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Due delitti lontani nel tempo ma accomunati dal rapporto tra giustizia, stampa e opinione pubblica.
Quando cambia l’epoca, ma restano gli stessi interrogativi sul potere del racconto.

Qualcuno, parlando del caso Garlasco, ha ricordato il caso Montesi.

Il paragone mi ha colpito perché il nome di Wilma Montesi appartiene ai miei primi ricordi. A quel tempo il mondo entrava in casa quasi soltanto attraverso i giornali. La televisione non c’era ancora e la radio offriva, oltre alla musica e alle canzoni, i pochi appuntamenti quotidiani con il giornale radio. In casa arrivavano il Corriere della Sera, il Corriere d’Informazione, il Corriere Lombardo, La Notte, la Gazzetta dello Sport e riviste come Oggi ed Epoca, oltre ai fotoromanzi come Bolero Film e Grand Hotel.

Io li sfogliavo e assorbivo tutto. Guardavo le fotografie e leggevo i titoli e, dove capivo, come i resoconti delle partite, anche di più. Entravano in casa, con i giornali e coi commenti che sentivo dai grandi, avvenimenti lontanissimi: la guerra di Corea e quella d’Indocina, i Mau Mau, che già soltanto dal nome mi facevano una certa impressione, e più avanti la crisi di Suez. Arrivavano le notizie sulla famiglia reale inglese, sulla giovane regina Elisabetta,  

La regina Elisabetta, per esempio, è rimasta per me una presenza familiare proprio per questo. Ne sentivo parlare da mia madre, da mia zia, da mia nonna; la vedevo sulle copertine dei giornali, vestita di bianco, durante cerimonie e viaggi. Quando è morta, tanti anni dopo, mi è sinceramente dispiaciuto: era un personaggio che conoscevo praticamente dall’inizio dei miei ricordi e che mi ha accompagnato per tutta la vita.

C’erano poi la musica, le canzoni e il Festival di Sanremo. Tutto finiva nello stesso bagaglio ancora disordinato di un bambino che non andava a scuola, o aveva appena cominciato ad andarci, e che si nutriva di qualunque informazione riuscisse a raggiungerlo.

Anche il caso Montesi entrò così nella mia memoria.

Non perché a cinque anni mi interessassi ai delitti o ai misteri, ma perché quella storia era dappertutto. Mi sono rimasti il nome di quella ragazza, alcune fotografie, i grandi titoli e soprattutto l’impressione di qualcosa di oscuro del quale parlavano anche gli adulti. Ricordo mia madre, qualche zio, qualche parente. Non saprei ripetere le loro parole, ma ne ricordo il senso generale: dietro quella morte doveva esserci qualcosa che non si poteva dire apertamente.

Andando oggi a rivedere alcuni titoli dei giornali dell’epoca, ho ritrovato proprio quella sensazione. Non era quindi soltanto il ricordo confuso di un bambino. I titoli restituivano davvero l’idea che la spiegazione ufficiale fosse debole e che sotto la morte di Wilma Montesi potesse esserci qualcosa di molto più grande.

Il corpo della ragazza era stato trovato sulla spiaggia di Torvaianica. La prima spiegazione parlò di una morte accidentale, avvenuta durante un improbabile pediluvio al mare. Poi il caso si allargò. Comparvero feste, droga, personaggi dell’alta società, uomini politici, funzionari di polizia e persone vicine ai luoghi del potere. Fu coinvolto anche il figlio di un importante ministro.

Molte accuse non furono provate. Gli imputati vennero assolti e il presunto grande scandalo di Capocotta non trovò una conferma giudiziaria. Ma neppure la morte di Wilma ricevette una spiegazione capace di chiudere davvero il caso.

La verità non fu trovata.

È soprattutto questo che permette un primo accostamento con Garlasco. Anche lì si parte dalla morte di una giovane donna e si arriva progressivamente a una vicenda molto più grande del delitto stesso. Intorno a Chiara Poggi si sono accumulate persone, versioni, errori, omissioni, perizie contrastanti, indagini riaperte, rapporti familiari e possibili influenze.

Le due vicende, però, restano profondamente diverse.

Nel caso Montesi non fu mai stabilito con certezza neppure che Wilma fosse stata uccisa. Nel caso Garlasco l’omicidio di Chiara è certo e per quell’omicidio esiste una condanna definitiva. Il parallelismo, dunque, non può riguardare direttamente i fatti giudiziari.

Può invece riguardare ciò che i due casi hanno fatto emergere intorno alla morte delle vittime.

Nel caso Montesi si pose il problema dei rapporti fra politica, polizia, magistratura e stampa. Ci si domandò se la morte di una ragazza qualunque potesse essere nascosta o deformata per proteggere persone importanti.

Anche a Garlasco si è parlato di possibili protezioni, depistaggi e coinvolgimenti di persone potenti. Non necessariamente potenti nel senso nazionale del caso Montesi, con ministri, aristocratici e vertici dello Stato. Può esistere anche un potere più piccolo e più vicino: quello delle conoscenze, dei rapporti personali, delle famiglie rispettate, delle amicizie nelle istituzioni, delle persone che vengono ascoltate con una considerazione diversa da quella riservata a un cittadino comune.

Questo non dimostra da solo un complotto. Può però spiegare perché alcune piste siano state percorse fino in fondo e altre siano rimaste quasi intatte, perché alcune persone siano state subito messe al centro dell’indagine e altre siano rimaste a lungo sullo sfondo.

Montesi e Garlasco hanno anche un altro punto in comune: sono diventati casi mediatici enormi.

Nel 1953 c’erano, come detto all’inizio, i giornali e i grandi settimanali illustrati. Le notizie si mescolavano alle indiscrezioni, alle testimonianze false, alle rivalità politiche e alla ricerca dello scandalo. A Garlasco tutto questo è stato moltiplicato dalla televisione, da YouTube e dai social network. Ogni frase viene analizzata, ogni fotografia ingrandita, ogni contraddizione ripetuta centinaia di volte.

In entrambi i casi la vittima rischia così di scomparire dietro il caso costruito intorno a lei.

Wilma Montesi è rimasta sospesa fra la storia del pediluvio e quella dei festini dei potenti. Chiara Poggi rischia di rimanere sospesa fra una condanna definitiva e l’ipotesi che le indagini abbiano ignorato o protetto altre responsabilità.

Fin qui il parallelo.

Ma, riguardando oggi i giornali del caso Montesi, mi sono reso conto che emerge anche una differenza enorme, forse ancora più interessante delle somiglianze.

Allora i giornali potevano sbagliare, esagerare, inseguire piste inesistenti e trasformare il caso in uno strumento di lotta politica. Tuttavia, sembravano tutti muoversi verso la ricerca di ciò che si nascondeva dietro quella morte. I titoli lasciavano intendere che esistesse qualcosa di indicibile e che fosse compito della stampa tentare di portarlo alla luce.

La verità sul caso Montesi non fu cercata abbastanza o non fu possibile raggiungerla. Ma non ricordo, e non ritrovo oggi, uno schieramento apertamente contrario al suo accertamento.

Nessuno sembrava sostenere il diritto a non sapere. Ed è qui che il confronto si ribalta: il caso Montesi aveva una dimensione nazionale e politica, ma rimase un mistero senza prove abbastanza forti da renderne visibile il fondo; Garlasco, nato come delitto di provincia, ha invece prodotto una quantità sproporzionata di anomalie, omissioni, ritrattazioni, depistaggi e schieramenti contrari alla ricerca della verità.

A Garlasco, invece, è comparso qualcosa di nuovo. Accanto a chi chiede di verificare gli errori, le omissioni e le nuove prove, si è formato un vero schieramento contrario alla riapertura delle domande.

Non parlo di chi difende legittimamente Alberto Stasi o Andrea Sempio. Difendere una persona dalle accuse è un diritto. Parlo di chi sembra infastidito dall’accertamento stesso, di chi considera ogni nuova indagine un attacco, ogni verifica un abuso e ogni dubbio un’offesa alla verità già stabilita.

È quello che Bugalalla ha chiamato, con un’espressione molto efficace, il partito dei salmoni: quelli che nuotano controcorrente non per raggiungere una verità diversa, ma per tornare ostinatamente al punto di partenza.

Più emergono anomalie nelle vecchie indagini, più sostengono che quelle indagini non debbano essere messe in discussione. Più compaiono elementi nuovi, più si affannano a dimostrare che non cambia nulla. Più alcune ricostruzioni risultano indifendibili, più aumentano le arrampicate sugli specchi per difenderle.

Ed è proprio questo che oggi rivaluta l’anomalia del caso Garlasco.

Non soltanto la presenza di errori, omissioni o possibili protezioni. Anche il fatto che esista ormai uno schieramento impegnato a impedire che tali anomalie producano conseguenze.

Nel caso Montesi la verità non fu trovata.

Nel caso Garlasco, invece, una parte del mondo dell’informazione e dell’opinione pubblica sembra sostenere che la verità sia già stata trovata una volta per tutte e che non debba più essere sottoposta ad alcuna verifica, qualunque cosa emerga.

È forse questa la differenza più inquietante fra i due casi.

Non soltanto la possibilità che una verità sia stata nascosta, ma la comparsa di un partito disposto a difendere il diritto di non cercarla più.