Il contenitore si chiama GARLASCO, ma ciò che vi raccolgo da tempo oltrepassa i confini della villetta di via Pascoli. Garlasco mi ha insegnato a osservare non soltanto un fatto, ma tutto ciò che gli cresce intorno: le parole, le immagini, i simboli, le coincidenze e le rappresentazioni che, a forza di accumularsi, rischiano talvolta di diventare più potenti della realtà dalla quale sono nate.

Per questo, qualche mese fa, avevo parlato anche del Festival di Sanremo. Naturalmente non accostavo un delitto a uno spettacolo musicale. Mi interessava un meccanismo comune: a Garlasco l’omicidio rischia di scomparire dietro le infinite narrazioni costruite attorno a esso; a Sanremo la canzone sembra progressivamente dissolversi dentro una rappresentazione più grande, popolata di scenografie, simboli e coincidenze che si offrono continuamente all’interpretazione.

Avevo parlato dei tredici gradini, di Tredici Pietro, di Uomo che cade, dell’intelligenza artificiale e dei paperotti. Non sostenevo l’esistenza di un rito nascosto: osservavo una rappresentazione costruita in modo tale da prestarsi quasi inevitabilmente a una lettura rituale. Cambiava il palcoscenico, ma rimaneva la stessa domanda: chi scrive il copione e quale parte assegna a noi spettatori?

Credevo che quella deviazione si fosse conclusa lì. Poi, per caso, una canzone ascoltata in automobile ha riaperto il collegamento e gli ha dato un significato nuovo, assai meno giocoso.

Il titolo di questo articolo, Sangue di giovani vite, potrebbe del resto bastare da solo a ricondurlo a Garlasco. Prima di tutte le interpretazioni, le coincidenze e le rappresentazioni, in quella casa rimane il sangue reale di Chiara: il sangue di una ragazza alla quale fu sottratta la vita. È il collegamento più semplice, più serio e più triste. E sarebbe sufficiente anche se tutto il resto fosse soltanto una canzone.

La musica alla radio ormai la ascolto raramente: non è più la mia musica, non riconosco quasi nessuno, non trovo facilmente quelle melodie, quelle armonie che mi hanno accompagnato per una vita. In macchina, soprattutto durante i viaggi lunghi, capita invece di girare fra le stazioni e incontrare qualcosa per caso. È successo così. Una voce femminile che non riconoscevo, una canzone che non avevo mai veramente ascoltato e, improvvisamente, alcune parole che mi sono entrate dentro con una violenza sproporzionata rispetto a ciò che stavo facendo: guidare tranquillamente verso casa.

“Questa sono io.” Poi: “Ringrazio Dio.” E infine quella frase: “Dacci ancora sangue di giovani vite.” Il testo continua parlando di una preghiera gettata contro i muri, di santi disperati, della voglia di respirare e di farsi male, di spari al cielo, fino all’apparizione enigmatica di “un altro Dio”. Non sto ricostruendo liberamente il testo: quelle parole ci sono davvero. La canzone è Ringrazio Dio, cantata da Paola Turci, scritta da Alfredo Rizzo, Remo Silvestro e Roberto Righini. La cosa che mi ha colpito ancora di più l’ho scoperta soltanto dopo: quella canzone non era un oscuro esperimento discografico. Era stata presentata al Festival di Sanremo del 1990, dove Paola Turci arrivò in finale, classificandosi dodicesima.

Nel 1990 probabilmente non ci avrei fatto caso. O forse avrei avuto per qualche secondo la stessa sensazione che ho avuto ieri: “ma che cosa vuol dire?”. Poi sarebbe finita lì. Oggi non finisce più lì. Perché in mezzo sono passati trentasei anni, ma soprattutto sono passati Garlasco e tutto ciò che, volente o nolente, mi ha costretto ad avvicinarmi a un linguaggio che prima non conoscevo. Jung, gli archetipi, il simbolo, la metamorfosi, la farfalla, le letture alchemiche, il sacrificio, la morte come trasformazione, la rigenerazione. Non significa che io abbia cominciato a crederci. Significa che ho imparato a riconoscerne il vocabolario. E quando qualcuno mette in successione Dio, sangue e giovani vite, oggi le mie antenne si alzano.

Naturalmente esiste la spiegazione più semplice. Il sangue è vita. “Sangue giovane” significa nuova energia, nuova linfa, nuove generazioni. È una metafora antichissima e perfettamente legittima. Ma proprio qui comincia il problema: il simbolo funziona perché conserva contemporaneamente più significati. Il sangue è ciò che circola e mantiene in vita, ma è anche ciò che viene versato quando la vita viene ferita. È energia e sacrificio. È nascita e morte. E la canzone non chiede genericamente “dacci giovani vite”. Dice “dacci ancora sangue di giovani vite”. Non posso sapere quale intenzione avessero gli autori, e non intendo attribuirgliene una che non posso dimostrare. Posso però ascoltare le parole. E oggi quelle parole non mi sono più neutre.

Anche “questa sono io” mi ha colpito soltanto dopo. Nella lettura normale è una dichiarazione personale: questa sono io, con le mie contraddizioni, la mia rabbia, la mia incapacità di pregare. Ed è certamente la spiegazione più naturale. Ma se per un momento faccio lo stesso esercizio che avevo fatto con Sanremo 2026 e tolgo cantante, orchestra, Festival e contesto popolare, rimane una sequenza curiosa: una voce si identifica, invoca Dio e chiede sangue di giovani vite. In un romanzo esoterico la chiameremmo probabilmente una formula rituale. Qui è una canzone di Sanremo. Non vuol dire che lo sia. Vuol dire che può essere letta così. Ed è una differenza fondamentale.

È qui che il collegamento con il mio precedente articolo su Sanremo è esploso da solo. Perché pochi mesi fa non ero stato affatto l’unico a notare quanto il Festival 2026 si prestasse a interpretazioni simboliche. In rete sono circolate analisi esoteriche minuziose della scenografia, dei colori, dei numeri, degli abiti e delle successioni. Alcune mi sembrano interessanti, altre francamente vedono simboli dove probabilmente non ce ne sono. Ma il fenomeno esiste. E soprattutto alcuni elementi da cui quelle letture partivano erano reali: l’intelligenza artificiale che, sulle note di Papaveri e papere, trasformava Carlo Conti e il pubblico dell’Ariston in paperotti; il clamoroso “Repupplica” sul ledwall; Tredici Pietro che portava in gara Uomo che cade. Il simbolismo veniva dopo. I materiali erano già sulla scena.

Il 13, per esempio, nelle letture esoteriche è diventato immediatamente morte, passaggio, trasformazione. Tredici Pietro cantava un uomo che cade e lo stesso artista spiegava pubblicamente il brano come un percorso fatto di cadute e ripartenze. Un guasto al microfono durante la sua esibizione ha poi fornito un’altra coincidenza perfetta per chi voleva interpretarla simbolicamente. Anche qui: nessuna prova di nulla. Un incidente tecnico resta un incidente tecnico. Ma quando una rappresentazione produce continuamente immagini di caduta, trasformazione, intelligenza artificiale, identità modificata, uomo che diventa paperotto, allora qualcuno comincia inevitabilmente a leggere la successione come un linguaggio.

E non è neppure un fenomeno nato nel 2026. Nel 2019 il Festival finì davvero al centro di una polemica nazionale perché durante uno sketch Virginia Raffaele ripeté più volte la parola “Satana”. Intervennero un sacerdote impegnato contro le sette, esponenti politici, giornali e televisioni. Il Corriere, Repubblica, Wired, Mediaset e RTL ne parlarono diffusamente. Possiamo considerare quella polemica esagerata, assurda o fondata: non importa. Ci interessa che Sanremo produce da tempo anche questo tipo di lettura, perché la rappresentazione contiene continuamente materiale che può essere reinterpretato.

C’è di più. Nel 2023 una rivista culturale nata proprio a Sanremo, The Mellophonium, dedicò un intero fascicolo al rapporto tra musica e massoneria, arrivando a sostenere che le origini stesse del Festival avrebbero avuto rapporti con figure appartenenti alla Libera Muratoria, e citando personaggi della musica e dello spettacolo italiano che avrebbero avuto appartenenze massoniche. La stessa rivista del Grande Oriente d’Italia riprese la questione parlando delle possibili “radici massoniche” del Festival e facendo i nomi di Amilcare Rambaldi, Angelo Nizza e Franco Alfano. Anche qui il condizionale è obbligatorio: una cosa è documentare appartenenze individuali o reti culturali, tutt’altra cosa è immaginare una regia occulta del Festival. Ma non possiamo neppure fingere che la relazione storica fra musica, spettacolo, associazioni riservate e mondi esoterici sia un’invenzione nata ieri su YouTube.

Del resto, il rapporto fra musica e rito non ha nulla di fantasioso. È materia studiata da antropologi, musicologi e storici delle religioni: canto, ritmo e ripetizione accompagnano pratiche rituali in culture diversissime e possono avere funzioni di partecipazione, trance, identificazione e trasformazione. Esiste persino una letteratura accademica specifica sui rapporti fra musica ed esoterismo, cioè su come musicisti ed esoteristi abbiano utilizzato la musica per comunicare significati, produrre influenze o costruire identità simboliche. Questo non trasforma una canzone pop in un rito. Ma rende meno ingenua l’idea che una canzone sia soltanto una successione di note e parole senza alcuna possibile funzione simbolica.

E qui torno a Ringrazio Dio. Se l’avessi trovata in un vecchio disco di un gruppo dichiaratamente occultista, probabilmente sarebbe meno interessante. Potrei dire: e va bene, quello è il loro mondo. Invece la ritrovo a Sanremo. Ed è proprio questo il dettaglio che chiude il circuito. Non posso neppure accusarmi di avere isolato una frase dal suo contesto per trascinarla artificialmente dentro Garlasco. Perché quando vado a cercare il contesto, il contesto mi riporta esattamente nello stesso luogo culturale sul quale avevo già scritto: il Festival di Sanremo. Il problema non è che ho portato Sanremo dentro Garlasco. È che, seguendo quella frase, Sanremo è tornato da solo.

E allora la continuità che intravedo non è necessariamente quella di un’organizzazione. Non ho alcun elemento per dire che qualcuno abbia deciso nel 1990 di seminare un messaggio che sarebbe riapparso nel 2026. Sarebbe una sciocchezza. La continuità che mi interessa è quella di un linguaggio. Nel 1990 il simbolo poteva essere dentro il testo: Dio, sangue, giovani vite, dolore, un altro Dio. Nel 2026 sembra essersi allargato alla scena: numero, scala, caduta, trasformazione, intelligenza artificiale, metamorfosi del pubblico. Prima dovevi ascoltarlo. Oggi spesso lo devi anche guardare.

Poi naturalmente esiste il mondo dello spettacolo. Esistono case discografiche, produttori, manager, direttori artistici, uffici stampa, televisioni, gruppi editoriali, sponsor, amicizie, relazioni e centri di influenza. Nessun cantante arriva a un palco come quello di Sanremo nel vuoto pneumatico. È un’industria, e un’industria vive di reti. Che dentro queste reti possano esserci anche appartenenze culturali, associative o massoniche non sarebbe affatto sorprendente. Quello che non posso fare è trasformare questa constatazione banale in una catena che dica: rete, loggia, cantante, testo, messaggio occulto. Non ho quella catena. Ma nemmeno per questo devo comportarmi come un paperotto e fingere che le reti non esistano.

Forse è questo che Garlasco mi ha lasciato, prima ancora di qualunque convinzione sulla pista esoterica: una specie di allergia all’isolamento dei fatti. Un dettaglio da solo può essere irrilevante. Dieci dettagli possono continuare a esserlo. Ma qualche volta è il modo in cui si richiamano a costringerci almeno a fermarci. A Garlasco ho imparato quanto sia pericoloso collegare puntini che non hanno rapporti fra loro; ma ho imparato anche il pericolo opposto, quello di rifiutarsi di collegarli semplicemente perché il disegno che potrebbe apparire ci infastidisce.

Ieri ero soltanto in macchina.

Non cercavo simboli.

Non stavo guardando un video complottista.

Non stavo leggendo Jung.

Non stavo pensando al sangue di Chiara Poggi.

Ho acceso una radio.

Una donna ha detto: questa sono io.

Ha detto: ringrazio Dio.

Poi ha chiesto sangue di giovani vite.

Ho scoperto che era Paola Turci.

Ho scoperto che era Sanremo 1990.

E mi è tornato davanti Sanremo 2026.

Non dico che ci sia qualcosa.

Non dico che non ci sia.

Dico soltanto che, dopo tutto quello che ho visto e letto in questi mesi, quella frase non riesco più ad ascoltarla come avrei fatto nel 1990.

E adesso che l’avete ascoltata anche voi, fate quello che volete.

Ma almeno una volta, prima di cambiare stazione: pensateci.

Paperotti.

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