Si parva licet componere magnis
Il 30 maggio scorso, in viaggio verso Monaco di Baviera, ci siamo fermati per un picnic in Bassa Engadina, nel Cantone dei Grigioni. Paesaggio alpino da cartolina: prati pieni di verde, una strada bianca che si perde nel bosco, il fiume Inn che scorre rumoroso, le cime più alte ancora imbiancate.
A bordo strada, un cartello: “exclus trafic agricul e forestal”. Lo guardo, lo leggo ad alta voce e sorrido, sembra quasi … milanese o un altro dialetto lombardo occidentale! Un cartello a 250 km da Milano che sembra parlarmi nella mia lingua. Poi scatto una foto ricordo e ci rimugino su un po’ e scatta la curiosità, oltre il limite delle nozioni linguistiche sulle lingue retoromanze, sulle minoranze linguistiche svizzere, eccetera…
Finito lo spuntino, ci avviciniamo al contenitore dei rifiuti ed ecco un avviso bilingue, in tedesco e poi sempre in quell’altro comprensibilissimo linguaggio: si intuisce la traduzione di “Non lasciare cibo all’aperto – Presenza di orsi”. Non ricordo esattamente le parole originali, ma, con una successiva ritraduzione ricostruisco all’incirca questa scritta: “Na laschai betg viver al liber – Ils urs èn qua”, “Gli orsi sono qua”!
Qualche giorno dopo, controllo i dati dello scatto: San Niclà, Strada, Val Müstair. Una rapida ricerca e la risposta sulla lingua è chiara ed univoca: trattavasi di romancio.
Ma, cosa c’è dietro a questa sopravvivenza linguistica in questa valle lontana? Quali vicende storiche hanno permesso a un frammento di latino di resistere nei secoli, quasi invisibile, fino a comparire – oggi – in un cartello stradale che sembra parlarmi nella mia lingua?
Il romancio è una lingua neolatina, sorella dell’italiano, delle altre lingue neolatine e dei dialetti lombardi. È l’erede diretto del parlare e dello scrivere portato dai Romani oltre le Alpi, collocatosi sui preesistenti substrati celtici e retici, come in gran parte dell’Italia settentrionale. Non è un “dialetto”, ma una lingua, riconosciuta come lingua nazionale svizzera nel 1938 (referendum del 20 febbraio, ratificato il 29 febbraio, con oltre il 90% dei voti favorevoli). Nel 1996 ottenne anche lo status di lingua ufficiale parziale: lo Stato confederale risponde in romancio ai cittadini che scrivono in romancio.
Il romancio resiste oggi come una piccola isola linguistica nelle Alpi grigionesi, parlato da meno dell’1% degli svizzeri. Ma un tempo non era un’isola: era parte di un continuum di parlate romanze che univa i Grigioni alle valli e alle pianure lombarde, un grande arcipelago di dialetti discendenti dal latino.
Questa continuità si è spezzata nei secoli: il tedesco avanzò nelle valli alpine e si sostituì al romancio in molte zone. La frattura si consolidò soprattutto tra il Quattrocento e il Cinquecento, quando, dopo il devastante incendio di Coira del 1464, giunsero nelle città e nelle valli artigiani e famiglie germanofone dal nord. Le comunità germaniche portarono competenze nella ricostruzione, nel commercio e nell’amministrazione, rafforzando l’uso del tedesco a scapito del romancio.
Così, quello che era un continuum linguistico con i dialetti lombardi rimase confinato a brandelli, nei villaggi più isolati e montani, protetto dall’orografia. È in queste sacche alpine che il romancio sopravvive ancora oggi, circondato dal tedesco, ma fedele alle sue radici romanze. Oggi il romancio sopravvive in cinque varietà: Sursilvan, Sutsilvan, Surmiran, Puter, Vallader. A San Niclà, nel cuore della Bassa Engadina, si parla il Vallader, ed è proprio questa la lingua che ho incontrato sul cartello.
C’è qualcosa di sorprendente, quando ci si accosta al romancio: la lingua dei Grigioni ha suoni che per un orecchio lombardo suonano subito familiari, quasi domestici, ma con una musicalità più dolce, come se le parole si lasciassero accarezzare dall’aria di valle. Alcune parole sembrano davvero simpatiche sorelle delle nostre parole, altre invece hanno preso dal latino strade inattese, eppure, per vie traverse, tornano a collegarsi al nostro lessico quotidiano, rivelando significati comuni o collegati. È in questa trama di affinità e sorprese che spunta, con tutta la sua grazia, una parola che mi ha affascinato e che vale la pena di fermarsi a contemplare: chasarina.
Origine ed etimologia
Significato
Parentele illustri
Grazia e resistenza
In onore di chasarina
La sosta di San Niclà, però, ci ha portato a conoscenza anche di cose meno graziose.
Ma, perché, dopo secoli di trilinguismo ufficiale, la Confederazione Elvetica, decise, negli anni Trenta, di elevare quel gruppo sparuto di dialetti a lingua “nazionale”? Il motivo è la paura dell’Italia. Sì, il fascismo aveva fatto di essi un’arma politica e, pur non arrivando mai ad atti concreti di violenza, il problema in qualche modo fu sollevato. L’equazione era semplice: “dove si parla italiano (o qualcosa di simile), lì c’è italianità e quindi un territorio da rivendicare”. Al confine orientale, per esempio, la persecuzione toccò gli sloveni: a parte le note violenze sui bambini che a scuola si lasciavano scappare qualche parola nella loro lingua natale, il caso più noto è quello di Lojze Bratuž, maestro di coro a Gorizia, che, rapito da squadristi nel dicembre 1936 e costretto a bere olio di ricino mescolato a olio motore, morì poche settimane dopo. È ricordato come un uno dei martiri sloveni dell’oppressione italiana.
E in Svizzera? Qualche “intelligentone” in camicia nera pensò bene di agitare pretese di annessione sul Ticino e sui Grigioni, per via di quella lingua italica ed estese le attività di rivendicazione anche oltre confine.
Il PFT nacque negli anni ’30, sostenuto finanziariamente da Mussolini, che spinse per spostare il confine al Gottardo e promosse l’irredentismo: nel 1934 tentò una “marcia su Bellinzona”, scemata in fallimento per la repentina opposizione da parte dell’organizzazione antifascista “Liberi e Svizzeri” e per la ferma mobilitazione militare e civile. Nel 1935 i fascisti ticinesi ottennero meno dell’1,5% dei voti, fallirono l’elezione al parlamento cantonale e sciolsero il partito.
Studi e ricerche documentano che Mussolini elaborò veri e propri piani militari per invadere il Ticino, i Grigioni e il Vallese; essi rimasero sulla carta, ma rimangono significativi di pensieri e situazioni.
Figure attive dell’irredentismo filofascista ticinese furono Teresina Bontempi, direttrice de L’Adula. e Aurelio Garobbio, leader dei “Giovani Ticinesi” e promotore dei piani d’annessione sostenuti da Roma.
La Svizzera, con la sua intelligenza istituzionale, rispose con un colpo magistrale: riconobbe il romancio come lingua nazionale attraverso la più democratica delle azioni: il referendum. Quel referendum del 1938 non fu solo un atto culturale, quindi, ma anche una mossa politica per mettere al riparo una minoranza dalle arroganti pretese di un vicino ingombrante.
Non fu l’unico insuccesso dell’espansionismo linguistico fascista, del resto. Da tutt’altra parte, un episodio meno noto, ma simile a quello appena raccontato e altrettanto istruttivo, riguarda Malta. Fino al 1934, sull’isola erano ufficiali due lingue: l’inglese e l’italiano. E proprio per neutralizzare le malcelate mire italiane, il governo britannico tolse l’italiano dallo status ufficiale e lo sostituì con il maltese, lingua-dialetto locale nata dall’incrocio tra arabo, siciliano e italiano. Risultato: oggi il maltese è lingua nazionale e ufficiale, insieme all’inglese, e l’italiano non c’è più. Un effetto boomerang clamoroso: dove il regime voleva diffondere l’italiano “con la forza”, contribuì a farlo sparire.
La morale di questa storia è anche un’altra, semplice e amara: mentre in Svizzera il romancio sopravvive ancora, riconosciuto e protetto, a Malta parlano il maltese e l’inglese, in Italia interi patrimoni dialettali vengono lasciati deperire, ignorati o ridotti a folklore. Là, una lingua minoritaria è diventata simbolo di identità nazionale, qui da noi, tante lingue, figlie del latino e sorelle del romancio, rischiano di scomparire senza lasciare traccia, nell’indifferenza e nell’ignoranza di chi affonda gli slogan nell’ignoranza, lasciando deperire un irrecuperabile patrimonio culturale e identitario.
Nella storiella che si avvia verso la fine, non possiamo trascurare la presenza degli orsi, l’altra sorpresa resa possibile dal casuale picnic a San Niclà.
La loro presenza in zona è documentata: negli ultimi mesi sono stati avvistati due orsi maschi nel Canton Grigioni, in particolare in Bassa Engadina, tra Zernez, Val Monastero e Scuol. Essi appartengono alla popolazione trentina e sono stati rilevati grazie a fototrappole e segnalazioni della popolazione. Il fenomeno è ciclico: dal primo ritorno dopo la scomparsa, vent’anni fa, si sono contati 22 orsi trentini transitati nei Grigioni. Solo alcuni si sono fermati: tra loro, solo due, JJ3 e M13 hanno causato problemi e sono stati abbattuti
Il cantone dei Grigioni non ospita orsi stanziali, ma collabora con gli enti italiani e dispone mappe aggiornate di avvistamenti per il monitoraggio e la prevenzione.
Un cartello che sembra in milanese, una lingua neolatina quasi dimenticata, un incendio medievale, un referendum del ’38, le follie dell’espansionismo fascista, fino a un avviso sugli orsi. Tutto racchiuso in una sosta occasionale a San Niclà. Un intreccio di parole, lingue e storie che ci ricordano tante verità semplici:
Grigioni e Romancio
Orsi nei Grigioni
Ticino fascista e Partito Fascista Ticinese (PFT)
Per cornici storiche e curiosità