Forse la mia passione per i vecchi campi di calcio di Milano, in particolare per quelli che non ci sono, più deriva da uno shock infantile, risalente al 1956.

Dunque avevo otto anni e a partire dai primi mesi di quell’anno capitava spesso di andare coi miei genitori, uno alla volta o entrambi, a vedere lo stato di avanzamento della costruzione della nuova casa appena acquistata in via Gardone, nella quale ci saremmo trasferiti in estate. Era un bel giretto: da via Toffetti, ove allora abitavo, si percorreva prima un sentiero che fiancheggiava la ferrovia, poi si risaliva verso piazza Bologna, poi ancora si percorrevano viale Bacchiglione e viale Brenta ed infine, attraversata piazza Bonomelli, pochi metri di via Romilli ed eravamo in via Gardone.

Mi piacevano quelle passeggiate a vedere la “casa nuova”, per tanti motivi. Il percorso era vario e ricco di piccole cose piacevoli. Nell’imbucare il sentiero fuori casa mia, lasciavo alla mia destra il primo dei due passaggi a livello ravvicinati verso via Bonfadini: se fosse stato chiuso, avrei salutato quasi sicuramente un treno sulla linea di Porta Romana. Poi i grandi rumori dalle fabbriche di via Bacchiglione, quindi, appena attraversato corso Lodi (attenti al tram 13, 20 o 22), la sosta, ma solo con la mamma, davanti alla vetrina di scarpe di De Matteo (una volta ci scappò un paio di polacchini) e infine mi piaceva quell’odore di calce fresca di quei muri entro i quali sarei vissuto per tanti anni, mentre dal balcone al terzo piano mi gustavo la vista su viale Ortles e  imparavo parole nuove come caparra, rogito…

Ma la cosa per più importante di quel percorso era vedere il campo sportivo che sorgeva (per modo di dire, perché in realtà era molto abbassato rispetto al piano stradale, lì rialzato per via delle strutture fognarie sotto la piazza e ciò rendeva migliore la vista sul campo, una sorta di tribuna marciapiede) all’angolo tra viale Brenta e piazza Bonomelli e limitato poi sugli altri lati dalle vie Breno e Don Bosco.

Incredibile! Un campo così vicino, ove poter andare da solo, comodamente, senza allontanarmi da casa! Pregustavo già le tante domeniche che mi attendevano, la mattina a vedere i “giovani”, al pomeriggio “i grandi” (ma solo se l’Inter giocava fuori casa). E poi avrei avuto nuova squadra di quartiere al posto della Calvairate: si chiamava Milanese Libertas, aveva la maglia bianca con bordi giallorossi e la pubblicità del formaggino Grunland.

Finalmente ci fu il giorno del trasloco: era domenica 24 giugno 1956 e il quartiere era in festa per la ricorrenza di San Luigi: ma il campo non c’era più. Enormi buchi lo avevano ingoiato e grosse case lo avrebbero sepolto per sempre, insieme a tante partite mai più giocate e al mio sogno di potervi assistere. Neanche una foto, un ricordo, una traccia ne avrebbero testimoniato la presenza nella vecchia Milano calcistica. Oltre sessant’anni dopo, mentre passo a tappeto i siti delle squadre milanesi ancora attive, alla ricerca di notizie ed immagini in bianco e nero, mi imbatto nella galleria dell’Ausonia 1931, altra mia vecchia conoscenza da bambino al campo di via Lombroso. Un campanile appare in una foto, un colpo al cuore, lo conosco: la solita verifica con qualche casa sullo sfondo ed è quello di San Luigi. Il campo, quello perduto nell’estate del ’56.

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