IL GELATO NEL TOMBINO

Nel linguaggio corrente e forzando il suo significato originale ed etimologico, era (ed è ancora) invalso l’uso di chiamare “tombino” il coperchio di chiusura dei vari pozzetti presenti sulle strade, al posto del più tecnico “chiusino”, ed anche, poi, di definire allo stesso modo quella feritoia ricavata nel bordo del marciapiede, che consente alle acque piovane di defluire nella sottostante fognatura, in questo caso al posto della definizione tecnica di “caditoia a bocca di lupo”. Per noi bambini la parola “tombino”, in entrambe queste accezioni, sarebbe diventata molto famigliare per via dei nostri giochi di strada.

Il “tombino” in questione è tuttora esistente, anche se un po’ arretrato rispetto all’epoca, per far posto al parcheggio in carreggiata.

Ma torniamo al gelato.

D’estate, ogni, giovedì, passava davanti a casa mia un carrettino dei gelati. Il gelato, a quei tempi, era una roba eccezionale: per un cono era necessaria una qualche zia che ti portasse a passeggio ai Giardini Pubblici o una gita domenicale all’Idroscalo o, più raramente ma indimenticabilmente, una vacanza a Stradella, ove la nonna o la zia Stella mi portavano sull’Allea, dove c’era la famosa gelateria Pampanin e dove il gelato, addirittura, potevo gustarmelo al tavolino, in meravigliose coppe d’acciaio avvolte da colante condensa e con cucchiaini adorabili, ma soprattutto in quantità multiple rispetto al cono di città. Già, in città: sempre più rari i coni da venti lire, ormai confinati in qualche latteria di periferia o in pochi carrettini, la configurazione minima era diventata “il gelato da trenta”, accanto all’inarrivabile ed impronunciato “gelato da cinquanta”, così abbondante che veniva servito solo nel bicchierino.  

Il carrettino del giovedì proveniva da Rogoredo e percorreva tutta la lunga via prima di infilarsi in via Bonfadini dopo aver attraversato i due Passaggi a livello consecutivi. Avevamo notato, con la mamma, quel passaggio settimanale ricorrente e puntuale, attorno alle tre e mezza del pomeriggio e così era diventato un appuntamento costante, piacevole e da me molto atteso. Deformato dalla rifrazione dell’aria calda sopra l’asfalto, appariva all’inizio come un miraggio incerto senza forma, un riflesso ondulante supra improbabili pozzanghere nere: poi piano piano assumeva contorni sempre più definiti ed avanzava lentamente verso di me, che lo aspettavo già da un po’. Sì, perché quel momento era così agognato che non volevo rischiare che il gelataio mi sfuggisse per una distrazione od un breve ritardo nello scendere in strada. Spesso l’attesa iniziava alla finestra, poi inevitabilmente scendevo, aprivo la porta del cortile, che lasciavo socchiusa, e mi sedevo sul bordo del marciapiede, in quella dolce e spesso prolungata attesa, che ingannavo con qualche gioco inventato come per necessità, quando di giochi veri non ce n’erano o quasi.

Passavano biciclette, qualche moto e poche automobili. Scrutavo in fondo a quella chilometrica strada cercando di riconoscere il modello di macchina che, emergendo da quel mistero ottico situato all’altezza di piazza Mistral, prendeva via via forma e colore e potevo individuarla: Millecento, Giardinetta, Topolino, Aurelia, Alfa Millenove… Per le moto il divertimento era maggiore, sia perché transitavano più numerose, sia perché marche e modelli erano molti di più di quelli delle auto, ma anche e soprattutto in quanto potevo esercitare una capacità di riconoscimento più raffinata che non quella semplicemente visiva, del resto per una moto più difficile se non quando fosse giunta molto vicina. Così il riconoscimento avveniva tramite il rumore: ogni moto, marca e modello, si annunciava con il suo suono caratteristico ed inconfondibile. Le Guzzi monocilindriche (il Galletto, in particolare) erano le più facili da riconoscere. Poi c’erano Gilera, Mondial, Motomorini, Agusta, Parilla, Laverda, Benelli e così via, dimenticandone molte altre. Macchine e moto, si noti, erano tutte italiane e il fascino del loro passaggio comprendeva l’emozione di saperle in testa nelle rispettive competizioni mondiali, con record di velocità connessi. Quel riconoscimento delle moto dal loro rumore sarebbe poi diventato uno svago ricorrente tra piccoli amici che crescevano e che, come riposando tra un gioco di strada e l’altro, si gareggiava nel riconoscere quale moto stesse giungendo dalla strada dietro l’angolo. Delle biciclette, escluse quelle, tante, rese irriconoscibili dall’usura del tempo, che le aveva stinte ad un colore bruno indefinito, mi limitavo a constatarne la marca quando mi passavano davanti: Bianchi, Legnano, Atala, Chiorda, Frejus, Torpado. Anche qui tutte marche italiane che evocavano epici Giri e Tour.

La grande attesa del gelataio finiva quindi con l’essere la sommatoria di tante piccole attese delle apparizioni in fondo alla strada che, dopo qualche istante, si sarebbero materializzate davanti a me sotto forma di auto, moto o bici.  Quel giorno ero sceso come al solito molto presto, almeno un’ora prima del solito orario di passaggio del carrettino. Ormai ero diventato un piccolo, puntuale ed affezionato cliente di quel gelataio. L’esserci sempre, ogni giovedì, era per me non solo un grande, ovvio piacere di golosità, ma anche un impegno nei suoi confronti: cosa avrebbe pensato se una volta non ci fossi stato? Quale delusione, dopo un pedalare lungo e faticoso, non trovare il solito ed affezionato cliente? Non mi forse era piaciuto il gelato? Non vedendomi più, sarebbe passato ancora?

Tra un’apparizione in fondo alla strada e l’altra, giocherellavo con le monete da dieci lire, riflettendo sul fatto che ciascuna di esse, di lì a poco (ma quando arriva?), si sarebbe trasformata in una splendida palettata di gelato: una al gusto di panna, l’altra al cioccolato, i soli due gusti disponibili insieme al limone. Di tanto in tanto qualche sessione di “testa o croce”: se “testa” arriva, se “croce” non arriva… Non arriva.

E fu così che una moneta, evidentemente priva di informazioni sul carrettino in arrivo e nel tentativo quindi di ritardare il più possibile la scelta della faccia sulla quale adagiarsi, prese a rotolare parallela al marciapiede in perfetto equilibrio, sino a quando, costretta dalla pendenza della carreggiata, si inclinò verso il marciapiede stesso e s’infilò decisa nella “bocca di lupo”, sparendovi dentro, come governata da un immaginario pilota che proprio lì voleva entrare.

Accusai un dolore allo stomaco sino ad allora sconosciuto, si stava consumando un dramma, corsi a guardare e a frugare (non senza ribrezzo, ma capirai…) dentro l’anfratto, ma niente: dieci lire sparite!

Le due facce della moneta da dieci lire negli anni Cinquanta.

Totalizzai in un istante una serie di conseguenze ciascuna delle quali esiziale: niente gelato, reazione della mamma, vergogna per la modalità, delusione del gelataio, rischio che non tornasse… Forse avrei potuto procurarmi un bastone e frugare meglio… Ma avrei dovuto rientrare in cortile, non c’era tempo. E il gelataio avrebbe potuto sorprendermi mentre cercavo nel “tombino”… Chiedere altre dieci lire alla mamma? Sì, ciao! Ripiegare su un mezzo gelato, solo panna, senza cioccolato, una specie di “gelato da dieci” spiegando l’accaduto al gelataio? Che vergogna!

Con la mano poggiata sul bordo in pietra del marciapiede mi sollevai dalla scomoda posizione a livello asfalto e alzai lo sguardo verso il fondo della via: dalla nuvola vibrante di calore prendeva forma inconfondibilmente il carrettino dei gelati. Arrivava.

Mentre, nonostante il lungo trascorrere del tempo, ho conservato nella memoria con estrema precisione e lucidità gli eventi e le sensazioni che precedettero quel giorno l’arrivo del gelataio, ho invece rimosso completamente e da subito il ricordo di quanto accadde dopo. Tutto si ferma al rapido rientro in cortile prima che l’uomo dei gelati potesse vedermi: chiusa la porta alle spalle, c’è un vuoto assoluto. Di sicuro non ho mangiato il gelato, né ho potuto constatare la reazione dell’ambulante. Non ricordo se ho confessato l’accaduto alla mamma (in tal caso certo con supplica di non farne cenno al papà), se mi sia stato chiesto come fosse stato il gelato, cosa ne sia stato della moneta rimasta, come sia andata il giovedì dopo. Niente: potrebbe essere stato quello l’ultimo (mancato) gelato, perché il carrettino non passò più o forse, al contrario, tutto ricominciò come nulla fosse accaduto. Tutto rimosso.

Ma quel trauma di una moneta che sì portò il gelato nel tombino rimase per sempre e ancor oggi riaffiora  in tutte le sue emozioni ogni qualvolta, mi trovi al banco di una gelateria da asporto. Oggi, quando la scelta dei gusti è infinita, il gelato si compra a chili,  e i coni da venti (lire) son diventati vaschette da venti (euro).