Si parva licet componere magnis
Alla scoperta del senso nascosto nei suoni: parole come eco dell’Origine
La voce delle parole
Un viaggio personale e interdisciplinare, ispirato dalle intuizioni di Franco Rendich e dalla passione per la lingua, alla ricerca delle radici fonosemantiche che uniscono suono e significato, al di là delle mode e del pensiero dominante.
1 - L'INIZIO
Come è nata la lingua umana? Chi ha “insegnato” all’uomo a parlare, prima ancora che esistesse una scuola, una grammatica, o una società organizzata? C’è una risposta affascinante: non siamo stati noi a inventare le parole, ma è stato il mondo stesso a suggerirle.
Il linguaggio primordiale non era arbitrario, ma simbolico, coerente e perfettamente razionale. Ogni suono che usciva dalla bocca rappresentava un concetto archetipico e conteneva già un significato.
Naturalmente non sono un esperto accademico, ma un approcciante interdisciplinare esagerato. I miei interessi sono vasti, variegati, non sempre sistematici, ma proprio per questo riesco a farmi colpire da chi riesce a tessere connessioni inaspettate tra ambiti diversi.
Per questo, quando anni fa, cercando nel buio le tracce antiche delle parole e dei dialetti, incrociai l’opera di Franco Rendich, la sua teoria mi colpì nel profondo.
Non tanto (o non solo) per il suo rigore filologico, quanto per quella capacità di far parlare le parole, di lasciar emergere da esse una logica interna che si poteva verificare direttamente, parola dopo parola: ogni suono fondamentale, in particolare ogni consonante, contiene un seme di significato, un’idea concreta, universale e intuitiva, condivisa da tutte le culture, in alcuni casi confinante, o sconfinante, con il campo onomatopeico.
Quando vedi che, anche a prescindere dal pensiero prevalente, una teoria funziona, e non solo, ma ti ispira, ti fa vedere nuovi esempi, nuovi significati, nuove conferme che sembrano saltar fuori da sole… beh, è difficile restare indifferenti.
Franco Rendich (1931-2021) è stato un linguista e filologo italiano, autore de L’origine delle lingue indoeuropee – Struttura e genesi della lingua madre del sanscrito, del greco e del latino e del Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee. Sanscrito‑Greco‑Latino, opere nelle quali sviluppa una teoria fonosemantica, secondo cui ogni suono – soprattutto consonantico – porta in sé un significato archetipico, primordiale.
Pur rimanendo ai margini dell’accademia riconosciuta, ricordo alcune recensioni al limite dello sprezzante e una costante discussione interna alla comunità linguistica, essa stessa gli riconosce comunque un ruolo di “ricercatore indipendente”, con teorie non allineate al mainstream, certo, ma mai considerato come puro fantasioso o visionario: anzi, le sue idee sono considerate “meno assurde di molte altre” e meritevoli di considerazione, soprattutto e come detto, in contesti interdisciplinari.
Come spesso accade nelle scoperte scientifiche, chi propone una teoria controcorrente rischia l’emarginazione, l’ironia, perfino l’oblio. Forse perché ciò che scopre è troppo semplice, troppo evidente, e demolisce voli pindarici e costruzioni teoriche complicatissime diventate ortodossia.
Rendich non ha mai avuto l’onore di una cattedra, credo, né l’accoglienza degli ambienti accademici — e forse anche per questo, ha potuto scrivere in piena libertà.
Ancor oggi, alcune fonti lo definiscono “ricercatore indipendente”, “non accademico” o addirittura “eretico linguistico”, ma senza accuse di ciarlataneria. La sua opera è pubblicata e discussa su Academia.edu e altri ambienti di ricerca “di confine”, ed è considerata interessante anche da chi non la condivide pienamente, soprattutto per la sua coerenza interna e la vastità del corpus comparativo.
Rendich è considerato un pensatore indipendente, poco accettato nel mainstream accademico. Questo spiega la difficoltà nel reperire fonti critiche, ma non ne invalida il metodo, che si fonda su:
La teoria fonosemantica, di cui è stato uno degli interpreti più sistematici in Italia, è oggi oggetto di crescente attenzione in campi come semiotica cognitiva, psicologia evolutiva del linguaggio, e persino in intelligenza artificiale linguistica.
Rendich sostiene che «La lingua è il più alto prodotto della mente umana; la parola è il frutto di un pensiero formato da idee, e queste si esprimono mediante simboli fonosignificanti», proponendo in sintesi che:
Oggi la fonosemantica – il campo che studia il legame tra suono e significato, ovvero quando un suono iconicamente rappresenta ciò che intende dire – gode di una rinnovata attenzione da parte di semiotica, psicologia evolutiva, antropologia e studi glottogenetici (sull’origine dei linguaggi) e alcune intuizioni di Rendich si inseriscono proprio in questo panorama di esplorazione contemporanea.
Combinando questi suoni, l’uomo antico non inventava parole, ma rivelava concetti. Non è un caso che molte lingue (latino, greco, ebraico, sanscrito) condividano strutture simili: esse derivano da un nucleo logico comune, che potremmo chiamare lingua madre.
Per la linguistica tradizionale, i suoni dell’alfabeto – presi singolarmente – non avrebbero mai avuto significato. Franco Rendich, nel suo Nuovo dizionario etimologico comparato, ribalta questa convinzione, sostenendo – in modo affascinante e sorprendentemente coerente – che fin dalle origini della lingua indoeuropea, una schiera di grammatici ancestrali inconsapevoli attribuì valore semantico ai suoni. Non avevano scuole né alfabeti, ma seppero plasmare un linguaggio in cui ogni lettera incarnava un gesto, un moto, una relazione. Fonosemantica, prima ancora della grammatica.» Questi suoni, uniti in base a precisi criteri associativi, davano un senso compiuto ad ogni parola formata. Quel metodo di una volta preso avrebbe permesso ad ogni componente della comunità di formare tutte le voci del vocabolario.
Per anticipare un esempio, avendo attribuito al suolo della consonante m il significato di limite e quello della vocale a lunga quello di compimento dell’azione verbale, chiunque avrebbe potuto facilmente formare il verbo mȃ, col significato di determinare il limite m, con il senso di misurare (noi abbiamo oggi parole di misura come: massimo, minimo, media, misura, metro, miglio e con la capostipite madre, che riprenderemo più avanti).
Ciò che emerge, al di là delle singole radici e delle corrispondenze etimologiche, è l’impressione di trovarsi davanti a un’eggregora linguistica comunicativa: una forza collettiva inconscia che ha guidato le antiche comunità indoeuropee nella formazione di un linguaggio carico di senso, dove ogni suono era già significato, ogni lettera un gesto cosmico.
In altre parole, quella lingua madre non fu il frutto di un progetto individuale, ma di una coscienza collettiva arcaica, che ha condensato nella fonetica stessa i significati primordiali dell’esperienza umana. Ciò rafforza l’idea che la fonosemantica sia emersa spontaneamente da una coscienza condivisa, non da singole menti razionali, e collega l’origine della lingua alla dimensione sacra, simbolica e arcaica del linguaggio e crea un ponte tra la linguistica e l’antropologia culturale, la filosofia del linguaggio e la psicologia junghiana.
Impadronitomi della convincente idea, ho iniziato a giocare con le parole per vedere se la teoria funzionava: funzionava! Eccome! Certo, alcune parole erano già interpretabili ad un primo contatto, mentre altre richiedevano un esame più approfondito, con un percorso a ritroso attraverso il latino e il greco, fino al sanscrito; in altri casi ci si perdeva nel vuoto, in altri ancora era una scoperta continua e divertente.
Mi rendo conto, comunque, il metodo fonosemantico, pur affascinante, non va applicato come una griglia rigida o assoluta, ma con sensibilità, per evitare arbitrarietà: non tutte le parole si prestano a una decodifica coerente e priva di ambiguità. Il rischio di ‘forzare’ la corrispondenza tra suono e significato è reale, e impone un approccio critico e aperto.
Seguono alcune tabelle che possono dare una rappresentazione sintetica (e certo incompleta) del legame tra consonanti e concetti archetipici (anche le vocali, pur più fluide, portano senso nei sistemi fonosemantici, anche se con minore forza simbolica rispetto alle consonanti). Naturalmente, per una sua più logica e precisa verifica, è spesso necessario considerare i termini come erano in greco-latino, ove era presente la consonante da considerare, prima che questa fosse poi persa nel passaggio al volgare, ai dialetti, e all’italiano. Questo anche se la teoria di Rendich è elaborata sul confronto tra lingue classiche indoeuropee – latino, greco, sanscrito – e molte delle sue intuizioni risultano valide anche per le lingue germaniche moderne, come l’inglese o il tedesco, che non derivano dal latino, ma ne hanno largamente assorbito il vocabolario attraverso secoli di cultura, religione e scienza. E in ogni caso, anche queste lingue condividono un’origine indoeuropea comune, dove i suoni portatori di senso si erano già formati in epoche remote).
Le consonanti chiave vanno interpretate non da sole, ma all’interno di combinazioni minime, in cui la prima consonante dà la direzione semantica primaria e le vocali sono “liquidi” fonetici che accompagnano, ma non alterano la direzione semantica.
Alfabeto indoeuropeo – Valori semantici delle consonanti e delle vocali | ||
Lettera | Significato | Pronuncia |
a- | indica l’avvio dell’azione | |
a- | prefisso privativo | |
-a | suffisso nominale | |
-a | indica il compimento o l’effetto dell’ | |
i | moto continuo, andare, alzare | |
u | stasi, permanenza, stabilità, forza | |
r [ri] | muovere verso, raggiungere, sorgere | |
k [ka] | moto cosmico, curvilineo e avvolgente | |
g [ga] | moto tortuoso, in ogni direzione | sempre dura |
c [ca] | moto circolare | sempre dolce |
j [ja] | moto dritto in avanti | come g dolce |
t [ta] | moto tra due punti | |
d [da] | luce | |
n {na] | acqua | |
p [pa] | purificazione, potere, preghiera | |
b [ba] | energia, forza vitale | |
m [ma] | limite, misura | |
y [ya] | moto continuo | come i davanti a vocale |
r [ra] | muovere verso, raggiungere, giungere | |
l [la] | congiungere per trattenere, o per liberare | |
v [va] | separazione, distanziamento, distinzione | |
s [sa] | legame, vicinanza, somiglianza, relazione | sempre sorda come in sasso |
ş [şa] | si pronuncia come in scena | |
ś [śa] | suono intermedio tra s e ş | |
h [ha] | spostamento | si pronuncia aspirata |
Le vocali e le consonanti sono ordinate secondo l’alfabeto sanscrito.
Le nasali interne alle radici verbali e nei loro derivati sono prive di valore semantico.
Le vocali sanscrite si pronunciano come le corrispondenti italiane, con l’eccezione della a, che è chiusa e si pronuncia come la u nella parola inglese but. Che si trattasse una schwa?
Accanto alle vocali brevi a, i, u, ci sono le lunghe, indicate con un trattino sopra.
La e la o sono chiuse.
La r è una vocale.
Le consonanti si pronunciano come italiano, con le precisazioni indicate nella tabella sopra per alcune di esse.
___________________________________________
1 – SEGUE
Carl Gustav Jung, psichiatra e fondatore della psicologia analitica, ipotizzava l’esistenza di un “inconscio collettivo”: una dimensione profonda e universale della psiche, condivisa da tutti gli esseri umani. In quest’ottica, anche i suoni primordiali – come le consonanti fondamentali – potrebbero essere visti come tracce archetipiche, cioè simboli sonori che risvegliano immagini, emozioni e significati antichi, comuni a ogni cultura
Da bambino, senza che me ne rendessi conto più di tanto, mi sono ritrovato ad usare parole che non appartenevano alla nostra lingua, ma che facevano parte del nostro quotidiano. Parole come “corner” e “hands” erano entrate nel mio vocabolario attraverso il calcio, grazie alle partite giocati in strada o sui campi di periferia. Non sapevamo nemmeno cosa volessero dire veramente, ma le ripetevamo con una naturalezza sorprendente, come se facessero parte di un codice segreto.
Ricordo le interminabili discussioni tra bambini sulle regole del gioco, in particolare quelle su “hands”: quante volte ci siamo accapigliati gridando “Ens! Ens!” (pronunciato all’italiana), senza sapere che si trattava di “hands” (mani), ma avendolo appreso così, aggrappati alle corde di recinzione dei campi, urlato da spettatori e giocatori. “Corner” e “hands” erano diventati parte del nostro linguaggio, espressioni che non avevano una traduzione diretta ma che usavamo come se fossero nostre, senza mai pensare alla loro origine straniera.
Ecco, così anche “carter” e “Biro” si inserivano in questa categoria di parole. Termini stranieri che, nel corso della vita, sono diventati parte della nostra cultura, pur non appartenendo alla lingua originale. In qualche modo, li abbiamo “italianizzati”, facendo in modo che entrassero nel nostro quotidiano senza mai più fare domande su come e quando erano entrati nella nostra lingua.
Ogni bambino ha un oggetto che, a modo suo, segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Per me, questi oggetti sono stati due in particolare: la bicicletta di mio padre, sempre da sistemare e mai perfetta, e la penna a sfera, che mi ha accompagnato in ogni fase della mia crescita.
Comincio con la bicicletta, un elemento centrale nel contatto quotidiano con mio padre. Le biciclette che avevamo a casa erano di fortuna, usate, malridotte, spesso senza quel piccolo elemento che per molti è scontato: il carter. Quel rivestimento metallico che proteggeva la catena dalla polvere, dai detriti e dal grasso, ma che in quelle biciclette, nelle quali il “tutto” veniva sistemato con ingegno e passione, non c’era mai. Ricordo bene il gesto di mio padre mentre smontava e puliva la catena, un’operazione quasi quotidiana. E io, mentre osservavo, mi divertivo a usare le mollette sui pantaloni per tenerli lontani dalla catena che, seppur sporca, era parte di quel rito di cura che ci legava ogni giorno.
Ma c’è un altro oggetto che mi ha accompagnato nella stessa epoca, che mi ha insegnato a scrivere e che ho usato ogni giorno per tutta la vita: la penna a sfera. Per me, la Biro non è solo un oggetto, è un simbolo. Non solo della mia infanzia, ma anche della continuità della scrittura, del passaggio dai pennini e inchiostri alla scrittura quotidiana. La Biro, con il suo inconfondibile cappuccio blu, poi rosso, era l’oggetto che mi veniva messo in mano prima di andare a scuola e con cui ho scritto ogni giorno per tutta la vita. Ma la Biro non è solo stata un mezzo per scrivere, è diventata un gioco, soprattutto negli intervalli o nei momenti di distrazione durante le lezioni. Senza il refil, infatti, la penna veniva trasformata in un “lanciatore” di granelli di riso o palline di carta, sparati da lontano, in quei piccoli giochi che accompagnano i bambini tra un’ora di lezione e l’altra.
Ma come mai carter e Biro, due oggetti così radicati nella nostra vita, hanno un’origine simile e, sebbene entrambi siano legati al progresso tecnologico, hanno preso una piega tutta italiana?
Carter, come parola, deriva dal nome di John Carter, l’inventore che negli anni ’20 sviluppò il primo sistema di protezione per la catena delle biciclette, conosciuto oggi come carter. Se negli Stati Uniti e nel Regno Unito si parla di “chain guard” o “chain case”, in Italia la protezione ha preso il nome proprio di chi l’ha inventata, e il termine è diventato un simbolo di epoche passate, di biciclette che si aggiustavano più con l’ingegno che con le moderne tecnologie.
D’altro canto, la Biro nasce dalla mente di László Bíró, un giornalista ungherese che nel 1938 brevettò la penna a sfera. Il suo nome, che in alcuni paesi è ancora legato a una marca, è divenuto in Italia sinonimo del prodotto stesso. Come il Diesel per i motori a gasolio, la Biro è diventata una parola generica per una penna a sfera, nonostante la sua origine specifica. La sua “italianizzazione” del termine è avvenuta in modo naturale, con l’adozione del nome dell’inventore come denominazione di un intero prodotto. La penna, che in un primo momento era un simbolo di modernità, è oggi così diffusa da essere associata universalmente a qualsiasi penna a sfera.
La trasformazione di carter e Biro in termini generici è un esempio tipico del nostro paese, dove i nomi propri si intrecciano indissolubilmente con la cultura e diventano simboli di tradizioni quotidiane. Proprio come “Diesel”, che è diventato sinonimo di motore a gasolio in Italia, nonostante negli altri paesi venga utilizzato solo come nome dell’inventore, anche “Biro” è una parola che fa parte della nostra lingua, che si è radicata nel nostro uso comune al punto da renderne difficile l’associazione al nome dell’inventore, László Bíró.
In fondo, carter e Biro sono più di semplici oggetti o marchi. Sono i compagni che ci hanno accompagnato sin dall’infanzia, oggetti che sono entrati nelle nostre mani e nelle nostre abitudini, diventando parte integrante della nostra vita, a volte senza nemmeno rendercene conto.
E proprio come quelle biciclette senza carter, su cui siamo cresciuti con ingegno e passione, carter e Biro sono entrati a far parte della nostra quotidianità, simboli di un’epoca che, pur cambiando, non perde mai il suo legame con il passato.