DAVANTI ALLA GALLERIA

L’avevamo preso per un rito di profonda milanesizzazione. Ci portavamo i nuovi amichetti, i nuovi vicini di casa appena arrivati con la famiglia in città dalla campagna o dal sud, ai quali facevamo conoscere i primi, necessari rudimenti di milanesità: consisteva nel recarsi, subito dopo cena, che allora voleva dire attorno alle sette e mezzo – otto, in piazza Duomo e partecipare, anche solo ascoltando, alle discussioni tra numerose persone che davano vita tutte le sere ad uno o più capannelli proprio davanti alla Galleria. La tradizione risaliva al secondo dopoguerra: la presenza di due edicole che ricevevano per prime le copie dei quotidiani della sera e (almeno all’inizio) degli strilloni che le distribuivano stimolava il commento e la discussione a caldo dei titoloni di prima pagina su fatti di cronaca, di politica o di sport.

Le testate non mancavano: dopo Milano Sera convissero a lungo La Notte, il Corriere d’Informazione, ed il Corriere Lombardo, ai quali per ultimo seguì il moderno Stasera, coi bollini colorati verde-giallo-rosso sull’ultima pagina, riservata alla programmazione cinematografica, a rappresentare con immediatezza, sintesi e vigore, il giudizio dei film che si potevano vedere in città la sera stessa.

Non ho mai avuto modo di assistere alla nascita, al formarsi della prima coppia di dialoganti, del primo rocol de gent; siamo sempre arrivati che almeno un gruppetto era già costituito ed aveva già avviato la discussione. Eppure m’incuriosiva il come potesse immancabilmente ricrearsi e perpetuarsi quella specie di miracolo quotidiano (reale non cinematografico, anche se i tempi erano quelli) che ormai, tra gli anni cinquanta e sessanta, costituiva un tradizionale appuntamento della Milano dei Milanesi.

La lingua prevalente era il Dialetto Milanese, anche se gli interventi di chi non lo parlava erano consentiti e non generavano alcuna reazione dei partecipanti.

Col passare dei minuti l’intensità delle voci cresceva ed il gruppo aumentava di dimensione, infoltendosi e poi allungandosi parallelamente al marciapiedi, un po’ su e un po’ giù da esso. Raggiunta una certa lunghezza, era naturale che il capannello si scomponesse in più gruppetti, i più minuti anche di sole due o tre persone. Già da prima della separazione in più parti, il tema originario in discussione poteva essersi progressivamente essersi modificato, scomposto, ribaltato, magari anche solo per un inciso, per un’osservazione accidentale, per una citazione impropria, per un contributo laterale alla discussione. Cosicché poteva verificarsi che, mentre davanti al Branca ci si infervorava ancora per lo scandalo Montesi, dall’altro capo, di fronte al Motta e verso il Corso, teneva ormai banco la Dama Bianca di Fausto Coppi.

Uno dei più frequenti motivi di frammentazione era costituito dal fatto che nel gruppo di discussione erano presenti sostanzialmente due tipi di partecipanti: c’erano i protagonisti attivi, di solito quelli di più antica formazione, che lanciavano il discorso, lo alimentavano con certezze proprie ed interrogativi altrui, lo spostavano su un tema nuovo quando l’originale pareva languire: gli attori del convegno, insomma.  Gli altri, invece, parevano lì come variamente convenuti: ascoltavano solo, annuivano, magari osavano di tanto in tanto, incontrando lo sguardo dell’oratore ed abbassando il proprio, un fatale mah… Ebbene, poteva accadere che, tra questi convenuti per natura e tendenza, uno magari si facesse coraggio e, togliendo l’acca, provasse ad avversare la tesi prevalente, con esiti diversi ma col medesimo effetto di separazione. In un caso l’attore soccombeva nel dibattito ed era così costretto a ricercare più in là nuovi e più benevoli uditori, distaccandosi a sufficiente distanza per potersi riprendere intonsa la scena, talora con qualche seguace di prima, in nuovo crocchio. Il convenuto coraggioso, vincente e ormai privo di avversario, si trovava così inopinato ed acclamato capo di un neo-manipolo di tendenza e costretto egli stesso ad essere protagonista di un nuovo centro di dibattito, di un nuovo filone del discorso, naturalmente pochi passi più in là, tanto per essere autonomi, in un nuovo capannello.

Nel caso in cui, al contrario, era il convenuto coraggioso ad essere disapprovato degli astanti, egli era costretto a ricercare un nuovo argomento in un’altra zona d’ascolto, magari seguito da un isolato sostenitore.

Quanto appena descritto era il massimo che potesse accadere: pur essendo componenti del gruppo di discussione all’apparenza molto diversi tra loro (eleganti o ancora in abiti da lavoro, istruiti e non tanto, nativi e no), mai, in nessuna nelle numerose occasioni cui ho presenziato, mi è capitato di assistere a litigi, alterchi, scambi d’insulti, contrapposizioni verbali di natura politica o ideologica o anche a semplici svilimenti degli argomenti, a offese personali. (Ho persino pensato che fosse il linguaggio usato a proteggere il dibattito dalla violenza e dalla prevaricazione: come si fa a litigare in dialetto milanese, così malinconico e ironico? Se può offendere un Vaffanculo, farà solo sorridere un Và a dà via i ciapp).

Era come se fosse presente un moderatore virtuale o vigesse un tacito accordo a protezione dell’importanza e della sopravvivenza dell’evento. I più colti spiegavano, gli altri tentavano di capire. Tutti tornavano a casa sentendosi un po’migliori di prima, accomunati dall’appartenenza ad un club che portava il peso di rappresentare e preservare la milanesità. Pochi si rendevano conto che lì, in quelle sere di tutte le stagioni, quando ancora d’inverno la nebbia arrivava fino in centro, quegli uomini (a proposito, di donne ancora niente…), in dialetto e senz’altro titolo se non quello di avere un giornale accuratamente piegato in otto nella tasca della giacca, producevano inconsapevolmente ma quotidianamente la pubblica opinione popolare della città più importante del Paese.

La tradizione ebbe inizio quando, caduto il fascismo e finita la guerra, tornarono i sopravvissuti e la libertà di riunirsi in pubblico. Sopravvisse incredula all’eco della bomba della vicina piazza Fontana, risorse al silenzio assordante di una piazza Duomo piena di gente che tre giorni dopo, piangendo i suoi morti, parve seppellire per sempre ogni parola, vacillò alle prime tensioni degli anni settanta e agli anni di piombo, ma morì quando vennero a mancarle la voce insieme all’anima: il dialetto. Non ci furono più né riunioni, né capannelli, né dibattiti. Ci fu una sera per le ultime parole, per gli ultimi saluti, per gli ultimi addii. Finì una storia e, con quelle, Milano, la mia.