PRIMO DERBY

Non posso escludere di averne già visto uno ancora prima (certo non era la prima volta che andavo a San Siro), ma quello del primo novembre 1953 è il primo derby che io rammenti chiaramente e di cui da subito e per sempre ho conservato un ricordo molto nitido, vivo, arricchito da tanti precisi particolari.

Ho saputo nella tarda mattinata che sarei andato a vedere Inter-Milan, il derby. Mio padre la spuntò su mia madre, che opponeva una certa resistenza, barattando un più adeguato alla stagione viaggio in filovia, piuttosto che sul seggiolino della bicicletta.

Come sempre accadeva prima di andare a San Siro (a Milano non si è mai andati allo stadio o alla partita, si andava a San Sir (e si va oggi a San Siro), non riuscivo proprio a mangiare per la tensione: solo un assaggio di risotto e poi mi si bloccava lo stomaco. E mia madre aveva già l’occasione per il primo rimbrotto verso il marito incosciente.

La solita 90 – “Circolazione Destra”, presa in piazza Cuoco e via fino alla noiosa e inspiegabile sosta al capolinea di via Isonzo. Anche dall’altro lato, sulle 91 – “Circolazione Sinistra” c’era gente: chi era, dove andava? Qualche zia (le donne in genere stanno a casa per poi chiedere “chi ha vinto?”) che andava a trovare i nipoti col pacchetto dei Panarello, qualche “milanese arioso” appena residente e non ancora al corrente del vivere in città, che quindi non sapeva. Ma gli altri? Uomini in piena efficienza, alcuni addirittura con bambini! Altre volte avrei capito, giocava in casa l’Inter e quindi erano per forza dei milanisti (milanesi juventini non erano ancora entrati nella mia visione della vita), ed in quanto tali autorizzati a non andare a San Siro e a sentire la partita alla radio. Ma quel giorno: c’era il derby, e loro andavano di là. Com’era possibile?

Poi i cuscinetti e qualche bandiera che, al riempirsi della filovia che percorreva la circonvallazione, la coloravano di nerazzurro e rossonero. Ad ogni fermata, valutavo la colorazione prevalente del capannello in attesa, che poi si disperdeva all’interno del filobus. Prima del ponte di San Cristoforo la macchia nerazzurra pareva prevalere su quella rossonera e ciò doveva per forza significare qualcosa!  Proprio in quel punto, allora e per molti anni dopo, c’era un distributore di benzina (marca Aquila), sul cui piazzale si ergevano tre pennoni con le bandiere di Inter, Milan e Juventus poste ad altezze diverse in relazione alla posizione occupata in quel momento in classifica dalle tre squadre e quella nerazzurra era quella più in alto, quella del Milan era giù, terza. Altro indizio favorevole.

Sentivo parlare di Nyers: era incerta la sua presenza in campo quel giorno così importante, la Gazzetta diceva… Non capivo bene il problema, cos’era successo. Poi Nyers giocò, almeno un tempo, come vedremo.

San Siro aveva allora solo il primo anello e come sempre, il nostro posto era nella tribuna dietro il lato nord, dalla parte dell’uscita degli spogliatoi. A proposito, occorre dire che allora non c’erano anelli: quello che adesso è il primo, allora era… San Siro e basta.

Non c’erano curve: sia perché interisti e milanisti (o altri ospiti nelle altre partite) si mischiavano civilmente (con qualche eccezione di scambio d’opinioni un po’ acceso) senza occupare ghetti, sia, soprattutto, perché il maggior buon senso di allora ed il rispetto che si portava alla cultura, compresa la geometria, impedivano di definire “curva” il lato più corto di un rettangolo: di curvo ‘erano solo i settori angolari che congiungevano gli spalti rettilinei e da quelli dietro le porte.

C’era la tribuna, dov’è oggi, c’erano i distinti, lato arancio, i “parterre”, posti in piedi lato distinti, e i “popolari”, dietro le porte. I bagarini: “Popolari, distinti, evitare la coda…”

Allora (quante volte dovrò usare ancora questo avverbio?) non c’erano posti numerati (a parte la tribuna) e bisognava entrare un bel po’ prima per trovare posti migliori. Quel giorno, per preservare il terreno, non c’era la solita partita “dei ragazzi” e l’attesa era lunga, infinita. Per far passare il tempo giocavo ciclicamente a resistere nel non guardare l’uscita dagli spogliatoi, fino a non farcela più, e mi illudevo che il tempo così passasse più in fretta. Guardavo l’omino che ripassava le righe bianche e lo spolvero della segatura nelle aree e nel carosiano “cerchio di centro campo”.

Poi le “formazioni ufficiali delle squadre in campo” recitate in modo esemplare, serio e rispettoso da quella voce… “Inter: Ghezzi, Blason, Giacomazzi… Skoglund, Nyers.” Nyers giocava! “Dirige l’incontro il signor Agnolin di Bassano del Grappa…”

Lo sguardo s’infilava scrutando nel buio degli spogliatoi e non lo mollava più: finalmente qualche movimento nel semi buio, poi qualche figura netta, qualcuno esce, il vigile urbano in nero, l’arbitro e i guardalinee in nero e poi i colori, le maglie, le strisce neroazzurre, con l’azzurro-blu intenso e un ciuffo, una testina bionda saltellante in mezzo. Corsa verso il centro. Il pallone di cuoio, giallo, posto al centro. Brividi anche adesso.

Pensavo al resto del mondo fuori, che non poteva vedere, tagliato fuori, in attesa del collegamento radio per il quale doveva aspettare fino all’inizio del secondo tempo: “Campionato Italiano di Calcio – Divisione Nazionale Serie A – Ottava giornata del girone d’andata… Uccellino della radio…Trasmettiamo la radiocronaca del secondo tempo dell’incontro di calcio Inter- Milan… Radiocronista Nicolò Carosio…

I ricordi della partita sono tutti del secondo tempo e i gol furono tutti e tre dall’altra parte, lontano da noi: la luce era poca (non parlatemi di riflettori, che sarebbero arrivati solo col secondo anello), il pallone aveva ormai assunto il colore del fango, il resto era tutto grigio, grigio scuro era il muro di gente dietro la porta. Ma non ci furono dubbi: ad ogni gol il papà mi afferrava sotto le ascelle e mi alzava sopra la gente esultante, consentendomi di vedere i nerazzurri che abbracciavano Nyers mentre tornavano a centro campo.

Sulla 91, a piazzale Lotto, finito il panino con la filzetta prelevato per 50 lire dallo spettacoloso mucchio di tartine infilzate con lo stecchino, schiacciai al finestrino il cappellino nerazzurro da muratore, tipo bustina che mio padre mi aveva preso prima della partita, e lì lo tenni fino a piazzale Lodi, in modo che tutti all’esterno, specie alle fermate, potessero vedere e capire.

Un signore, salito in piazza Zavattari, mi chiese sorridendo se avesse vinto l’Inter. Mio padre accompagno rapido la sua risposta il mio gioioso, ma timido, cenno affermativo con la testa: “Tre a zero! Tre gol di Nyers”.

Pensai a casa, alla mamma, aveva saputo:“Dallo stadio di San Siro in Milano abbiamo trasmesso la radiocronaca del secondo tempo dell’incontro di calcio Inter-Milan. Telecronista Nicolò Carosio. La Stock di Trieste, nel ringraziarvi per l’ascolto, vi ricorda Stock 84 e Stock Medicinal: se la squadra del vostro cuore ha vinto, brindate con Stock! Se ha perso, consolatevi con Stock!” (A proposito, mi domandavo: e se pareggia?).

Via Bonfadini trotterellando a tratti per tenere il passo di mio padre, attraversamento dei binari, sentiero-scorciatoia, là a sinistra il Borlagiò con qualche luce accesa e poi mia madre, aprendo la porta in fondo alla ringhiera, mi fece la domanda di tutti i successivi mille post-partita domenicali vincenti: “Sei contento?” Mi abbracciò, sorridendo al papà, quasi di nascosto.