NON NE POS PIU’

Cui prodest?

Non voglio entrare nella polemica politica attuale, quella centrata su alcune modifiche in fase di introduzione o introdotte dal nuovo governo e sul messaggio che tali misure trasmettono al paese. Non voglio farlo perché tale messaggio è palese e scontato e parlarne finisce più per ridicolizzare chi pone la questione al politico, o al  che il politico stesso, che è almeno coerente con la promessa fatta. Per capire lo spirito, l’essenza di una legge, la sua causa ispiratrice, basta rispondere alla classica domanda: cui prodest? E si trova la pistola fumante. Aveva senso chiedere il beneficio sociale di certe leggi ad personam? No, talmente era lampante. E non ci si poteva nemmeno consolare con il bronzeo e sottilmente compiaciuto imbarazzo dell’intervistato di turno, politico o giornalista che fosse. Era solo buio e doveva passare la nottata…

Caffè nero

Veniamo quindi al contrasto all’uso del POS e all’aumento del limite del contante, ché le due misure sono evidentemente le due facce della stessa moneta (!). Si ascoltano surreali, ma ci cascano tutti! Dunque, è chiaro anche ad un’analfabeta di ritorno che le due misure favoriscono chi, disponendone, vuole spendere i suoi soldi in forma cartacea e che chi le promuove la legge non può dire la verità e preferisce raccontare favole o anche ammettere certi vizi, come quel tipo losco con la barba, celebre per le sue quotidiane schiacciate organiche, che sostiene di provare attrazione verso i bancomat, di trarre piacere dal prelevarvi contante ed estasi nel poter pagare il caffè con due euro (!) in contanti, relegando al ruolo di rompiballe coloro che eventualmente lo volessero pagare, anche meno, ma con la carta di credito, né ammesso né concesso che il problema del POS sia legato al caffè e non a ben altro. A proposito di caffè, sempre si parva licet componere magnis

Copenaghen, Danimarca

Dunque eravamo nel 2004, non proprio oggi, e stavo terminando una vacanza in Scandinavia. All’aeroporto di Copenaghen, da dove sarei partito per Milano, ho provveduto con piccoli acquisti a smaltire tutte le corone danesi che mi erano rimaste. Ma, in attesa del volo, vado per prendermi un caffè, lo ordino ma, alla cassa, mi accorgo di avere ormai solo euro, li mostro senza convinzione al barista, ne ottengo un diniego e mi accingo a rinunciare: italiano, non ero culturalmente preparato ad affrontare un simile imprevisto. Ma il barista alla cassa, sbirciandomi nel portafogli e scorgendovi una sbucante carta di credito, mi fa: “Credit card?” “Yes” “So what’s the problem?”. Il caffè era buono, ma la figura l’avevo fatta, perché, mentre lo bevevo, guardavo la fila alla cassa, dove tutti pagavano con la carta di credito: mi sono sentito una imbarazzante I stampata in fronte. Ci sono tornato qualche anno dopo, senza essermi procurato prima alcuna dotazione di moneta locale e non me ne sono accorto: è vero, non ho visto mendicanti, ma, se mai ce ne fossero mai stati, avrebbero avuto senz’altro anche loro il POS.

POS & PIL

Un prospetto del PIL pro-capite confrontato con l’uso del contante rivela che Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia sono in testa per il primo e ultime per il secondo: applicando un metodo statistico chiamato correlazione, il coefficiente che ne risulta per i paesi europei è molto vicino al valore di -1, che indica una forte correlazione inversa. Non procedo ora ad altri confronti tabellari e statistici tra Italia e paesi scandinavi, ci vuole troppo tempo, ma sono pronto a scommettere su quali indici di correlazione possano scaturire correlando il “combinato disposto” meno POS + contante con il numero e il fatturato sommerso di cittadini ladri, rapinatori, assaltatori di portavalori, spacciatori, manovali del crimine, usurai, riciclatori, corrotti e corruttori, evasori fiscali, bagarini, sfruttatori di lavoratori in nero, taglieggiatori di braccianti, riscossori di pizzo, ricattatori, estortori, parcheggiatori abusivi, ecc. ecc

Seul

Secondo Alberto Franco, professore di diritto tributario all’Università di Torino, se è vero che parecchi studi mostrano la correlazione negativa tra l’uso dei pagamenti con moneta elettronica e l’ampiezza dell’economia sommersa (quando cresce il numero di pagamenti elettronici e tracciabili, l’area del sommerso diminuisce), è anche vero che sono meno i casi in cui, in un contesto internazionale, le autorità si sono concentrate non tanto sul disincentivare l’uso del contante, quanto piuttosto sull’incentivare l’uso dei mezzi elettronici. In questo senso, un caso di successo è stato quello della Corea del Sud.

Nel 1999, dopo ripetuti tentativi di contrastare l’evasione fiscale, la Corea del Sud ha limitato l’uso del contante a 60 dollari e introdotto un’agevolazione sui pagamenti con le carte di credito e di debito, con la possibilità di detrarre dal reddito una parte delle spese pagate con i mezzi elettronici. I risultati sono stati sorprendenti, visto che questa misura ha consentito a quel paese il passaggio pressoché totale da un’economia basata sul contante ad una basata sulla moneta elettronica. Certo, non sono mancati effetti collaterali negativi. Infatti, con enorme sorpresa del governo coreano, il Paese ha ridotto di molto e in poco tempo la sua economia sommersa, che era stato per molto tempo un freno allo sviluppo economico, ha incrementato invece il gettito fiscale, ha visto schizzare il PIL verso vette inaspettate con un forte aumento degli investimenti stranieri attratti dalla crescente legalità,  e ha assistito all’estinzione di alcune di quelle categorie di operatori economici-elettori elencati sopra, che vivevano ai margini della società civile. Adesso, per attenuare questi effetti collaterali, pare che la Corea voglia ispirarsi alle misure del nostro governo…

Aggiunge in un’intervista il professor Franco: “Ogni paese fa storia a sé eppure, secondo il professor Franco, ci sono buone possibilità che l’incentivo alla coreana, diciamo, possa funzionare almeno in parte anche in Italia. Per due fattori: il primo è la semplicità nell’applicazione di questa agevolazione e nel calcolo del risparmio fiscale del contribuente, il secondo riguarda un quadro normativo e un sistema d’informazioni che consente alle autorità di raccogliere dati e analizzare transazioni finanziarie di un soggetto”.  (https://www.prestiti.it/news/contante-si-o-contante-no-il-caso-della-corea-del-sud.html)

Ischia

Chi non vorrebbe spazzare tutte le nefandezze di un paese? Non siamo tutti d’accordo? No, perché coloro che di quelle nefandezze vivono non possono essere d’accordo e come dar loro torto? Però votano, sono tanti e non possono certo chiedere ai loro eletti di essere onesti e di far progredire il paese. Un flash, a proposito, suscitato dalla recente frana di Ischia. Qualche anno fa, in occasione delle elezioni a Napoli, l’ex presidente del Milan tenne un comizio finale nel quale promise ai napoletani che, in caso di vittoria del partito di cui era ed è proprietario, avrebbe attuato un condono totale ed incondizionato a tutte le costruzioni abusive della città. Ancora sono sorpreso e compiaciuto: vinse Italia dei Valori e De Magistris fu sindaco. Le case abusive ci sono ancora, ma almeno rimangono abusive e non può capitare, in caso di eruzione del Vesuvio, di sentire gli sfollati che imprecano contro lo stato, reo di aver loro condonato l’abuso senza al contempo garantirgli la messa in sicurezza della costruzione dal sin troppo paziente vulcano. Cosa dico? Ascoltate gli abusivi dopo le disgrazie, come in Sardegna un po’ di tempo fa, come ad Ischia in questi giorni: “Quale abusivo? Abbiamo fatto il condono!” “Siamo in regola e la frana è venuta giù lo stesso!” Oppure: “Non è la stata la mia casa a causare la frana, lei è stata travolta, era in regola, ho fatto il condono! È stata la cima del monte a venirci addosso!” Tutto vero, sentitevi le interviste!

Il barbiere di Versilia

Siamo dunque partiti dal POS e, attraverso un caffè scandinavo, siamo arrivati alle frane e alle disgrazie favorite da inciviltà e connivenza politica. Ma dobbiamo essere anche pronti a riconoscere le effettive difficoltà incontrate da chi, vivendo al di fuori delle regole civili, almeno per quanto riguarda il tema in questione, lo fa in tutta buona fede, per tradizione, perché il commercialista approva, perché non avverte alcuna riprovazione sociale, perché i controlli sono assenti, perché deve far studiare i figli… Quali difficoltà, quindi? Beh, lo stato consente a uno di lavorare in nero e di denunciare solo quel maledetto minimo sindacale e poi gli pone limiti nello spendere quello che ha guadagnato? Non è giusto! Ecco allora il dramma di un parrucchiere.

Non so quante volte io sia andato dal parrucchiere nel corso della mia vita: negli anni Settanta si andava una volta alla settimana, l’attesa lunghissima, l’acconciatura pure e i parrucchieri guadagnavano molto bene. Scontrini: mai visti. Ma erano altri tempi, avevano una forte lobby ed erano anche esentati dall’IVA, a Natale c’erano i calendarietti profumati e non c’era il POS. Comunque, mal contate, saranno state almeno mille le volte in cui sono andato a tagliarmi i capelli. Oggi i parrucchieri, detti anche barbieri, misteri della lingua, sono stremati dal fai da te e dal taglio a zero, che ne abbattono gli introiti e ne frustrano la creatività, tesa all’inseguimento di inesistenti chiome. Meno lavoro, no POS e scontrini sempre zero. Solo qualche anno fa, per un po’ sono andato da un cinese, che gli scontrini li stampava addirittura prima, prelevandone e consegnandone uno al momento del pagamento. Poi ha cambiato attività.
Ma veniamo, al “combinato disposto” visto dalla categoria dei parrucchieri. Cambiano i tempi, cambiano le pettinature, ma i parrucchieri sono sempre portati alla conversazione e parlano, parlano… Succede quindi di raccogliere e condividere il loro grido di dolore, di conoscere e capire un problema di non poco conto.

Un parrucchiere che, non potendo fare bonifici direttamente dalla cassaforte, era costretto, a inizio estate, a sobbarcarsi un viaggio fino a Forte dei Marmi, per andare a prenotare le vacanze e versare in contanti la caparra dell’albergo e della spiaggia. Poi avrebbe saldato, sempre in contanti, durante le ferie, ma in più tranches, per non sforare il limite e prelevando il necessario di volta in volta dalla cassaforte. Ben venga, quindi, un innalzamento del limite per poter spendere senza tribolamenti i soldi incassati in nero, in attesa che si possano, in nero, fare anche i bonifici e i gli estatici prelevamenti da bancomat agognati del nostro di cui sopra, con barba, quello che spesso imita Crozza, quello delle figure di emme polacche con la maglietta dello Zar. Questo è solo un caso, curioso, magari altri usano il vaglia o forse è tutta una favola, un sogno, forse adesso mi sveglio, prima di salvare il file…

La Cinquecento viola

Tutte queste situazioni surreali generano infatti, talora, situazioni di dormiveglia, di obnubilamenti con risvegli improvvisi, incredibili. Per esempio mi capita di sognare di trovarmi alla cassa di un supermercato: ho comprato poche cose, cerco un varco favorevole, ma non c’è niente da fare e devo attendere lo smaltimento di un carrello stracolmo che, lentamente, viene svuotato davanti. Adesso paga e… appare tra le mani di chi mi precede un rotolo di foglietti colorati, viola, verdi, gialli e un paio rossi: sì questi li riconosco, sono quelli che ti danno al bancomat, sì, sono i cinquanta euro. Sono banconote quindi, ma di quale paese? Dove li avrà presi? Ma dove mi trovo? Perché la cassiera accetta quella banconota viola e gli dà il resto? “Ha la nostra tessera?”, mi dice la cassiera? Allora mi sveglio, sono solo stato un po’ assente, e ho sognato: un veloce ricorso al PIN e vado con il mio sacchetto. Esco e il SUV sta fagocitando il contenuto del carrello che avevo sognato prima, mentre il suo conducente risistema il rotolo, incrementatosi con il resto del cinquecento. Ma è distratto ed il rotolo gli cade, le banconote si disperdono a terra come grossi coriandoli, non se ne accorge e si allontana: il gas di scarico, per la forte accelerata, risolleva in aria come un turbine le banconote che non avevano ancora finito di adagiarsi a terra. Mi guardo in giro, nessuno ha visto, raccolgo in fretta cotanta ricchezza e la infilo in qualche modo nel sacchetto della spesa. Ma mi assale un dubbio: come farò a spenderli? Come farò ad esibire quei grossi tagli per pagare i conti? Che vergogna! Neanche il gasolio, potrei pagare il bollo, l’assicurazione, ma sarebbe sempre imbarazzante, m’immagino la dissimulata riprovazione cui andrei incontro. Il parrucchiere, forse? Ce l’avrà il resto di cinquecento? La situazione è pesante e mi sveglio. Infatti di banconote da cinquecento, nel sacchetto, neanche l’ombra. Mi preoccupo un po’ per questi altalenanti, apparenti stati di veglia e sonno, forse allucinazioni, forse sonnambulismo.  Quale la parte vera e quale la parte sognata?

Campioni d’Itaglia

Cronologicamente, sarebbe la prima, ma mi è venuta in mente solo ora. Siamo anche qui negli anni Settanta, nell’Alto Milanese: Legnano, Busto Arsizio e limitrofi. Lì c’è una discreta azienda del settore edile, mia cliente, che visito settimanalmente nell’ambito della mia attività di consulenza. Tanti lavori, tanti appalti, fatturato e utili in espansione, centinaia di dipendenti. Dobbiamo andare insieme a visitare un cantiere verso Malpensa, guida lui, si ferma sul piazzale vicino all’impianto del calcestruzzo, scende e mi dice di aspettarlo un attimo. Dentro la cabina di carico vedo l’operatore che solleva un pannello in polistirolo del soffitto, prende qualcosa, un rapido conciliabolo e consegna quanto prelevato al nostro imprenditore.

“Sai, poco, perché non mi fido di dare in mano i soldi agli altri, ma un po’ devo farlo, di nero. Stasera vado a Campione, ci vado tutti i venerdì sera e se non ho il nero come faccio? Li porto via all’azienda? Uso i miei soldi sui quali ho già pagato le tasse? Senza il nero Campione muore! Così posso anche perderli più tranquillamente… Poi il sabato c’è il poker con gli amici…”

E. F.

Oggi mi fermo qui, ma, mentre scrivo, mi vengono in mente altri flash sul tema POS-contante-delinquenti e credo quindi che a questo zibaldone darò un seguito. Intanto è sempre più buio e la notte deve essere ancora lunga, forse anni. A proposito, il conteggio degli anni, quello con i numeri romani, lo riprendiamo da I o da XXII?