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LINGUA, TRA VARIANTI E DIALETTI

Quanto appena scritto ne “Il Placito Capuano” ha probabilmente convinto quelli che “i dialetti derivano dall’italiano corrotto dalle invasioni straniere” ad abbandonare la loro teoria e ad accettare la realtà delle cose così come sono andate veramente. Ho ricevuto però qualche osservazione, qualche quesito o richiesta di chiarimento che andavano oltre la specifica questione, allargando la vista su ulteriori aspetti insiti nella materia trattata o a questa collegati. Ora, io non sono un esperto, né voglio passare per tale, e quello che scrivo è solo frutto e sintesi di ciò che, spinto solo dai ricordi, dalla passione e dalla curiosità, ho appreso da chi la materia la conosce veramente e la diffonde. È solo facendo ricorso a tali elementi in mio possesso, quindi, che provo a completare il discorso iniziato con “Il Placito Capuano” e a rispondere a quelle osservazioni e a fornire quei chiarimenti che vanno un po’ oltre i dialetti e a ciò che mi stava inizialmente a cuore di spiegare. Il terzo dei quesiti cui ho fatto cenno in premessa suona più o meno così:

“Quando un dialetto diventa lingua e quando una lingua diventa dialetto?”

Credo che occorrano molte pagine per poter rispondere a queste belle domande, se vogliamo poterlo fare con elementi sufficienti di valutazione e di giudizio. Io posso solo, giunto sino a qui, registrare degli esempi che mi sembrano espressione di una valida casistica e aprono il campo ad eventuali più autorevoli risposte, magari aggiungendo un “perché” al “quando”.

Prendiamo prima ad esempio la Francia, dove il realizzarsi di una lingua romanza unitaria si realizzò, come abbiamo visto ne “Il Placito Capuano”, molto prima che da noi, a braccetto con la costituzione di uno stato unitario. Tra i dialetti romanzi formatisi a seguito della dissoluzione dell’impero prevalse quello parlato nella zona di Parigi, che divenne “lingua”, mentre gli altri linguaggi passarono da una diversità paritetica a una diversità sottostante. nel gruppo dei dialetti del nord. Questo è l’esempio francese di come un dialetto diventa lingua attraverso la formazione di uno stato unitario: l’uso e l’affermarsi del dialetto di corte attraverso gli scritti amministrativi, le comunicazioni in ambito militare, eccetera.

Prendiamo un secondo esempio che ci dimostra come le cose possano andare anche in modo diverso, pur partendo da elementi simili: la Repubblica di Venezia: i tempi sono all’incirca gli stessi, dall’VIII secolo fino a Napoleone, i dialetti parlati diversi. Ebbene lì, prima della stabilizzazione politica e linguistica, il veneziano si parlava solo a Venezia, mentre per esempio a Treviso o a Belluno si parlava un ben diverso linguaggio, diventato poi variante del veneziano. Ma anche Brescia e Bergamo erano e sarebbero state a lungo sotto amministrazione veneziana, eppure nemmeno per sogno che i loro dialetti, conservatisi sino ad oggi, sono diventati varianti del veneziano, così come risulta difficile pensare che nei palazzi del potere di Bergamo Alta si parlasse il veneziano. Perché percorsi ed esiti così diversi? La distanza? Certo, Treviso è più vicina di Bergamo a Venezia, ma Parigi è molto più lontana da Marsiglia. Si può pensare al substrato prelatino: pur appartenendo geograficamente classificato tra i dialetti settentrionali, quello veneto è un dialetto linguisticamente appartenente al gruppo romanzo orientale, con origini e caratteristiche distinte (ma qualcosa in comune ci sarebbe) rispetto agli altri ceppi gallo-celtici: occorre un substrato comune, sufficiente per consentire a due lingue di essere così vicine da essere considerate varianti l’una dell’altra? Come si vede, più si approfondisce la ricerca, più crescono gli spunti di analisi, ma si evidenziano anche le asimmetrie dei percorsi, fino a poter affermare che il dialetto fiorentino è oggi una variante dell’italiano (con la non trascurabile peculiarità di esserne stato l’origine), mentre né il milanese, né il bergamasco, né altri dialetti settentrionali possono essere considerate tali.
Conclusivamente, confermo che al quesito è quasi impossibile rispondere in modo definito, non solo perché gli elementi appena indicati evidenziano variabili, valutazioni ed analisi complesse, ma soprattutto perché la comunità scientifica in materia non ha trovato essa stessa una risposta in merito, se ancora oggi è divisa su come definire per esempio il sardo o il friulano o il veneto: lingue o dialetti? Nel solco di quanto ho cercato di sostenere ne “Il Placito” e negli articoli a commento, ribadisco che tra lingue e dialetti non c’è alcuna differenza sostanziale di dignità, valore e sostanza, se non le particolarità storiche peculiari di ciascuno di essi. Se vogliamo per forza segnare tale differenza, essa può stare solo in una sua eventuale classificazione tecnica e formale: il dialetto è una lingua parlata e talora anche scritta, laddove ce n’è una ufficiale sovrastante, parlata e scritta. La classificazione fissa però la situazione in un certo momento e in un certo luogo: abbiamo visto che le cose cambiano e quello che era dialetto può diventare lingua e quella che era lingua diventare dialetto, portandosi magari in dote qualcosa l’uno dell’altro.

Seguiranno altri articoli di risposte ai quesiti…

FONTI
Lezioni online

PRIMA LEZIONE DI FILOLOGIA – Antonio Pioletti – Università di Catania
LETTERATURE IN VOLGARE – NASCITA DELLE LETTERATURE EUROPEE – Maria Strocchia
NASCITA DEI VOLGARI – Lezione 1 – Eni Landi
LETTERATURA ITALIANA – LE ORIGINI: CONTESTO STORICO E CULTURALE – Tiziana Otranto
LE MILLE LINGUE DI ROMA – Luca Serianni
L’ITALIANO DAL LATINO A OGGI – LINGUA E DIALETTO – Le Pillole della Dante – Luca Serianni
IL PLURILINGUISMO MEDIEVALE E LA COSCIENZA DISTINTIVA DEGLI IDIOMI ROMANZI – Scuola di Filologia Patavina – Furio Brugnolo
L’ITALIANO DAL LATINO A OGGI – MANZONI E LA LINGUA ITALIANA – Le Pillole della Dante – Luca Serianni  
QUANDO, COME E DOVE È NATO L’ITALIANO – Università di Siena – Giuseppe Patota
STORIA DEL LATINO: LA VERA PRONUNCIA DEGLI ANTICHI ROMANI – Scripta Manent – Roberto Trizio
LINGUA E IDENTITA’ NAZIONALEI N ITALIA – Lezioni dei maestri della Scuola di Filologia Patavina – Pier Vincenzo Mengaldo

Per la BIBLIOGRAFIA  vedere ne “IL PLACITO CAPUANO”