Cento piste, cento ricostruzioni, cento delitti diversi. E una sola verità che continua a sfuggirci.

Abbiamo appena lasciato il rumoroso condominio di Garlasco, quello nel quale gli youtuber parlano degli altri youtuber, si offendono, si querelano, si sfidano, si riconciliano e ricominciano da capo. Li avevo chiamati, per gioco di parole, gli “Squallor di YouTube”: il loro comportamento mi aveva evocato lo squallore, mentre il nome costituiva una citazione e un omaggio agli Squallor, che naturalmente appartengono a tutt’altra storia e ai quali non intendevo affatto paragonarli.

Ora cambiamo quartiere.

Qui non si urla e non si lanciano piatti dalle finestre: qui si parla con tono misurato, si ingrandiscono fotografie, si tracciano linee, si calcolano distanze, si osservano pozze, schizzi, gradini, ciabatte, tappeti, vasi e telefoni.

È il quartiere dei cento Sherlock Holmes di Garlasco. Sono investigatori, criminologi, consulenti, giornalisti, youtuber, appassionati e studiosi autodidatti. Alcuni possiedono competenze autentiche; altri le hanno acquisite occupandosi del caso per anni. Quasi tutti lavorano seriamente e alcuni mostrano una capacità di osservazione fuori dal comune.

Il problema è che ciascuno, prima o poi, trova la propria soluzione.

La centunesima ricostruzione definitiva

Periodicamente compare una nuova ricostruzione destinata, nelle intenzioni di chi la propone, a rimettere finalmente in ordine l’intera scena. Può nascere da un particolare osservato nella vita quotidiana, da una fotografia ingrandita, da una distanza misurata o da un segno che fino a quel momento era stato interpretato diversamente.

L’intuizione iniziale si allarga: un solco nel sangue viene attribuito a una determinata parte del corpo; la posizione di una calzatura rivela una fuga, una colluttazione o un gesto di soccorso; un intervallo di essiccazione stabilisce una pausa; un elemento della casa assume la funzione di un’arma; un comune oggetto domestico diventa l’indizio di un’azione progettata e poi interrotta.

Passaggio dopo passaggio, non viene più ricostruito soltanto il movimento del corpo: si immaginano le intenzioni dell’aggressore, le reazioni di Chiara, le parole che potrebbero essersi scambiati e persino il momento psicologico nel quale un contrasto sarebbe diventato omicidio.

È una ricostruzione suggestiva; forse qualche suo elemento è persino corretto: ma è una delle tante ricostruzioni suggestive che abbiamo ascoltato.

Il punto iniziale dell’aggressione cambia da una ricostruzione all’altra, così come cambiano l’arma, il numero dei colpi e la successione degli spostamenti. A volte si ipotizza una caduta, altre volte una spinta; un solo strumento oppure più strumenti; una sequenza rapida oppure intervalli molto più lunghi.

Anche il trasporto del corpo viene spiegato in modi opposti: un autore solo o più persone, una vittima ancora reattiva oppure già incosciente, un tentativo di fuga, una difesa, una pausa o un cambiamento improvviso delle intenzioni dell’aggressore.

Il telefono, le calzature, il tappeto e gli altri oggetti domestici cambiano significato a seconda del racconto: possono essere conseguenze casuali della concitazione oppure gesti intenzionali ai quali viene assegnata una funzione precisa.

Ciascuna ipotesi possiede una fotografia che sembra confermarla: e ciascuna fotografia, dopo essere stata inserita nella narrazione, acquista improvvisamente un significato preciso.

Il cazzeggio di alto livello

Nel condominio degli Squallor ci trovavamo davanti al cazzeggio dichiarato: insulti, ripicche, minacce, protagonismi e regolamenti di conti.

Qui la faccenda è diversa e merita parole diverse. Nessuno sta necessariamente perdendo tempo. Molti studiano davvero, confrontano documenti, osservano particolari che le indagini possono avere trascurato e formulano domande legittime.

Eppure il risultato rischia di diventare una specie di cazzeggio di alto livello: non quello volgare delle liti, ma quello colto e tecnicamente attrezzato delle infinite ricostruzioni. Un esercizio sofisticato nel quale ciascuno può mostrare la propria capacità di osservazione, la competenza acquisita e l’intuizione che agli altri sarebbe sfuggita.

Si prendono i medesimi dieci oggetti e si costruiscono cento delitti diversi.

È anche un genere televisivo e digitale perfetto. Ogni nuova soluzione genera un titolo, una copertina, una diretta, alcune clip, molti commenti e la promessa di una rivelazione successiva. Il caso rimane vivo perché non viene mai risolto; anzi, ogni apparente soluzione produce immediatamente nuove domande.

Non occorre immaginare alcuna malafede. Si può essere scrupolosi, preparati e sinceramente convinti. Ma la convinzione di chi ricostruisce non costituisce una prova: e neppure la sua prudenza dichiarata.

Si può ripetere cento volte «questa è soltanto un’ipotesi» e poi presentare la conclusione come inevitabile. Si può dichiarare di non voler indicare alcun colpevole e costruire una scena che conduce il pubblico precisamente verso un ambiente, un movente e alcuni possibili protagonisti.

Il tono serio non rende necessariamente fondata una conclusione, e una ricostruzione coerente non è ancora una ricostruzione dimostrata.

Il film che manca fra le fotografie

È giusto sostenere che la scena del crimine non possa essere interpretata come una raccolta di immagini immobili. Il delitto è stato un movimento: qualcuno è entrato, qualcuno si è spostato, Chiara ha reagito, il suo corpo ha cambiato posizione, il sangue ha cominciato a scorrere.

Occorrerebbe dunque passare dalle fotografie al film: ma quel film non esiste.

Fra un fotogramma e l’altro rimangono spazi vuoti, ed è proprio lì che interviene l’interprete. Decide quale gesto abbia prodotto una traccia e finisce talvolta per attribuire alla vittima e all’aggressore pensieri, intenzioni e dialoghi dei quali non può esistere alcuna immagine.

Alla fine la sequenza appare perfetta perché ogni passaggio è stato immaginato per spiegare quello successivo. Una buona storia funziona così, mentre un’indagine giudiziaria dovrebbe funzionare al contrario: ogni passaggio dovrebbe essere provato indipendentemente dalla storia nella quale desideriamo inserirlo.

Anch’io avevo fame di ricostruzioni

Non ho sempre considerato inutili questi tentativi. Al contrario, soprattutto nei primi tempi li seguivo con una vera fame di conoscenza.

Ho guardato decine di video nei quali si cercava di ricostruire la casa, le distanze, le traiettorie, gli spostamenti e le sequenze dell’aggressione. Alcuni titoli erano enfatici e qualche conclusione andava oltre ciò che le immagini potevano dimostrare. Ma quelle analisi mi hanno insegnato molto.

Sembrava che improvvisamente tutti fossero diventati poliziotti, criminologi o specialisti di BPA. Ma poiché le indagini originarie avevano lasciato carenze, vuoti e domande enormi, quel lavoro collettivo possedeva una propria utilità. Gli appassionati tornavano dove gli investigatori erano passati troppo rapidamente, misuravano ciò che non era stato misurato, confrontavano fotografie e recuperavano dettagli dimenticati.

Ci stava: anzi, probabilmente era necessario.

A Garlasco ho dedicato anch’io più di cento articoli. Ho seguito piste, incontrato coincidenze, studiato comportamenti, proposto moventi, inseguito simbologie e provato a entrare nella psicologia dei protagonisti. Ho cercato soprattutto ciò che mi sembrava originale o poco esplorato: l’ambiente, le suggestioni religiose, il santuario, i comportamenti successivi, la mente orientata, le relazioni e le reazioni di chi si è trovato coinvolto o soltanto sfiorato dalla vicenda.

A modo mio, dunque, ho cazzeggiato anch’io e ho aggiunto parole alle migliaia già pronunciate intorno alla casa di via Pascoli.

Poi, però, la materia si è saturata.

Quando la materia è satura

Arriva un momento nel quale la cinquantesima ricostruzione non aggiunge più conoscenza: si limita a combinare diversamente ciò che già conosciamo. Si cambia la posizione del corpo, si prolunga una pausa, si sostituisce un’arma, si immagina un’altra presa o si attribuisce un nuovo significato alla stessa macchia.

Anche se domani qualcuno riuscisse a dimostrare, per assurdo, che Chiara fu uccisa in un punto della casa completamente diverso e che ogni traccia di quel primo luogo venne cancellata, che cosa avremmo realmente scoperto sull’identità dell’assassino? Conosceremmo meglio la dinamica, ma continueremmo a domandarci chi fosse presente, chi arrivò dopo, se agì una sola persona oppure più persone e, soprattutto, perché Chiara dovesse morire.

Avremmo un delitto descritto meglio, ma non necessariamente trovato un colpevole o un movente.

Persino se oggi comparisse un testimone e dichiarasse di avere visto come fu uccisa Chiara, non potremmo prendere automaticamente per vera la sua ricostruzione: dovremmo verificarne la presenza, le ragioni del silenzio, la conoscenza di particolari non pubblici e la compatibilità del racconto con gli elementi materiali.

Una ricostruzione non diventa vera perché finalmente possiede un testimone: figuriamoci se può diventarlo perché qualcuno ha guardato a lungo una fotografia.

Bisogna avere l’onestà di riconoscerlo: dopo un certo punto, continuare a spostare virtualmente il corpo di Chiara di cinquanta centimetri verso destra o verso sinistra rischia di non portarci da nessuna parte.

Lasciamo che siano gli investigatori e i consulenti, se ancora ne possiedono gli strumenti, a stabilire dove cadde, in quale posizione si trovasse, da quale direzione provenisse un colpo e quanto tempo fosse necessario perché si formasse una pozza. Forse non lo sanno neppure loro. E forse, dopo tutto ciò che è stato fatto e non fatto in quella casa, non sarà più possibile saperlo.

Le scoperte concrete non sono tutte decisive

Occorre però distinguere le ricostruzioni suggestive dalle scoperte fondate su un elemento concreto.

Luigi Grimaldi, per esempio, ha segnalato di recente l’anomalia di un vasetto repertato, il lotto di produzione e la sua collocazione fra gli altri prodotti. È una trovata investigativa notevolissima, che conferma la sua capacità di accorgersi di particolari che altri hanno guardato senza vedere.

Ma proprio perché la scoperta è seria, dobbiamo rivolgerle una domanda altrettanto seria: che cosa aggiunge, allo stato attuale, alla comprensione del delitto?

Può costituire un’ulteriore dimostrazione del fatto che qualcosa, dentro quella casa, fu spostato, sostituito, ricollocato o registrato in modo incoerente. Non è poco. E potrebbe diventare molto importante qualora si riuscisse a stabilire chi compì quell’operazione, quando la compì e per quale ragione.

Per ora, tuttavia, rischia di rimanere soprattutto la centunesima prova di una scena alterata della quale possediamo già cento indicazioni.

La differenza rispetto alle ricostruzioni puramente dinamiche resta fondamentale. Il vasetto esiste, il lotto può essere controllato, la lista può essere letta e l’anomalia può essere verificata. Non siamo davanti alla posizione di un oggetto dalla quale ricavare un dialogo fra la vittima e l’assassino: siamo davanti a un dato.

Lo registriamo e lo teniamo ben presente. Ma aspettiamo di capire se condurrà a qualcuno oppure se aggiungerà soltanto una nuova alterazione alle molte già conosciute. Una scoperta può essere concreta senza essere ancora decisiva.

Le tracce vicine e gli indizi lontani

La caratteristica più importante del caso Garlasco potrebbe allora non trovarsi nelle tracce sulle mattonelle, ma negli indizi apparentemente lontani.

“Lontano” non significa necessariamente a molti chilometri dalla casa. Può essere anche un particolare rimasto per anni davanti ai nostri occhi, ma separato dalla ricostruzione tradizionale dell’aggressione.

Vicino al divano, per esempio, furono individuate tre gocce di sangue nitide e separate, giudicate di non facile contestualizzazione. In seguito sono state interpretate anche come i vertici di un triangolo e accostate alla simbologia dei tre punti, comparsa in altri elementi entrati, a torto o a ragione, nel racconto di Garlasco.

Tre gocce possono formare casualmente un triangolo e l’associazione simbolica può essere soltanto un altro prodotto della mente orientata. Ma se si riuscisse a dimostrare che non appartengono alla normale dinamica dell’aggressione e furono lasciate intenzionalmente, non avremmo scoperto soltanto una nuova posizione della vittima. Avremmo individuato un gesto dell’assassino: forse una firma, un messaggio o la volontà di richiamare qualcosa.

Non perché il triangolo debba necessariamente essere massonico, satanico o rituale, ma perché una traccia intenzionale e separata dall’azione potrebbe condurre al pensiero di chi l’ha lasciata.

Per non parlare delle mutandine sul divano, oggetto di uno dei nostri primissimi articoli…

Lo stesso, poi, vale per le luci che, secondo quanto è stato riferito, sarebbero state viste nella casa di Gropello durante una notte nella quale l’abitazione avrebbe dovuto essere chiusa e vuota. Non abbiamo fotografie da ingrandire, traiettorie da tracciare o pozze da misurare. Abbiamo una domanda rimasta quasi intatta: quelle luci c’erano davvero? Chi si trovava nella casa? Perché?

Proprio perché non sappiamo rispondere, l’episodio riceve molta meno attenzione della scena di via Pascoli. Sul sangue esistono immagini che permettono a chiunque di disegnare linee e costruire dinamiche. Sulle luci di Gropello non si può inventare un film: occorre trovare una persona, una testimonianza, un documento o un riscontro.

Eppure, è probabilmente là che varrebbe la pena indagare.

Un indizio lontano può essere anche una persona che si interessa al caso senza averne apparentemente motivo; qualcuno che riceve un’informazione particolare, conosce prima degli altri un dettaglio, tenta di orientare una trasmissione o un giornale, frena un’iniziativa o scredita chi sta seguendo una determinata pista.

Può essere una relazione che ufficialmente non dovrebbe esistere: una telefonata, un incontro, un silenzio concordato, una protezione, una conoscenza anticipata. Un comportamento, insomma, che, senza il delitto, non avrebbe alcuna spiegazione.

Le tracce ematiche permettono ricostruzioni differenti. Le azioni delle persone hanno invece una data, un autore, un destinatario e spesso uno scopo.

Sapere quale parte del corpo produsse un segno nella pozza può modificare la descrizione dell’aggressione: sapere chi accese quelle luci, oppure perché furono lasciate tre gocce isolate, potrebbe modificare la conoscenza dell’assassino.

La prima domanda riguarda il modo: la seconda riguarda la mente, le relazioni e forse l’identità di chi agì.

Una pista è qualcosa di più

Una vera pista, qualunque ne sia la natura, dovrebbe mettere insieme persone, fatti e comportamenti verificabili: non basterebbe trovare una macchia, un’immagine ambigua o una frase interpretabile in cinque modi.

Dovrebbe spiegare perché qualcuno entrò in quella casa, perché Chiara rappresentava un pericolo, perché fu uccisa, perché la scena venne alterata e perché alcune persone si comportarono in un certo modo dopo il delitto. Dovrebbe possibilmente collegare il prima, il durante e il dopo.

È questo che cerchiamo anche nei grandi delitti irrisolti del passato. Non soltanto la posizione esatta del corpo o la direzione di una macchia, ma l’ambiente, le relazioni, le possibili protezioni, le anomalie investigative e i comportamenti successivi. Le misure sono indispensabili per chi indaga e per chi deve sostenere una tesi in tribunale; il contesto è ciò che può dare a quelle misure un significato.

La vera domanda potrebbe allora non essere più: «In quale punto esatto fu colpita Chiara?». Potrebbe diventare: «Perché, dopo la sua morte, quella persona fece proprio quella cosa?». Quando una spiegazione riesce a rispondere anche a questo, forse non siamo più davanti alla centunesima ricostruzione. Siamo davanti a una pista.

La verità giudiziaria e quella reale

Alla fine, conterà la ricostruzione che la Procura sarà in grado di portare davanti a un giudice e di sostenere con prove sufficienti. Non perché una Procura sia infallibile: la storia di Garlasco ci ha già insegnato il contrario: conterà se condurrà alla condanna del vero colpevole e riuscirà a resistere alle verifiche processuali.

Potrebbe arrivare una confessione: ma neppure una confessione, da sola, rappresenterebbe automaticamente la verità. Dovrebbe contenere particolari sconosciuti, trovare conferme e spiegare ciò che soltanto chi era presente potrebbe conoscere.

Fino ad allora continueremo ad avere cento Sherlock Holmes, cento dinamiche, cento armi e cento assassini diversi. Tutto può essere interessante, qualcosa può essere persino vero. Ma una possibilità non diventa verità soltanto perché è raccontata bene, illustrata con fotografie e pronunciata con voce sicura.

Continueranno a comparire nuovi investigatori della domenica e nuovi studiosi preparatissimi. Ognuno troverà il dettaglio che gli altri non avevano visto, il gesto che mancava, la traiettoria definitiva e il minuto capace di cambiare tutto. Li ascolteremo. Qualche volta impareremo ancora qualcosa, ammirati da tanta competenza e sapienza.

Ma la soluzione del delitto, se arriverà, probabilmente non nascerà dalla centunesima disposizione delle macchie sul pavimento, ma da un elemento capace di collegare una persona a un movente, a un comportamento e a una conoscenza che non avrebbe potuto possedere.

Non un altro film, costruito con le fotografie, ma una prova che ci consenta finalmente di spegnere quel vecchio proiettore acceso ormai da troppo tempo…

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