Si parva licet componere magnis
9
PRIMA CHE IL CASO SI CHIUDA
Mondi sommersi
DA GARLASCO A COGNE, VIA BESTIE DI SATANA
In precedenza:
Nelle ultime settimane ho mantenuto un certo silenzio su Garlasco. È stato un silenzio voluto, non per abbandono, ma per riflessione: mentre gli articoli pubblicati venivano ripresi, discussi, rilanciati, ho preferito osservare, ascoltare, capire cosa stesse succedendo nel dibattito pubblico su Garlasco. Nel frattempo, si avvicinano fasi giudiziarie decisive e credo sia necessario chiarire, una volta per tutte, il senso di una pista proposta sullo sfondo di tutte le mie riflessioni su Garlasco: la pista settaria.
Non l’ho mai voluta presentare come “verità alternativa”. Non l’ho mai brandita come soluzione facile. L’ho proposta — e continuo a proporla — come ipotesi, proprio perché è la più trascurata e, paradossalmente, la più capace di spiegare un numero impressionante di elementi laterali: suicidi, silenzi, contesti anomali, personaggi borderline, indizi simbolici, racconti mai verificati ma ricorrenti. Vorrei coniare, per il seguito, se sarà necessario, questo acronimo identificativo di tutto ciò: MLE = Massa Laterale degli Eventi.
Molti elementi di questa storia forse non sono direttamente collegati al delitto, ma grazie al delitto sono emersi, e con essi dobbiamo fare i conti. Permettete il cinismo: se per scoperchiare la pentola delle nostre peggiori virtù nascoste, occorre il sacrificio di una ragazza, allora almeno una cosa non va fatta: insabbiare. Perché qui non si tratta soltanto di un innocente in carcere o di un colpevole libero, ché di errori giudiziari ne esistono ovunque, se intesi come scostamenti dalla verità logica o dalla convenienza etica e provocati da un fraintendimento, ma si tratta invece di un mondo sommerso che ha generato un mostro da portare alla luce. I precedenti non incoraggiano, ma ogni tanto succede che un mondo sommerso conceda un frammento di sé all’evidenza o, più facilmente, che due mondi sotterranei, come placche tettoniche in collisione, producano una frattura: ed è proprio da quella frattura che ciò che era nascosto può finalmente venire alla superficie.
Ed è qui che occorre fare una precisazione.
Nel dibattito pubblico, il tema delle psicosette viene sistematicamente spinto lontano, quasi fosse qualcosa di imbarazzante, folkloristico, da confinare nelle leggende metropolitane. Mentre sui media si consumano ore su dettagli marginali — la bicicletta, il DNA, i battibecchi televisivi — la possibilità di un movente collettivo viene lasciata fuori.
Eppure, in Italia operano, secondo i dati del Ministero dell’Interno almeno cinquecento psicosette. Non è teoria: è cronaca. Lo sapevano bene i nuclei specializzati come il GIDES – Gruppo Investigativo Delitti Seriali – impegnato nella ricerca dei possibili mandanti dei delitti del Mostro di Firenze e investigatori come Michele Giuttari, che ne hanno incontrato le tracce in casi di suicidi sospetti, “incidenti” inspiegabili, ritualità borderline e perfino (io direi anche soprattutto) nel Mostro di Firenze.
E tuttavia, in tribunale, nelle sentenze, nelle carte processuali… le sette non compaiono quasi mai.
Non perché non esistano, ma perché sono brave a non farsi vedere, abilissime a muoversi nei vuoti, e soprattutto protette da un tabù enorme: chi tocca certi argomenti rischia di essere subito ridicolizzato, sminuito, spinto ai margini del discorso pubblico. O eliminato.
È molto più comodo discutere all’infinito dei dettagli che non spostano una virgola, piuttosto che affrontare ciò che davvero potrebbe toccare il movente.
Poi, alla fine, basterebbero come sempre i numeri e, se in Italia sono state censite almeno – almeno – cinquecento sette, il calcolo è semplice. L’Italia ha una superficie di 302.073 km2: alla sola Lomellina, che misura 1240 km2, spettano quindi due sette abbondanti, senza tener conto di certi coefficienti ambientali che affiorano in quella terra di riso.
Ed eccoci al punto centrale. Quando entra in gioco la dimensione settaria, in senso generale, non basta più chiedersi perché è stato commesso il delitto. Occorre chiedersi perché quel delitto è stato depistato, perché certi fili sono stati tagliati, perché certe tracce sono state spostate, attenuate, diluite o derubricate a follie e, attenzione, perché certi personaggi di spessore entrano sempre in gioco. Ed è qui che entra in scena il movente più forte di tutti: la reputazione.
In molti grandi casi irrisolti abbiamo visto la stessa dinamica: il presunto colpevole difeso strenuamente, la famiglia e il contorno sociale che si attivano per proteggerlo. È umano, ricorrente, quasi biologico. Ma non è tutto.
Negli ultimi decenni abbiamo visto finire sotto accusa persone potentissime: presidenti del consiglio, ministri, manager, generali, finanzieri. Accusati di corruzione, evasione, rapporti mafiosi, strage, frequentazioni borderline, escort minorenni. Eppure, non si sono mai davvero vergognati. Sì sono difesi dai processi o nei processi, hanno banalizzato, scrollato le spalle, trasformato l’accusa in persecuzione o in spettacolo.
Perché? Perché quelli sono reati e comportamenti che — piaccia o no — l’opinione pubblica capisce, giustifica o relativizza. Ma c’è un limite invalicabile: l’abisso morale.
Nessun potente, davvero nessuno, può sopravvivere all’idea di essere associato anche solo tangenzialmente a riti violenti, mutilazioni, psicosette, traffici di organi o pedofilia, o solamente ad attività ridicole applicate al sangue e alla morte, non omologati dalla religione corrente, se non addirittura in aperta concorrenza con essa.
Non è un vizio privato. Non è un eccesso. È la fine definitiva della reputazione, della carriera, della credibilità. È un marchio che non si lava.
E da qui che nasce il secondo movente:
In altre parole: la pista settaria è sempre la più negata non perché sia la più assurda, ma perché è la più indicibile. E in ogni grande caso di potere — politico, economico, criminale o sociale — la reputazione non è un dettaglio: è la vera posta in gioco. I reati, per quanto gravi, sono spesso affrontabili. La reputazione, no. Perché non attacca solo l’individuo, ma l’intera rete che gli ruota attorno: relazioni, protezioni, affari, simboli, equilibri. Per capire le dinamiche di un caso oscuro come Garlasco, bisogna partire da questa premessa e distinguere due livelli di reazione del potere:
Livello 1 – La reputazione gestibile: la reazione è disinformazione, pressione, narrativa controllata.
Questo è il livello che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi decenni. (Vedere la scheda a margine: “Quando la reputazione non conta: il caso B.”). È il modello delle grandi figure pubbliche accusate di reati seri: corruzione, evasione, concussione, rapporti opachi, persino vicinanze mafiose. Accuse enormi, di quelle che in altri Paesi distruggerebbero una carriera. Eppure, molto spesso, la reazione è sorprendentemente semplice: si cambia discorso.
Si riempie lo spazio pubblico di narrativa alternativa, si polarizza il dibattito, si ridicolizza la fonte, si trasforma l’accusa in persecuzione, si costruisce un contrattacco comunicativo. Non è una teoria: è storia italiana recente. Negli anni Novanta e Duemila, figure politiche di primissimo piano sono state bersaglio di libri-inchiesta pesantissimi, dettagliati, documentati, talvolta imbarazzanti. La maggior parte di questi testi non ha mai generato querele approfondite o processi completi.
Perché? Perché la reazione giudiziaria apre fascicoli, mentre la reazione comunicativa chiude tutto. Il potere, quando può, sceglie la seconda.
In quei casi, al 90%, la reputazione resta intatta proprio perché:
Quel restante 10% di abomini — che in ogni epoca accompagna i grandi poteri — non è mai stato accertato in via giudiziaria, e resta materia di ipotesi. Ma è utile per capire il meccanismo: finché il rischio resta “gestibile”, si resta nel Livello 1, perché comunque il popolo, a un certo punto, consegna il Paese ad un partito fondato da un condannato, in via definitiva, per associazione mafiosa e si fa governare, per oltre vent’anni, da un presidente del consiglio iscritto alla P2 (a proposito si sette o associazioni segrete e il resto a parte, vedere scheda già citata).
Livello 2: la reputazione sfiora l’indicibile: non basta più la disinformazione: scattano depistaggi, silenzi, cancellazioni, violenze.
C’è però un altro livello, più oscuro, che entra in gioco quando si sfiora una zona reputazionale proibita. Qui non parliamo più di reati economici, politici o sessuali. Qui parliamo di qualcosa che tocca:
È il punto in cui la disinformazione non basta più. E allora arrivano:
A questo livello, il potere non difende più “sé stesso”, ma difende un ordine sociale, un equilibrio interno che non può saltare. È qui che il concetto di “reputazione” smette di essere un fatto individuale e diventa un fatto collettivo, sistemico.
E qui torna Garlasco, che non è un caso nazionale di governo o come Tangentopoli o le stragi del ’93. Non ha dietro organizzazioni enormi, apparati dello Stato o reti internazionali. È un caso “piccolo”, di provincia, di una comunità che all’esterno appare ordinaria, quasi graziosa. Eppure, paradossalmente, è proprio questa dimensione a renderlo più fragile, più esposto, più pericoloso.
Perché qui non è in gioco solo la colpevolezza di un singolo. È in gioco la reputazione complessiva di un ambiente: relazioni, frequentazioni, protezioni, amicizie, famiglie, equilibri interni, dinamiche locali. In altre parole, Garlasco è un caso in cui si intuisce — per omissioni, tempi, gesti mancati, indizi ignorati — che la verità totale avrebbe potuto scoperchiare non solo un delitto, ma un contesto.
E allora il sistema reagisce come fanno i sistemi quando la reputazione tocca la soglia proibita:
con il Livello 2. Qualcuno potrebbe pensare che a Garlasco siamo ancora negli ambiti indicati per il Livello 1, ma se esaminiamo la MLE, di eventi correlati al delitto di Garlasco, il Livello 2 è scattato dalle ore quattordici del 13 agosto 2007, se non prima.
Depistaggi, piste deviate, narrazioni irrigidite, contraddizioni smorzate dalla stampa, e un colpevole “ufficiale” anche contro la logica. Testimonianze ri-ritrattate, suicidi, morti sospette, contraddizioni palesi e quant’altro (tanto) sappiamo tutti. Il tutto per impedire che la verità arrivi dove non deve arrivare, con rischi sempre più alti, figuracce in diretta TV, testa-coda temerari e Youtuber che intonano in coro: “È YouTube, bellezza!”.
Garlasco, quindi, mostra i segni di un possibile passaggio al Livello 2, quello in cui:
I potenti, insomma, possono sopportare ogni screditamento e relativo sdoganamento — Berlusconi ne è l’esempio perfetto — ma è solo oltre una certa soglia che scatta il vero motore dei depistaggi: proteggere ciò che non può essere raccontato. È lì che nascono le deviazioni, le omissioni e, talvolta, anche altre morti.
Il mio silenzio era riflessione. La mia ripresa è per chiarezza, prima che sia troppo tardi, prima che una verità qualunque della Legge o, più in là, la verità vera della Storia, spazzino via tutto. E se continuo a ritenere la pista settaria non la soluzione, ma una ipotesi logica, è perché essa tocca il punto più ignorato del caso: il movente o, meglio, i moventi, secondo l’ottica sopra accennata. Quello del delitto, qualunque esso sia stato, e quello dei depistaggi: pesanti, ripetuti, temerari, volti a difendere non solo individui, ma intere gerarchie reputazionali. E in questo spazio — l’unico che nessuno pare voler esplorare — credo ci sia ancora qualcosa da capire.
Il caso Berlusconi, con decine di libri-inchiesta mai querelati nel merito, non c’entra nulla con Garlasco sul piano dei fatti. Ma serve a comprendere un meccanismo: quando il rischio non è il reato, ma la reputazione, la strategia è sempre la stessa — spostare la battaglia dalla verità alle narrazioni, evitare lo scavo, neutralizzare le domande. A Garlasco, con un contesto più piccolo e più opaco, la dinamica è persino più visibile: pochi libri, poco interesse ad approfondire, e un mainstream che ha preferito consolidare una versione comoda invece di affrontare gli interrogativi che non tornano.
Uno degli aspetti più sorprendenti del panorama editoriale italiano tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta riguarda la quantità di libri-inchiesta dedicati alla figura di Silvio Berlusconi. Opere firmate da autori come Giorgio Ferrari, Mario Guarino, Giovanni Ruggeri, Elio Veltri e altri ricostruivano con dovizia di documenti e atti pubblici temi altamente sensibili: origini delle fortune economiche, passaggi societari opachi, rapporti con la loggia P2, legami politici, intrecci con l’imprenditoria milanese, fino alle più delicate questioni relative ai rapporti con la Sicilia e all’influenza di ambienti criminali. Nonostante la durezza delle accuse e la centralità dei materiali presentati, la maggior parte di questi testi non fu mai oggetto di querele destinate a sfociare in un dibattimento completo.
Dal punto di vista storico ciò non stupisce. In presenza di libri fortemente critici, il ricorso alla querela comporta infatti rischi politici, mediatici e processuali: rilancia le accuse, costringe ad aprire fascicoli, ad acquisire documenti, a testimoniare su dossier complessi, spesso retrodatati e delicati. Di fatto, una querela obbliga a “entrare nel merito”. È comprensibile dunque che, nella strategia comunicativa di un leader politico e imprenditoriale, prevalga la scelta di non offrire ulteriore visibilità alla tesi avversaria, evitando di trasformare un testo scomodo in un caso giudiziario che obblighi magistrati e opinione pubblica a un approfondimento frontale. L’unica eccezione davvero significativa, L’odore dei soldi, si concluse con l’assoluzione degli autori e la condanna alle spese per il querelante, confermando quanto questa strada fosse controproducente.
Nello stesso clima culturale circola un altro elemento significativo, sebbene non documentato in fonti ufficiali: nella memoria nerazzurra e nelle testimonianze informali di cronisti e tifosi dell’epoca, è spesso ricordato che Ivanoe Fraizzoli scelse di cedere l’Inter a Ernesto Pellegrini, e non a Silvio Berlusconi, per un istinto di prudenza. Si tratta di un dato appartenente alla tradizione orale più che alla documentazione archivistica, ma rimane parte del racconto storico condiviso: Fraizzoli, uomo riservato e profondamente legato all’identità sportiva del club, preferì un passaggio di consegne neutro e lineare, evitando soluzioni che potessero politicizzare l’ambiente o generare tensioni negli anni della rapida ascesa imprenditoriale e mediatica del futuro presidente del Consiglio.
(Ricerca effettuata tramite CHAT GPT)
Quadro sintetico (ma abbastanza completo) dei procedimenti giudiziari su Berlusconi.
1️⃣ Libri–inchiesta su Berlusconi, soldi, P2, mafia & co.
Ti metto quelli più rilevanti, non agiografici, usciti soprattutto tra anni ’90 e 2000 (quelli che probabilmente ricordi).
🔹 Area “finanze opache / P2 / primi sospetti mafia”
🔹 Area “origini della fortuna + presunti rapporti con la mafia”
🔹 Area “processi, frodi fiscali, cavaliere sotto assedio”
2️⃣ Procedimenti giudiziari su Berlusconi: quadro d’insieme
Qui il punto di riferimento più ordinato è la pagina “Procedimenti giudiziari a carico di Silvio Berlusconi” (aggiornata dopo la sua morte):
– 32 processi conclusi e 4 in corso al 2023. Wikipedia+1
Ti faccio una sintesi strutturata, che puoi poi dettagliare attingendo alla fonte completa.
🔹 A) L’unica condanna definitiva (passata in giudicato)
🔹 B) Processi conclusi per prescrizione (non doversi procedere)
Ti cito i più noti:
🔹 C) Processi chiusi con amnistia/condono o depenalizzazione
🔹 D) Procedimenti chiusi con assoluzione
Qui cito i più famosi:
🔹 E) Procedimenti archiviati in fase di indagine
Alcuni esempi notevoli:
📌 Postilla – libri, querele mancate e “non approfondimenti”
Un punto interessante — e spesso ignorato — riguarda la mancata reazione giudiziaria a molti di quei libri-inchiesta che negli anni ’90 tratteggiarono zone d’ombra sulle fortune economiche, sulle reti relazionali, e sulle vicende societarie di Silvio Berlusconi.
🎯 1. Nessuna querela formale per molti libri molto duri
La grande maggioranza delle opere di autori come:
non furono mai querelate in modo tale da sfociare in processi completi, nemmeno quando affrontavano temi estremamente sensibili: P2, flussi finanziari, protezioni politiche, nomi imbarazzanti, Sicilia, appalti, logge, ecc.
Non vuol dire che fossero vere, ma significa che:
È la classica strategia del potere: 👉 evitare di trasformare un libro “scomodo” in un caso giudiziario che costringa i magistrati a scavare.
L’unico vero precedente eclatante fu L’odore dei soldi, che Berlusconi querelò — e che finì con la condanna alle spese per Berlusconi stesso, quindi non un incentivo a proseguire con la linea della querela.