Il numero enorme di persone trascinate nell’orbita di Garlasco non dimostra automaticamente l’esistenza di una rete precedente al delitto, ma difficilmente può essere spiegato soltanto con la notorietà mediatica del caso. La spiegazione più plausibile è che intorno al delitto si siano sovrapposte almeno tre reti: una rete di rapporti preesistente, una rete difensiva formatasi dopo l’omicidio e una rete mediatica che, negli anni, ha scoperto e amplificato le prime due.

Il delitto, cioè, può non essere stato commesso materialmente da poche persone, ma ha messo in tensione una struttura preesistente: tirando un filo, se ne sono mossi decine.

L’anomalia non è il numero dei nomi

In qualunque grande caso giudiziario finiscono nei fascicoli moltissime persone:

  • parenti;
  • amici;
  • vicini;
  • colleghi;
  • testimoni;
  • investigatori;
  • consulenti;
  • giornalisti.

Perciò, per sostenere seriamente la tesi, non basta dire che a Garlasco sono state sentite cento persone, perché anche in altri delitti possono esserci centinaia di verbali. L’anomalia autentica è un’altra: quante di quelle persone, invece di esaurire normalmente il proprio ruolo, diventano a loro volta un problema da spiegare?

Il vicino normale dice ciò che ha visto e scompare dal caso; l’amico normale riferisce ciò che sa e torna alla propria vita; l’investigatore normale compie gli accertamenti e resta dietro le quinte; il giornalista normale racconta gli atti senza diventare parte della storia.

A Garlasco, invece, accade continuamente il contrario:

  • il testimone modifica o ritratta;
  • l’amico si allontana, sparisce o interrompe improvvisamente i rapporti;
  • il parente dà versioni difficili da conciliare;
  • una frase privata apre un nuovo interrogativo;
  • lo scontrino che dovrebbe chiudere un alibi diventa un mistero;
  • l’investigatore viene indagato, condannato o chiamato a spiegare il proprio operato;
  • il magistrato che aveva archiviato entra in un’altra inchiesta;
  • il consulente diventa combattente mediatico;
  • il giornalista non racconta più soltanto il caso, ma interviene dentro il conflitto;
  • lo youtuber cambia improvvisamente orientamento, riceve atti, viene querelato oppure diventa fonte;
  • perfino personaggi lontani dal centro del delitto generano live, documenti, testimonianze e migliaia di visualizzazioni.

Questa è la vera grandezza da misurare: non il numero complessivo delle persone, ma la percentuale di persone che sviluppano una seconda anomalia: un’onda anomala.

Una formulazione quasi matematica

In un delitto ordinario potremmo avere:

  • una vittima;
  • uno o due sospettati;
  • venti testimoni;
  • alcuni familiari;
  • cinque investigatori.

Ma quasi tutti hanno una sola funzione e la rete è grande, ma semplice; i collegamenti convergono verso il delitto.

A Garlasco, invece, ogni nodo genera altri collegamenti:

  • Marco Poggi conduce a Sempio, agli amici, alle SIT, alle intercettazioni e alle comunicazioni familiari;
  • Sempio conduce alla propria famiglia, agli zii, alla cugina, allo scontrino, agli amici, agli investigatori della prima archiviazione;
  • le gemelle K conducono alla madre, al padre, a Tromello, alle testimonianze ritrattate, alle fotografie e alle dichiarazioni;
  • Stasi conduce a Panzarasa, agli amici, al computer, ai consulenti e ai giornalisti che hanno costruito la sua rappresentazione;
  • i primi accertamenti conducono a Marchetto, Cassese, Garofano, Venditti e agli sviluppi del filone Clean;
  • i personaggi collaterali conducono a nuovi filmati, testimonianze, incidenti, suicidi, sparizioni narrative e ritrattazioni;
  • i giornalisti conducono alle fonti, alle anticipazioni riservate, agli schieramenti, alle querele e alle campagne mediatiche.

In termini di teoria delle reti, non abbiamo soltanto molti nodi: abbiamo un numero eccezionale di archi, cioè di relazioni tra i nodi. E soprattutto molti collegamenti non passano più direttamente dall’omicidio: collegano fra loro famiglie, amici, investigatori, magistrati, giornalisti e comunicatori. La rete diventa progressivamente densa e ricorsiva: chi dovrebbe spiegare un’anomalia ne produce un’altra.

Le tre reti di Garlasco

  1. La rete preesistente

È quella che esisteva prima del 13 agosto 2007:

  • famiglie Poggi e Cappa;
  • Marco e il suo gruppo di amici;
  • Sempio e la sua famiglia;
  • gli amici di Chiara;
  • gli amici di Stasi;
  • conoscenze paesane;
  • frequentazioni familiari;
  • possibili ambienti religiosi, professionali o riservati;
  • rapporti dei quali conosciamo soltanto una parte.

Non sappiamo se questa rete abbia prodotto il delitto, ma sappiamo che il delitto non è avvenuto nel vuoto: è caduto dentro un ambiente sociale più fitto di quello rappresentato nella versione “Chiara, Alberto e una lite nella villetta”.

  1. La rete difensiva successiva

Dopo l’omicidio si forma una seconda rete, che non implica necessariamente una cospirazione criminale.

Ognuno può cercare di proteggere qualcosa di diverso:

  • sé stesso;
  • un figlio;
  • un amico;
  • la reputazione familiare;
  • un errore investigativo;
  • una carriera;
  • una precedente dichiarazione;
  • la sentenza ottenuta;
  • la pace conquistata dopo anni;
  • una fonte riservata;
  • un’istituzione.

Non è necessario immaginare dieci i cinquanta persone riunite intorno a un tavolo: è sufficiente che ciascuna protegga il proprio piccolo pezzo; la somma di molte protezioni locali può produrre l’effetto di un grande depistaggio complessivo.

Questa è l’idea del Livello 2: non necessariamente il livello che organizza l’omicidio, ma quello che, dopo l’omicidio, impedisce alla realtà di emergere integralmente.

  1. La rete mediatica

Infine, arriva la terza rete:

  • televisioni;
  • giornali;
  • consulenti;
  • avvocati;
  • youtuber;
  • investigatori privati;
  • ricercatori indipendenti;
  • pubblico diviso in schieramenti.

Questa rete amplifica tutto, e può trasformare un dettaglio insignificante in un mistero, ma può anche recuperare un’anomalia autentica che l’indagine aveva trascurato.

Qui bisogna però contemplare un’obiezione seria: Garlasco ha tanti personaggi anche perché viene osservato da diciannove anni con un microscopio potentissimo. Se si esaminasse qualunque famiglia, paese o gruppo di amici per migliaia di ore, emergerebbero contraddizioni, antipatie, frasi infelici e comportamenti strani. È il cosiddetto effetto di selezione: più si cerca, più si trova.

Ma questa obiezione non basta a chiudere il problema, perché il microscopio mediatico può spiegare:

  • le brutte figure;
  • le contraddizioni minori;
  • le stravaganze personali;
  • il successo delle live;
  • la trasformazione di persone comuni in personaggi.

Non spiega da solo:

  • gli atti processuali anomali;
  • le ritrattazioni;
  • le informazioni riservate che circolano;
  • le archiviazioni oggi riesaminate;
  • gli investigatori finiti in procedimenti;
  • le comunicazioni preparate;
  • gli alibi divenuti controversi;
  • le nuove indagini che riportano continuamente al centro persone già comparse diciotto anni prima.

Anomalie indipendenti o collegate?

Questo è il cuore logico dell’articolo. Se avessimo decine di stranezze completamente indipendenti, il loro numero potrebbe dipendere dalla durata del caso e dall’ossessione mediatica. Ma se quelle stranezze riguardano spesso le stesse persone, si concentrano negli stessi gruppi, si richiamano negli anni, passano dagli amici alle famiglie e dalle famiglie agli investigatori, allora diventa meno economico considerarle tutte casuali.

Non si può dire: «Ci sono tante persone strane, dunque esiste un’organizzazione». Sarebbe un salto logico. Si può però osservare che, quanto più le anomalie risultano correlate, tanto meno è plausibile che siano soltanto il prodotto autonomo di individui eccentrici osservati troppo a lungo. Una coincidenza può essere casuale, e anche cinque possono esserlo; quando però le coincidenze non sono distribuite a caso e si addensano sempre negli stessi nuclei, non conta più soltanto il loro numero: conta la loro correlazione.

Che cosa mette in movimento una rete?

Dire che il delitto è «caduto dentro una rete» non basta. Tutti viviamo dentro reti familiari, professionali e amicali; nella maggior parte degli omicidi, però, queste reti non si agitano, non generano depistaggi e non diventano protagoniste per quasi vent’anni. Chi non c’entra risponde, viene verificato e scompare. La rete sociale resta sullo sfondo perché non ha nulla da perdere dall’accertamento della verità.

Per produrre l’effetto Garlasco occorre una condizione aggiuntiva: qualcosa che l’indagine sull’omicidio rischia di portare alla luce e che più persone hanno interesse a mantenere nascosto. La domanda diventa allora inevitabile: quel qualcosa coincide con il movente dell’omicidio oppure è un segreto parallelo, scoperto incidentalmente dall’indagine?

Il delitto nasce nella rete

È l’ipotesi più diretta. Chiara può essere stata uccisa perché aveva scoperto qualcosa, possedeva documenti o immagini, voleva sottrarsi a una situazione, rappresentava un pericolo oppure era entrata in una dinamica sessuale, ricattatoria, religiosa, esoterica o rituale. In questo modello la rete non è collaterale: è la causa del delitto.

L’esecutore materiale potrebbe essere una sola persona o un gruppo ristretto. Altri, pur non avendo partecipato né approvato l’omicidio, potrebbero capire immediatamente che un’indagine approfondita arriverebbe anche a loro. Proteggerebbero allora l’assassino per proteggere sé stessi. Se così fosse, dovremmo trovare collegamenti precedenti al 13 agosto, un interesse precoce per computer, telefono, borsa o documenti, persone informate di particolari non pubblici, versioni concordate molto presto e comportamenti finalizzati a recuperare o eliminare qualcosa.

Il delitto scopre un altro segreto

La seconda ipotesi rovescia il rapporto. Chiara viene uccisa per una ragione personale, sessuale o di altra natura; nella casa o nei dispositivi, però, esiste materiale estraneo al movente: corrispondenza compromettente, fotografie, dati economici, rapporti riservati o informazioni appartenenti a terze persone. Appena comincia l’indagine, qualcuno capisce che la polizia perquisirà la casa, analizzerà i computer, ricostruirà telefonate e frequentazioni.

La rete si attiva non per nascondere l’assassino, ma per bonificare il campo investigativo da un altro segreto. Ne deriva un paradosso: persone estranee all’omicidio possono depistare l’indagine sull’omicidio. Non vogliono necessariamente far condannare Stasi; vogliono che non venga aperto un file, ricostruita una frequentazione, identificata una persona o compreso il significato di una relazione. Modificando il campo investigativo, però, possono eliminare anche elementi utili a individuare l’assassino.

Avremmo così due segreti: il Segreto A — chi ha ucciso Chiara e perché — e il Segreto B — ciò che Chiara, la sua casa o i suoi dispositivi potevano rivelare su altre persone. I due segreti inizialmente non coincidono, ma l’indagine li fa incontrare. Alcune piste che sembrano condurre ovunque senza arrivare all’assassino potrebbero indicare non l’autore del delitto, bensì qualcos’altro che qualcuno temeva venisse scoperto attraverso il delitto.

La rete protegge il gruppo o la storia già scritta

Esiste poi una variante intermedia. L’assassino appartiene a un ambiente, ma uccide per un movente personale. Il gruppo non ha voluto il delitto; teme tuttavia che l’identificazione dell’autore faccia emergere attività imbarazzanti, menzogne precedenti, frequentazioni nascoste o responsabilità di persone considerate rispettabili. Non si difende necessariamente il reato: si difende il gruppo dalle conseguenze del reato.

Infine, una parte della rete può essere nata soltanto dopo. L’indagine viene indirizzata presto verso Stasi; famiglie, investigatori, consulenti, magistrati e giornalisti investono progressivamente la propria credibilità in quella ricostruzione. Dopo anni, la colpevolezza di Stasi non è più soltanto un’ipotesi giudiziaria: è il punto sul quale sono stati costruiti sentenze, carriere, libri, trasmissioni, consulenze, dichiarazioni ed equilibri familiari. Quando riappare Sempio, la nuova indagine non minaccia soltanto una sentenza: minaccia tutto ciò che è stato edificato sopra quella sentenza. Questa rete non nasconde necessariamente il delitto originario; difende la narrazione successiva e la difficoltà di ammettere che forse si è sbagliato dall’inizio.

Non una congiura, ma cerchi concentrici

Le ipotesi non si escludono. La struttura più realistica può essere una combinazione: un nucleo ristretto conosce la ragione reale dell’omicidio; un ambiente leggermente più ampio conosce fatti compromettenti collegati alla vittima, all’autore o al gruppo; altre persone, estranee al delitto, proteggono familiari, amici o segreti paralleli; alcuni investigatori commettono errori o assumono precocemente una direzione; le istituzioni e i protagonisti successivi difendono il lavoro compiuto; il sistema mediatico aggiunge infine una rete narrativa che moltiplica personaggi e anomalie.

Non è necessario immaginare delle persone riunite intorno a un tavolo. Sono piuttosto cerchi concentrici: al centro il delitto; intorno chi ne conosce il movente; poi chi conosce segreti collegati; più fuori chi protegge persone o reputazioni; infine chi difende la ricostruzione giudiziaria e mediatica. Più ci si allontana dal centro, meno è probabile che si sappia chi abbia ucciso Chiara. Si può tuttavia contribuire ugualmente a impedire che la verità emerga.

Non è dunque necessario che tutte le persone della rete conoscano l’assassino. È sufficiente che ciascuna abbia qualcosa da perdere quando l’indagine passa vicino al proprio nodo. Garlasco potrebbe non contenere un unico grande segreto condiviso da tutti, ma molti segreti differenti, collegati fra loro dal fatto che l’omicidio di Chiara costrinse la giustizia ad attraversarli.

La battaglia per le informazioni

Nel caso concreto colpisce la quantità di attenzione concentrata sugli oggetti informativi: i computer di Chiara e di Stasi, fotografie e video, file consultati, accessi ai dispositivi, chiavette, la borsetta, le abitazioni della famiglia, le luci a Gropello, la disattivazione dell’allarme, le SIT, le telefonate e i messaggi. Presi singolarmente, alcuni elementi possono avere spiegazioni innocenti; altri sono controversi o appartengono a ricostruzioni non provate. Nel loro insieme suggeriscono però che, fin dall’inizio, vi sia stata una lotta non soltanto intorno alla scena fisica del delitto, ma intorno alla circolazione delle informazioni.

Chi sapeva che cosa? Chi aveva accesso alla casa? Chi aveva visto un file o conosceva una frequentazione? Chi venne avvisato prima? Chi preparò una risposta? Chi modificò in seguito il proprio racconto? La grande rete può essere soprattutto questo: non una struttura operativa che compie omicidi, ma un insieme di persone collegate dal possesso frammentario di informazioni sensibili. Ognuno conosce un pezzo; forse nessuno conosce l’intero disegno.

Sul computer occorre resistere alla tentazione di scegliere subito una risposta. Poteva contenere il movente; poteva contenere un segreto estraneo al movente; poteva non contenere nulla di decisivo, mentre qualcuno temeva il contrario; oppure può essere diventato centrale soltanto dopo, per gli errori investigativi, il materiale erotico e la successiva costruzione mediatica. Quest’ultima possibilità è indispensabile per non trasformare il sospetto in certezza.

Chiara, laureata in Economia, aveva lavorato presso ASM Pavia e poi per Computer Sharing. È astrattamente possibile che avesse accesso a documenti amministrativi, banche dati, credenziali o file non pubblici. Non dimostra, però, traffici illeciti, riciclaggio o segreti internazionali. Materiale professionale riservato può essere semplicemente lavoro ordinario portato a casa: riservato non significa criminale, e possedere un documento non significa averne compreso un eventuale significato nascosto.

Allo stesso modo, un giovane che frequentava la casa non avrebbe dovuto conoscere in partenza chissà quale traffico. Sarebbe bastato utilizzare un dispositivo, vedere casualmente cartelle o nomi, copiare qualcosa insieme ad altro materiale, raccontare ciò che aveva visto o permettere a una persona più adulta di accedere. È un passaggio possibile, ma non documentato. Per renderlo concreto bisognerebbe dimostrare quale computer usava Chiara per lavorare, quale usavano Marco e i suoi amici, chi conosceva le password, chi aprì o copiò cartelle e se, dopo il delitto, qualcuno cercò specificamente quei materiali. Senza questa catena, il computer resta un’ipotesi narrativa, non una prova.

La domanda utile non è dunque: quale segreto fantastico conteneva il computer? La sequenza corretta è più severa: conteneva davvero un segreto? Chi poteva accedervi? Chi avrebbe avuto qualcosa da perdere dalla sua scoperta?

La martellata: il modo in cui Chiara è stata uccisa

Tutte queste ipotesi possono spiegare perché qualcuno avesse interesse a far tacere Chiara, entrare nella casa, recuperare un documento o cancellare qualcosa. Non spiegano, però, perché Chiara sia stata uccisa proprio in quel modo. È la martellata — anche ironicamente — che colpisce ogni costruzione puramente documentale.

Un omicidio strumentale tende, almeno logicamente, all’efficienza: eliminare la persona, sottrarre ciò che interessa, simulare eventualmente una rapina e andarsene. Qui abbiamo invece un’aggressione reiterata, una violenza sproporzionata e il corpo precipitato o collocato a testa in giù lungo la scala della cantina. La scena non sembra limitarsi a nascondere la vittima: finisce per rappresentarla.

La modalità dell’uccisione non dimostra automaticamente un rito satanico, un movente sessuale o la presenza di più persone. L’eccesso di violenza può nascere dalla rabbia, dal panico, dall’odio personale o dalla perdita di controllo; la posizione finale del corpo può essere intenzionale, conseguenza della caduta o risultato di un tentativo di occultamento. Resta però una distinzione: esistono delitti nei quali la violenza serve semplicemente a ottenere la morte ed esistono delitti nei quali la violenza sembra diventare linguaggio. A Garlasco la seconda possibilità non può essere liquidata.

Se si fosse voluta simulare una rapina, sarebbe stato possibile mettere a soqquadro la casa e sottrarre oggetti. Se si fosse voluta rappresentare un’aggressione sessuale, si sarebbe potuto intervenire sugli abiti e sul corpo. Nulla di tutto questo appare costruito in modo riconoscibile. La scena non racconta chiaramente né una rapina né una violenza sessuale; contiene però una ferocia e una disposizione del corpo che sembrano oltrepassare la sola necessità di uccidere.

Le alternative allora si restringono. O la forma dell’omicidio appartiene interamente alla mente dell’assassino — al suo odio, alla sua ossessione, alla sua sessualità o al suo universo simbolico — mentre la rete si muove dopo per ragioni differenti. Oppure la forma stessa appartiene all’ambiente: quella violenza, quella posizione e forse quella data possiedono un significato riconoscibile per un gruppo ristretto. Resta una terza possibilità: un omicidio nato da una ragione concreta e poi rivestito di una forma simbolica per depistare. Sarebbe però un depistaggio eccezionalmente rischioso e feroce, non la semplice costruzione di una falsa rapina, ma la trasformazione del corpo della vittima in una rappresentazione.

Non sappiamo quale alternativa sia vera. Possiamo però concludere che il segreto parallelo, da solo, non basta: può spiegare il movimento intorno alla casa, ai computer e alle informazioni; non spiega la ferocia del delitto.

L’indagine sull’indagine

Questo è forse il segnale istituzionale più importante. In un caso normale, gli investigatori restano strumenti dell’accertamento: possono sbagliare, ma non diventano una seconda popolazione di protagonisti. A Garlasco bisogna domandarsi non soltanto che cosa fece l’assassino, ma che cosa fecero coloro che indagarono sull’assassino.

Quando Marchetto, Cassese, Garofano, Venditti e altri protagonisti istituzionali diventano a loro volta oggetto di sentenze, indagini, polemiche, audizioni e ricostruzioni, il caso cambia natura. Non è più soltanto un’indagine sull’omicidio; diventa un’indagine sull’indagine, e poi un’indagine su come venne raccontata l’indagine. Si sovrappongono così tre piani: il delitto, la sua gestione giudiziaria e la gestione pubblica della gestione giudiziaria. È questa moltiplicazione a produrre la sterminata popolazione di Garlasco.

Il corpo al centro della rete

L’eccezionale numero dei personaggi non dimostra che tutti appartenessero a una struttura coinvolta nell’omicidio. Dimostra però che il modello puramente domestico — una ragazza, il fidanzato, una lite improvvisa — è troppo piccolo per contenere tutto ciò che il caso ha prodotto. Una parte della proliferazione deriva dalla durata e dall’attenzione mediatica; un’altra dalle difese, dagli errori e dagli interessi nati dopo. Resta tuttavia un nucleo di connessioni precedenti e di anomalie correlate che suggerisce un ambiente più vasto: non necessariamente una setta o un’unica organizzazione, ma una trama di relazioni, conoscenze e protezioni resa visibile dal delitto.

Per questo il corpo di Chiara rimane il punto dal quale ogni teoria deve ripartire. Prima dei computer, delle parentele, degli investigatori e dei depistaggi, esiste una ragazza uccisa in una forma così particolare da sembrare non soltanto la conclusione di un’azione, ma l’inizio di un messaggio, forse interrotto prima della firma.

Il mistero di Garlasco non è soltanto che, cercando chi abbia ucciso Chiara, si continui a incontrare una folla. È capire perché, quando l’indagine sfiora un nodo, tanti altri fili comincino a vibrare. E se quella violenza era davvero un messaggio, la domanda decisiva non è più soltanto chi abbia ucciso Chiara Poggi. È: a chi era destinato?