Si parva licet componere magnis
Nel precedente articolo (104) ho sostenuto che il caso Garlasco non dimostra affatto l’utilità della separazione delle carriere e che la requisitoria di Oscar Cedrangolo rivela, semmai, il valore di un pubblico ministero capace di dubitare della propria accusa. Ma che cosa sarebbe accaduto se quella separazione fosse stata assai più radicale? Se il caso fosse accaduto per esempio in Texas, con un procuratore eletto, un giudice eletto e una giuria popolare?
Mentre scrivo, il caso Garlasco si trova ancora una volta sospeso nell’attesa: la conclusione delle nuove indagini, la possibile richiesta di rinvio a giudizio, le decisioni che dovranno essere prese dai pubblici ministeri e poi dai giudici. Intorno a ciascuno di questi passaggi continuano a confrontarsi, spesso con toni furibondi, opinioni opposte sul ruolo della Procura, sull’imparzialità dei magistrati, sul peso delle sentenze precedenti e sulla possibilità che un sistema giudiziario riesca a correggere i propri errori.
Il recente dibattito sulla separazione delle carriere ha aggiunto un’altra domanda. Giorgia Meloni ha persino utilizzato Garlasco come argomento a favore della riforma, invitando a votare perché non si ripetesse più «una vergogna come quella di Garlasco». Il collegamento era molto più emotivo che giuridico: la separazione delle carriere non avrebbe infatti modificato le regole sulle indagini, sulle perizie, sulla conservazione dei reperti, sulle impugnazioni o sulla revisione di una condanna. Ma quella frase ha avuto almeno il merito involontario di suggerirmi un esperimento.
Che cosa sarebbe accaduto se il caso Garlasco fosse nato davvero dentro un sistema nel quale accusa e giudice sono nettamente separati? E se il procuratore, anziché essere un magistrato indipendente appartenente allo stesso ordine dei giudici, fosse stato un funzionario eletto dalla popolazione? Quale peso avrebbero avuto i processi televisivi, la pressione della famiglia della vittima, l’opinione pubblica divisa fra colpevolisti e innocentisti e la necessità del procuratore e del giudice di ripresentarsi agli elettori?
Non sono un giurista né un esperto di diritto comparato. Ho studiato qualche materia giuridica, seguito per anni il caso di Garlasco e scritto ormai oltre cento articoli sulla sua storia giudiziaria, ma la mia conoscenza del processo americano proviene anche, come quella di molti italiani, dai romanzi gialli, da Perry Mason, dai film e dalle serie televisive. Queste ultime ci hanno insegnato molte formule — objection, your honor, guilty or not guilty — senza necessariamente spiegarci che negli Stati Uniti non esiste un unico sistema giudiziario e che le regole possono cambiare notevolmente da uno Stato all’altro.
Per non costruire quindi un’“America” immaginaria mettendo insieme pezzi incompatibili, ho scelto uno Stato preciso e ho verificato le sue regole attraverso fonti ufficiali. La scelta è caduta sul Texas, dove i procuratori distrettuali vengono eletti, i giudici statali partecipano a elezioni partitiche, l’incriminazione per i reati più gravi passa normalmente attraverso una Grand Jury e la colpevolezza viene decisa da una giuria popolare.
La scelta del Texas non dipende soltanto dal suo sistema giudiziario. Mi ha attirato anche una doppia coincidenza geografica e quasi letteraria.
Nei pressi di Dallas esiste una città chiamata Garland. Il nome non ha alcun legame storico con Garlasco: la città texana fu chiamata così in onore di Augustus Hill Garland, uomo politico e ministro della Giustizia degli Stati Uniti nell’Ottocento. Ma l’assonanza è sorprendente. Garland sembra quasi la trasformazione americana di Garlasco, il paese al cui nome avevo già dedicato un precedente articolo, ricordando anche l’ipotesi che nella sua antica radice sopravviva un riferimento all’acqua.
E l’acqua offre una seconda coincidenza. Il Texas dei cowboy, dei pozzi petroliferi e delle distese aride è anche un’importante terra di risaie. Non è lo Stato più risicolo d’America (il primato appartiene largamente all’Arkansas) ma coltiva circa 48.000 ettari di riso, una superficie pari a quasi due terzi dei circa 70.000 ettari risicoli della Lomellina. Le coltivazioni texane si concentrano soprattutto nelle pianure umide della costa del Golfo del Messico, un po’ lontano da Garland, ma il parallelo rimane suggestivo: anche il nostro immaginario Texas possiede un paesaggio di acqua, canali e campi allagati.
Il trasferimento da Garlasco a Garland diventa così qualcosa di più di un gioco di parole. Partiamo da due nomi quasi speculari e da due territori accomunati, sia pure a grande distanza, dalla coltivazione del riso; poi spostiamo la villetta, gli indizi e i protagonisti dall’uno all’altro e cambiamo soltanto le regole del processo.
È il punto di partenza ideale per il nostro esperimento controfattuale: che cosa sarebbe accaduto ad Alberto Stasi se il delitto di Garlasco fosse diventato il delitto di Garland, Texas?
Trasferiamo allora idealmente la villetta di via Pascoli da Garlasco a Garland, nella contea di Dallas. Lasciamo immutati il 13 agosto 2007, la vittima, l’indagato, gli orari, il computer, le biciclette, le scarpe, le macchie di sangue, gli errori sulla scena del crimine e tutti gli elementi raccolti nel fascicolo italiano. Cambiamo soltanto il sistema giudiziario.
Non si tratta di stabilire come “sarebbe certamente finita”: nessuno può conoscere il verdetto di una giuria mai esistita. Si tratta di seguire quel caso dentro regole differenti e vedere in quali punti la sua storia avrebbe preso inevitabilmente un’altra strada.
La domanda iniziale può sembrare semplice: Alberto Stasi, in Texas, sarebbe stato condannato oppure assolto?
La risposta più sorprendente è questa: probabilmente sarebbe stato mandato a processo con maggiore rapidità e sotto una pressione popolare più forte. Ma, se fosse stato assolto dalla prima giuria, nessun procuratore e nessuna Corte avrebbero più potuto riprocessarlo per l’omicidio di Chiara Poggi. Garlasco, così come lo conosciamo — due assoluzioni seguite da un annullamento e infine da una condanna — in Texas non sarebbe potuto esistere.
A Garland l’indagine sarebbe stata condotta dalla polizia locale, ma la decisione di portare Stasi davanti a un tribunale sarebbe passata dal procuratore distrettuale della contea di Dallas. Non un magistrato inserito in una carriera nazionale, bensì un funzionario eletto. Il procuratore avrebbe dovuto valutare le prove sapendo che, alla scadenza del mandato, sarebbe tornato davanti agli stessi cittadini che per mesi avevano seguito l’omicidio in televisione.
Questo non significa che avrebbe obbedito automaticamente ai sondaggi. Significa però che la pressione dell’opinione pubblica non sarebbe rimasta soltanto fuori dal palazzo di giustizia: sarebbe entrata strutturalmente nel suo orizzonte professionale. Un delitto senza colpevole, una famiglia che reclama giustizia e un unico sospettato già esposto dai media possono diventare argomenti elettorali. L’avversario politico potrebbe accusare il procuratore di debolezza; il procuratore, a sua volta, potrebbe essere tentato di lasciare che sia una giuria a prendersi la responsabilità della decisione finale.
Anche i giudici statali texani partecipano a elezioni partitiche. Il giudice non deciderebbe personalmente la colpevolezza, ma governerebbe il processo, stabilirebbe quali prove ammettere e quali escludere e sarebbe anch’egli consapevole del clima della comunità. Il Texas realizzerebbe dunque una separazione molto più radicale di quella discussa in Italia, ma non una giustizia sottratta alla politica: accusa e giudice sarebbero separati fra loro e, nello stesso tempo, entrambi esposti al voto.
Per un omicidio, il procuratore presenterebbe normalmente il caso a un Grand Jury, che possiamo chiamare Gran giurì d’accusa per non confonderlo con la giuria popolare del processo. Il Gran giurì non dovrebbe decidere se Stasi sia colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. Dovrebbe soltanto stabilire se esista una base sufficiente, la probable cause, per formulare l’accusa e celebrare il processo.
Con gli elementi raccolti nel 2007, è ragionevole pensare che il procuratore avrebbe chiesto l’incriminazione: la relazione con la vittima, la conoscenza della casa, l’assenza apparente di effrazione, la finestra temporale, il racconto del ritrovamento, il percorso dichiarato nella villetta e le successive discussioni sulle scarpe, sulla bicicletta e sul computer. La soglia per aprire il processo sarebbe stata molto più bassa di quella richiesta per condannare. Stasi, quindi, avrebbe avuto elevate probabilità di arrivare rapidamente davanti a una giuria.
Non avremmo avuto il rito abbreviato nella forma italiana e non sarebbe esistito un giudice Vitelli chiamato a valutare l’intero fascicolo con quel particolare meccanismo processuale. Stasi avrebbe potuto negoziare una dichiarazione di colpevolezza, ma tutta la sua condotta successiva fa pensare che avrebbe rifiutato. Dichiarandosi not guilty, avrebbe affidato la propria sorte a dodici cittadini.
È qui che il nostro esperimento smette di essere soltanto giuridico e diventa inevitabilmente cinematografico. Per molti della mia generazione la giuria americana è prima di tutto quella di La parola ai giurati. Dodici uomini entrano in una stanza convinti di dover sbrigare rapidamente una formalità; undici votano subito per la colpevolezza e soltanto il giurato interpretato da Henry Fonda chiede di discutere. Non afferma di conoscere l’innocenza dell’imputato. Ricorda agli altri che, prima di mandare un uomo alla morte, bisogna essere sicuri delle prove.
Il film mostra qualcosa che riguarda direttamente Garlasco: un indizio può sembrare fortissimo finché nessuno lo esamina da un’altra angolazione. Un testimone può essere sincero e avere visto male; una ricostruzione può apparire inevitabile soltanto perché non è stata ancora raccontata un’alternativa; il carattere antipatico dell’imputato può occupare lo spazio lasciato vuoto dalla prova.
Ma una vera giuria di Garland non sarebbe rimasta chiusa in una stanza astratta. I suoi componenti proverrebbero dalla stessa area investita per mesi da servizi televisivi, commenti, fotografie e anticipazioni. La difesa potrebbe interrogarli durante il voir dire, escludere quelli apertamente prevenuti e chiedere, nei casi estremi, lo spostamento del processo. Non potrebbe però cancellare dalla loro memoria il processo celebrato nel frattempo fuori dall’aula.
La domanda diventerebbe allora la stessa che attraversa Anatomia di un omicidio: il processo scopre una verità già esistente oppure costruisce, attraverso due racconti contrapposti, la verità che la giuria riterrà più convincente? Accusa e difesa prenderebbero gli stessi fatti e li disporrebbero in due storie completamente diverse.
Il procuratore racconterebbe una storia semplice. Il fidanzato conosceva la casa e le abitudini della vittima; disponeva del tempo necessario; avrebbe mentito sul percorso compiuto nella villetta; alcuni comportamenti successivi apparirebbero freddi o contraddittori. Le scarpe, la bicicletta, il computer e ogni dettaglio verrebbero presentati non come episodi isolati, ma come scene successive dello stesso film.
La difesa ne proietterebbe un altro: nessuna arma, nessun testimone, nessun movente chiaramente dimostrato, nessuna traccia del sangue di Chiara sul corpo o sugli abiti di Stasi, nessuna prova scientifica capace di collocarlo con certezza nell’azione omicidiaria e una scena del crimine gestita in modo tale da rendere discutibili molte conclusioni successive.
Volete condannare un uomo per omicidio senza arma, senza un testimone, senza un movente dimostrato e senza una sola traccia della vittima sul suo corpo?
Sarebbe un’arringa formidabile davanti a una giuria. Ma sarebbe altrettanto efficace la risposta dell’accusa: le prove indiziarie non devono essere considerate una per una, bensì come parti di un mosaico. Tutto dipenderebbe dalla capacità delle due parti di trasformare una massa contraddittoria di elementi nella narrazione più credibile.
Presunto innocente aggiunge un’altra suggestione. Nel film il protagonista è un pubblico ministero che diventa sospettato dell’omicidio di una donna con la quale aveva avuto una relazione. Indagine, ambizione politica, vita privata e prove nascoste si confondono. Non è la storia di Garlasco, naturalmente, ma mostra quanto rapidamente chi appartiene al mondo ordinato della normalità possa diventare il personaggio sul quale l’intera accusa concentra la propria storia.
Non è possibile assegnare una percentuale seria a una giuria mai esistita. Possiamo soltanto individuare le forze in campo. Avrebbero favorito l’accusa la severità texana verso i reati violenti, la spettacolarità del dibattimento, il peso attribuito alla condotta dell’imputato e la capacità del procuratore di presentare gli indizi come un racconto unitario. Avrebbero favorito Stasi l’assenza di una prova materiale decisiva, gli errori compiuti sulla scena e la possibilità di trasformare ogni certezza dell’accusa in un dubbio ragionevole.
Per questo l’incriminazione sarebbe stata probabile, mentre la condanna sarebbe rimasta incerta. Perry Mason ci ha abituati per anni alla soluzione spettacolare: il testimone crolla, il vero assassino confessa e il processo termina con la verità finalmente visibile a tutti. I processi reali non funzionano quasi mai così. La giuria non sarebbe stata chiamata a scoprire chi avesse certamente ucciso Chiara, ma a decidere se l’accusa avesse dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che fosse stato Stasi.
Anche Law & Order ci ha insegnato una distinzione utile: nella prima metà la polizia raccoglie i fatti; nella seconda i procuratori decidono quali fatti possono diventare prove e quale storia possa essere sostenuta davanti ai giurati. Trasferito in Texas, Garlasco sarebbe passato esattamente attraverso quella cerniera. Gli errori dell’indagine non sarebbero scomparsi; avrebbero semplicemente cambiato il luogo e il modo nel quale essere combattuti.
La differenza più importante arriverebbe dopo il verdetto. Se la giuria avesse dichiarato Stasi not guilty, cioè non colpevole, il processo per quell’omicidio sarebbe finito. Il principio americano del double jeopardy, corrispondente al nostro divieto di essere processati due volte per lo stesso fatto, impedisce all’accusa di impugnare un’assoluzione per ottenere un nuovo giudizio.
Non avremmo avuto l’annullamento dell’assoluzione, l’appello bis e la trasformazione delle due decisioni favorevoli a Stasi nella condanna definitiva del 2015. Anche la comparsa successiva di nuovi elementi non avrebbe normalmente permesso di processarlo di nuovo per l’omicidio di Chiara. Il sistema che avrebbe esposto maggiormente Stasi alla pressione politica e popolare prima del verdetto gli avrebbe offerto, dopo l’assoluzione, una protezione molto più rigida di quella italiana.
Se invece la giuria lo avesse condannato, Stasi avrebbe potuto impugnare la decisione denunciando errori giuridici, violazioni costituzionali o prove ammesse illegittimamente. L’appello, però, non avrebbe ripetuto liberamente l’intera valutazione degli indizi sostituendo una nuova giuria alla precedente. Una volta pronunciato il guilty, rovesciare la condanna sarebbe stato difficile. La storia di condannati texani scagionati dopo molti anni dimostra che il sistema può correggersi, ma anche quanto possa essere lungo e doloroso costringerlo a farlo.
L’esperimento non dimostra che il Texas avrebbe prodotto una decisione migliore. Mostra qualcosa di più interessante: ogni sistema colloca il rischio dell’errore in un punto diverso. Quello texano può essere più aggressivo nel portare un sospettato davanti alla giuria, perché il procuratore eletto vive anche dentro la pressione della comunità. Ma diventa quasi invalicabile quando quella giuria ha assolto. Il sistema italiano consente invece all’accusa di contestare l’assoluzione e, proprio per questo, può trasformare nel tempo un non colpevole in un colpevole definitivo.
La separazione fra accusa e giudice, dunque, non impedirebbe gli errori sulle prove, le ricostruzioni fragili, le campagne mediatiche o l’ostinazione accusatoria. Nel nostro Texas immaginario queste forze potrebbero persino essere più intense, perché procuratore e giudice devono confrontarsi con gli elettori. Il punto decisivo non sarebbe la separazione delle carriere, ma la giuria e soprattutto l’irrevocabilità dell’assoluzione.
Ecco perché il viaggio da Garlasco a Garland conduce a una conclusione paradossale. Stasi avrebbe probabilmente corso un rischio maggiore all’inizio: un’incriminazione rapida, un processo pubblico, una giuria immersa nel clima mediatico e un procuratore interessato anche al consenso. Ma avrebbe affrontato un solo, definitivo bivio. Guilty oppure not guilty. Se assolto, sarebbe uscito per sempre dal processo. Se condannato, sarebbe entrato in un sistema dal quale sarebbe stato forse ancora più difficile uscire.
Garlasco, cambiando poche lettere, diventerebbe Garland. Ma la sua storia giudiziaria perderebbe proprio ciò che l’ha resa unica: la capacità di cambiare ripetutamente finale. In Texas avremmo avuto un processo forse più teatrale, più politico e più vicino ai film che ci hanno formato. Non avremmo avuto, però, il film italiano che conosciamo: due assoluzioni, un ritorno alla scena iniziale e, otto anni dopo il delitto, una condanna definitiva.
Non sono un giurista né uno studioso del processo americano. La mia prima conoscenza di quel sistema viene, come per molti della mia generazione, dai romanzi gialli, da Perry Mason, da La parola ai giurati, Anatomia di un omicidio, Presunto innocente e dalle infinite puntate di Law & Order. È una cultura cinematografica e televisiva, inevitabilmente incompleta, ma non del tutto inutile: mi ha fatto conoscere la giuria popolare, il Gran giurì d’accusa, il procuratore eletto, il patteggiamento e la forza definitiva di un’assoluzione.
Partendo da quelle immagini e dopo avere scritto oltre cento articoli su Garlasco, mi sono domandato che cosa sarebbe accaduto trasferendo il caso in Texas. Soltanto a quel punto, per evitare di costruire il confronto esclusivamente sulla memoria di film e telefilm, ho verificato i passaggi essenziali nelle fonti ufficiali. Questo articolo rimane quindi quello che vuole essere: non un trattato di diritto comparato, ma un esperimento narrativo fondato su regole reali. Si parva licet componere magnis: se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi.
Fonti essenziali
Città di Garland, storia e origine del nome
Texas Commission on Judicial Selection
Dallas County, ufficio del District Attorney
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