Si parva licet componere magnis
Storie di città che ancora ci parlano
LA ROSETTA
Piazza Vetra: un angelo e una canzone che hanno fatto piangere Milano
Questo è un primo breve racconto in ricordo della povera Rosetta, nato da una data appena passata che non ho voluto far passare sotto silenzio. Nelle prossime puntate entreremo nel dettaglio delle cronache e dei processi, seguendo passo dopo passo ciò che i giornali dell’epoca scrissero. Sarà un viaggio nella Milano della Belle Époque, tra ligéra, tribunali e memorie popolari che ancora oggi parlano a noi.
Il 26 agosto è una data che ritorna, discreta sul calendario, ma per chi conosce Milano e le sue storie non può passare senza un sussulto. Basta vederla, scritta lì, per sentire subito un’eco: “Il ventisei d’agosto / in una notte scura / hanno trovato un corpo / la squadra di questura”. È l’attacco di una canzone che per decenni si è cantata nelle osterie, nelle cantine, persino in teatro, e che racconta di una ragazza poco più che adolescente, fragile e bellissima, finita nelle cronache nere e nei cuori dei milanesi come “la povera Rosetta”. Si chiamava in realtà Elvira Rosa Ottorina Andrezzi, aveva diciannove anni, l’ultima di nove figli, canzonettista con il nome d’arte Rosetta de Woltery, cresciuta tra la Vetra e piazza Beccaria, dove sognava il canto e il riscatto. Viveva in una Milano in bilico tra la Belle Époque e la povertà di ringhiera, una città che correva verso la modernità dei tram elettrici, dei lampioni a gas che ancora frusciavano di notte, dei negozi che iniziavano a proporre le prime calze colorate al posto di quelle nere, simbolo di un’epoca che si colorava piano.
Quella notte Rosetta venne fermata dagli agenti della questura, trascinata via, e poco dopo non era più viva. La versione ufficiale parlò di suicidio: un sorso di sublimato corrosivo inghiottito al momento dell’arresto. Ma nessuno ci credette davvero. I giornali popolari e soprattutto l’Avanti! insinuarono subito la verità più dura: botte, violenza, pressioni insostenibili. E fu così che il suo caso divenne forse il primo dei “suicidi indotti” che da allora avremmo imparato a conoscere, troppe volte, in Italia.
A cantarla fu il popolo stesso. “Hanno ammazzato un angelo, di nome era Rosetta, era di piazza Vetra, battea la Colonnetta…”. Lì, proprio alla Colonnetta, un toponimo che è tutto un simbolo: popolare ricordo della Colonna infame, eretta tre secoli prima sul luogo dove la casa del barbiere Gian Giacomo Mora venne abbattuta e lui giustiziato come untore della peste. Una doppia memoria di ingiustizie, di vittime innocenti travolte dal potere. E la canzone prosegue accusando “la guardia calabrese”, con quel sarcasmo amaro e popolare che faceva della polizia un corpo estraneo, “terrone” e oppressivo. Un canto povero di melodia, monocorde, quasi più lamento che musica: ed è proprio questa povertà che lo rende eterno, un contrappasso rispetto alla ricchezza delle melodie napoletane. Milano preferisce poche note, asciutte, come se avesse vergogna a piangere, e proprio per questo fa piangere di più.
Il funerale di Rosetta fu un rito. Tutta la malavita in nero, le compagne in bianco, un corteo che attraversava la Vetra e che sembrava la rappresentazione teatrale della città. E tra i cronisti che si occuparono di lei c’era un giovane direttore dell’Avanti!, Benito Mussolini. È incredibile dirlo, ma fu proprio lui a prendere le difese di quella ragazza, a denunciare dalle colonne socialiste l’ingiustizia, a scrivere che “agli ultimi, quasi mai, rende giustizia” la verità ufficiale. La leggenda vuole che fosse persino suo cliente, e certo non è un dettaglio che diminuisce, anzi amplifica la portata simbolica di quella vicenda. Pensare che proprio Mussolini, qualche anno dopo, avrebbe guidato lo Stato che produsse altri “suicidi di Stato”, altre verità negate, è un cortocircuito storico che mette i brividi.
Ma Rosetta non è rimasta solo nelle cronache e nelle canzoni. Nel 1980, un commerciante di stampe, Armando Forcolini, trovò in un cassetto segreto della scrivania del padre Guido una fotografia di lei. Una foto custodita per decenni, con sul retro una dedica che diceva: “Mi hai dato le più belle notti d’amore della mia vita”. Segno che non solo la mala, ma anche i milanesi “perbene” avevano amato Rosetta e l’avevano portata nel cuore per tutta la vita, in segreto. Guardare quella foto oggi, con il suo volto serio, lo sguardo malinconico, fa capire perché chi la incontrò non la dimenticò più.
E poi c’è stato Leonardo Sciascia. Nel 1983 pubblicò Storia della povera Rosetta, un libretto che ha ridato dignità a quella ragazza, restituendole il nome vero, raccontando i processi, smontando la versione ufficiale. Un libro che alcuni hanno detto “andrebbe letto nelle scuole” come manuale contro il femminicidio e la violenza di Stato. E più di recente Miriam D’Ambrosio, con Folisca, ha intrecciato la sua storia con voci corali, ridando vita a una ragazza fragile, perseguitata, amata, capace di accendere ancora scintille.
Ma il filo non si è interrotto. Negli anni Sessanta, un’altra figura femminile fragile e intensa, Milly, riportò sul palco quelle canzoni popolari. Al Teatro Gerolamo, nel recital Milanìn Milanon con Jannacci e Carraro, e poi nell’album Stramilano del 1964 con Fiorenzo Carpi, fu proprio la sua voce a rendere immortale la ballata della povera Rosetta. Milly aveva la stessa eleganza malinconica, lo stesso velo negli occhi. Ricordarla oggi, in quel teatro o in televisione, significa rivedere un riflesso della Rosetta di cinquant’anni prima.
Ecco perché ogni 26 agosto non è solo una data di cronaca. È un giorno in cui Milano dovrebbe fermarsi e ricordare. Ricordare la ligéra, la mala “a bassa intensità e ad alta poesia”, che fu travolta dalle mafie meridionali ma che seppe cantare con dignità i suoi dolori. Ricordare la Colonnetta, la Colonna infame, i luoghi di ingiustizie ripetute. Ricordare Rosetta, angelo fragile di piazza Vetra, simbolo di femminicidio prima che la parola esistesse, vittima di violenza in divisa e di menzogne ufficiali.
E ricordare come il canto popolare milanese abbia sempre mescolato italiano e dialetto, scegliendo il dialetto nei momenti decisivi, autentici, quando la città voleva dire la verità su se stessa. Da Rosetta fino a Jannacci, passando per Milly, quella alternanza è diventata cifra della nostra milanesità.
Per questo oggi, più di un secolo dopo, parlare di Rosetta non è folklore: è memoria viva, è storia di costume, è denuncia che resta attuale. Perché troppe donne ancora vengono uccise o suicidate, troppe verità restano negate, troppe volte la voce popolare è l’unica a gridare. E allora, ogni volta che il calendario arriva al 26 agosto, è giusto che Milano sospiri ancora quel nome: Rosetta.
Il ventisei d’agosto
In una notte scura
Hanno trovato un corpo
La squadra di questura
Hanno trovato un morto
Con tre pugnal nel petto
E quel corpo l’era
Quello della Rosetta
Hanno ucciso un angelo
Di nome la Rosetta
Era di piazza Vetra
Battea la Colonnetta
Vicino c’è il questore
Con quella faccia nera
Con tutti gli agenti
Ma l’assassin non c’era
Chi ha ucciso la Rosetta
Non è della Ligéra
Forse viene da Napoli
È della mano nera
Si sente pianger forte
In questa brutta sera
Piange la piazza Vetra
E piange la Ligéra
Dormi, Rosetta, dormi
Giù nella fredda terra
A chi t’ha pugnalato
Noi gli farem la guerra
Nella versione di Nanni Svampa, oltre ad altre differenze (come la data non corrispondente ai fatti), in particolare una strofa è aggiunta e una modificata.
Tutta la malavita
era vestita in nero
per ‘compagnar Rosetta
Rosetta al cimitero
Le sue compagne tutte
eran vestite in bianco
per ‘compagnar Rosetta
Rosetta al camposanto
Si sente pianger forte
in questa brutta sera
piange la piazza Vetra
e piange la ligera
Oh guardia calabrese
per te sarà finita
perché te l’ha giurata
tutta la malavita
Attacco e data – La ballata parte “cronachistica”: «notte del 26 agosto». È un gancio giornalistico: ti dice dove e quando, e subito dopo chi— “squadra di questura”. In due versi mette scena, colpevoli e vittima. La funzione è quasi da canta-storie, con un tono insieme gelido e pietoso. Wikipedia
Identità – “Hanno ammazzato un angelo… Rosetta, di piazza Vetra”. Qui entra la dimensione topografica: non un nome astratto ma “una di quel posto”, la Vetra con la sua geografia morale. La canzone fissa per sempre il legame tra persona e luogo. Wikipedia
La Colonnetta – “Battea la Colonnetta”: non è solo toponimo—è il suo “posto di lavoro”. Le note dei ricercatori ricordano come Colonnetta rinvii a un’osteria/segno urbano in zona, eco lontana della Colonna infame (abbattuta nel 1778). La canzone trasforma un riferimento di quartiere in icona. Wikipedia
Il “forestiero” – “Chi l’ha uccisa non è della ligéra… forse viene da Napoli, è della Mano Nera”: qui affiora un riflesso tipico del racconto popolare—la colpa arriva da fuori. È il bisogno di salvare la “famiglia” della Vetra (pur malavitosa) spostando la responsabilità su un “altro”. Un tratto umano, ma pure ambiguo, che dice molto del clima sociale di allora. Wikipedia
Il funerale – “Tutta la malavita in nero, le compagne in bianco”: è un teatrino rituale. Nero e bianco come codici di lutto e purezza. La morte di Rosetta diventa funerale corale della Vetra, e la ballata funziona da partecipazione collettiva. Wikipedia
Lamento del quartiere – “Piange la piazza Vetra e piange la ligéra”: antropomorfismo potentissimo. Non piangono solo le persone: piange il luogo. È il motivo per cui, a ogni 26 agosto, quel dolore “torna su”. Wikipedia
L’accusa alla “guardia calabrese” – La strofa più dura: la colpa nominata, la minaccia di vendetta. È la ferita che non si chiude: tra versione ufficiale (suicidio col sublimato) e versione popolare (pestaggio), la canzone prende partito. Per questo, più che un documento, è memoria militante. Wikipedia+1
Nelle esecuzioni storiche la forma è quella della ballata strofica: metro regolare, tempo moderato (quasi un valzer lento ma “in avanti”), melodia discendente sulle parole-chiave (“Rosetta”, “Vetra”, “ligéra”) e finale di strofa sospeso che invoglia alla ripetizione corale. Negli arrangiamenti di Carpi con Milly (Stramilano) l’orchestrazione è asciutta—accento su fisarmonica/piccolo ensemble e pedale armonico che regge la voce—per lasciare il testo in primissimo piano; Svampa mantiene la linearità “da osteria”, chitarra e voce in primo piano, con respiro narrativo più largo.
Seguiranno:
– Corriere della Sera (articoli reperiti online dall’Archivio del Corriere della Sera)
– Avanti! ( articoli 27, 28, 29, 30 e 31 agosto 1913) sito del Senato della Repubblica)
–Anything goes (ardemagni.blogspot.com)
–Cronachette (Leonardo Sciascia – Adelphi)