GUERRA TRA REALTA’ E RAPPRESENTAZIONE

EXTRA 1

Stiamo vedendo, ad altezza d’uomo, dalla strada, dalle montagne, dal fronte cosa sia un’entrata in guerra, descritta dalla prospettiva, visiva ed emozionale, di un singolo soldato. Abituato a conoscere le guerre solo come un susseguirsi scolastico di date, di re, di generali, di confini, di cartine colorate, di numeri di morti e feriti, mi ero sempre chiesto, fin da piccolo, come fosse l’inizio di una guerra: il primo sparo, il primo morto, i movimenti, gli avanzamenti, le fughe, le bombe, gli scoppi, il caos. Anche le rappresentazioni della guerra che accompagnarono la mia infanzia non aiutavano a capire: giacche blu e indiani che stramazzavano goffamente dal cavallo, tedeschi e giapponesi abbattuti senza alcuna ferita da una immaginaria pallottola alleata, tutto così indolore, tutto così pulito! E ai feriti gravi, cui era negato anche quel po’ di sugo di pomodoro sui vestiti laceri, veniva offerta una talvolta ultima, talvolta anestetica e rigenerante, sigaretta! Ci volle Platoon, forse, per cominciare a capire il realismo delle armi e a rendere un po’ di giustizia ai milioni di uomini che ebbero a vivere simili tormenti in una guerra, pur trattandosi sempre di finzione, per quanto negata dalla temporanea sospensione dell’incredulità.

Ma coi diari di guerra, ecco la risposta reale, così diretta, così vicina, e per quanto riguarda Dante, così personale!

E a questa micro-rappresentazione della guerra, in singoli luoghi e tempi immediati, viene spontaneo confrontare la realtà bellica generale, fatta e gestita dall’alto, a tavolino, con le righe, i compassi, con le sue tattiche, le sue strategie, le sue politiche di vertice. Trascuro tante e forse ovvie considerazioni che tale confronto può suggerire per segnalarne una in particolare: quella della guerra vista come un frattale, ossia come un’entità in qualche modo geometrica, ma dotata di omotetia interna, che si ripete cioè nelle sue forme, allo stesso modo, su tutte le diverse scale di analisi, variando quindi ciascuna sua parte in una figura simile all’originale, più ampia se si parte dal basso, più ridotta per il verso contrario.

Cenni di questa visione mi erano già pervenuti durante il mio servizio militare, nulla a che vedere con la guerra, ma la base di partenza era la stessa. In occasione delle esercitazioni di vario livello (interforze, corpo d’armata, divisione, ecc.) cui ho partecipato vi era una pianificazione di vertice che, di livello in livello, scendeva giù fino ad interessare i processi operativi a livello di battaglione, compagnia, plotone o squadra, reparti che, singolarmente e aggregati, quei processi avevano già simulato, provato e riprovato autonomamente. Anch’io disponevo di un piano che, al livello adeguato, dettagliava il compito del mio plotone (o dell’intera compagnia, in qualche caso particolare) e delle istruzioni dal mio superiore, il capitano. Poi, al momento di mettere in pratica tutto, non sempre e non tutti assieme, ma quasi, cominciavano i problemi: già sull’M113 (il veicolo blindato che ci portava sul campo di battaglia) la puzza di benzina ci aveva mezzo stordito e il relativo monossido di carbonio avvelenato, poi magari venivamo mollati in un punto diverso dal previsto con necessità, appena scesi, di capire dove ci trovassimo, poi il plotone avanzava disallineato, la mitragliatrice (MG 42/59) rimaneva indietro, una squadra non riusciva a seguire il movimento dei carri (M60 A1), un bersagliere chiedeva il mio intervento per l’inceppamento di un fucile mitragliatore (FAL BM 59), un altro per segnalare una bomba a mano (SRCM Mod. 35) inesplosa e il capitano che mi urlava qualcosa tra scoppi, fumo, puzza di polvere da sparo, colpi di cannone, stridio dei cingoli. Insomma, un casino incombente: a tratti percepivo come imminente la necessità di dover far fronte ad una piccola catastrofe. E tale sarebbe probabilmente stata se, là in fondo, ci fosse stato un vero nemico che ci sparava addosso e non le cosiddette “forze arancioni” (ché rosse non si potevano chiamare), sagome inermi che attendevano solo di essere trafitte senza disturbare. Si aspettava solo che tutto finisse, con un pensiero veloce a casa, alla mamma. Finita l’esercitazione, questo pensiero rimaneva angosciante: inimmaginabile sarebbe stato vivere momenti simili in un vero scenario di guerra! O forse chissà, se quella foga incosciente, se quel coraggio improvviso che mi prendeva nel bel mezzo del casino, ricordando che mio padre quelle situazioni le aveva veramente vissute, chissà se mi fossero mai magari in tal caso venute in aiuto. Sta di fatto che la sera, o l’indomani, rimaneva la consapevolezza che le cose non erano andate come previsto e che quella percezione di parziale fuori controllo si sarebbe riprodotta a livello superiore, secondo la scala di grandezza dei reparti o degli schemi impiegati. Infatti il capitano ci parlava degli errori fatti, dei rischi corsi, delle responsabilità avute. Qualche giorno dopo, nel corso di serissime riunioni, arrivavano i giudizi che, dal vertice dell’operazione, giungevano sino a noi, filtrati a cascata e completati dai nostri superiori: generali, colonnelli, capitani e capitani avevano tratto le loro conclusioni, che a me non apparivano poi tanto diverse, con le debite proporzioni, a quelle che avevo tratto io. Se c’era stato, dal loro punto di vista, un po’ di casino tra corazzati, fanteria meccanizzata, cavalleria e artiglieria, comunque finito per il meglio, dal mio circoscritto punto di vista, ciò si era ripetuto nella stessa forma, come ho raccontato prima, a livello di squadra, di plotone, di compagnia, con ciò ottenendo come risultato una figura degli eventi più piccola, ma simile alla prima. Un po’ di grande casino e un po’ di piccolo casino.

Ma è la pianificazione di vertice a dare l’impronta che si trasmette fino alle micro-situazione o viceversa?

Veniamo a noi, alla guerra sulle Alpi occidentali, a quello che ci raccontano Dante, Scalone, Quaglino e alla decisione di Mussolini di attaccare in quel modo la Francia e potremmo trovare una risposta in ciò che ebbe ad affermare il miglior stratega di tutti i tempi, Von Clausewitz: “Attaccare la Francia dalle Alpi sarebbe come pretendere di sollevare un fucile afferrandolo per la punta della baionetta”. Si può quindi pensare che una macro-decisione di vertice così manifestamente folle abbia determinato, nel suo propagarsi e moltiplicarsi verso i luoghi di attuazione, un accrescimento e un aggravamento delle situazioni in tutti i “frattali” degli accadimenti, che ci sarebbero comunque state, ma una forma “geometrica” decisionale più corretta si sarebbe replicata in migliaia di micro-situazioni più accettabili. Due soli esempi per intenderci. Se l’intervento fosse stato meglio pianificato, ai reparti di stanza in pianura (quasi tutti) in tempo di pace sarebbe stato chiesto di soprassedere al cambio delle uniformi da invernale ad estivo avvenuto da pochi giorni, per mandare i soldati a combattere in alta quota ove non erano da escludere la neve e le basse temperature, col risultato di oltre duemila micro-situazioni di congelamento e chissà quale mole di inefficienza operativa. Altro esempio ci viene lasciato dal movimento ordinato al 4° reggimento bersaglieri, inglobato in un raggruppamento “celere” di riserva alla 4a armata. Si fanno il Moncenisio in bicicletta, esposti al tiro facile e prevedibile dell’artiglieria francese, deviano per impervi sentieri alternativi, con freddo, fatica, morti e feriti e, quando sono in cima, viene loro ordinato di scendere, per poi riportarli in cima due giorni dopo. Se guardiamo bene, Dante e il suo intero reggimento non hanno sparato un solo colpo, ma hanno sofferto e faticato soltanto per offrirsi alle intemperie e al tiro nemico, cioè al diritto dei francesi di difendersi e di farci pagare il più possibile la nostra dichiarazione di guerra alla loro nazione già abbondantemente sconfitta.