedali, la camminata, le intuizioni, le battaglie e la conclusione “oltre ogni ragionevole dubbio” possano essere stati i capitoli di una storia fondata sul colpevole sbagliato. E un conto è scoprire di avere scritto un libro superato dagli eventi, un altro è scoprire di avere celebrato come successo la condanna di un possibile innocente, mentre il possibile autore del delitto era rimasto fuori dal racconto o relegato a una parentesi già archiviata.

Per difendere la verità proclamata nel 2018, Tizzoni è quindi costretto a combattere contro la verità cercata nel 2026; per proteggere la sentenza contro Stasi deve demolire gli elementi contro Sempio; per salvare il finale del proprio libro finisce oggettivamente per offrire argomenti utili al nuovo accusato.

È il ribaltamento perfetto: chi aveva scritto la parola fine ora deve fare da guardiano a quella parola, mentre proprio la persona che ne era rimasta fuori potrebbe essere la più interessata a impedire che venga cancellata.

Conclusione – Diritto alla verità, seconda edizione, riveduta e corretta

Forse il problema non è il libro: è quel titolo.

Diritto alla verità suonava nobile nel 2018. Oggi sembra quasi una provocazione, perché il diritto alla verità non può cessare quando la verità non coincide con la sentenza desiderata, non può essere invocato per ottenere una condanna e poi sospeso quando nuove indagini minacciano di rimetterla in discussione.

Il diritto alla verità vale per la famiglia Poggi, naturalmente, e vale per Alberto Stasi, qualora sia stato condannato ingiustamente. Vale per Andrea Sempio, che non può essere proclamato colpevole prima di un processo e vale per tutti coloro che sono stati coinvolti, accusati, delegittimati o ridotti a comparse funzionali alla narrazione dominante.

E vale soprattutto per Chiara Poggi, che non dovrebbe essere trasformata nel sigillo morale ed eterno di una ricostruzione, soltanto perché quella ricostruzione, per alcuni anni, è rimasta scritta in una sentenza celebrata in un libro.

Il libro di Tizzoni resta un documento importante, ma non più nel senso immaginato dall’autore: non è il monumento alla verità raggiunta, ma è il simulacro alla rapidità con cui gli uomini, appena ottengono una sentenza favorevole, chiamano verità ciò che potrebbe essere soltanto la versione disponibile di essa.

La “vittoria” del 2015 fu celebrata, raccontata e rilegata. “Il pedone era diventato regina”, l’enigma era risolto, il dubbio ragionevole dichiarato estinto. Poi la scacchiera è stata riaperta e qualcuno si è accorto che i pezzi non erano rimasti esattamente dove li aveva sistemati l’autore.

E così l’enigma potrebbe tornare un semplice pezzo meccanico, per di più arduo da smontare e rimontare. E il personaggio marginale chiamato Marchetto potrebbe non essere più la macchietta sacrificale utile a chiudere la storia, ma una voce da ascoltare e verificare. Come anche certi testimoni resi inattendibili e poi intercettati per la dubbia inattendibilità.

Nel 2018 Tizzoni pensava di avere scritto la parola fine, ma otto anni dopo deve difenderla dagli stessi organi dello Stato che potrebbero riscriverla; e, per farlo, si ritrova a proteggere indirettamente la posizione del nuovo accusato: una conclusione che nessun editore avrebbe osato proporre, perché sarebbe sembrata troppo artificiosa: e invece l’ha scritta la realtà.

Il libro che voleva chiudere il caso è diventato un punto interrogativo lungo 134 pagine; il difensore del diritto alla verità si trova a combattere contro chi sostiene di cercarne una nuova, mentre vacilla quella vecchia. L’uomo che celebrò la condanna di Stasi finisce, almeno negli effetti e forse suo malgrado, per fare da scudo al nuovo sospettato, che un nuova sentenza potrebbe designare come nuovo assassino: alla faccia del diritto alla verità del 2018.

Le sentenze possono diventare definitive e i libri possono perfino celebrarle: i fatti, senza rispetto né per le une né per gli altri, continuano a muoversi.