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I DIARI DI DANTE

QUADERNO IV
Periodo narrato compreso tra il Giugno 1942 e il Gennaio 1943

CONTESTO ED APPROFONDIMENTI

15

Capitolo 15 - ANCORA BALCANIA, FINO ALLA FINE

Zavala stazione, 22 giugno 1942. Sveglia, poi nel prato a fare un po’ di ordine chiuso e poi la circolare del capo azienda. Intanto, aspettando il rancio, si fa ancora adunata del plotone, poi la partenza del tenente Roatto e il pacchetto col sapone da barba e altri piccoli oggetti. Dopo il rancio, si sapeva che il 23 si andava in una postazione della milizia e che una squadra mitraglieri doveva andare a Ravno col secondo plotone della prima compagnia. Il sergente Soddu, che per quel giorno era comandante di plotone, si credeva di darmi un gran dispiacere a mandarmi via, ma era già quello che desideravo io. Ebbene, facciamo un bel sonno e poi prepariamo tutto. Portiamo giù tutta la nostra roba alla stazione, prendiamo il rancio e, appena terminai di mangiare, in anticipo arriva il treno. Intanto il treno viaggiava, un quarto d’ora di treno e poi si scende a Ravno, che, del primo sguardo, non è meno di Zavala e già qualche guspodizza si vede girare. Subito il tenente mi dà la consegna, mi indica la camerata e mi fa vedere dove ci portiamo tutta la nostra roba: e così fu fatto in poco tempo. Tutto era a posto, per la curiosità del paese tutti fuori e ritornano tutti contenti, altro che Zavala! C’è un paese ma…, e ci sono delle ragazze da ammirare! Così venne l’ora del riposo. 23 giugno, sveglia, una lavatina e poi c’è da mettere a posto la postazione, mentre i compagni a mettono a posto la camerata e così passò anche la vigilia di San Giovanni, posta nema. San Giovanni, cosa vuoi fare? Uno stop! Dopo il rancio un bel bagno e tutta la roba da lavare. Dopo il secondo rancio andiamo a vedere questo paese, Ravno. Il più che ci interessava era il giornale radio: “i prigionieri alla piazzaforte di Tobruk sono saliti a 33.000” e tante belle altre notizie! Ritorniamo, la posta era arrivata, ma il tenente Pecchi se l’è tenuta, dicendo al postino che sarebbe venuto lui personalmente, l’indomani mattina, e pagherà anche la decade. E così siamo al 25. Un po’ di pulizia e poi aspettiamo che venga la posta. Sono le dieci, sta arrivando il treno, un bersagliere pensa di portarmi su la posta, e, dopo undici giorni è giunta una cartolina della sorella Rosa: è poco, ma basta per essere tranquillo. Una lettera l’ho ricevuta dallo zio Amedeo e così il pomeriggio passò scrivendo una lunga lettera alla sorella…

Contenuti

15.1 - L'Operazione Albia

Nell’ambito dell’attività di presidio del territorio ex jugoslavo, una delle più incisive operazioni di controguerriglia del Regio Esercito dell’intero conflitto fu la cosiddetta operazione “Albia” che condussero congiuntamente, nell’estate del 1942, i corpi d’armata VI e XVIII a partire dal 12 agosto, quando il papà, neo sergente Dante Schiavi, racconta l’evento dal suo punto di osservazione, annotando: “Il 12 sveglia alle tre e trenta, alle cinque partenza ed è proprio la mia squadra a prendere tutte le quote. Un’ora di cammino alla prima quota, ci siamo. […] Alle tredici finalmente si mangia la scatoletta, ma l’acqua dov’è? Così, giunti alla sera, quattordici quote furono prese: fortuna che i ribelli chissà dove sono! Formato il caposaldo, viene l’ordine di ritornare, accidenti al cielo non si in che quantità!”

La prima fase dell’operazione si protrasse fino al 22 agosto e si svolse nella zona compresa tra le foci della Narenta e la strada Metkovic-Vrgorac, per poi concludersi, con la nuova denominazione “Biokovo”, a sud di Mostar, nella seconda zona, tra il 28 agosto e il 2 settembre. I partigiani persero in tutto un migliaio di uomini, gli italiani cinquantotto, la M.V.A.C. 127.

All’operazione parteciparono reparti delle divisioni “Bergamo”, “Messina”, “Sassari” e “Marche”, compresi due battaglioni bersaglieri (come sappiamo, il XXVI di Dante ed il XXIX), con il supporto di artiglieria e di carri leggeri, per un totale di circa diecimila uomini. Determinanti furono anche l’intervento dell’aeronautica e l’attivazione di una rete di comunicazioni radio di grande potenza che consentirono anche l’intervento della Marina, che operò con tiri contro costa.

L’operazione ebbe purtroppo dei tragici “effetti collaterali”, in particolare il compimento di alcune stragi a danno dei residenti croati, compiute materialmente dai cetnici serbi, ma con il supporto ed in collaborazione con l’esercito italiano.

Di questi fatti, nella disponibilità corrente di pubblicazioni e di documenti, non esiste quasi nulla, almeno in italiano, in parte perché essi rientrano (data la gravità, a pieno titolo) nella amplissima e ormai storicamente smascherata rimozione nazionale della nostra occupazione balcanica (e della nostra partecipazione alla Seconda guerra mondiale in generale), ma anche per un curioso fatto di disinformazione, scientificamente architettato dalla Jugoslavia di Tito e durato fino ad un decennio fa, quando alcuni studiosi croati hanno portato alla luce quei fatti e svelato l’inganno di quello strano silenzio. Almeno questo è quello che mi risulterebbe a seguito delle ricerche e degli approfondimenti fatti, in rete e non solo, nel corso della trascrizione dei diari del papà. Fondamentali, a tal proposito, sono stati i due articoli riportati qui di seguito, scoperti in rete utilizzando parole chiave in lingua serbo-croata, e tradotti automaticamente, salvo alcune correzioni apportate ad evidenti errori di traduzione.

Questo, perpetrato nella zona di Vrgorac, è stato uno dei più brutali crimini cetnici nella Seconda guerra mondiale, che i sopravvissuti e i parenti delle vittime non hanno mai dimenticato. Pur essendo stato commesso in collaborazione con gli italiani e nonostante la grave contrapposizione tra Italia e Jugoslavia protrattasi per oltre dieci anni dopo la fine della guerra, le autorità comuniste hanno taciuto sul crimine o addirittura lo hanno attribuito agli ustascia, per non screditare l'”anima serba” della repubblica federale jugoslava.

15.2 - 29.08.1942 - Za vrijeme talijanske operacije Albia četnici pobili 145 stanovnika Vrgorske krajine (Durante l'operazione italiana Albia, i cetnici uccisero 145 abitanti della Vrgorska Krajina)


Autore: Branko Radonić

Con il rafforzamento del movimento partigiano a Biokovo attraverso il battaglione “Josip Jurčević” a metà del 1942 e l’avvicinamento della prima brigata proletaria in questa zona dopo la conquista di Livno il 7 agosto 1942, si crearono le condizioni per la fusione dell’area partigiana in Bosnia con quella in Dalmazia, fino al mare. Consapevole di questo pericolo, il comando italiano percepisce la necessità di effettuare una più ampia operazione militare intorno al Biokovo, nell’Imotski Krajina, e il conseguente accerchiamento e distruzione del battaglione “Josip Jurčević” sulle cime del Biokovo. Durante l’estate del 1942 l’esercito italiano condusse due minori offensive contro i partigiani di Biokovo, ma entrambe con scarso successo. Tuttavia, l’ambiziosa operazione “Albia” doveva cambiare le cose in modo significativo a favore dell’Italia. L’8 agosto il comandante della 2ª Armata italiana, generale Mario Roatta, ordina al suo subalterno generale Renzo Dalmazzo, comandante del VI Corpo, di redigere quanto prima un piano operativo, tenendo presente che “è assolutamente necessario per ripulire il quadrilatero Baška Voda – Ploče – Vrgorac dalle formazioni ribelli Zagvozd”. Con la partecipazione del XVIII e VI Corpo d’Armata, Roatta informava Dalmazzo che durante l’operazione poteva contare anche sull’aiuto dell’aeronautica e della marina. Solo sei giorni dopo, il 14 agosto, il generale Dalmazzo presentò il piano dell’operazione “Albia” e ne ordinò l’avvio nei giorni successivi. Alla divisione “Messina” (VI corpo) è stato ordinato di sgomberare l’area all’interno delle linee partigiane Vrgorac-Metković-Ploče-Zaostrog, mentre alla divisione “Bergamo” (XVIII corpo) è stato affidato il compito di distruggere i partigiani di Biokovo. L’obiettivo è che la divisione “Bergamo” avanzi a est verso la linea Kozica-Drašnica, e la divisione “Messina” a ovest verso la linea Kokorići-Zaostrog, entro il 27 agosto. Era previsto che le forze partigiane sarebbero state prese in una tenaglia nell’area all’interno di quelle linee. Quando ciò avverrà, si creeranno le condizioni per l’avvio della fase finale dell’operazione “Albia”, in cui i partigiani accerchiati saranno annientati. Per l’operazione erano previsti dodici battaglioni di fanteria e tre divisioni di artiglieria delle divisioni “Bergamo” e “Messina”, più l’aeronautica dalla base di Mostar e la marina dal canale di Lesina, le milizie rurali ustascia dell’Imotska e della Vrgorska krajina e un distaccamento della milizia volontaria anticomunista (M.V.A.C.). I cetnici di Stolac e Nevesinje avrebbero dovuto essere usati come forze ausiliarie. In tutto più di diecimila soldati. Di fronte a loro stavano circa 720 membri del battaglione partigiano “Josip Jurčević”. All’inizio dell’operazione “Albia”, l’esercito italiano opera nella parte occidentale dell’Imotski Krajina, volendo tagliare un forte cuneo che separi definitivamente i partigiani di Biokovo dalla prima brigata proletaria e da altri reparti che tentarono di sfondare dalla direzione di Livno. L’occupazione italiana di Zagvozd il 12 agosto, impedendo lo sfondamento dei partigiani e del distaccamento della Dalmazia centrale dalla direzione di Aržan e Lovreć verso Biokovo, è più avanti (17-18 agosto) cruciale in questo piano. I partigiani di Biokovo erano allora attivi nel profondo dell’Imotska Krajina, verso Runovići, Podbablje, Poljići e Krstatici. All’altra estremità del campo di battaglia, la divisione “Messina” avanza dalla direzione di Ploče verso le cime del colle Rilić, sopra Gradac, e da Vrgorac a ovest. Aspettandosi un accerchiamento, il 19 agosto i partigiani si ritirarono dalla loro base Rilić nel villaggio di Grnčenik, dove il giorno successivo entrarono gli italiani e la milizia ustascia di Dusina e Veliki Prolog. Nei giorni successivi si fa sempre più forte la pressione delle milizie italiane e ustascia sulle postazioni partigiane nell’Imotska Krajina, per cui le unità del battaglione “Josip Jurčević” si ritirano verso le pendici del Biokovo. Il 26 agosto, le unità italiane della divisione “Bergamo” sfondano la strada Rodić da Makarska a Kozica, con i partigiani che resistono sul sentiero. Allo stesso tempo, altre unità della stessa divisione attaccano da Zagvozd lungo la strada Napoleonica e, il giorno successivo, proseguono verso Turia e Župa, con l’obiettivo di collegarsi con le unità provenienti dalla direzione di Vrgorac, mentre quelle che attaccano da Makarska vanno verso Kozica. La conquista di Turia e Staza sono uno degli obiettivi più importanti di quell’attacco. Anche le unità che avanzano da Grnčenik lungo Rilić costringono i partigiani a ritirarsi dal Rilić verso Biokovo. Il generale Dalmazzo, soddisfatto della ritirata dei partigiani dai centri abitati e delle comunicazioni verso le parti alte del Biokovo, ordinò il 26 agosto l’inizio della seconda e ultima fase dell’operazione “Albia”. I reparti italiani dovranno sfondare completamente le linee previste dalla prima fase dell’operazione entro il 28 agosto, mentre il giorno successivo, 29 agosto, entreranno in azione per sgomberare i partigiani accerchiati nell’area: Vlaka – Brikva – Velika Kapela – Sokolić – Sv. Juraj. Le unità dell’Erzegovina orientale della M.V.A.C. assegnate al VI° Corpo, cioè cetnici delle regioni di Stolac e Nevesinje reclutati nelle unità ausiliarie italiane. I cetnici avranno il compito di impedire il ritiro dei partigiani verso Živogošće e con l’aiuto delle navi verso le isole. I partigiani si ritirano simultaneamente da tutte le direzioni verso la vetta più alta di San Giorgio.

Sapendo che sono circondati e che sono minacciati di distruzione, il comando del battaglione “Josip Jurčević” prende una decisione sul movimento di gran parte dell’unità dal 28 al 29 agosto ad ovest verso la vetta di Sveti Ilija, da dove scenderà da Biokovo e attraverso Grabovac romperà l’accerchiamento italiano in direzione di Studenac e Aržane e lì si collegherà con la prima brigata proletaria. Fu quindi prevista un’uscita nella direzione opposta nella qaule il comando italiano voleva condurli. Alla fine, il piano fu messo in atto e la maggior parte del battaglione uscì dalle grinfie italiane su Biokovo la notte del 29 agosto, anche se la quinta compagnia e parte dei contadini rimasero sulla montagna. A causa del pericolo del rastrellamento italiano, la compagnia si diresse verso il Biokovo orientale, divisa in più gruppi e riuscì così a sopravvivere intatta all’offensiva. Allo stesso tempo, mentre i partigiani si stavano ritirando attraverso Grabovac, in Bosnia, diverse centinaia di cetnici dall’Erzegovina orientale furono portati a Vrgorac da camion militari italiani. Il giorno successivo sono stati trasportati con i camion a Ravča, dove, a causa della strada distrutta, hanno proseguito a piedi. In quel fatidico 29 agosto 1942, unità cetniche massacrarono la popolazione della Vrgorska Krajina negli insediamenti lungo la strada napoleonica. Secondo la ricerca che ho condotto insieme al giornalista Igor Majstrović nel 2012, che ha portato a un elenco delle vittime per nome, il 29 agosto, un locale è stato ucciso nel villaggio di Majići (Zavojane), 17 nel villaggio di Dragljane, 22 a Vlaka, 68 a Kozica e 37 a Rašćani. , quindi un totale di 145 per lo più uomini, ma anche anziani, donne e ragazzi. Erano tutti civili di nazionalità croata, e tra loro c’erano tre sacerdoti: il parroco di Košice, fra Ladislav Ivanković, il parroco di Rašće, don Ivan Čondić, e il parroco di Biokovska, don Joze Braenović. Quel giorno sono stati registrati numerosi feriti e stupri, centinaia di edifici familiari e commerciali sono stati dati alle fiamme e i loro residenti sopravvissuti sono stati completamente impoveriti. Fu il più grande crimine cetnico commesso in Dalmazia durante la seconda guerra mondiale, da cui l’ovest della Vrgorska Krajina non si riprese mai del tutto. Nei loro rapporti, le unità cetniche hanno confermato le loro attività nella Vrgorska Krajina. Nel rapporto del Comando delle Unità Operative della Bosnia-Erzegovina Orientale del 6 settembre 1942, sulle operazioni cetniche, si dice: “Pochi giorni fa, 5 battaglioni dei nostri cetnici sono partiti da Stolac via Ljubuški e Imotski e sono partiti da Stolac via Ljubuški e Imotski e scoppiò vicino a Makarska sul mare Adriatico. Questo movimento è stato completato in meno di 17 ore. Questa spedizione punitiva incendiò e distrusse completamente 17 villaggi ustascia”. In un rapporto del 5 settembre 1942, il maggiore Petar Baćović dice nel suo rapporto al duca Draža Mihajlović: “… Aggiungo successivamente, in relazione alla partenza della nostra spedizione punitiva a Ljubuški e Imotski, che i nostri cetnici … tra Ljubinje (Ljubuški, op. a.) e Vrgorac scuoiarono tre preti cattolici. I nostri cetnici hanno ucciso tutti gli uomini dai 15 anni in su. Donne e bambini di età inferiore ai 15 anni non sono stati uccisi. 17 villaggi sono stati completamente bruciati”. In risposta a questo rapporto, il quartier generale di Draža Mihajlović ha inviato la seguente risposta per telegramma: “No. 424 per Ištvan: sono soddisfatto del tuo rapporto sull’irruzione in mare. Usa questa azione per creare un canale sicuro per il collegamento con la Divisione Dinarica. Dovremmo posizionare i nostri distaccamenti su questo canale, e accanto a loro, distaccamenti croati, guidati da ufficiali croati che avevano precedentemente favorito il duca”. Dopo la guerra, Draža Mihajlović è stata processata, tra l’altro, per i crimini nell’operazione “Albia”, di cui hanno testimoniato anche tre residenti di Vrgor al processo di Belgrado. I comandanti italiani riuscirono a evitare un processo postbellico, e loro – Roatta e Dalmazzo – dichiararono l’operazione Albia un grande successo all’inizio di settembre 1942, citando dati falsi di 942 e 1008 partigiani martiri e ingenti materiali bellici confiscati. L’operazione “Albia” fu un fallimento italiano, anche se i partigiani riuscirono a uscire dal calderone che era stato preparato per loro, ma a seguito del massacro cetnico si verificarono numerose vittime civili. Oltre al fatto che “Albia” è stato il più grande crimine cetnico in Dalmazia, è stata anche la più grande vittima del popolo Vrgor nella seconda guerra mondiale. Questi sono fatti che fino ad ora non erano sufficientemente conosciuti al di fuori di Vrgorac, e che la gente di Vrgorac vuole finalmente cambiare attraverso le ricerche storiche condotte negli ultimi anni e quelle pianificate per il futuro.

Vjesnik.org/hr/kalenda
Novosti sa zaštitom spomenika žrtvama fašizma u Dragljanima

15.3 - Kolovoza 1942 - Vrgorac – zašto se u Jugoslaviji nije spominjao najveći četnički zločin nad Hrvatima u Dalmaciji? (Agosto 1942 Vrgorac - perché il più grande crimine cetnico contro i croati in Dalmazia non è stato menzionato in Jugoslavia?)


Chiese, case e fienili sono stati bruciati e, oltre alle donne incinte e agli anziani, sono stati uccisi anche tre sacerdoti: fra Ladislav Ivanković (parroco di Košice), don Ivan Čondić (parroco di Rašća) e don Josip Braenović (parroco della parrocchia di Biokovska) ). Questo è stato certamente il giorno più sanguinoso della storia recente di Vrgorac, ma anche uno dei crimini cetnici più brutali durante la seconda guerra mondiale, che i parenti delle vittime ricordano con particolare tristezza. Il crimine è stato commesso dai cetnici in collaborazione con gli italiani, e le autorità comuniste hanno taciuto sul crimine o addirittura lo hanno attribuito agli ustascia.

È stato uno dei giorni più sanguinosi della storia di Vrgorac, che i parenti delle vittime ricordano ogni anno alla commemorazione con particolare tristezza e dolore. Non c’è casa da Dubrava a Rašćan che quel giorno non fosse avvolta di nero. Per molto tempo, questo terribile crimine è stato taciuto durante il periodo dell’ex stato.
“A nessuno è stato permesso di dire che questo crimine è stato commesso dai cetnici, hanno anche cercato di distorcere la storia sottolineando che è stato fatto dagli ustascia” – ha detto alla commemorazione delle vittime di Vrgorak nel 2013, il parroco di Kozice, Fr. Marko Bitanga.
Durante la campagna cetnica del 29 agosto 1942, durante le azioni finali nell’ambito dell’operazione italiana Albia contro i partigiani di Biokovo, nei villaggi della regione di Vrgorac fu compiuto un grande massacro di civili croati.
A quel tempo, 141 civili furono uccisi nei villaggi di Rašćane, Kozica, Dragljane e Župa, tra cui tre sacerdoti cattolici: Fra Ladislav Ivanković di Kozic, Don Ivan Čondić di Rašća e Don Josip Braeonović della parrocchia.
Secondo testimoni sopravvissuti, il crimine è stato commesso da unità cetniche al comando del maggiore Petar Bačević, subordinato al quartier generale cetnico del famigerato duca cetnico Draža Mihajlović, e che gli italiani hanno portato a Dubrava con 33 camion.
Riferendo sui crimini, il maggiore cetnico Bačević ha scritto a Draža Mihajlović che i cetnici della sua “spedizione punitiva” tra Ljubuški e Vrgovec “hanno scuoiato vivi tre sacerdoti cattolici” e che “hanno ucciso tutti gli uomini dai 15 anni in su”. “Sono tornato da un viaggio in Erzegovina. Quattro dei nostri battaglioni, circa 900 uomini, hanno marciato attraverso Ljubuški, Imotski e Podgora e sono scoppiati vicino a Makarska verso il mare. Diciassette villaggi furono bruciati, 900 ustascia furono uccisi, diversi sacerdoti cattolici furono scorticati vivi. Per la prima volta dopo il crollo, hanno gettato in mare la bandiera serba e hanno applaudito il re e Draža. Le nostre perdite sono minime”, ha scritto il maggiore cetnico nel suo rapporto. Dobroslav Ravlić, da bambino, ha assistito al massacro dei cetnici: “Mio padre mi teneva tra le braccia, i cetnici prima lo spogliarono e gli chiesero se voleva ucciderlo a modo suo, e poi uno di loro quando mi vide gridò: lascialo andare! Hanno avuto pietà di lui a causa mia, probabilmente. Il maggiore Petar Bačević era al comando dell’operazione ed era in contatto diretto con Dražo Mihailović, e in quel momento 397 case e stalle, circa l’85% degli edifici, furono date alle fiamme a Kozica. Ma la propaganda jugoslava diffuse la notizia che ciò era stato fatto dagli Ustaše e che tra loro c’erano gli Ustaše di Dusina, un villaggio a Vrgora. Quel mito è vissuto a lungo e solo negli anni ’90 si è iniziato a parlare apertamente del fatto che i cetnici lo avessero fatto”, ha sottolineato Ravlić. E in risposta alla domanda sul perché questo terribile crimine contro i croati della Dalmazia sia stato taciuto o addirittura voluto attribuire ai croati (Ustasha), non è necessario speculare. In realtà, la Jugoslavia era una creazione della Grande Serbia, e si supponeva che i principali criminali e portatori di quello stigma fossero i croati. Ecco perché dalla stessa fonte è stata diffusa la notizia dei 700.000 serbi uccisi a Jasenovac e del massacro dei croati a Vrgorac. Sebbene le vittime fossero croate, anche allora i colpevoli avrebbero dovuto essere croati. Non è simile oggi?

https://narod.hr/kultura/29-kolovoza-1942-vrgorac-zasto-se-u-jugoslaviji-nije-spominjao-najveci-cetnicki-zlocin-nad-hrvatima-u-dalmaciji

15.4 - Gli spostamenti del papà nell'ambito dell'Operazione Albia (Operazione di Corpo d'Armata)

02-ago – A Metkovic – Viaggio e ritorno a Hutovo
06-ago – Da Metkovic a postazione, 30 km
12-ago – Da postazione precedente a nuova, dopo 14 quote raggiunte
13-ago – Da postazione precedente a nuova, verso Podgora,  15 km
13-ago – Postazione precedente e congiungimento con XXIX btg.
13-ago – Da postazione precedente a Metkovic, 30 km
14-ago – Metkovic – Sosta
15-ago – Metkovic – Muore Ansaldi
16-ago – Da Metkovic a postazione, 18 km
17-ago – Da postazione precedente a Crveni Grm, 16 km
18-ago – Crveni Grm – Sosta, pulizia armi
19-ago – Da Crveni Grm a paesetto, 6 km, sotto quota 1070
20-ago – Da paesetto a postazione quota 1200, 15 km
21-ago – Da postazione precedente a nuova postazione
22-ago – Da postazione precedente a nuova postazione
23-ago – Da postazione precedente a nuova postazione, con cetnici, 15 km
24-ago – In nuova postazione – Sosta
27-ago – Da postazione precedente – A luogo non specificato, quote segnate
28-ago – In nuova postazione – Sosta
29-ago – Da postazione precedente a paese strage, in serata
30-ago – Da paese prima strage a paese seconda strage, 7 km
31-ago – Da paese seconda strage a quota 1200, fronte mare
06-set – Da quota 1200 rientro a Metkovic, 5 giorni di cammino a tappe
02-set – Da Metkovic a Grado.

Difficile dare un nome a ciascuno dei due paesi indicati da Dante come luogo delle due stragi, in quanto i massacri ebbero luogo in diversi vaillaggi lungo la strada Napolenica. Un civile fu ucciso a Majići, 17 furono uccisi a Dragljane, 22 a Vlaka, 68 a Kozica e 37 a Rašćani. Erano tutti civili di nazionalità croata, compresi tre sacerdoti cattolici.

15.5 - Cronologia dell'Operazione Albia

Luglio/Agosto 1942
Unità partigiane di Bosnia ed Erzegovina sono presenti nell’area di Livno – Tomislavgrad – Kupres – Bugojno.
Pericolo di collegamento con unità partigiane di Krajina bosniaca, Erzegovina, Dalmazia e di altre aree Croazia.
Battaglione partigiano “Josip Jurčević” ha 720 uomini e controlla area da Cetina alla Neretva, con eccezioni locali.
Basi partigiane in villaggi e frazioni inaccessibili di Biokovo e Rilić, in stalle abbandonate, rifugi di fortuna a Biokovo.  
6 agosto 
Il comandante della 2ª Armata italiana, generale Mario Roatta, ordina al suo subalterno generale Renzo Dalmazzo, comandante del VI Corpo, di redigere quanto prima un piano operativo, tenendo presente che “è assolutamente necessario per ripulire il quadrilatero Baška Voda – Ploče – Vrgorac dalle formazioni ribelli Zagvozd”.
Inizia nella massima segretezza la pianificazione per un attacco alla zona della Dalmazia meridionale, che prevede la partecipazione del XVIII e del VI corpo d’armata.
Il piano di attacco, denominato “Albia”, è del generale di corpo d’armata generale Renzo Dalmazzo.
L’area operativa è delimitata dai fiumi Cetina (a ovest) e Neretva (a est), a sud dal bordo costiero tra questi due fiumi e a nord da linea Cista Provo – Studenci – Imotski – Bijača (vicino a Ljubuški) – Novi Selo – Vida – Metković.
L’’operazione può contare anche sull’aiuto dell’aeronautica e della marina.
11 agosto
Schieramento della divisione “Bergamo” nella zona di Cista Provo e Lovreć per separare la brigata da Biokovo.
L’attacco italiano inizia già l’11 agosto 1942, quando il 2° battaglione del 26° reggimento di fanteria della divisione “Bergamo”, insieme ad una compagnia di carri armati, rastrella la zona tra Šestanovac e Grabovac, proseguendo con i carri verso Zagvozd, che i partigiani avevano occupato il 9 agosto.
Parti del battaglione “Josip Jurčević” li fermano nel villaggio di Svaguše.
12 agosto
Dopo ripetuti attacchi, gli italiani penetrano verso Zagvozd e i partigiani si ritirarano nella zona di Vlaka.
Il 59° battaglione camicie nere (Div. “Bergamo”), a Lovreć trova resistenza da reparti diversi di partigiani.
L’occupazione italiana di Zagvozd è cruciale e impedisce lo sfondamento dei partigiani del distaccamento della Dalmazia centrale da di Aržan-Lovreć verso Biokovo, attivi nel profondo dell’Imotska Krajina, verso Runovići, Podbablje, Poljići e Krstatici.
14 agosto
Gli italiani fanno solo attività di ricognizione verso Imotski, bruciando case e trattenendo persone.
Il generale Dalmazzo presenta il piano dell’operazione “Albia” e ne ordina l’avvio nei giorni successivi.
Alla “Messina” tocca di sgomberare l’area all’interno delle linee partigiane Vrgorac-Metković-Ploče-Zaostrog.
Alla divisione “Bergamo” è affidato il compito di distruggere i partigiani di Biokovo.
L’obiettivo è che, entro il 27 agosto, la divisione “Bergamo”avanzi a est verso la linea Kozica-Drašnica, e la divisione “Messina” a ovest verso la linea Kokorići-Zaostrog.
In particolare, dal 16 al 27 agosto 1942 la divisione “Bergamo” dovrebbe ripulire l’area del monte Biokovo e la divisione “Messina” ripulire il quadrilatero Vrgorac – Metković – Ploče – Zaostrog.
Entro il 27 agosto, quelle unità avrebbero dovuto raggiungere la linea Kozica (villaggio Rodić) – Biluša – (2 km a est di Drašnice) – sv. Stjepan (a sud-est di Drašnice), e da sud-est il villaggio di Kokorići – Grlica – Zaostrog.
In seguito, il battaglione “Josip Jurčević” va circondato e distrutto nella zona di Brikva – V. Kapela – Sokolić.
Le unità navali italiane dovrebbero impedire il trasferimento dei partigiani alle isole di Hvar o Brač.
15 agosto 1942
Prima dell’inizio dell’operazione, il comando della “Bergamo” invia parte delle sue forze nella zona di Cista Provo e Lovreć per impedire la penetrazione di reparti partigiani a sud, verso Zadvarje e Zagvozd.
L’artiglieria colpisce posizioni sul Biokovo, (Oštri Vrh , Proždorac , Sv. Jure).
L’aviazione italiana bombarda le frazioni di Katavići e Pivčevići sopra il villaggio di Zavojane.
16 agosto
Si schierano i reparti della divisione “Messina” a sud-est (Vrgorac – Metković – Ploče – Zaostrog) per impedire la fuga dei partigiani verso Dubrovnik, mentre la fuga verso le isole è impedita dalla marina.
La popolazione di molti villaggi fugge sulle montagne e si unisce ai partigiani.
A causa dei forti combattimenti nella zona di Lovreć – Studenci, parti della divisione “Bergamo” non riescono ad effettuare l’attacco pianificato con tutte le forze sulla parte nord-occidentale del Biokovo.
L’avanzata italiana verso Župa è impedito dalla forte resistenza di parti del battaglione “Josip Jurčević”.
Parti della divisione “Messina” e dei cetnici iniziano a “ripulire” il quadrilatero Vrgorac – Metković – Ploče – Zaostrog.
17 agosto
La situazione a nord di Biokovo si fa difficile per le truppe italiane.
18 agosto
Per tale motivo il 18 agosto sono immesse nuove forze in direzione Šestanovac – Lovreć.
Dopo una forte lotta, i partigiani si ritirano verso nord.
All’altra estremità del campo di battaglia, la “Messina” avanza dalla direzione di Ploče verso le cime del Rilić, sopra Gradac (Grado o interno?), e da Vrgorac a ovest.
19 agosto
Aspettandosi un accerchiamento, i partigiani si ritirano dal Rilić (villaggio di Grnčenik) dove il giorno successivo entrano gli italiani e la milizia ustascia di Dusina e Veliki Prolog.
20 agosto
Dopo piccoli combattimenti con la 3a compagnia del battaglione “Josip Jurčević”, parti della divisione “Messina” sono entrate nei villaggi di Pasičina e Trnova.
una compagnia del battaglione “Josip Jurčević” ha attaccato i cetnici vicino al villaggio di Staševica. Quel giorno (20 agosto) l’aviazione italiana ha bombardato i villaggi di Gradac, Turjak e Malovan.
21 agosto
Nei giorni successivi si fa sempre più forte la pressione delle milizie italiane e ustascia sulle postazioni partigiane nell’Imotska Krajina, per cui le unità del battaglione “Josip Jurčević” si ritirano verso le pendici del Biokovo.
26 agosto
Unità della “Bergamo” sfondano la strada Rodić, da Makarska a Kozica, ma i partigiani resistono sul vicino sentiero.
Allo stesso tempo, altre unità della stessa divisione attaccano da Zagvozd lungo la strada napoleonica.
26 agosto
Il generale Dalmazzo, soddisfatto della ritirata dei partigiani dai centri abitati e delle vie di comunicazione verso le parti alte del Biokovo, ordina l’inizio della seconda, cioè dell’ultima, fase dell’operazione “Albia”.
Le forze italiane raggiungono le posizioni previste.
Poi il 25° reggimento fanteria “Bergamo” va verso la direttrice Makarska – Tučepi – Podgora – Drašnice – Igrane, rezione Tučepi – Kozica, mentre il 26° reggimento “Bergamo” va in direzione di Zagvozd – Lovrinčevići – Turija – Župa – Rašćane – Kozica.
Le forze italiane ricevono l’ordine per la fase finale dell’operazione.
I reparti della divisione “Messina” e i cetnici devono sgomberare la zona di Vlak – Brikva – Kljenak.
I reparti della divisione “Bergamo” devono avanzare in direzione di Lovrinčevići – Kozica, cioè Tučepi – Kozica, per impedire il ritiro dei partigiani a nord o lungo la costa o verso le isole.
Con il supporto dell’artiglieria e dell’aeronautica, gli italiani cercano di dominare i passi di Turija e Staz (sulla strada Tučepi – Kozica), ma non riescono ad allontanare la 3a compagnia del Battaglione “Josip Jurčević”.
27 agosto
Le truppe italiane proseguono verso il passo Turia e Župa, con l’obiettivo di collegarsi con le unità provenienti da Vrgorac, mentre quelle che attaccano da Makarska vanno verso Kozica.
La conquista di Turia e Staza sono gli obiettivi più importanti dell’attacco.
Anche le unità che avanzano da Grnčenik verso il Rilić costringono i partigiani a ritirarsi da Rilić verso Biokovo.
I partigiani stanno arretrando verso la cima di Sveti Jure per assicurarsi la ritirata verso la Bosnia.
I reparti italiani hanno l’ordine di sfondare le linee previste dalla prima fase dell’operazione entro il 28 agosto.
Il 29 agosto, entreranno in azione per sgomberare i partigiani accerchiati nell’area: Vlaka – Brikva – Velika Kapela – Sokolić – Sv. Juraj.
Le unità dell’Erzegovina orientale della M.V.A.C. e i cetnici avranno il compito di impedire il ritiro dei partigiani verso Živogošće.
I partigiani si ritirano simultaneamente da tutte le direzioni verso la cima di San Giorgio (Sv. Juraj).
Le forze italiane attaccano ferocemente in entrambe le direzioni.
Alla Compagnia della Gioventù partigiana fu ordinato di ritirarsi verso la vetta di Sveti Jure per difenderne gli accessi e garantire un collegamento in caso di ritirata verso la Bosnia.
Gli italiani prendono il controllo del passo Turi e la comunicazione tra Zagvozd – Župa – Rašćane – Kozica.
28 agosto
Sapendo che i partigiani sono circondati e che sono minacciati di distruzione, il comando del battaglione “Josip Jurčević” decide di avviare i suoi uomini verso ovest, alla vetta di Sveti Ilija, da dove scendere dal Biokovo e, attraverso Grabovac, rompere l’accerchiamento italiano in direzione di Studenac e Aržane, per collegarsi con altri reparti.
I partigiani escono quindi dalla direzione opposta rispetto a quella verso la quale il comando italiano vuole spingerli.
29 agosto
La notte, il piano è messo in atto e la maggior parte del battaglione esce dall’accerchiamento italiano sul Biokovo, anche se la quinta compagnia e parte dei contadini rimangono nascosti sulla montagna.
Un gruppo di 650 partigiani riesce a infiltrarsi nelle assottigliate postazioni italiane vicino al villaggio di Grabovac e a fuggire verso Aržan.
La terza compagnia “Vid Mihaljević” non è riuscita a fuggire con il corpo principale, si è divisa in gruppi più piccoli che hanno sfondato nella parte orientale del Biokovo.
Anche il quartier generale del battaglione lascia il Biokovo.
20 partigiani rimangono sul monte con l’obiettivo di mobilitare nuovi combattenti e formare nuove unità.
Mentre i partigiani si ritirano attraverso Grabovac diverse centinaia di cetnici dall’Erzegovina orientale sono condotti, su camion militari italiani, a Vrgorac e poi a Ravča, da dove, a causa della strada distrutta, hanno proseguito a piedi.
Unità cetniche massacrano la popolazione della Vrgorska Krajina nei villaggi lungo la strada napoleonica.

Questa sintesi cronologica si basa sulle  fonti indicate sotto (comprese quelle di cui è riportata la traduzione) e, a parte qualche (leggera) differenza di date o di alcune (più accentuate) manifestazioni di enfasi, sono sostanzialmente coincidenti. Anche il racconto del papà, quello del tenente Quaglino (che però, nel frangente, non entra nei particolari, diversamente dalla descrizione di altre azioni) e del bersagliere Scalone presentano una totale univocità di datazione e di descrizione degli eventi.

Colonna autotrasportata italiana nei dintorni di Gradac - www.wikiwand.com/sh/Operacija_Albia#Media
https://www.wikiwand.com/sh/Operacija_Albia#Media
Il dettaglio delle località citate nei diari e nei riferimenti, nell'ambito dell'Operazione Albia.
In un ingrandimento della mappa schematica già riportata sopra, è colorata in verde la zona coperta dal battaglione di Dante nel corso dell'Operazione one Albia.

15.6 - La strage agli occhi di Scalone

Il giorno 18 agosto partimmo da Fort’Opus e andammo un’altra volta Vrgorac. Lo spostamento fu effettuato a piedi, per per la durata di tre giorni, durante i quali mi ammalai. Tornai al mio posto il 22 agosto, in coincidenza della partenza che questa volta era diretta ad una catena di monti caratterizzata da impervi boschi, balzi e distese di rocce. Il primo giorno raggiungemmo un’altra cima e proprio in cima a quella quota ci fermammo.

Qualcuno della mia squadra aveva catturato una pecora, io l’ho macellata e, dopo aver trovato una grossa pentola in un casolare abbandonato, ne facemmo un bollito, ma senza sale. Non era molto gustosa, ma la mangiamo lo stesso.

L’indomani mattina andammo ancora da una cima all’altra, fino a raggiungere un bosco fitto, molto roccioso. Si andava avanti con cautela, la zona era stata da molto tempo dominata dai ribelli e alcune spie ci dissero che nel paese dove era diretta la nostra missione si trovava un comando partigiano.

[….]

I partigiani sfuggiti alla nostra puntata si scontrarono con un’altra formazione mista di italiani e cetnici dalla parte opposta alla nostra. Lo scontro tra partigiani e cetnici fu violento. Reparti italiani intervennero per dare manforte ai cetnici e i partigiani, vista l’impossibilità di farsi un varco in quel settore, si sganciarono e nella nottata si dileguarono attraverso i boschi, lasciando sul terreno molti morti.

[….]

I cetnici, che operavano davanti, a noi si addentrarono lungo la vallata, dove c’erano cinque piccoli paesetti, i cui abitanti furono soggetti a sevizie, stupri e uccisioni, mentre le case venivano saccheggiate e bruciate. Alla fine del rastrellamento, i cetnici si portarono via il bottino razziato. Quando arrivammo noi, potemmo solo constatare il solito macabro scenario di morti sparsi qua e là, nelle case, nelle strade e nei campi. I cetnici, dove avevano trovato gente, l’avevano abbattuta al suolo, senza pietà. Provai ancora più compassione quando, ad un crocevia di campagna, vidi due preti cattolici, distesi per terra, massacrati con in mano ancora le loro carte d’identità.

Una bella vista del massiccio del Biokovo, teatro principale dell'Operazione Albia. In basso a destra, dopo la frattura all'altezza di Podgora, si vede l'inizio del massiccio del Rilic, sul quale operò prevalentemente Dante nel corso dell'Operazione Albia.
"A un croato han tagliato il collo..."- (wikimedia.commons.org)

15.7 - Jasenovac

La disinformazione non ha confini né di spazio, né di modo, né di tempo e ciò di cui stiamo parlando ne è una conferma, per quanto giunta in un’occasione inattesa e sorprendente, a margine di altri approfondimenti.

Ci sarebbe da scriverne all’infinito, anche per evidenti analogie con fatti italiani del passato e del presente.

Limitandoci al però contesto balcanico ex jugoslavo, riporto solo qui sotto un articolo relativo all’argomento, ma scritto da un punto di vista unico e molto significativo.

Una precisazione circa la località citata di Jasenovac. Jasenovak fu il terzo campo di concentramento per dimensioni, dopo Auschwitz e Buchenwald, di tutta la seconda guerra mondiale, dove  avvenne la maggior parte dei massacri operati dagli Ustasha contro le popolazioni non croate o non-cattoliche dello Stato Indipendente di Croazia. I cappellani militari davano regolarmente l’assoluzione anticipata e una benedizione speciale alle truppe ustasha per i massacri che avrebbero compiuto degli “infedeli” serbo-ortodossi.

A proposito di disinformazione, appunto: non è che se ne sappia molto, dalle nostre parti, di questo campo di concentramento gestito da uno stato nostro alleato e autorizzato, a quanto risulta, dal Vaticano.

www.balcanicaucaso.org
www.carnialibera1944.it

15.7 - Negazionismo a Jasenovac


Autore: Menachem Z. Rosensaft

Un articolo pubblicato sul più letto quotidiano croato ha sminuito le atrocità commesse nel campo di concentramento di Jasenovac, nel tentativo di riabilitare il regime ustascia della Seconda guerra mondiale e negare la sua complicità nell’Olocausto. Un commento.

Ci sono realtà terribili della storia che non devono essere messe in discussione, distorte o negate da nessuno che abbia un minimo di integrità morale o senso di decenza.
Rientra in questa categoria il massacro di milioni di ebrei nei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Majdanek, Belzec, Chelmno e Sobibor durante l’Olocausto della Seconda guerra mondiale.
Questo vale anche in quanto la Germania nazista ha perpetrato questo crimine ultimo contro l’umanità insieme ai suoi complici internazionali fascisti.
Jasenovac è stato tra il 1941 e il 1945 il più grande campo di concentramento in ex Jugoslavia. Una pagina nera della storia del XX secolo tutt’oggi oggetto di controversie.
Qualsiasi tentativo di negare, banalizzare o minimizzare la gravità di questo genocidio, o di assolvere in qualunque modo i suoi esecutori, è, in poche parole, moralmente osceno.
Per questo motivo negare l’Olocausto è un reato in Germania, Francia, Russia, Italia, Austria, Romania, e in molti altri paesi.
Papa Francesco ha denunciato la negazione dell’Olocausto come “follia” e il suo predecessore, Papa Benedetto XVI, l’ha definita “intollerabile”.
È anche molto importante tenere a mente che i tedeschi non sono stati gli unici a uccidere in massa ebrei, rom e altri, durante l’Olocausto. Nella regione corrispondente all’attuale Transnistria, all’epoca parte della Romania, la Guardia di Ferro di Ion Antonescu, alleata di Hitler, partecipò appassionatamente al massacro di circa 150.000-250.000 ebrei. Mentre nello stato indipendente della Croazia fascista degli ustascia, guidato Ante Pavelić, venivano commessi brutali genocidi contro serbi, ebrei e rom.
Secondo il Museo del Memoriale dell’Olocausto degli Stati Uniti, le autorità croate hanno ucciso tra i 320.000 e i 340.000 serbi residenti in Croazia e Bosnia durante il regime degli ustascia e più di 30.000 ebrei croati, questi ultimi uccisi in Croazia o ad Auschwitz-Birkenau.
Per portare a termine il genocidio gli ustascia crearono una rete di campi di concentramento locali, infami per brutalità e paragonabili alla barbarie dei campi di sterminio e di concentramento tedeschi.
Il più tristemente noto era formato da cinque campi, insieme denominati Jasenovac, vicino a Zagabria, nonché spesso chiamati “Auschwitz dei Balcani”.
Di nuovo, secondo il Museo del Memoriale dell’Olocausto degli Stati Uniti, in questi campi gli ustascia hanno brutalmente ucciso tra le 77.000 e le 104.000 persone, serbi, ebrei, rom e croati oppositori del regime. Il complesso del Memoriale di Jasenovac ha identificato 83.145 serbi, ebrei, rom e antifascisti uccisi in quei campi.
Per anni, elementi estremisti in Croazia hanno cercato di assolvere gli ustascia e minimizzare le atrocità perpetrate a Jasenovac.
L’esempio più recente di questa tendenza è il commento di Milan Ivkosić, “Jasenovac ripulito dall’ideologia, dai pregiudizi e dalle falsità comuniste”, pubblicato il 17 agosto sul quotidiano croato Večernji list, il più letto nel paese.
Ivkosić scrive con convinzione e apparentemente senza vergogna in riferimento al libro di Igor Vukić ‘Il campo di lavoro di Jasenovac’, che, secondo Ivkosić “è in opposizione al mito decennale di Jansenovac”.
Pur riconoscendo che le condizioni nel campo erano dure, Ivkosić dichiara, grottescamente, che “c’era divertimento all’interno del campo. C’erano incontri sportivi, in particolare calcio, concerti, performance teatrali, alcune create dai detenuti stessi”.
Divertimento? A Jasenovac? Il tentativo di Ivkosić di ripulire quel luogo e gli ustascia dalla loro essenza malvagia è riprovevole. Lo stesso vale per il suo sprezzante riferimento a un “mito di Jasenovac”.
La brutale uccisione di decine di migliaia di esseri umani in quel campo non è un mito, signor Ivkosić.
“Jasenovac era un inaudito campo di sterminio, non ne esisteva un altro simile nel mondo,” ha affermato l’ ex prigioniero Milo Despot, in un’intervista di storia orale, fatta e conservata al Museo del Memoriale dell’Olocausto degli Stati Uniti.
“I tedeschi si sbarazzavano dei detenuti in modo rapido, mentre a Jasenovac l’uccisione era più crudele – con mazze, martelli e coltelli, meno con i proiettili,” ha raccontato Milo.
“Non c’erano camere a gas, ma non mancavano altre barbarie. Molti prigionieri finivano con la gola tagliata o con il cranio sfondato; altri venivano fucilati o impiccati agli alberi lungo la Sava”, ha scritto nel 2006, il reporter Nicholas Wood del New York Times, parlando di Jasenovac.
Mi chiedo se Ivkosić consideri uno dei precedenti quattro esempi di comportamento degli ustascia a Jasenovac come “divertente” per i detenuti: nel suo racconto orale, Milo Despot ha raccontato di aver assistito all’uccisione di più di cento ragazze serbe su di una chiatta, eseguita da un’unità di ustascia, che, prima di ucciderle le hanno fatte spogliare. Poi hanno tagliato loro la gola e le hanno gettate nel fiume.
In un’altra intervista, Mara Vejnović, altra testimone, ha dichiarato di aver visto gli ustascia uccidere un gruppo di bambini con gas tossici, in una caserma di Jasenovac.
Eduard Sajer era stato incaricato di scavare una fossa comune in uno dei campi di Jasenovac. Raccontò come le guardie ustascia uccidevano i detenuti, colpendoli alla testa con delle mazze; anche il fratello più giovane di Eduard è stato ucciso in questo modo. Eduard spiegò che lui e gli altri ragazzi che scavavano hanno dovuto poi trascinare i corpi nella fossa. L’unica cosa che Eduard ha potuto fare per il fratello è stato prenderlo tra le sue braccia e metterlo delicatamente a riposare per sempre.
Egon Berger, nelle sue memorie, “44 mesi a Jasenovac”, ha descritto così il frate francescano croato Tomislav Filipović Majstorović, conosciuto anche come Fra Sotona (“fratello di Satana”), il famigerato comandante di Jasenovac: “Frate Majstorović, con il volto completamente truccato, vestito elegantemente e con un cappello verde da caccia, guardava con piacere le sue vittime. Si avvicinava ai bambini, anche accarezzando loro la testa. Era accompagnato da Ljubo Milos e Ivica Matković.
“Frate Majstorović disse alle madri che i loro bambini sarebbero stati battezzati e li prese. Il bambino che frate Majstorović teneva in braccio toccò innocentemente il falso viso del suo assassino. Le madri, sconvolte, capirono la situazione. Offrirono le loro vite in cambio della misericordia per i bambini. Due bambini vennero messi a terra, mentre il terzo venne lanciato in aria come un pallone. Frate Majstorović, con un pugnale rivolto verso l’alto, lo mancò per tre volte, ma alla quarta, tra una battuta e una risata, il bambino venne trafitto dal pugnale. Le madri si gettarono a terra, tirandosi i capelli e gridando terribilmente. Le guardie ustascia della 14esima divisione le portarono via e le uccisero. Dopo che anche i bambini furono brutalmente uccisi, le tre bestie si scambiarono del denaro, a quanto pare c’era una scommessa in atto, avrebbe vinto chi per primo avesse conficcato un pugnale in un bambino.”
Distorcendo la terribile realtà di Jasenovac, Ivkosić ha profanato la memoria di migliaia e migliaia di uomini, donne e bambini innocenti che sono stati assassinati in quel luogo.
Večernji list, pubblicando questa vergognosa rubrica di Ivkosić, si è fatto complice dell’inammissibile campagna volta all’assoluzione degli ustascia e dei loro crimini. Ora, sia Ivkosić che Večernji list, dovranno essere chiamati a rispondere.

03/09/2018 –  (Articolo pubblicato originariamente da Balkan Insight il 27 agosto 2018)

15.8 - Jasenovac, Croazia, 1942: i nostri... benedetti alleati.

Le immagini di questa sezione sono tratte da: www.carnialibera1944.it

15.9 - Le operazioni del XXVI battaglione nel 1942

Mentre il XXXI battaglione è di presidio a Varcar-Vacuf in attesa del disgelo e della primavera 1942, torniamo a Ragusa ove, coi nostri appunti, ci eravamo fermati all’ottobre 1941.

Dunque, il 4° Bersaglieri ha ora alle sue dipendenze solo più due battaglioni: il XXVI al comando del maggiore Verdi ed il XXIX comandato dal maggiore Bizzarri, oltre naturalmente alla compagnia comando reggimentale ed alla compagnia motociclisti. Però ben presto anche il XXIX battaglione deve lasciare il reggimento per trasferirsi a Konjic, un paese lungo la ferrovia Metkovic-Serajevo, ove particolari compiti di difesa l’attendono.

[…]

Seguiamo invece i fatti e gli avvenimenti cui andranno incontro gli altri reparti del reggimento, ed in modo particolare quelli del XXVI battaglione e della compagnia comando reggimentale. Ne parleremo ora congiuntamente poiché, eccetto che negli ultimi mesi prima dell’armistizio, questi due reparti, unitamente al comando di reggimento, opereranno sempre insieme.

A Ragusa il comando di reggimento si è installato in una villetta alla periferia della città, sulla strada che porta a Castelnuovo di Cattaro, mentre il XXVI battaglione, parte accantonato e parte attendato, è dislocato nella parte opposta della zona, ad eccezione della 3a compagnia, che, al comando del tenente Arduino, è distaccata a Hum, piccolo nodo ferroviario a 6 km da Ragusa e quindi già nell’interno, rispetto alla costa.

I reparti del 4° Bersaglieri sono ora alle dipendenze della divisione “Marche” (generale Amico), e vengono immediatamente impiegati nelle previste operazioni belliche, atte a fronteggiare la persistente aggressività dei partigiani, sia isolatamente che con altre unità della divisione stessa.

Intanto ai primi di dicembre il colonnello Moricca lascia il comando del reggimento, che viene assunto dal colonnello Nicola Straziota, giunto celermente a Ragusa da Venezia addirittura in… sommergibile! Col nuovo colonnello si riprendono tutte le azioni militari già stabilite in precedenza. Tuttavia, il comando della divisione “Marche” ritiene ad un dato momento di effettuare un’azione di rastrellamento di più ampia portata nella zona circostante, allo scopo di snidare ed annientare le formazioni partigiane che stanno diventando sempre più pericolose per i nostri presidi e sempre più cagione di troppe perdite fra i nostri soldati.

[…]

Le operazioni militari durano parecchi giorni ed impegnano duramente i bersaglieri ed i reparti di accompagnamento, particolarmente nella zona di Trebinje e Bileca. Il comportamento dei bersaglieri è ammirevole, tanto è vero che il comandante della “Marche”, in un suo ordine del giorno sulle operazioni testé ultimate, ritiene doveroso darne atto con un encomio solenne ai colonnello Straziota, qui di seguito riportato: «In azione bellica contro rilevanti forze ribelli, riusciva, con ardita azione, superando gravi difficoltà e stroncando la resistenza avversaria, a portare i suoi reparti al raggiungimento degli obiettivi assegnatigli. Trebinje – Bileca (Croazia), 17-24 dicembre 1941»

L’anno 1942 che sta per incominciare vede i reparti del 4° dislocati a Ragusa e dintorni, impegnati in continue azioni contro i ribelli, tanto che ad un certo punto non si è più in grado di poterle ricordare tutte con un certo ordine cronologico.

Tuttavia, qualcosa possiamo ancora accennare, in base ai nostri sia pur frammentari appunti. Nella seconda quindicina del mese, sia il XXVI battaglione che la compagnia comando reggimentale lasciano Ragusa e si trasferiscono a Jablanica, paese a mezza strada tra Mostar e Konjc, alle dipendenze della Divisione ’”Cacciatori delle Alpi”.

Nella zona si trova anche la Divisione Alpina ’’Taurinense”, il che favorisce cordialissimi incontri tra i bersaglieri del nostro 4° e gli alpini del loro 3°, anche perché in entrambi i reggimenti vi sono ufficiali e soldati che si conoscono e che sono quindi lieti di ritrovarsi, sia pur lontani dalla patria, ma uniti sempre nel senso del dovere e del pericolo comune e soprattutto orgogliosi chi della penna nera, chi del proprio svolazzante piumetto.

Il trasferimento da Ragusa a Jablanica avviene a mezzo ferrovia. Intendiamoci: si tratta di un tronco ferroviario a scartamento ridotto che, dalla città costiera, inerpicandosi su per la zona pietrosa e brulla del retroterra, si addentra nell’Erzegovina e, attraversando Mostar, giunge sino a Sarajevo e oltre.

Di questi paraggi abbiamo già accennato, in quanto a Konjc, non molti chilometri oltre Jablanica, già si trova il nostro XXIX battaglione. Siamo quindi relativamente vicini ad un altro reparto del 4°. La base reggimentale, cioè una specie di deposito dei materiali delle compagnie e degli auto e motomezzi che al momento non è indispensabile avere al seguito, rimane invece a Mostar, accantonata in un’ampia caserma alla periferia della città.

Anche qui vorremmo aggiungere qualche impressione su questo centro abitato, che si presenta con un aspetto tipicamente orientale, sicuramente accentuato sia dai non pochi minareti che svettano aguzzi oltre i tetti delle basse case, sia dai costumi propri della popolazione stessa. Ma questo esula ovviamente dalla nostra narrazione, per cui conviene tornare ai nostri bersaglieri ed alle missioni operative che li attendono.

Giova però far rilevare, per inciso, che ora diventano più frequenti le scorte ai treni, poiché è attualmente di particolare importanza che la linea ferroviaria tra la costa e Sarajevo sia sempre in efficienza, data la quantità dei reparti  delle varie unità italiane che dalla ferrovia devono ricevere rifornimenti di viveri, materiali, armi e uomini. Conseguentemente diventano subito numerosi gli atti di sabotaggio che i ribelli compiono contro i convogli ferroviari, i cui vecchi e sgangherati vagoni sono ridotti in condizioni ancor più pietose per i segni delle guerriglie. Questi convogli viaggiano ora sempre con un carro-pianale, agganciato davanti alla locomotiva, dotato di una seconda spianata interna distante 30 cm da quella esterna. Nello spazio ricavato viene immessa terra e sassi allo scopo di proteggere la scorta che prende posto sul carro. Ben presto però i partigiani incominciano a sbullonare i binari e a collocare mine, specialmente a strappo, che esplodono sotto il convoglio, provocando il deragliamento del treno, sul quale aprono poi il fuoco nel trambusto generale. Vittime sono i viaggiatori e i militari della scorta.

Vogliamo ora ricordare qualche azione bellica compiuta in questo primo trimestre del 1942, chiedendo venia delle lacune, delle eventuali inesattezze nel citare nomi e località e del non preciso ordine cronologico degli avvenimenti.

Accenniamo anzitutto ad una azione eseguita verso Sarajevo, che dà modo al XXVI battaglione ed alla compagnia comando reggimentale di ricongiungersi sia pur temporaneamente con il XXIX battaglione a Konjc. Poi ad un’altra operazione particolarmente pericolosa, condotta per liberare un battaglione della “Cacciatori delle Alpi”, che era stato attaccato da forze soverchianti ed era rimasto quasi semidistrutto.

Ricordiamo poi ancora un’azione condotta con la “Cacciatori delle Alpi” ma agli ordini del nostro comandante, colonnello Straziota, il quale dispone in questa occasione, oltre che del XXVI battaglione e della compagnia comando reggimentale, anche di due battaglioni di fanteria divisionale, di una batteria di artiglieria e di uno squadrone carri.

I combattimenti sono assai cruenti e purtroppo parecchie sono le nostre perdite in morti e feriti. Anche il comandante dello squadrone carri viene ucciso in combattimento, mentre i bersaglieri del 4° si distinguono ammirevolmente per il loro valore ed il loro eroismo.

È sempre alle dipendenze della “Cacciatori delle Alpi” e, successivamente, della “Taurinense”, che il 4° Bersaglieri (XXVI battaglione e compagnia comando reggimentale) partecipa ad una azione offensiva diretta dal generale Roatta, ed effettuata con l’impiego di 5 divisioni italiane ed una tedesca (Operazione “Trio” – N.d.T.).

Ovunque i nostri bersaglieri sono di esempio per il loro comportamento ardimentoso e combattivo, anche se, purtroppo e sovente, morti e feriti lasciano dolorosi vuoti fra le nostre file.

In tutte queste azioni spesso impera il “vuoto”’, nel senso che, se i bersaglieri muovono con misure di sicurezza (sempre attuate), non si incontra mai il nemico, che sfugge ad ogni possibile agganciamento. Eppure, abbiamo le prove che esso è sempre presente dalle braci e dai fuochi che vengono trovati nelle varie zone che vengono rastrellate. È il nemico che sceglie il momento e la località ove attaccarci, cercando la sorpresa e la superiorità. Non rimane che muovere con le suddette misure di sicurezza, che consistono nell’avanzare con un reparto in avanguardia, uno a protezione del fianco sinistro ed un altro di quello destro, occupando tutte le alture che vi sono lungo la direzione di marcia. Sembra di far tanta fatica per nulla ed invece è indispensabile procedere così per evitare gravi perdite e rischiare di non essere in grado di assolvere il compito affidatoci.

Nell’aprile 1942 i bersaglieri dislocati a Jablanica si spostano a Metkovic, allontanandosi dalla base reggimentale di Mostar, poiché i reparti sono nuovamente chiamati ad operare nella zona circostante, ma questa volta separatamente.

Mentre il XXVI battaglione agirà in altre località viciniori, la compagnia comando reggimentale ed il comando di reggimento dovranno affrontare i partigiani a Zegulja e a Lubinje e successivamente a Stolac.

[…]

Mentre la compagnia comando reggimentale è impegnata nell’azione di Stolac, il XXVI battaglione prosegue le sue operazioni di rastrellamento nelle zone di Hutovo e Plana. I partigiani non danno tregua ai reparti italiani che sono sempre più pressati dai continui attacchi del nemico, fattosi ora più ardito ma soprattutto dimostratosi via via più numeroso e più organizzato. Ai primi di giugno la compagnia comando reggimentale ed il XXVI battaglione sono nuovamente riuniti, prendendo parte ad operazioni di contrattacco nella zona a nord delle Bocche di Cattaro, intese a respingere i partigiani che ne hanno di sorpresa occupato il porto. A missione compiuta i reparti, anziché tornare alle basi di partenza, raggiungono nuove e differenti posizioni.

[…]

I bersaglieri sono presto nuovamente impegnati in varie azioni che portano i reparti ad agire separatamente in base alle esigenze delle operazioni belliche, ma sempre per ora lungo la fascia costiera o nel vicino retroterra. Vlaka, Vrgorac, Zavala, Hutovo, sono le località che indicano le principali azioni condotte dai bersaglieri della compagnia comando reggimentale e dal XXIX battaglione tra la fine di maggio e la prima quindicina di luglio. Nell’agosto i bersaglieri sono ancora chiamati a svolgere una importante azione alle foci del fiume Narenta, ove parecchie migliaia di partigiani sono annidati per sferrare un attacco in forze contro i nostri presidi della zona (Operazione “Albia”, N.d.T.).

I reparti del 4° Bersaglieri, rinforzati da un battaglione di fanteria divisionale (la divisione, di cui mi sfugge il nome, è al comando del generale Tucci), (Divisione “Messina” N.d.T.) iniziano i movimenti preliminari dell’azione sotto il comando del colonnello Straziota, quando a questi giunge improvviso l’ordine di trasferimento in Africa Settentrionale per assumere il comando del 7° reggimento Bersaglieri, in vista della grande offensiva di El Alamein. L’ordine deve avere immediata esecuzione. Per il colonnello Straziota è ben dura cosa lasciare i bersaglieri del 4° così, di sorpresa, dopo ben otto mesi di vita in comune, durante i quali ha avuto modo di apprezzarli e di essere a sua volta da loro stimato ed amato. Ma gli ordini sono ordini e non si discutono, specialmente quando è un altro reggimento di bersaglieri che necessita di una guida sicura e di un comandante esperto in un momento particolarmente importante delle operazioni in Africa. Purtroppo, non vi possono essere saluti particolari, poiché alcuni reparti del 4° sono in azione ed altri sono distaccati lontani dal comando di reggimento. Comunque, il periodo trascorso alla testa del reggimento non è per il colonnello Straziota scevro di intima soddisfazione e di giusto orgoglio poiché, se è vero che i battaglioni erano impiegati separatamente a difesa di vari presidi, è altresì certo che in quegli otto mesi il 4° Bersaglieri compì azioni offensive brillantissime e di grande importanza per la difesa dei settori operativi ad esso via via affidati.

[…]

Colla partenza del colonnello Straziota, destinato in Africa, il comando del reggimento è assunto dal tenente colonnello Ugo Verdi, già alla testa del XXVI battaglione. Il capitano di complemento Ciro Raimondo, un simpatico notaio di Vercelli, viene assegnato come comandante del XXVI battaglione e rimarrà in carica sino alla metà del febbraio successivo (Dante riporta invece il nome del capitano Mazzoni, N.d.T.). A metà settembre, intanto, nuovo spostamento per il comando di reggimento e la compagnia comando reggimentale che, trasferendosi a Castelnuovo di Cattaro, si riuniscono nuovamente col XXVI battaglione, mentre il XXIX rimane a Slano.

Con l’autunno del 1942, si può dire che incominci per le truppe dell’Asse il rovesciamento della situazione militare, per cui, di fronte alle numerose vittorie conseguite su tutti i fronti di combattimento, si profilano ora le prime decisive battute d’arresto, i primi definitivi ripiegamenti, le prime avvisaglie di quello che sarà, dopo tanto sangue, l’annientamento e la sconfitta degli eserciti stessi. Ma qui non sta a noi trattare la condotta militare della guerra nel suo complesso, ma solo far risaltare il fatto che, man mano che le operazioni belliche volgono negativamente per le truppe italo-tedesche, cresce proporzionalmente la aggressività degli avversari e quindi, nel settore che ci interessa, cioè la Jugoslavia, dei partigiani di Tito.

Il 4° Bersaglieri vede quindi intensificarsi l’impiego dei suoi battaglioni lungo la fascia costiera della Dalmazia, in zona sempre più vicina al mare, premuto, come anche le altre truppe dislocate in Balcania, dalla necessità di difendere la costa ed i presidi ivi costituiti, abbandonando quelli che, siti nel più profondo retroterra, non rappresentano ora, per il loro mantenimento, che un inutile sacrificio di uomini e materiali.

Nell’impossibilità di seguire, attraverso i pochi dati in nostro possesso, i movimenti e le azioni belliche di tutti i battaglioni del reggimento, continueremo ad occuparci essenzialmente del XXVI battaglione e del comando di reggimento con relativa compagnia comando reggimentale.

Durante questi mesi di autunno si fa dunque più frequente il movimento dei suddetti reparti del 4°, i quali vengono via via impiegati ove il Comando Superiore ritiene utile la presenza dei bersaglieri, allo scopo, in questo settore di fronte, di arginare e contrastare i continui attacchi dei partigiani. Da Castelnuovo di Cattaro, ove si trovano dal settembre, la compagnia comando reggimentale ed il XXVI battaglione si spostano ai primi di novembre a Ragusa.

Il 18 novembre nuovo trasferimento: da Ragusa, con un trenino a scartamento ridotto, i bersaglieri si portano a Metkovic, ove il 19 si imbarcano per Spalato. Ma anche qui ci si ferma poco. Il 10 dicembre successivo giunge l’ordine di compiere un altro piccolo sbalzo a nord, sempre lungo la costa, e il giorno dopo siamo a Traù. Poco tempo rimane per visitare gli insigni monumenti dell’arte veneta di questa cittadina, poiché la nostra permanenza è nuovamente assai breve. Il 15 dicembre è arrivato intanto il nuovo cappellano don Berti, il quale viene a sostituire padre Cozzi che aveva lasciato il reggimento qualche tempo prima in seguito a malattia.

Nel frattempo, il colonnello Verdi parte per una licenza in patria ed il comando di reggimento è assunto dal maggiore Borrelli, attuale comandante del XXIX battaglione. Il 25 dicembre, appena terminato il pranzo di Natale, è annunciato un ulteriore spostamento del comando di reggimento e del XXVI battaglione a Dernis, un paese ancor più a nord e situato nell’interno, ad una sessantina di chilometri da Sebenico. Nella zona l’attività partigiana è diventata assai pericolosa ed i bersaglieri devono concorrere alla protezione dei nostri presidi che ancora si trovano nei dintorni.

A Dernis i reparti del 4° Bersaglieri sono affiancati a quelli di un reggimento della Divisione “Cagliari”, comandato questo dal colonnello Biddau, un ufficiale autoritario ed intransigente che troveremo più tardi con noi in prigionia, ove però il suo comportamento di soldato e di italiano, di fronte ai tedeschi, susciterà ammirazione e rispetto e soprattutto sarà di esempio e di incoraggiamento per coloro che dovranno dividere con lui la triste vita della prigionia in mano germanica.

15.10 - Kupari

A fine ottobre Dante viene inviato per un periodo di riposo al mare, a Kupari, un villaggio a sud-est di Dubrovnik (Ragusa), nella baia di Cavtat (Ragusa Vecchia).  Avrebbe preferito essere inviato in licenza (mancava da casa da oltre un anno), ma si gode la breve sospensione dall’inferno in questi posti incantevoli e con un mare stupendo: sono giorni gradevoli, dei quali egli preferisce però registrare la bontà della pastasciutta, piuttosto che la limpidezza dell’acqua.

Viene alloggiato al Grand Hotel, una struttura classicheggiante costruita nel 1920 (lo testimoniala scritta posta sopra l’ingresso), nel contesto di un ambizioso progetto di sviluppo turistico patrocinato da due imprenditori cechi. Non sappiamo se furono gli italiani ad iniziare la struttura all’impiego militare durante la guerra o se a ciò fosse già stato avviato dai croati: sta di fatto che, nel dopoguerra, la Jugoslavia di Tito gli affiancò nuove strutture alberghiere della categoria “ecomostri” e destinò l’intera area a diversi resort militari che ospitavano per le ferie il personale dell’esercito e le loro famiglie.

I cinque complessi principali furono costruiti negli anni Sessanta, quando la splendida baia diventò una delle più ambite dell’intera costa, tanto che, pare, fosse difficile averne l’accesso, se non avendo opportune raccomandazioni, e, a tutti gli effetti, una località turistica militare

Le strutture alberghiere oggi sono in disuso, anche perché alcune di esse (il Grand Hotel, appunto, il Goričina ed il Pelegrin) ospitavano postazioni di comando croate durante la Guerra d’indipendenza croata (1991-1995) e furono gravemente danneggiate dai combattimenti e dall’opera di distruzioni e di incendio messa in atto dai reparti prima di abbandonarle.

Gli hotel potevano ospitare oltre millecinquecento ospiti e i campeggi adiacenti contenere altri quattromila. Oggi, nello splendore della baia, appare ancora questo orribile monumento all’atrocità della guerra. E alla sua assurdità: siamo in una parentesi aperta nel diario di mio papà che, dopo quasi tre anni di guerra (che sappiamo quanto fu assurda e come finì) e solo pochi giorni dopo aver assistito alle orrende violenze frutto dell’odio razziale tra serbi e croati (al netto della responsabilità italiana di averne fatto uso), viene inviato a riposarsi in un luogo incantevole dove, cinquant’anni dopo, gli stessi attori, ancora contrapposti, evocando quelle violenze, ne compiranno di peggiori, ove possibile, pur parlando la stessa lingua (il serbo-croato) e adorando lo stesso idolo (la croce)!

Tornando alla Kupari di oggi, si trovano notizie di piani di recupero dell’area in atto, ma, per ora, farsi il bagno nelle sue acque, davanti a siffatti scheletri di un (prima) fastoso e (dopo) tragico passato, dovrebbe costituire un effetto unico.

I luoghi riprodotti nelle immagini che seguono sono perfettamente riconoscibili nelle fotografie del papà. L’ala del complesso del Grand Hotel che comprende l’ingresso con la scritta “Kupari 1920”, ritratta alle spalle di Dante e dei suoi compagni, era proprio adiacente alla spiaggia e, come risulterebbe dalle immagini disponibili, fu abbattuta prima degli anni Sessanta.

Anche in questo caso, naturalmente, come per Atene e per tutto il resto, il papà non mi fece mai cenno di questa vacanza di guerra e di questo luogo. Nel generale mio dispiacere dei ricordi taciuti, spunta in questo caso anche l’imbarazzo, nel ripensare a quando, era ormai in pensione, lo portai al mare per farvi trascorrere un mese di vacanza con mia mamma e con mio figlio piccolo e, appena sistemate le valige, subito gli presentai, compiaciuto, la spiaggia di… Loano. Da quanto ne sapevo, per me, al mare non c’era mai stato: quindi doveva piacergli per forza. Guardò l’orizzonte lontano senza fare commenti e, quasi, ne provai una sorta di delusione.  

15.11 - Galleria 1942

16/02/1942 – Jablanica

Alla mia sorella Rosa

16/02/1942 – Jablanica

Nella seconda quindicina del mese di gennaio del 1942 sia il XXVI battaglione che la CCR (Compagnia Comando Reggimentale) lasciano Ragusa e si trasferiscono a Jablanica, paese a mezza strada fra Mostar e Konjc, alle dipendenze la divisione Cacciatori delle Alpi. Iia è una abbreviazione locale di Jablanica.
Più avanti il papà è trasferito a Uhm, un piccolo nodo ferroviario sulla linea Čapljina-Zelenica (diramazione  Trebigne).

12/06/1942 – Hum

Brutto ma il ricordo è fraterno, tuo fratello Dante. 

26/05/1942 – Hum

Un ricordo ti può dare più felicità, tuo fratello Dante

26/05/1942 – Hum

Anche da lontano un caro ricordo alla sorella che sempre mi pensa, un ricordo sempre ti posso inviare, tuo fratello Dante

Las sottostante immagine di cerimonia funebre (di un compagno del papà, presumibilmente) non riporta sul retro nessuna informazione. Dovrebbe comunque trattarsi della prima metà del 1942.

Luglio 1942 – Probabilmente si tratta della fototessera ufficiale per la nomina a sergente. Ce ne sono due copie.

Un caro ricordo a una persona che ricordo.

Una cara sorella non si può dimenticare e un ricordo le può sempre arrivare.

10/08/1942 – La località non è stata individuata con esattezza, anche se sappiamo trovarsi nella zona del Biokovo, nell’ambito dell’Operazione Albia. Dante dice in quei giorni che “monta la tenda guardando il mare”: che l’indicazione si riferisca a quello?

Per il momento ti mando questa, tra poco spero di mandartene una bella, non far caso al fatto che sono magro, la faccia ce l’ho bella tonda e sto benissimo, il dolore se ne è andato. Credimi sorella, ti posso dire tengo la mani da impiegato. Tanti saluti e bacioni, tuo fratello Dante. 

(08/1942) – Zona del Biokovo

In tale ricordo può essere tanta felicità, tuo fratello Dante

18/08/1942 – Zona del Biokovo

Anche durante le fatiche eravamo sereni, un ricordo, tuo fratello Dante.

18/08/1942 – Zona del Biokovo

Il primo ricordo dei nuovi compagni, tuo fratello Dante.

15.12 - Il riposo di Kupari

Ad ottobre del 1942, dopo le fatiche dell’Operazione Albia e dopo oltre un anno senza avvicendamenti, al papà ed al suo reparto viene riservato un meritato periodo di riposo a Kupari, ridente località di soggiorno sulla costa meridionale della Croazia, con una storia turistico-militare tutta particolare, che è possibile approfondire tramite i collegamenti riportati qui a fianco e le tante altre pubblicazioni e filmati disponibili in rete.

(08/1942) – Zona del Biokovo

Per saperne di più su Kupari (si pronincia con l’accento sulla a):

L’edificio con l’ingresso principale, davanti al quale il papà è ripreso nelle foto 1 e 2 della galleria qui sotto, è in quest’immagine ripreso dal mare. – www.njuskalo.hr

Il complesso del Grand Hotel di Kupari negli anni Venti. L’edificio compreso nell’ovale, fronte mare, è quello che appare alle spalle di alcune fotografie di Dante e che fu abbattuto prima degli anni Sessanta

Un’inquadratura dell’Hotel negli anni Venti.

Kupari con il Grand Hotel negli anni Venti, in una cartolina promozionale dell’iniziativa turistica cecoslovacca. (http://www.straysatellite.com/kupari/)

Sul retro della foto 1 è scritto:

Ecco l’amico che mi disse “Ridi che mercerai bene e così mi vedi sorridente”. Guarda che che ce ne ho 10 da mandarti. Il miglior ricordo dei cari compagni, tuo fratello Dante.

Sul retro della foto 2, miei pasticci infantili con la matita copiativa rendono purtroppo illeggibile il messaggio scritto dal papà. Era la mia fotografia preferita e l’avevo sempre tra le mani: mio padre sorridente, elegante, davanti ad un albergo. L’illusione di una guerra pulita, senza morti, di pura presenza. Forse nasce da questa immagine l’idea che avrei maturato da subito della guerra del papà: un film in bianco e nero, girato in paesi lontani, terminato il quale l’attore principale (per me) era tornato senza quasi parlarne.

 

Sul retro della foto 3 è scritto:

La più bella. Ce ne sono delle altre a metà busto da solo anche loro care. Tuo fratello che passeggia. Tanti baci, Dante

Le fotografie, delle cui prolungata attesa il papà racconta, sono tutte del 29 ottobre 1942.