Si parva licet componere magnis
Gli Squallor furono un gruppo musicale satirico italiano nato nel 1971, formato principalmente da Alfredo Cerruti, Giancarlo Bigazzi, Daniele Pace e Totò Savio, tutti professionisti affermati della musica. Attraverso canzoni, dialoghi surreali, parodie e turpiloquio raccontarono per oltre vent’anni i vizi e le assurdità della società italiana. Dietro l’apparente volgarità si nascondevano mestiere, intelligenza e una precisa intenzione dissacrante.
Gli Squallor originali avevano scelto quel nome con piena consapevolezza. Erano musicisti, autori e professionisti di grande esperienza che costruivano deliberatamente il cattivo gusto, il turpiloquio, l’assurdo e il grottesco. Dietro l’apparente sgangheratezza c’erano mestiere, intelligenza e una precisa intenzione satirica: mettevano in scena lo squallore per smascherarlo, portandolo all’eccesso fino a trasformarlo in comicità e critica di costume. Lo facevano apposta.
Gli Squallor di YouTube, invece, non sempre sembrano accorgersi di esserlo diventati. Il grottesco nasce quando una trasmissione aperta per discutere un omicidio e cercare la verità comincia a riempirsi di rancori, blocchi, messaggi privati e accuse reciproche. La griglia delle finestrelle assume allora l’aspetto di un condominio a distanza e l’ordine del giorno viene dimenticato; solo che, invece dell’ascensore o del tetto, si dovrebbe parlare dell’omicidio di una ragazza. Da questo contrasto nasce la riflessione che segue: non per negare il valore del lavoro compiuto su YouTube, al quale anch’io ho partecipato, ma per capire come possa finire per offrire ai propri avversari il materiale migliore per screditarlo.
C’è stato un momento nel quale YouTube ha rappresentato, nel caso Garlasco, un salutare controcampo rispetto all’informazione tradizionale. Mentre televisioni e giornali riproponevano ricostruzioni consolidate, nei canali indipendenti si tornavano a leggere gli atti, si recuperavano documenti dimenticati, si confrontavano dichiarazioni, fotografie, orari e testimonianze. In alcuni casi è stato svolto un lavoro autentico di ricerca e divulgazione; proprio per questo chi ha scelto di stare da quella parte si è assunto una responsabilità particolare. Se per mesi abbiamo rimproverato ai media tradizionali superficialità, ospiti scelti per fare spettacolo e informazioni non verificate, non possiamo riprodurre gli stessi difetti trasferendoli semplicemente da uno studio televisivo a una live. Non occorre essere tutti d’accordo; occorre essere credibili.
Il dissenso, infatti, è utile. Due persone competenti possono sostenere interpretazioni opposte dello stesso elemento investigativo e produrre una discussione eccellente; il problema nasce quando scompare qualsiasi selezione. Molte live sembrano ormai costruite gettando una rete e mostrando al pubblico tutto ciò che viene tirato a bordo, senza distinguere fra chi conosce gli atti, chi possiede una competenza professionale, chi esprime una semplice opinione e chi presenta convinzioni paranormali o ultraterrene come se fossero paragonabili a una perizia. Sul monitor appaiono tutti uguali: una faccia – talvolta neanche quella – e un microfono. È uno dei grandi inganni della comunicazione in rete, perché l’uguaglianza grafica produce un’illusione di uguaglianza delle competenze; ma un’opinione non diventa una perizia perché compare accanto a un perito, né una suggestione diventa un indizio perché viene pronunciata durante una trasmissione dedicata a un’indagine.
A questa confusione se ne è aggiunta un’altra. Sempre più spesso il pubblico entra in una live per sentir parlare di Garlasco e si ritrova ad assistere ai rapporti personali fra coloro che di Garlasco parlano. In una recente trasmissione si è finiti a discutere di commenti negativi sotto alcune canzoni, del sospetto che qualcuno avesse mandato altri utenti a scriverli, di vecchi video, immagini usate senza autorizzazione, persone bannate, post pubblicati alla vigilia della diretta e antichi debiti di riconoscenza fra frequentatori di canali diversi. Uno degli ospiti ha raccontato di essersi sentito improvvisamente estraneo in una casa che considerava propria; non discuto la sincerità del suo turbamento, ma mi domando che cosa c’entrasse tutto questo con Garlasco. Il caso giudiziario era ormai lo sfondo lontano di una riunione condominiale nella quale si ricordava chi aveva aiutato chi, chi aveva criticato chi e chi aveva accolto male un nuovo arrivato.
Il cortocircuito nasce proprio qui: si passa senza accorgersene dalla ricerca della verità alla difesa del gruppo che sostiene di cercarla; dagli atti processuali agli screenshot, dalle testimonianze ai commenti sotto una canzone, dalla scena del crimine alla sensazione di non sentirsi più a casa in una live. Non è scandaloso che due persone possano litigare, sarebbe assurdo pretenderlo; diventa però squallido quando una controversia privata viene trasformata in contenuto pubblico davanti a persone entrate per ascoltare un’informazione, un’analisi o una ricostruzione. Il pubblico finisce così per diventare la giuria involontaria di dispute delle quali non conosce quasi nulla, mentre il nome di Chiara continua a funzionare come insegna sopra la porta.
Un’altra trasmissione recente ha reso il fenomeno ancora più evidente. Doveva essere un chiarimento fra due persone dopo settimane di accuse pubbliche e di espressioni percepite come minacciose; con il passare dei minuti sono comparsi turpiloquio, recriminazioni, sospetti e fantasie, collocati quasi sullo stesso piano. Si è parlato di un gigantesco commercio internazionale privo di elementi concreti, poi di servizi segreti, donne alla seduzione e all’inganno, fiamme gemelle, legami spirituali risalenti a vite precedenti e forze misteriose impegnate a dividere i protagonisti. Persino fra i commentatori qualcuno ha ammesso di non capire più se stesse guardando una live su Garlasco o una soap opera. La domanda non è se quelle persone fossero sincere; la domanda è perché tutto questo dovesse occupare lo stesso spazio nel quale si pretende di analizzare un omicidio e mettere in dubbio una sentenza definitiva.
Non tutto ciò che una persona sente deve diventare un contenuto; non tutto ciò che è accaduto privatamente fra due youtuber deve essere raccontato al pubblico e non ogni chiarimento deve trasformarsi in spettacolo. Esistono il telefono, i messaggi privati, le conversazioni personali e perfino il salutare silenzio. La pubblicazione non nobilita automaticamente ciò che viene pubblicato; qualche volta lo rende soltanto più imbarazzante. Soprattutto, diventa un’autorete per un mondo che ha contestato il cosiddetto mainstream accusandolo, spesso con argomenti solidi, di avere semplificato il caso, influenzato testimoni, costruito personaggi e privilegiato il racconto rispetto alla verifica. Chi pretende di rappresentare un’alternativa non deve essere migliore perché sostiene la tesi giusta, ma perché applica un metodo migliore.
Immaginiamo che una redazione televisiva volesse screditare la parte del web che ha svolto un lavoro serio e messo in difficoltà il racconto tradizionale. Non avrebbe bisogno di inventare nulla: le basterebbe montare pochi minuti di queste live. Un ospite che parla di spie internazionali, un altro che racconta vite precedenti, una disputa sui commenti sotto una canzone, qualcuno che ricorda chi lo ha bannato e un conduttore che tenta inutilmente di riportare ordine; poi una voce fuori campo: «Ecco, vedete? Questi sarebbero i cercatori della verità». Da quel pulpito sarebbe certamente una provocazione ipocrita, ma funzionerebbe; ed è questo il punto più grave: le immagini gliele avremmo consegnate noi.
Non servirebbe dimostrare che tutte le analisi nate sul web sono false. Basterebbe accostare il lavoro serio alle scene più confuse e lasciare che le seconde contaminassero il primo; un’intera comunità verrebbe giudicata attraverso i suoi momenti peggiori. Le migliaia di pagine lette, le cronologie ricostruite, i sopralluoghi, le contraddizioni individuate e i documenti recuperati potrebbero essere liquidati con una risata e cinque minuti di montaggio. È questo rischio di sputtanamento collettivo, più ancora della singola lite, che dovrebbe preoccupare chiunque abbia investito tempo e credibilità nella ricerca su Garlasco. Si può perdere in pochi minuti ciò che si è costruito in mesi, non perché manchino gli argomenti, ma perché si è smesso di distinguere fra l’argomento e lo spettacolo che gli cresce intorno.
La questione non è la presenza dei dilettanti: YouTube nasce anche per dare voce a chi non appartiene a una redazione, e un dilettante preparato può compiere un lavoro straordinario mentre un professionista impreparato o prezzolato può dire sciocchezze. La discriminante non è il titolo sul biglietto da visita, ma la capacità di dimostrare ciò che si afferma. Per la stessa ragione non mi convince chi descrive gli youtuber come “cani sciolti” soltanto perché non hanno un direttore responsabile o non sono iscritti all’Ordine dei giornalisti. Uno dei grandi valori della rete è proprio il fatto che non occorra ricevere un’autorizzazione per parlare; l’iscrizione a un albo non rende vera un’affermazione e l’appartenenza a una redazione non garantisce indipendenza, competenza o correttezza. Il caso Garlasco lo ha dimostrato molte volte.
Non auspico quindi un filtro imposto sopra gli youtuber; chiedo qualcosa di più difficile: l’autocontrollo dello youtuber. La libertà di non avere un direttore comporta una responsabilità maggiore per chi dirige un canale. Il filtro deve essere editoriale, culturale e personale: sta al conduttore chiedersi chi sta invitando, quale competenza possieda, se ciò che afferma sia documentabile e se il pubblico venga messo nelle condizioni di distinguere un fatto da un’opinione, un’ipotesi da una certezza. Il conduttore non è semplicemente colui che apre le finestrelle e lascia parlare; è un editore e un direttore di giornale allo stesso tempo: deve fare domande, chiedere le fonti, fermare un’affermazione priva di sostegno e, quando la conversazione scivola verso rancori, ban e messaggi privati, avere l’autorevolezza per dire: «Questa faccenda non riguarda il pubblico e non riguarda Garlasco».
È un’autorevolezza che non viene conferita da un tesserino, ma si guadagna trasmissione dopo trasmissione attraverso il metodo. Proprio perché nessuno deve decidere dall’alto chi sia autorizzato a parlare, chi possiede un canale dovrebbe essere ancora più severo con sé stesso; altrimenti l’argomento secondo il quale YouTube sarebbe soltanto un insieme di voci incontrollate, che considero profondamente sbagliato come principio, finisce paradossalmente per trovare nelle nostre stesse live le immagini migliori per sostenersi. Quando manca questa disciplina, l’algoritmo diventa il vero direttore editoriale e premia ciò che trattiene le persone davanti allo schermo: la polemica, la rivelazione, il litigio, l’ospite eccentrico e il titolo gridato.
Si arriva così a una curiosa trasformazione. All’inizio parlavamo di Chiara Poggi; poi del caso Garlasco, poi dei giornalisti che ne parlavano, quindi degli youtuber che commentavano quei giornalisti. Infine, gli youtuber hanno cominciato a parlare soprattutto degli altri youtuber che parlano di Garlasco. A quel punto Chiara è diventata lontanissima e un chiassoso condominio ha preso il posto della casa di via Pascoli.
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A questo punto mi siano consentite due brevi annotazioni personali.
Alcuni mesi fa cui scrissi “È YouTube, bellezza!”, facendo il verso alla celebre battuta di Humphrey Bogart in L’ultima minaccia. Allora vedevo YouTube come la nuova stanza dell’informazione: uno spazio ormai impossibile da ignorare o fermare. Oggi, almeno con lo stesso entusiasmo, forse quell’articolo non riuscirei più a scriverlo.
Fu proprio quell’entusiasmo a portarmi, dopo i primi articoli letti da Paola, a partecipare un paio di volte alle sue live, per parlare di essi (eravamo al famoso disegno de Il piccolo principe) e dei sopralluoghi compiuti a Garlasco. Mi tirai però indietro quasi subito: non soltanto perché il mio posto naturale è dietro le quinte, ma perché l’esperienza diretta mi fece comprendere quanto poco bastasse, in una trasmissione dal vivo, per scivolare dalla competenza all’approssimazione, dai fatti alle opinioni personali, dall’analisi al cazzeggio.
Forse anche questo ha contribuito alla mia decisione di fermarmi per qualche tempo: ero entrato in questo mondo perché pensavo ci fosse qualcosa da scrivere e da capire, non per sapere chi ce l’avesse con chi.
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