Si parva licet componere magnis
Dal processo del 2015 alla rilettura di oggi, parole e convinzioni vengono rimesse alla prova dei fatti.
Una riflessione su come anche le certezze più solide possano cambiare significato con il passare del tempo.
L’appunto che doveva valutare Sempio e finì per difendere soprattutto la condanna di Stasi
Nel 2017, quando la pista Andrea Sempio tornò all’attenzione della Procura di Pavia, sarebbe stato naturale attendersi un documento costruito attorno a una domanda semplice: esistono elementi sufficienti per indagare seriamente questa persona? L’appunto a tal riguardo, attribuito a Laura Barbaini, sembra invece muoversi lungo un’altra strada, dedicando infatti a una parte rilevante a riaffermare la colpevolezza definitiva di Alberto Stasi, a ripercorrere la bicicletta, le scarpe, il dispenser, i pedali, le omissioni di Marchetto e la presunta condotta manipolatoria del condannato. La domanda iniziale viene così sostituita da un’altra: la nuova pista può intaccare la verità già consacrata contro Stasi?
Il fatto che Stasi sia stato condannato con sentenza definitiva non dimostra, da solo, che Sempio non dovesse essere indagato: in astratto potevano esistere una responsabilità alternativa, una responsabilità concorrente, un elemento nuovo incompatibile con la ricostruzione precedente, oppure una pista infondata da verificare prima di escluderla. Il punto non è affermare oggi la colpevolezza di Sempio, ma è capire se nel 2017 sia stato davvero sottoposto a una verifica autonoma, aperta anche a risultati imprevisti.
Prima ancora del contenuto, il documento
Prima ancora di esaminare ciò che vi è scritto, rimane da chiarire la storia materiale dell’appunto. Secondo la ricostruzione emersa, ne esisterebbe una prima versione di tredici pagine, datata 17 gennaio e trasmessa per e-mail, e una seconda di ventitré pagine, datata 23 gennaio. Laura Barbaini avrebbe tuttavia riferito di avere redatto un solo appunto. Non sappiamo quindi chi abbia aggiunto le dieci pagine, quando lo abbia fatto e in quale misura quelle aggiunte siano confluite nel successivo percorso di archiviazione. Non è una prova di corruzione né consente, da sola, di attribuire irregolarità a qualcuno; è però un’opacità documentale che rende ancora più necessario capire come sia stata costruita la decisione di non proseguire sulla pista Sempio.
La risposta sembra precedere la domanda
L’appunto parte descrivendo Stasi come un soggetto capace di scegliere abilmente che cosa mettere a disposizione e quando, dunque come una persona ancora intenzionata a condizionare l’azione investigativa. È una premessa tutt’altro che neutra: trasforma fin dall’inizio l’esposto su Sempio in una nuova manovra difensiva del condannato. Da quel momento gli elementi contro Stasi vengono letti nella loro massima forza, mentre quelli relativi a Sempio vengono ricondotti alla spiegazione più innocua possibile. L’iniziativa investigativa privata non è trattata come fonte di una domanda da verificare, ma come il proseguimento di una strategia già screditata.
Il documento non sembra dunque partire dalla domanda «Sempio può essere coinvolto?», ma dalla certezza «Stasi tenta ancora di sviare». Una volta fissata questa cornice, tutti gli elementi trovano il proprio posto.
L’assenza di tracce diventa prova dell’assenza
Uno dei passaggi centrali riguarda l’asserita totale mancanza di rapporti diretti o indiretti tra Chiara Poggi e Andrea Sempio: nessuna telefonata diretta, nessuna e-mail, nessun appunto, nessuna traccia nel computer, differenza d’età e ambienti diversi. Ma il mancato ritrovamento di contatti documentali non equivale alla prova positiva che due persone non abbiano mai avuto alcun rapporto. Sempio era amico stretto del fratello di Chiara, frequentava il suo ambiente, conosceva l’abitazione e telefonò a casa Poggi. Non era uno sconosciuto estratto casualmente da una rubrica.
Per dimostrare davvero l’assenza di rapporti indiretti sarebbe stato necessario ricostruire presenze comuni, incontri in compagnia, occasioni familiari, accessi alla casa, conoscenze condivise, fotografie, messaggi e dispositivi eventualmente non acquisiti. Il paradosso è evidente: da un lato si afferma che la vita di Chiara e il suo ambiente familiare erano stati scandagliati in modo completo; dall’altro, oggi proprio quel perimetro viene nuovamente esplorato.
L’intimità costruita sulla scena
Il ragionamento procede per passaggi apparentemente lineari: Chiara apre in pigiama, non mostra paura, non presenta evidenti ferite da difesa, l’aggressione è violenta e diretta al capo; dunque, l’assassino godeva di estrema fiducia e una simile intimità apparteneva soltanto a Stasi. Che Chiara conoscesse l’aggressore può essere ragionevole. Ma trasformare questa conoscenza in un quotidiano coinvolgimento affettivo significa compiere un salto. Aprire in pigiama, in una mattina d’agosto, all’amico del fratello o a una persona nota alla famiglia non dimostra intimità sentimentale.
Neppure l’assenza di difesa impone quella conclusione: potrebbe indicare sorpresa, rapidità del primo colpo, posizione sfavorevole o mancata percezione del pericolo. E l’equazione fra violenza intensa e rapporto affettivo quotidiano rimane un’interpretazione criminologica, non una legge scientifica. Prima viene costruito il profilo necessario dell’assassino; poi viene escluso chi non gli somiglia.
Telefonate interpretate al secondo
Le chiamate del 7 e dell’8 agosto vengono utilizzate come conferma oggettiva della versione di Sempio: due secondi sarebbero compatibili con una chiamata partita per errore; otto secondi sarebbero il tempo necessario per chiedere di Marco; ventidue secondi confermerebbero lo scambio dichiarato.
La durata di una telefonata, però, non ne dimostra il contenuto. Otto o ventidue secondi sono compatibili con quella spiegazione, ma anche con molte altre conversazioni brevissime.
Qui emerge un doppio criterio: quando parla Stasi, il suo racconto viene definito autoreferenziale, manipolatorio e fuorviante; quando parla Sempio, la semplice compatibilità temporale diventa conferma documentale. Non significa che Sempio mentisse. Significa che lo standard di valutazione applicato ai due soggetti appare diverso.
Lo scontrino trasformato in certificato
Lo scontrino del parcheggio di Vigevano viene trattato come la prova che Sempio non avrebbe potuto commettere l’omicidio. Il ragionamento presuppone l’attesa della madre, la partenza, l’arrivo al parcheggio, il tempo dell’aggressione, quello necessario per lavarsi, eliminare gli abiti e nascondere l’arma.
Ma ognuno di questi passaggi contiene assunzioni: l’esatto orario del delitto, la durata dell’aggressione, la necessità di una doccia completa, il momento dell’eventuale occultamento dell’arma, la certezza dell’incontro con la madre e la ricostruzione precisa di tutti gli spostamenti.
Uno scontrino può essere un elemento importante; non è automaticamente un certificato d’innocenza. Soprattutto non lo diventa senza una ricostruzione temporale capace di resistere a tutte le alternative.
L’indagine era stata sviata, ma anche perfetta
L’appunto descrive un quadro durissimo delle prime indagini: formazione pilifera non repertata, bicicletta non fotografata, allarme acquisito troppo tardi, scarpe non cercate immediatamente, fotografie sequestrate e poi scomparse, fonti di prova eliminate o rese inutilizzabili.
Da queste omissioni viene ricavato un quadro sistematico di sviamento favorevole a Stasi. Ma proprio qui nasce la contraddizione più evidente: se l’indagine originaria era stata così compromessa, come poteva essere contemporaneamente considerata completa ed esauriente quando si trattava di escludere rapporti e piste alternative?
Le omissioni vengono giudicate devastanti quando servono a spiegare la mancanza di alcune prove contro Stasi; diventano irrilevanti quando occorre dichiarare definitivamente estraneo Sempio. L’indagine risulta sviata e perfetta nello stesso momento, a seconda della funzione che deve svolgere.
Un metodo asimmetrico
Il problema dell’appunto non è che arrivi necessariamente a una conclusione falsa. Un documento può giungere anche alla conclusione giusta attraverso un metodo debole. E un eventuale proscioglimento futuro di Sempio non cancellerebbe la domanda su come fu costruita la sua esclusione nel 2017.
Il problema è l’asimmetria. Il racconto di Stasi viene letto secondo il principio del massimo sospetto; quello di Sempio secondo il principio della massima compatibilità innocente. Le lacune sono colmate in direzione accusatoria per il primo e in direzione assolutoria per il secondo.
Non siamo in grado di dimostrare una malafede personale e non è necessario farlo. È sufficiente osservare il funzionamento del ragionamento: la sentenza contro Stasi non viene messa alla prova dalla nuova pista; diventa la lente attraverso cui la nuova pista viene ridimensionata.
L’appunto con la risposta già scritta
Questo documento non appare come una vera indagine su Sempio, ma come una memoria costruita per dimostrare che la condanna di Stasi era intangibile, che l’iniziativa della difesa costituiva l’ennesimo tentativo di sviare e che ogni elemento relativo a Sempio poteva essere spiegato innocentemente. Non significa che Andrea Sempio fosse colpevole nel 2017 e non significa che lo sia oggi. Significa una cosa più limitata, ma decisiva: la sua estraneità sembra essere stata dedotta soprattutto dalla coerenza con la sentenza Stasi, non accertata attraverso una nuova indagine autonoma.
Andrea Sempio non fu escluso dopo essere stato davvero indagato: fu escluso perché non entrava nella fotografia dell’assassino già fissata dalla sentenza contro Alberto Stasi.
È questa, in definitiva, l’anomalia più importante dell’appunto Barbaini: non una singola valutazione discutibile, ma un’intera macchina argomentativa nella quale la risposta sembra già contenuta nella domanda. Il documento doveva verificare se esistessero ragioni per cercare altrove: finì per spiegare perché non fosse necessario farlo.