Si parva licet componere magnis
Prima di procedere è necessaria una precisazione: nel precedente articolo sui delitti seriali e assimilati abbiamo usato l’espressione serial killer in un’accezione volutamente più ampia di quella criminologica. Il serial killer propriamente detto uccide persone diverse, in momenti distinti, spinto da una motivazione ricorrente, da una compulsione, da una fantasia o da una particolare struttura della personalità. Io ho invece incluso anche qualcuno capace di uccidere ripetutamente usando armi differenti, costruendo scenari diversi e intervenendo in circostanze lontane fra loro, non perché cerchi nuove vittime secondo un rituale personale, ma perché ogni vittima successiva rappresenta un pericolo per il segreto nato dal primo delitto. In questo senso la definizione di serial killer era forse abbondante; più precisamente dovremmo parlare di una possibile serie di omicidi consequenziali, nella quale non si ripete il movente originario, ma si rinnova ogni volta la necessità di coprirlo. Non un assassino che uccide perché vuole continuare a uccidere, dunque, ma qualcuno che potrebbe continuare a uccidere perché, dopo il primo delitto, ogni persona informata diventa un nuovo problema da eliminare.
Come nell’articolo precedente, abbiamo cercato alcuni casi reali ai quali possa essere applicato il modello appena delineato: non il serial killer classico, mosso da una compulsione ripetitiva, ma un assassino che torna a uccidere per occultare il primo delitto, eliminare testimoni o impedire che una verità ormai pericolosa venga alla luce.
Il primo caso è quello di Robert Durst.
Nel 1982 scomparve sua moglie Kathleen; Durst venne sospettato, ma non processato. Susan Berman, sua amica e confidente, conosceva elementi della vicenda e, secondo l’accusa poi accolta dalla giuria, lo aveva aiutato a costruire la versione iniziale. Quando nel 2000 l’indagine sulla scomparsa fu riaperta e Berman poteva essere interrogata, Durst la uccise con un colpo alla testa. Fu condannato nel 2021 proprio sulla base di una ricostruzione nella quale l’omicidio di Berman serviva a impedire che emergesse la verità sul primo delitto. Poco dopo Durst uccise e smembrò anche il vicino Morris Black, sebbene per quella morte fosse assolto dall’accusa di omicidio avendo sostenuto la legittima difesa. È, quindi, il modello più limpido della catena del segreto: una morte iniziale, una persona che sa, l’eliminazione della persona che sa, poi un’altra morte collegata alla necessità di nascondersi.
Un secondo modello è quello di Mark Winger.
Nel 1995 uccise la moglie Donnah e Roger Harrington, un autista che aveva avuto un precedente incontro inquietante con lei. Winger cercò di costruire una scena nella quale Harrington sembrasse l’aggressore della moglie e lui il marito intervenuto eroicamente. Qui il secondo cadavere non serve soltanto a eliminare un testimone: viene trasformato nel falso colpevole del primo omicidio. Winger fu condannato per entrambi nel 2002.
Un terzo modello è Paul Dennis Reid, il cosiddetto fast-food killer.
Nel 1997 commise diverse rapine e uccise sette dipendenti di ristoranti. Il movente economico riguardava le rapine; le uccisioni servivano soprattutto a non lasciare testimoni capaci di identificarlo. Qui la copertura non nasce da un unico omicidio originario, ma diventa un metodo seriale: ogni nuovo reato produce persone che devono essere eliminate. Le condanne risultano dalle decisioni della Corte suprema del Tennessee.
Questi casi ci permettono di configurare quattro tipologie:
Quest’ultima è la forma più vicina alla costruzione attorno a Garlasco: non necessariamente una sola persona che uccide più volte, bensì un primo evento che produce nel tempo altri interventi, compiuti anche da soggetti differenti, per difendere il medesimo segreto. Ma per applicarla seriamente non basta che attorno al caso compaiano morti insolite: occorre dimostrare, per ciascuna vittima successiva, almeno un anello concreto:
Il caso Ferri potrebbe effettivamente entrare in questo schema soltanto se dal fascicolo appena ricostituito emergesse che Giovanni Ferri aveva visto, raccolto o riferito qualcosa sul delitto Poggi, oppure che qualcuno lo considerava depositario di quella conoscenza. Senza questo passaggio, rimane una morte controversa avvenuta nello stesso paese; con quel passaggio diventerebbe invece un possibile omicidio di conservazione, cioè una morte destinata non a produrre un nuovo vantaggio, ma a mantenere intatta la menzogna precedente.
Ossia: non un serial killer che cerca nuove vittime, ma un delitto originario che continua a produrre vittime per proteggere sé stesso.
Ed è una figura, narrativa e criminologica, assai più inquietante del serial killer tradizionale: quest’ultimo ripete il proprio desiderio; il “custode del segreto” ripete la necessità.
I casi appena ricordati dimostrano che l’omicidio commesso per coprirne un altro non appartiene soltanto alla narrativa letteraria criminale: esistono veramente assassini che, dopo il primo delitto, uccidono nuovamente non per una compulsione autonoma, ma per eliminare testimoni, cancellare conoscenze pericolose o impedire che una menzogna iniziale venga scoperta: il primo delitto crea un pericolo (qualcuno sa, ha visto, conserva documenti oppure potrebbe parlare) e genera il secondo. Se il meccanismo si ripete, nasce davvero una specie di serialità difensiva: non si uccide per un impulso sempre uguale, ma per conservare il segreto originario. È in questa accezione che va intesa l’espressione “serial killer consequenziale”.
Può questo modello avere qualche relazione con Garlasco e con le morti controverse avvenute negli anni successivi? Allo stato dei fatti non esiste una prova pubblica che consenta di collegarle all’omicidio di Chiara Poggi, e la semplice vicinanza geografica o temporale non basta. Ma la domanda investigativa è legittima: quelle persone possedevano informazioni sul delitto, sui suoi protagonisti o su circostanze rimaste nascoste? Qualcuno sapeva che le possedevano? E, soprattutto, ciascuna morte — o anche soltanto qualcuna — fu preceduta da un fatto capace di trasformare quella conoscenza in un pericolo?
Occorre inoltre precisare che l’ipotesi del “serial killer consequenziale” non impone necessariamente l’esistenza di un unico assassino responsabile di tutte le morti. L’autore del primo delitto potrebbe averne commesse personalmente soltanto alcune; in altri casi potrebbe avere agito con uno o più complici, mentre altre eliminazioni potrebbero essere state affidate o autonomamente compiute da persone appartenenti allo stesso ambiente e interessate a proteggere il medesimo segreto. Alcuni episodi, naturalmente, potrebbero anche non avere alcun collegamento con questa vicenda.
La serialità, in questa costruzione, non risiederebbe quindi soltanto nella ripetizione della stessa mano, ma nella continuità dello scopo: impedire che il delitto originario venga ricostruito e che siano rivelati i rapporti, gli interessi o l’eventuale organizzazione che vi stavano dietro. Più che un unico serial killer nel significato tradizionale, potremmo trovarci — sempre in via puramente ipotetica — davanti a un sistema omicidiario consequenziale: esecutori anche diversi, modalità differenti e circostanze lontane fra loro, ma un’unica necessità di conservazione e di silenzio.
Solo se un giorno emergesse una catena documentata di questo genere, non ci troveremmo dunque e necessariamente davanti a un serial killer nel significato criminologico classico. Ci troveremmo davanti a qualcosa di forse ancora più inquietante: un primo omicidio che, per continuare a restare impunito, avrebbe prodotto progressivamente la necessità degli altri. Non una serie progettata fin dall’inizio, dunque, ma una serie generata dalle conseguenze; non (solo?) il piacere di uccidere ancora, ma la necessità criminale di impedire che il primo delitto cominci finalmente a parlare.