TRA SQUALLOR E SHERLOCK HOLMES


Dopo aver osservato prima il rumoroso condominio degli Squallor di YouTube e poi il più rispettabile laboratorio dei cento Sherlock Holmes, qualcuno potrebbe legittimamente rivolgerci la domanda: e voi, dove vi collocate? Da anni vi occupate di Garlasco, attraverso articoli letti e condivisi anche su un canale YouTube, commentate persone e avvenimenti, proponete collegamenti e interpretazioni. Perché gli altri dovrebbero essere sottoposti alla vostra lente d’ingrandimento e voi no?
La domanda è legittima. Non pretendo certamente di sottrarmi alla critica e non penso che il lavoro al quale abbiamo dato vita debba esserne immune. Posso soltanto spiegare che cosa abbiamo fatto e, soprattutto, che cosa credo di avere fatto io scrivendo questi articoli.
Uso volutamente il noi, senza trasformarlo in una società con ruoli, confini e competenze rigidamente assegnati. Gli articoli li ho scritti io; Paola (dei Misteri), attraverso il suo canale YouTube, ne ha letti moltissimi, prestando loro la voce e offrendo una ribalta che non avevo previsto. È stata un’esperienza inattesa, piacevole e appagante: parole nate davanti alla mia tastiera hanno incontrato persone che probabilmente non sarebbero mai arrivate al mio sito e sono diventate occasione di ascolto, di confronto e di condivisione.
Quel noi può dunque indicare una collaborazione, ma anche qualcosa di più largo e meno definito: chi ha scritto, chi ha letto, chi ha ascoltato e chi ha partecipato alla discussione. Non significa che ogni frase pronunciata sul canale appartenga a me, né che ogni mio articolo rappresenti necessariamente il canale. Significa semplicemente riconoscere che, per un lungo tratto, due esperienze diverse si sono incontrate e si sono reciprocamente arricchite.
Dove ci collochiamo, allora? Non nella cronaca in senso stretto, perché non abbiamo inseguito la notizia minuto per minuto e quasi mai ne abbiamo prodotta una. Ma neppure nella fascia più alta e specialistica dell’informazione, quella delle grandi inchieste giornalistiche, dei documenti esclusivi, delle competenze scientifiche e delle analisi tecniche. E certamente non nel territorio degli eccessi che abbiamo descritto: il battibecco permanente, la gara a chi scopre per primo l’assassino, la trasformazione di ogni fotografia in una perizia e di ogni coincidenza in una prova.
I nostri articoli — uso ancora questo noi giornalistico, pur sapendo che la penna e la responsabilità sono mie — si collocano piuttosto in una fascia di mediazione e di commento. Raccolgono informazioni già emerse, le ordinano, le mettono in relazione, segnalano punti di vista, avanzano dubbi, suggeriscono collegamenti, provano a interpretare parole, silenzi, comportamenti e rappresentazioni pubbliche.
Non sono un investigatore e non mi presento come tale. Non misuro le traiettorie del sangue, non calcolo i tempi di essiccazione, non ricostruisco il percorso del corpo e non pretendo di stabilire, osservando una fotografia, dove si trovassero la vittima e l’assassino in ogni minuto di quella mattina. Quando eccezionalmente mi sono occupato della pendenza del canale Brielli, sono andato sul posto, ho mostrato ciò che avevo visto e ho lasciato agli altri le conclusioni.
Non sono neppure psicologo, medico legale o criminologo. Quando mi sono avvicinato a queste discipline, ho cercato documenti e fonti, servendomi talvolta anche dell’intelligenza artificiale come ulteriore strumento di mediazione. Ma non ho mai pensato che questo potesse trasformarmi in uno specialista.
Mi definirei piuttosto un mediatore narrativo e un osservatore del discorso pubblico su Garlasco. Osservo non soltanto il delitto, ma tutto ciò che il delitto ha prodotto intorno a sé: i giornali e le televisioni, i canali YouTube, le parole pronunciate e i silenzi, le improvvise apparizioni e le assenze, le suggestioni, le coincidenze, le piste periferiche e quei particolari apparentemente lontani che possono aiutare a comprendere il contesto.
Metto ciò che emerge in relazione con altre vicende, con la storia, con la sociologia, con l’antropologia, con la cultura popolare e talvolta con ricordi ed esperienze personali. Anche una consuetudine di paese, una parola dialettale o un ambiente frequentato molti anni fa possono offrire una prospettiva che il puro resoconto non possiede. Non aggiungo una virgola alla BPA o a una perizia medico-legale. Aggiungo, semmai, un punto di vista sul modo in cui quelle perizie vengono raccontate, accolte, respinte o utilizzate.
La differenza è un po’ quella che esisteva, soprattutto un tempo, fra il quotidiano e la rivista. Il giornale comunicava il fatto; la rivista arrivava dopo, lo collocava in un quadro più ampio, lo commentava e cercava di attribuirgli un significato. Noi non portiamo quasi mai una notizia nuova: proviamo a elaborare quelle già esistenti e a domandarci che cosa raccontino non soltanto del delitto, ma delle persone, dell’informazione, della giustizia e di noi che continuiamo a occuparcene.
È un approccio libero e inevitabilmente personale. Talvolta produce un’analisi; altre volte una suggestione, un’associazione forse azzardata o persino un piccolo esercizio letterario applicato al caso Garlasco. L’ambizione non è sostituirsi alla cronaca o all’indagine, ma dare ai contenuti una forma, una profondità e, quando riesce, anche un’impronta narrativa. Non chiedo che tutto questo venga scambiato per una prova e non proclamo di avere trovato l’ennesima soluzione definitiva.
Anche questo lavoro può essere criticato. Si può ritenere che una mia associazione sia debole, che una suggestione sia eccessiva, che un articolo non aggiunga nulla o che anch’io abbia parlato troppo. Sarebbe una critica legittima, e dopo più di cento articoli sarei il primo a comprenderla.
Chiedo soltanto che questi articoli siano giudicati per ciò che dichiarano di essere: non cronaca, non perizie, non sentenze, ma uno spazio autonomo di riflessione e condivisione. Sono nati da una penna — o, più prosaicamente, da una tastiera — e hanno trovato anche una voce, un canale e un pubblico. Questo è il nostro noi: non un’etichetta che annulla le differenze, ma l’incontro fra una scrittura, una lettura e coloro che hanno avuto la curiosità di seguirle.
Non siamo gli ultimi Sherlock Holmes e non possediamo la chiave della villetta di via Pascoli. Restiamo fuori dalla casa, sotto il nostro vecchio lampione. Osserviamo le persone che vi entrano e ne escono — realmente o attraverso i loro racconti — e proviamo a illuminare qualche volto, qualche passo e qualche ombra. Senza pretendere di sapere, soltanto per questo, che cosa sia accaduto dietro quella porta.

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