LA QUESTIONE DELLE MAGLIE

PREMESSA

Come tutto ciò che scrivo di carattere assimilabile al memorialistico, anche quello che segue è sempre frutto dei miei ricordi, delle mie conoscenze, delle mie percezioni: qualche volta essi fanno da spunto per rievocare ed analizzare altri fatti, altre storie e, quando possibile, sono accompagnati da prove a sostegno. Altrimenti rimangono miei ricordi e basta.

Franco e Beppe Baresi

Quella delle maglie è solo una delle tante questioni sollevate, dibattute e sofferte tra tifosi di calcio di fronte ai cambiamenti subiti negli ultimi lustri dal gioco più bello del mondo e vorremmo affrontarne il più possibile, affinché vada dispersa la minor quantità di memoria storica legata al vissuto del nostro calcio. Non per citare ricordi d’infanzia e di lieti momenti personali, ma per testimoniare di una o più epoche vissute e registrate dal loro interno, secondo una cronaca quotidiana apparentemente immutabile, ma che, ad un certo punto, pagina dopo pagina, ha assunto la consistenza di raccolte, separate tra loro da una data o da un evento per lo più simbolici, ciascuna dalla quale poi riconoscibile come singola identità omogenea e pertanto confrontabile con le altre per elementi, anche notevoli, di differenziazione. Perdere questa memoria ha rappresentato e rappresenta la cancellazione del mito dei pionieri, la perdita delle tradizioni, l’allontanamento delle origini. Questo vale naturalmente per tutte le cose umane, mentre qui, sia chiaro, ci si occupa solo della parte “calcistica” del fenomeno, senza pretese di estensioni storico-sociologiche di ambito ben più rispettabile. Ciò non vieta, però, che questa parte sia trattata nella misura e nella maniera più ampie ed approfondite possibile, secondo schemi  e con attenzioni di solito riservati a trattazioni di cose più serie e più grandi. Anche perché detta “parte”, la storia calcistica, nasce da quelle cose, dette collettivamente “Storia”, e ne risulta fortemente condizionata, talché capita che, studiando la “parte”, si capisca meglio anche le altre.

Questa stessa premessa potrebbe apparire abnorme, già a circa metà della sua stesura, se raffrontata alle aspettative promesse dal titolo (La questione delle maglie), vorrebbe appunto tramettere l’esigenza di rispetto che questa trattazione (e le altre in questo sito) sul calcio e sulla sua memoria meritano, per la massima libertà di chi scrive e di chi queste cose le trova meritevoli di lettura e rispetto. Anzi, mentre per chi scrive sapientemente di “Storia” sono d’obbligo distacco e imparzialità, tali requisiti, qui pur presenti, sono del tutto facoltativi, imperversandovi passione, sentimento e ricordi. Il fatto è che oggi il substrato storico fondante del calcio, sia come gioco, sia come fenomeno socioculturale, è stato annichilito a beneficio di un immaginario circense e a danno delle nuove generazioni di tifosi, ai quali, di quel valore originario e di quella sostanza del calcio, sono stati riservati solo gli attributi. Il paradigma del calcio ha subito forzature tali a tal punto da vedere compromesse declinazioni  e coniugazioni del “verbo”, oggi sempre più lontane dall’enunciazione delle sue forme fondamentali: l’archetipo del calcio, dei suoi limiti organizzativi ed etici di palazzo e di campo, sta perdendo la capacità di fornire valori esemplari, necessariamente rigorosi e talora anche categorici. Si potrebbe dire che stia venendo a mancare l’humus che il calcio ha prodotto in un secolo di storia per crescere, svilupparsi e mantenersi, seguendo una sorta di un inconscio collettivo, nel quale le idee e le conoscenze paiono organizzate secondo modelli prestabiliti ed innati.

Infatti, le maglie delle squadre di calcio sono oggetto da tempo di una mistificazione complessiva e generalizzata. Il fenomeno comprende vari aspetti, alcuni dei quali già noti e in parte già dibattuti (come le sponsorizzazioni e le colorazioni), altri meno noti e sentiti (come la numerazione), altri del tutto apparentemente sconosciuti o peggio raccontati con false verità ormai accreditate ed omologate anche in rete o in alcune pubblicazioni.


LA MAGLIA DA INDUMENTO A BANDIERA

Il termine “maglia”, nel calcio, è uno dei più ricorrenti, dalle origini fino ai giorni nostri. Si dice spesso nelle pagine e nei discorsi legati al calcio che qualcuno fa o non fa qualcosa per la maglia o per il rispetto della maglia, che un giocatore o un tifoso è attaccato alla maglia o che l’ha disonorata, che passano i presidenti, passano i giocatori, passa il tempo, ma resta la maglia. Nella storia del calcio il termine maglia ha assunto rispetto alla propria squadra il ruolo che nella storia dei popoli ha avuto la bandiera per la patria, tant’è vero che nello stesso mondo del calcio la parola bandiera è usata spesso come sinonimo e al posto di maglia, quando si vuole riaffermare la propria fede calcistica a fronte di qualunque cosa accada, al punto che non si può cambiar bandiera. E questo concetto, a pensarci bene, rafforza ancor di più il significato di fede o di appartenenza calcistica legato alla maglia. Quante volte abbiamo detto che si può cambiare la moglie, cambiare partito o financo la propria fede religiosa (in effetti qui è più facile, si tratta solo di credere, quindi basta credere qualcos’altro, mentre nel calcio conta la classifica e gli unici miracoli sono quelli… del portiere).

Brescia

Quindi si è assunto che nel calcio maglia è uguale a bandiera, quali simboli di un’appartenenza indiscutibile a un miti esteticamente univoci ed imprescindibili. Una volta era così. Salivo sulla filovia e, fermata dopo fermata, saliva qualche cuscinetto nerazzurro (in occasione del derby non solo), poi qualche bandiera e infine, all’avvicinarsi allo stadio, tutto un crescendo di bandiere, cuscinetti, sciarpe, bancherelle a fare un insieme ininterrotto ed omogeneo di emozioni a due colori, rigorosamente a strisce nere e azzurre. Così lungo le rampe, così sulle gradinate, così in campo, ove i giocatori avevano portato dal sottopassaggio gli stessi identici colori a fare un tutt’uno con la passione dei tifosi in festa. Oggi passo davanti alle stesse bancherelle e vedo ancora cuscinetti, sciarpe, bandiere, guanti, cappellini, tutto ancora rigorosamente nerazzurro come allora, ma c’è qualcosa che cosa stona però… Che cosa? Le maglie! Appese di tutte le misure e già peraltro imbrattate di pubblicità e di nomi (argomento trattato in un altro capitolo), non corrispondono affatto ai colori di tutto il resto della mercanzia, ma sembrano di un’altra squadra: un anno le righe sono sfumate, annullando del tutto il contrasto irripetibile tra il colore del cielo e quello della notte, un anno sono nere con sottili righe celesti, un altro sono a zig zag… Naturalmente si parla di Inter, ma non è che le altre squadre stiano meglio: basta pensare alla Juventus! L’anno scorso maglia da fantini, quest’anno da tappezzeria strappata, ciò senza alcuna implicazione di appartenenza o rivalità, anzi è la prima occasione in cui provo comprensione per i tifosi della Juventus. Ma, attenzione, mi sono attenuto sinora ad un racconto strettamente riferito alla cosiddette maglie home. Poi ci sonoquelle da trasferta, (away!) e addirittura le terze maglie. Qui la crisi post-industriale, la decadenza della memoria storica e la chiusura dei manicomi hanno avuto un ruolo considerevole.

Pro Patria (biancoblù)

LA MAGLIA DA TRASFERTA E LA MEMORIA UCCISA

Uniche tracce delle origini, come a tradire l’imbarazzo dei gestori del calcio di oggi, sono rimaste poche partite, le più tradizionali ed importanti, come Inter-Milan, Inter-Juve e Milan-Juve, le uniche giocate con i colori tradizionali, a prescindere da chi gioca in trasferta e senza fare ricorso alla spaventevole e tragicomica terza maglia. In un derby milanese di pochi anni fa la pur lodevole iniziativa naufragò miseramente e lo spettacolo cromatico offerto fu surreale: entrambe le squadre con maglie di gessato nero con tracce di celeste da una parte e di granata dall’altra, visibili peraltro solo in primo piano, costrinsero gli spettatori a rilevare l’appartenenza dei giocatori e a seguirne le movenze attraverso i pantaloncini e i calzettoni piuttosto che dalle maglie.


Abbiamo inquadrato prima il problema dello scostamento progressivo e doloroso tra colori e format delle maglie rispetto a quelli tradizionali, che resistono invece sostanzialmente invariati nelle bandiere e negli altri vessilli del tifo sportivo. Ma lo abbiamo fatto rimanendo in casa, ove i cambiamenti introdotti di anno in anno, pur poco accettabili per un vero tifoso, si mantengono a fatica nei limiti di una approssimativa corrispondenza o di un simbolico richiamo alle origini e raramente li travalicano. Ma se esaminiamo il panorama da trasferta, per non parlare della terza maglia, raggiungiamo il paradossale. Anche qui i sostenitori della squadra ospite arrivano avvolti nei consueti colori tradizionali, bandiere comprese: poi entrano allo stadio e vedono la loro squadra indossare completi dai colori più ripugnanti, talora indefiniti, sfumati, incerti… Il blu? Il giallo? Il rosso? Addio! Mi piacerebbe conoscere i nomi di certi colori: saranno del tipo di quelli creati per le automobili, come azzurro sospiro notturno di un pastore errante nell’Asia, rosso vento primavera del Mojave, verde ex acqua dell’Aral! Basta qualche sostituzione: al posto di sospiro, puzza, invece di vento, fetore, mentre per l’Aral basterebbe togliere ex! Ma da quali colori base provengono? Indefinibili. Mi ricordano il risultato di certi miscugli che facevo da bambino, realizzati mescolando tutti gli avanzi di pittura concessimi per i miei giochi, finiti certi lavori cui avevo assistito, quando da essi usciva un liquido dal colore ibrido, orripilante, di applicazione impossibile. Solo in certi casi, quando a prevalere erano il rosso e il blu, ne usciva un colore in qualche modo a me noto: il color-tra-su-de-ciôcch (si pronuncia kulur-tra-sű-de-ciuk).  Ecco, forse nei laboratori delle grandi marche di abbigliamento sportivo, probabilmente faranno così: non buttano via niente, mischiano degli avanzi di tintura di certe produzioni e vedono quello che ne esce.

Legnano

E così accade che i Napoletani sventolino l’azzurro (depurato del rosso Lete) e i loro beniamini sfuggano agli avversari indossando una maglia mimetica, che i Sardi sostengano i colori rossoblù incitando undici individui vestiti in verde marcio-pampa… Potrei continuare così per tante altre tifoserie, colte ad emozionarsi per maglie color petrolio del Caucaso o grigio-tendente-al-nero-con-lampi-di-guano-antartico o ancora accecati da maglie catarifrangenti-anti-blackout-per-partite-notturne-senza-luna. Ciò senza voler sottovalutare qualche opportunità che tale vezzo talora concede, come quello di poter vedere, all’ora di pranzo, l’Inter giocare indossando maglie a quadri ricavate da stock di tovaglie rimaste invendute causa pandemia e poi, prima di coricarci, una squadra inglese esibirsi avvolta da graziosi pigiamini ricamati.

Mah…

Tornando seri, perché le maglie sono una cosa seria, andiamo all’epoca (i miei tempi) in cui le fotografie e i filmati erano ancora in bianco e nero (o bianconero, spesso abbreviato in B/N, ad indicare una forma di rappresentazione visiva che non utilizzava il colore) e di conseguenza i colori delle maglie, tranne il bianco e il nero, apparivano ovviamente secondo svariate gradazioni intermedie di grigio, concedendo che, su libri, saggi e benemerite enciclopedie on line, qualche genio contemporaneo potesse affibbiare all’Inter degli anni Quaranta e Cinquanta una fantomatica seconda maglia grigia, quando in realtà era di un bellissimo  arancione (in richiamo dell’oro, terzo colore dell’Inter) con bordi neri e la qualificasse come maglia da trasferta, riuscendo con ciò a commettere due errori storici in una volta sola, il secondo in verità ben più incomprensibile. Passi che la maglia di una squadra, l’Inter, fosse presa per grigia quando era arancione, per via dell’assenza dei colori nelle foto (assenza peraltro compensata da cronache e didascalie), ma come spiegare il palese ribaltamento di una verità storica come quella di aver immaginato, dichiarato e reso pubblico il fatto che quella seconda maglia e tutte le seconde maglie della storia del calcio italiano (e credo internazionale, visto che valeva anche per le squadre nazionali) fossero da trasferta, quando erano specificamente e a maggior ragione da casa? Sì, da casa, in quanto esse venivano indossate per dovere di ospitalità dalla squadra ospitante solo nel caso di possibile confusione con quelle della squadra ospitata, cui era concesso, proprio in virtù di tale status, il privilegio di presentarsi in casa d’altri nel suo abito migliore. Il fatto mette a disagio e pone seri interrogativi sulla questione della memoria storica, non soltanto sportiva. (Per la precisione, comunque, l’Inter indossò la maglia arancione fino all’inizio degli anni Sessanta, quando essa fu sostituita da quella bianca con banda diagonale nerazzurra, in occasione delle partite giocate all’Arena o a San Siro contro: Atalanta, Brescia, Como, Lazio, Napoli, Novara e Sampdoria.)  

29-11-1953 – Inter-Napoli 2-0 – Nyers anticipato da Bugatti con l’assistenza di Ciccarelli.

Mancherebbero ancora due annotazioni per completare l’esame di questo aspetto cromatico della questione delle maglie.


La prima pertiene alla bellezza cromatica delle partite, che comprende il caso già citato sopra di certi incontri storici, per la quale ai tifosi di casa presenti allo stadio veniva garantita la visualità di tutte le maglie delle squadre avversarie nell’arco di un campionato, abbinate a quelle consuete della squadra di casa. L’attesa, lo svolgimento, il ricordo di un determinato incontro e di tanti incontri tra due squadre erano coltivati dai tifosi come singoli dipinti dalla unicità cromatica unica e irripetibile, che ravvivava passione e sentimenti. Le sagome colorate che di intravvedevano in fondo alla scaletta degli spogliatoi, le squadre che entravano correndo affiancate in campo, il loro schieramento a centrocampo, il rincorrersi sul verde o il raggrupparsi in area per un corner, assumevano per l’appassionato le sembianze di un quadro che cambiava colori ad ogni partita, ma che ridipingeva mirabilmente ogni anno con gli stessi colori. I miei quadri domenicali si coloravano di nerazzurro abbinato una volta al viola della Fiorentina, l’altra volta al lilla del Legnano, e così via per il rosso purpureo della Roma o per il rossoblù del  Genoa e l’anno successivo li avrei rivisti tutti, con qualche perdita per retrocessione o qualche new entry per promozione. Ed anche quando l’Inter ospitante, in cinque o sei occasioni, indossava la maglia arancione (o poi bianca con banda nerazzurra), avevo modo comunque di vedere i colori veri di tutte le altre squadre. E invece, da un certo punto in avanti, tutte le squadre sono venute a San Siro vestite di bianco, prima dell’ulteriore cromo-demenziale diversificazione. Addio giallorossi, addio viola, addio blucerchiati: solo in televisione. Ove, quando ti appare una partita, devi vedere la legenda in alto a sinistra per capire di qualei squadre si tratti: a che servono le maglie di ciascuna squadra, a questo punto? Liberiamo del tutto lo sfogo degli istinti stilistici e cromatici dei preposti allo scempio e facciamo sì che ad ogni stagione, ad ogni partita, una squadra possa indossare l’abito migliore, quello che vuole, intero, spezzato, pantaloni lunghi, corti, jeans stappati, il più adatto per l’occasione, insomma…

Un derby in via Goldoni negli anni 10

La seconda annotazione cromatica relativa al tema casa-trasferta riguarda il noto fatto che, nei suoi primi ottant’anni di storia, il calcio lo si sia potuto vedere solo andando allo stadio (generalmente solo della propria città) o, al massimo e solo a partire dagli anni Sessanta, in qualche spezzone televisivo (in B/N): come si potrebbe spiegare che i tifosi, già dai primi anni del XX° secolo, abbiano imparato a conoscere i colori di tutte le altre squadre del campionato, a interiorizzarli nelle loro fantasie, a mitizzarle anche quando tifavano per squadre lontane, come il mitico Torino, se non avessero avuto la possibilità di vedere, almeno una volta l’anno, quei colori? Come sarebbero entrati nel gergoi termini bianconeri, viola, rossoblù?  E ancora: ma nessuno ha mai pensato come i giocatori arrivassero al campo prima dell’avvento dei moderni mezzi di trasporto? Ha mai giocato, seguito, approcciato qualche partita di calcio minore o giovanile, ai cui campi di periferia sconosciuti si arrivava in tram e capitava di sentirci chiedere: “Che maglia avete voi?” E l’altro, avuta la risposta e rivolgendosi al magazziniere: “Allora noi giochiamo con quella verde!” Ci sarebbe mancato altro di doverci portar dietro due divise nel già ingombrante e trascinato borsone!

Napoli

LA MAGLIA VIOLATA

Fino agli anni Settanta, le maglie delle squadre di calcio erano intonse da ogni elemento estraneo alla storia del club, ai suoi colori tradizionali della memoria e della passione. L’unico elemento estraneo ed ambito consentito era lo scudetto. Ogni appassionato poteva trovarla in diversi negozi di abbigliamento della città, presso i numerosi produttori specializzati in articoli sportivi e financo nei primi grandi magazzini. Le marche non c’erano: ogni produttore era libero di produrre e commercializzare una maglia senza scritte, senza loghi, e senza sponsor, naturalmente. Per conoscere il produttore occorreva ricorrere alla piccola etichetta interna sul retro del collo, ma non sempre ciò era possibile, in quanto il suo marchio era talora assente, per timore che un benché minimo elemento estraneo all’identità della squadra potesse scalfire l’immagine immacolata che essa rappresentava, tale era il rispetto riservato a quell’indumento iconico e a chi lo acquistava: la maglia era quella dell’Inter, del Milan, della Juve, doveva apparire come idealmente prodotta dalla singole società, all’interno di loro certe apposite fabbriche e qualunque elemento estraneo grafico, cromatico, commerciale, avrebbe rotto l’incanto di avere tra le mani la maglia del cuore. Erano maglie di cotone e, a seconda della stagione, si potevano trovare quelle invernali, consistenti e a maniche lunghe, o estive, leggere e a maniche corte. Erano profumate di nuovo e non si mettevano mai. Si tenevano. Solo quando ne fosse capitata una nuova, magari un regalo, quella vecchia poteva essere indossata e sporcata per una partita al campo in fondo alla strada o all’oratorio. Generalmente erano senza numero, anche se, presso i rivenditori specializzati, si potevano trovare coi numeri, in quanto destinate a comporre intere mute. 

Spesso, specie nei grandi magazzini, si trovavano i kit completi per bambini: una busta di plastica trasparente contenente una maglietta, i pantaloncini e un paio di calze: era difficile valutare bene la misura adatta e per non sbagliare irrimediabilmente, si stava abbondanti: così le divise risultavano sempre di due taglie in più rispetto al dovuto e quindi non indossabili per parecchio tempo, durante il quale poterne acquistare altre…

In casa, quindi, le maglie dell’Inter non sono mai mancate, figuriamoci. Fino ad un certo momento, quando su quel simbolo, su quei colori, su quelle strisce verticali che avevano dipinto il cuore attecchirono elementi alieni e stranianti. E non comprai più una maglia, con l’unica eccezione del Triplete, ma fu per certi regali… Poi ci furono le seconde maglie, le terze, di tutti i colori! Ma di questo abbiamo già detto prima. Sta di fatto che, alla fine, sulle maglie, comparvero i nomi e che le maglie, impazzite, diedero… i numeri.

LA NUOVA NUMERAZIONE E IL NOME SULLA MAGLIA

I nomi dei giocatori sulle maglie e la successiva nuova numerazione, generò un ulteriore dose di sgomento negli appassionati. Le conseguenze psicologiche derivanti da quel cambiamento furono tante e toccarono le corde più profonde degli aspetti complessivamente descritti in premessa: una sofferenza calcistica non ancora classificata, ma che apparve come una sorta di psicosi cronica, caratterizzata dalla persistenza di sintomi di alterazione delle funzioni cognitive e percettive, del comportamento e dell’affettività, dal decorso variabile, con forte disadattamento personale, e di gravità tale da limitare o compromettere le normali attività di vita. La malattia si presenta con sintomi associabili ad un disturbo di personalità multipla, quasi di separazione mentale, e colpisce specialmente la categoria a rischio dei tifosi d’una volta, compreso chi scrive. Cominciò tutto nella stagione 1980-81, quando il Milan decise di introdurre questa moda, allora bislacca, ma diffusasi poi negli anni a venire. Lo fece approfittando del fatto di trovarsi in Serie B per lo scandalo del Totonero, il più grande illecito sportivo del calcio italiano prima di Calciopoli, nel quale lo stesso Milan, tornato stabilmente in A dopo un’ulteriore retrocessione per meriti propri, poté giocare solo un ruolo di secondo piano, parecchio dietro la Juve, pur potendo schierare la coppia di grido Berlusconi-Galliani contro la più provinciale Moggi-Giraudo.

Cominciarono così numerosi episodi di pura immaginazione percepiti come realtà o viceversa: ne cito uno per tutti. Una domenica mattina mi trovo in un negozio alle spalle di un tizio con indosso una maglia nerazzurra: Seedorf-10. Poiché non mi ero ancora ripreso dalla sconfitta dell’Inter la sera precedente, quando costui aveva segnato il gol del 3-2 all’85° di un derby perso dopo essere un iniziale vantaggio di 2-0, capii di avere un problema: qual era la realtà e quale l’immaginazione? In quale vita mi trovavo? Provai a darmi una risposta razionale: avevo davanti un irridente tifoso del Milan entrato in possesso dell’indumento in cassonetto dei vestiti usati o un interista che aveva perso una scommessa con il titolare milanista dell’esercizio commerciale? Ma non funzionò: la malattia, dopo anni senza cure, si era ormai cronicizzata. Ma ero in buona compagnia, molti confessarono episodi simili e ancora oggi li denunciano al proprio medico.

Ma lo sfregio scientifico alla memoria, all’humus, insomma a tutto quello che ho provato a descrivere all’inizio, sono stati i numeri. Antipasti del fattaccio erano stati alcuni campionati mondiali, nei quali qualche squadra, abbandonata la consueta, e in parte già straniante numerazione per le riserve dal 12 in avanti, a seguire quella classica da 1 a 11 riservata ai titolari, aveva stabilito criteri diversi per l’assegnazione delle maglie, rompendo semi secolari assunti: nel 1974 l’Olanda numerò le maglie in ordine alfabetico (14 per Cruijff a parte), generando un portiere col numero 8 e un attaccante con il numero 1. Ma l’Olanda, si diceva, giocava un calcio diverso e forse quella numerazione astrusa ne era parte attiva, magari per sfuggire alla marcatura degli avversari. Non era così: nell’Argentina, per esempio, il portiere Fillol indossò il 5 nel 1978 e il 7 nel 1982, mentre il centrocampista Ardiles si trovò a giocare col numero 1. Da lì in poi il fenomeno dilagò, nonostante che il problema fosse comunque sentito, dibattuto e condiviso sia tra i tifosi che tra gli addetti ai lavori: ma c’era un’esigenza superiore secondo la quale bisognava tacere ed andare avanti e che concedeva isolate concessioni alla storia e alla cultura calcistica, come nel 1982, quando Maradona ebbe comunque il 10, invece del 12 che gli sarebbe toccato per via dell’alfabeto. Fu anche concesso a Zamorano di indossare una maglia con un criptico 1+8, che non è un numero, ma un’addizione che di totale fa 9, numero dal quale il cileno non voleva separarsi gratuitamente e che non gli era stato tolto nemmeno dall’arrivo di Ronaldo (che prese il 10), ma solo da quello successivo di Roberto Baggio, a seguito di triangolazione in base alla quale quest’ultimo ebbe la 10, Ronaldo la 9 e Zamorano, appunto la 1+8=9.

Le curiosità, le polemiche, i dibattiti su certe strane numerazioni favorite dalla nuova moda furono molte. Tra le tante, ne cito solo tre che la memoria al momento mi consente col solo ausilio dei testi per quanto riguarda le date e relativamente al campionato italiano:

  • Gigi Buffon ha indossato a Parma il numero 88, suscitando polemiche in quanto il numero è comunemente associato all’ideologia nazifascista e per il fatto che in alcune interviste il portiere non aveva nascosto posizioni molto distanti. Per far tacere le polemiche passò poi al 77, in onore, disse, delle gambe (!) delle donne e non assolutamente in un più tranquillizzante ossequio alle SS.
  • Fabio Gatti, del Perugia, nella stagione 2001-2002 scelse come numero di maglia il 44, rendendo possibile ai telecronisti di intonare gli iniziali versi: “Quarantaquattro gatti, in fila per sei, col resto di due…”,  della famosa canzone dello Zecchino d’Oro    
  • Cristiano Lupatelli, portiere del Chievo, nella prima stagione in Serie A indossò la maglia numero 10, mandando in briciole il minimo di convenzionalità storica residua, evidenziando il corto circuito che si genera sempre quando fanno le cose non per una superiore ed utile esigenza reale, ma per pura ignoranza (vale per tutte le cose umane, gli animali hanno l’istinto che li aiuta): perché preservare dall’estinzione della specie la maglia numero 10 attraverso Maradona o Baggio e poi si consente ad un pittoresco portiere di indossarla spudoratamente?

Occorre però a questo punto affrontare il problema tecnico, culturale e storico specificamente legato alla numerazione delle maglie: un nocciolo duro, un concentrato che da solo riduce ad un pur consistente e significativo corollario tutto quanto sinora esposto in merito

La fruizione del calcio, sia passionale (tifosi), che professionale (addetti ai lavori in generale e giornalisti in particolare), si basava su presupposti stabili e consolidati che col tempo andavano a costituire di quella fruizione elementi fondamentali ed irrinunciabili di riferimento di ambito generazionale. E se le generazioni passano e cambiano, è giusto che passino e cambino anche le mode, le abitudini ed i punti di riferimento relativi e che ciò avvenga anche per il calcio, nella misura in cui, però e trattandosi di un gioco, non se stravolgano col tempo le modalità essenziali di sviluppo ed attuazione, che derivano senza soluzione di continuità dalla genitura iniziale e dalle regole originarie che ne hanno garantito la sopravvivenza pionieristica dei primi anni, la crescita dirompente nell’età dello sviluppo e la consacrazione come fenomeno sociale universale a partire dagli anni Trenta. Il calcio, come gioco è anche bellezza e la bellezza è fatta soprattutto di regole codificate e stratificate nel tempo. Non voglio mancare di rispetto a ad assunti superiori (dove simili fenomeni sono peraltro estesi e fanno da contesto a quello relativamente minimale del calcio e delle sue maglie, e mi riferisco agli scempi della lingua, della storia, della musica, ecc. ecc.), ma è come poter ammirare per anni un’opera d’arte originale con l’occhio e la mente progressivamente coltivati ad apprezzarne l’interezza e coglierne i più reconditi e significativi aspetti e poi, conclamatasi una situazione ideale nel rapporto fruitori-fruito, vedersi progressivamente sottratti la memoria di quelli e la bellezza del dipinto, poiché via via restaurato da menti e mani improvvide, intente a curare solo l’intento di attrarre più ignari visitatori, privati per sottrazione progressiva della memoria e della bellezza.

Un infinitesimo esempio di ciò è il racconto del ricordo che propongo qui di seguito, come rappresentazione sintetica di come un numero rappresenti un simbolo il cui riconoscimento convenzionale possa ispirare una lettura, un’interpretazione e un analisi da poter condividere con stupore ed immediatezza con tutti.

Era il 17 novembre 1963 ed era in programma a San Siro una gara tra due squadre allora al vertice della classifica e candidate al titolo: Inter-Bologna. Essendo i nerazzurri privi di Suarez, la maglia numero 10 toccò a Corso, che possedeva caratteristiche in buona parte sovrapponibili allo spagnolo, nonostante il piede diverso. Ma quando l’altoparlante annunciò l’ultimo nome della formazione, ci furono stupore e brusio generale: Masiero. L’onesto pedatore, numerato di solito col 2 o col 4 e che mai aveva calcato la zona sinistra e quella avanzata del campo, veniva schierato all’ala sinistra da Herrera, che già da tre anni aveva istituzionalizzato il 6 nel ruolo di libero alle spalle del 5, senza peraltro con ciò compromettere il codice vigente e senza privare alcuno della sua decifrazione somatico-tecnico-tattica. Quel numero posto in quel ruolo fu subito leggibile per tutti i presenti, giornalisti, tifosi e addetti al campo (i raccattapalle non c’erano ancora, almeno a San Siro, e il pallone era uno solo dall’inizio alla fine). Superate le fasi di rifiuto emozionale e razionale, capimmo tutti l’atteggiamento difensivo cui era stata predisposta la squadra e ci fu data così, con un numero di maglia la chiave di lettura preventiva ed immediata della partita. Qualcuno ha il diritto di obiettare ricordando che anche oggi un destro gioca a sinistra o viceversa e che questi cambi di fascia sono frequenti. Bene, ma io ricordo che allora non era così, perché i destri giocavano a destra, i sinistri a sinistra e sarebbe stato scandaloso il contrario (oggi assistiamo infatti ad errori di controllo e di posizionamento cui le odierne inversioni di piede ci costringono); poi qui si parla di numeri, del loro significato simbolico (che investe numerosi altri campi umani), di codici visivi ed emozionali che sono estranei a letture ed interpretazioni paratattiche, proprie invece e per esempio delle odierne telecronache. Le fanno parte del deterioramento generale di cui stiamo trattando e che si neutralizzano solo azzerando il volume

L’episodio citato è dimensionalmente inconsistente come impatto testimoniale, ma vuol solo segnalare come un elemento pur accessorio di un sistema complesso come il gioco del calcio, quale è un numero su una maglia, fornisca un elemento complementare ma significativo per una completa comprensione,  un’appagante capacità di valutazione e una consapevole fruizione.

Inter anni Trenta: la disposizione della formazione nella foto rispetta rigorosamente los chieramento della squadra in campo ed il numero di maglia.

I numeri insomma avevano creato una magia interna al modo del calcio partecipato con la quale associare per esempio il 10 a Rivera, l’11 a Riva e il 3 a Facchetti. Ma di anche una partita di calcio “minore” tra squadre sconosciute, con calciatori sconosciuti, la succitata fruizione passava attraverso un’associazione iniziale, tra numeri e tipologia di calciatore che sarebbe poi continuata nel prosieguo dell’incontro. Approfittando anche della vicinanza al campo, si osservavano l’atleta, le sue movenze, il suo fisico e quindi il suo numero di maglia e ne usciva un profilo psico attitudinale generalmente verosimile, anche se con qualche concessione stereotipica: il modesto 2 avrebbe giocato terzino destro, il più rispettabile 3 a sinistra (una volta uno aveva solo un piede e il sinistro era più raro) e lo statuario 5, alto ed atletico, magari un po’ più lento per le leve lunghe. Il 7 era invece agile e scattante, quando non fosse tornante, ossia un incrocio tra un mediano e una mezzala che viaggiava su un binario (Armano tirava anche i rigori). E così via: il 4, il 6 e l’8 gran lavoratori, prima che, come già detto, Herrera facesse del 6 il libero, retrocedendolo alle spalle del 5. Il 9 poteva essere di tutti i tipi e ci diceva come avrebbe giocato la squadra: alto e pesante come Nordhal, oppure meno alto ma tenace e scattante come Lorenzi. Del 10 abbiamo già detto come oggi rimanga solo come foglia di fico della decadenza. Era il più bravo, il più virtuoso, il più armonico, con lo sguardo sempre alto: era per lo più sinistro, il piede che offriva le giocate più geniali e i virtuosismi più incredibili, talché bastava dichiararsi “sinistri” per godere di un maggior rispetto (almeno iniziale, per quanto riguarda il sottoscritto). Ma ciò aveva anche un senso perché il 10 si collocava tra il 9 – il centravanti, il goleador, il capo cannoniere, la punta – e l’11, il mancino puro della squadra, magari meno ficcante del 7 ma col piede speciale, talora per la forza, talora per il talento, sempre per la precisione micidiale. Adesso il 10 è relegato tra un 29 e un 93, tra un tram ed una filovia. Qualche volta capitava che giocasse con l’11 uno che era più un 10, ma non c’era posto per due maglie numero 10 (vero Mariolino?), qualche volta era il contrario per l’assenza del 10 titolare.

Questi erano i profili-mito che la passione per il calcio consentiva di allestire o verificare la domenica in base ai numeri sulle maglie, sia a San Siro, sia in un altro campo di periferia e tutto questo ci consentiva di tarare le nostre aspettative tecniche, agonistiche ed estetiche della partita che stava iniziando.

E le formazioni, all’altoparlante, alla radio o lette sulla Gazzetta, erano recitate come una poesia, con le pause e la punteggiatura. Senza urla e confusione, in perfetto ordine di numero e di ruolo, si disegnava con la mente la squadra in campo. S’imparavano così le formazioni a memoria ed era un gioco tra bambini quello di competere nel cimento della loro declamazione ritmata: Ghezzi, Blason, Giacomazzi; Neri, Giovannini, Nesti; Armano, Mazza, Lorenzi, Skoglund, Nyers. Sarti, Burgnich, Facchetti…