Si parva licet componere magnis
Qualche tempo fa avevo scritto che, a Garlasco, il diavolo li veste tutti. Non necessariamente il diavolo con le corna, le sette e i rituali, ma quello più discreto che si nasconde nella massa sterminata delle anomalie, delle omissioni, delle testimonianze trascurate, delle parole pronunciate al momento giusto o nel momento sbagliato.
Oggi aggiungerei che, qualche volta, il diavolo si coglie nei particolari.
Uno di questi particolari riguarda Alessia Villani, amica d’infanzia di Stefania e Paola K. La sua testimonianza è tornata improvvisamente importante perché contiene una frase pronunciata la sera stessa del 13 agosto 2007.
Secondo il suo racconto, Stefania la contattò intorno alle 23.30. Le parlò degli interrogatori, della stanchezza e della sensazione di vivere dentro un film. Poi aggiunse una frase destinata a rimanere sospesa per diciannove anni:
«Pensa, Ale, che io l’ho vista proprio questa mattina alle undici».
Bisogna chiarire immediatamente che Alessia Villani non vide Stefania insieme a Chiara. Riferisce ciò che Stefania le avrebbe detto. La sua è dunque una testimonianza sul contenuto di una telefonata, non la prova diretta che Chiara fosse ancora viva alle undici.
Ma questa distinzione, giuridicamente indispensabile, non rende irrilevante il racconto. Semmai indica con precisione che cosa debba essere verificato.
Una dichiarazione che non nasce diciannove anni dopo
La prima circostanza importante è che Alessia Villani non si è svegliata nel 2026 con un ricordo improvviso.
Il 22 agosto 2007, appena nove giorni dopo l’omicidio, raccontò già l’episodio a un giornalista dell’Unità, chiedendo di rimanere anonima. Disse di avere ricevuto un messaggio da Stefania e di averla poi sentita telefonicamente; riferì anche quella precisa indicazione delle undici.
Esiste quindi una fonte contemporanea ai fatti. Non dimostra che Stefania avesse davvero incontrato Chiara a quell’ora, ma dimostra che Alessia raccontò subito di aver ricevuto quella confidenza. Non siamo davanti a un ricordo costruito dopo diciannove anni sulla base di trasmissioni televisive, indiscrezioni e ricostruzioni successive.
C’è poi il riscontro esterno: i tabulati documentano una comunicazione tra le due donne alle 23.35 del 13 agosto, preceduta da un messaggio. La telefonata durò circa otto minuti.
Il tabulato non registra le parole pronunciate, naturalmente. Conferma però interlocutrici, giorno, ora, successione fra messaggio e chiamata e durata del colloquio. Proprio i particolari che la testimone aveva ricordato.
La credibilità non è un interruttore che si accende o si spegne per tutta una deposizione. In questo caso possiamo dire che Alessia è risultata precisa sulle circostanze verificabili della telefonata. Rimane da valutare, come per ogni testimonianza, l’esattezza del contenuto ricordato.
Le undici e il nuovo spazio temporale
Nel 2007 la frase poteva sembrare persino favorevole alla ricostruzione allora dominante: se Chiara era viva alle undici, l’omicidio doveva essere successivo a tale ora.
Successivamente, per collocare Alberto Stasi sulla scena, l’orario della morte venne anticipato e avvicinato al disinserimento dell’allarme delle 9.12. In quello scenario, la dichiarazione delle undici sembrava incompatibile con tutto il resto e finì ai margini.
Oggi la nuova valutazione medico-legale ha nuovamente spostato in avanti e ampliato la fascia compatibile con il decesso. E quella frase dimenticata cambia posizione nel mosaico: da scarto incomprensibile diventa un elemento da verificare.
I tabulati attribuiti a Stefania documenterebbero una lunga telefonata, iniziata alle 9.37 e terminata alle 10.08. Una successiva comunicazione risulterebbe alle 11.19. Tra i due contatti rimane quindi un intervallo di circa settantuno minuti.
Il vuoto telefonico non prova uno spostamento, un incontro e tanto meno una partecipazione al delitto. Un telefono inutilizzato dimostra soltanto che in quel periodo non risultano comunicazioni registrate su quell’utenza. Ma se la stessa persona disse quella sera di avere visto Chiara alle undici, il vuoto non può più essere osservato separatamente dalla frase.
La domanda diventa inevitabile: che cosa voleva dire esattamente «l’ho vista alle undici»?
Era un incontro reale? Un errore d’orario? Un’espressione imprecisa? Oppure il primo tentativo di collocare Chiara ancora in vita in un momento capace di produrre conseguenze sugli alibi?
La frase non fornisce la risposta. Impone però la domanda.
L’alibi che non era ancora stato chiesto
L’aspetto che mi colpisce maggiormente non è nemmeno l’indicazione delle undici in sé. È la sua apparente spontaneità.
La telefonata avviene alla fine di una giornata drammatica, dopo che Stefania era già stata ascoltata. Alessia non le stava chiedendo a che ora avesse visto Chiara. L’orario sarebbe stato introdotto spontaneamente da Stefania nel racconto.
Proprio per questo la dichiarazione può essere letta in due modi opposti.
Può essere il ricordo genuino di chi, sconvolta, ripercorre l’ultima volta in cui vide la cugina. Ma può anche essere — ed è soltanto un’ipotesi investigativa — un’informazione messa precocemente in circolazione affinché qualcun altro potesse ricordarla e ripeterla.
Sarebbe, in questo secondo caso, una specie di alibi prima dell’alibi: non ancora richiesto formalmente, ma già affidato alla memoria di una persona esterna alla famiglia.
L’interesse per le undici aumenta anche alla luce delle intercettazioni familiari successive, nelle quali l’orario del delitto e le conseguenze che avrebbe prodotto sulle diverse persone sembrano costituire una preoccupazione concreta. Non basta per trasformare una telefonata in una macchinazione, ma rende difficile liquidarla come semplice chiacchiera serale.
La testimone che rivive
Qui entra in scena il particolare che mi riguarda personalmente e che rende inevitabile il richiamo al celebre film di Alfred Hitchcock, che mi ha dato lo spunto per il titolo.
Avevo già incontrato Alessia Villani in un precedente video di Bugalalla. E ne avevo ricavato un’impressione sfavorevole. Mi era sembrata una delle tante figure comparse ai margini del caso: una possibile testimone, certamente, ma forse poco attendibile, capace di aggiungere altra confusione a una vicenda che ne possiede già in abbondanza.
Rivedendo oggi quel video, credo di aver capito da dove provenisse quell’impressione. Parlando di lei, Bugalalla invitava il pubblico a non lasciarsi condizionare dal suo aspetto fisico; subito dopo, però, la definiva ironicamente «la degna terza gemella» e aggiungeva che avrebbe anche potuto avere detto «una cavolata».
Il senso complessivo dell’intervento non era quello di screditarla. Anzi, Bugalalla contestava il fatto che nessun investigatore fosse andato a cercarla, nonostante l’intervista pubblicata pochi giorni dopo il delitto e l’esistenza della telefonata. Eppure, quelle poche parole, unite all’immagine proposta, avevano prodotto in me l’effetto contrario. L’invito a non giudicare l’aspetto portava proprio a osservarlo; l’associazione con le gemelle la collocava dentro una rappresentazione già controversa; la possibilità della «cavolata» rimaneva più impressa delle verifiche che accompagnavano il racconto.
Non sto accusando Bugalalla di averlo fatto intenzionalmente. Sto raccontando l’effetto che quella presentazione ebbe su di me. Ed è proprio questo il punto: anche un giudizio non voluto, una battuta o un’immagine possono orientare la ricezione di una testimonianza prima ancora che ne vengano esaminati i contenuti.
La rivalutazione senza rettifica
Nel video più recente la rappresentazione cambia completamente, e Alessia Villani non è più soltanto la «degna terza gemella» che potrebbe aver detto una sciocchezza. È intervistata a lungo, lasciata parlare e presentata come una donna lucida, precisa e disponibile a riferire alla Procura.
Dopo avere consultato i tabulati, Bugalalla definisce la telefonata «davvero avvenuta nei tempi, nell’orario e nella durata indicata dalla testimone». Parla di un «elemento incredibile, sottovalutato negli anni» e considera Alessia, su quei particolari verificabili, «assolutamente attendibile».
Non è un’autocritica esplicita. Bugalalla non afferma di averla precedentemente rappresentata male e non ritorna sulla battuta relativa all’aspetto. Si tratta, piuttosto, di una rivalutazione compiuta attraverso i fatti: l’intervista integrale, i documenti e la possibilità offerta alla testimone di raccontarsi direttamente.
È significativo che sia lo stesso canale a produrre due impressioni così diverse della medesima persona. Non perché la prima fosse necessariamente falsa e la seconda necessariamente vera, ma perché dimostra quanto il contenitore possa modificare la percezione del contenuto.
Nella prima rappresentazione avevo visto una figura marginale e vagamente inattendibile. Nella seconda ho ascoltato una donna capace di distinguere ciò che ricorda autonomamente, ciò che ha recuperato rileggendo l’articolo e ciò che può essere verificato attraverso i tabulati.
La persona era la stessa. A essere cambiata era la scena sulla quale veniva collocata.
Il particolare e la sostanza
Il diavolo, questa volta, non è Bugalalla. Sarebbe ingiusto e anche sciocco sostenere una cosa simile, soprattutto considerando che proprio il suo lavoro ha permesso di recuperare la testimone, ascoltarla e confrontarne le parole con i documenti.
Il diavolo è il meccanismo, spesso inconsapevole, attraverso il quale una testimonianza può essere rafforzata o indebolita da un’immagine, una battuta, una pettinatura, un’inquadratura, un aggettivo.
Per diciannove anni Alessia Villani è rimasta quasi invisibile. Quando è riapparsa, io stesso l’ho inizialmente percepita come una figura poco affidabile. Oggi mi accorgo che questa impressione non proveniva dai dati: proveniva almeno in parte dalla rappresentazione.
E i dati, invece, dicono qualcosa di molto semplice. La telefonata avvenne. Avvenne la sera del delitto, all’ora indicata dalla testimone. Alessia parlò dell’episodio già nell’agosto del 2007. Ciò che Stefania le disse non è registrato e deve ancora essere valutato, ma non può essere cancellato come un ricordo nato diciannove anni dopo.
Non sappiamo se alle undici Chiara fosse viva. Non sappiamo se l’orario fosse esatto. Non sappiamo neppure se l’incontro riferito fosse realmente avvenuto. Sappiamo però che, la sera stessa dell’omicidio, qualcuno sentì il bisogno di pronunciare proprio quell’ora.
E a Garlasco, dove gli orari hanno condannato un uomo e oggi ne stanno portando un altro verso un possibile processo, anche una piccola lancetta può diventare un particolare enorme.