Lun. Mag 20th, 2024

I DIARI DEL PAPA'

Ho saputo dell’esistenza dei diari fin da piccolo: ogni tanto in casa se ne parlava, ma come di una cosa nascosta, segreta, di un mistero da non svelare. Comunque, a me erano sicuramente preclusi: forse, da grande… E per quanto gli accenni a momenti e a ricordi della guerra mi incuriosissero per il contenuto avventuroso che evidentemente possedevano, quel senso di tabù, di si sa ma non si dice, soffocarono ogni mia velleità, fino a convincermi che fosse giusto così, che un figlio non potesse entrare nel mondo e nella memoria del padre quando egli ancora era giovane e padre non ancora diventato: un altro uomo, quindi, con la sua vita e i suoi inviolabili segreti.

Il papà scrive i diari, così come sono giunti a noi, mentre si trova in Croazia, nel 1942, impiegato in uno dei contingenti a presidio dei territori occupati dopo l’invasione italiana del 1941. I diari sono tutti scritti alternativamente in prima o in terza persona e questa è una delle prime cose che mi sorprese leggendoli: un modo di raccontare di uno stile non convenzionale e abbastanza sorprendente, se confrontato con il modo di esprimersi semplice e colloquiale che ha mostrato in seguito nella sua vita…

L’alternarsi anche nello stesso periodo del presente storico e del passato remoto è mantenuto generalmente fedele all’originale, anche per rendere meglio l’efficacia del racconto, ispirato costantemente e contemporaneamente sia ai ricordi e sia alle riflessioni ad essi legate.

Sorprende anche il fatto che, nel tipo di narrazione pur così semplice e diretta, fatta di frasi semplici ed efficaci, non siano affatto trascurate le sensazioni, le percezioni, i particolari che riempiono il racconto di colore e di calore, caratterizzando con poche frasi i suoi protagonisti, quasi a renderli come i personaggi di un romanzo, con i quali può capitare di entrare in empatia.

I Diari sono contenuti in quattro quaderni (I, II, III e IV), il primo utilizzando fortunosamente un quaderno da computisteria ricoperto con fogli di rivista, gli altri su quaderni scolastici a righe, tutti poi rivestiti con una sovra copertina ottenuta da robusti fogli di registri militari croati.

Il titolo originale che in realtà il papà ha dato alle sue memorie è: “Vita di Dante, nato il 30-1-1916”, il che lascerebbe intendere la prospettiva di un racconto dell’intero percorso di vita, almeno fino all’inizio della sua stesura. In realtà potremmo classificare quegli scritti come dei veri e propri “Diari di guerra” e ciò a seguito di alcune considerazioni.

Innanzitutto, va considerato il fatto che essi siano stati interamente scritti (dal 27 settembre 1941 al 1° gennaio 1943) in pieno periodo bellico, nei luoghi ove Dante era in guerra, partecipandovi (eccome) in prima persona e poi perché il racconto riguarda, per estensione, quasi totalmente il periodo e gli eventi bellici, scivolando, senza scossoni, dai ricordi antecedenti alla cruda “cronaca” in diretta degli eventi del fronte, costituendo con ciò un vero e proprio “diario” per definizione e inserendosi a pieno titolo nel filone della memorialistica di guerra. Solo una minima parte degli scritti è rievocativa di alcuni fatti notevoli dell’infanzia e della giovinezza, trascorse le quali anche le vicende private e personali raccontate avvengono in uno stretto contesto bellico, col quale si intrecciano fortemente. Nel corpo narrativo assume inoltre una notevole consistenza, sia temporale che di contenuti, la parte che copre il servizio militare di leva (ottobre 1937 – agosto 1938) e quella da richiamato in fase prebellica (settembre 1939 – giugno 1940), due periodi nei quali coesistono, da una parte, la vita militare in tutto e per tutto, con le sue privazioni, le fatiche, i pericoli, l’incombenza della guerra e la lontananza da casa, e, dall’altra, una vita civile e sociale non ancora soffocata dal conflitto, col tempo libero da passare in una bella ed accogliente città, ove non mancano certo la voglia di vivere, i divertimenti (il ballo) e gl’intrecci amorosi. A fare da sintesi l’ardore bersaglieresco, il cui mito era ancora in quegli anni (e ancora per un po’ lo sarebbe stato) molto sentito. 

Un quesito rimane inesplorato su un aspetto della scrittura dei diari da parte del papà: come abbia egli potuto prendere appunti così dettagliati, giorno per giorno, ora per ora, mentre passa le notti all’addiaccio, in una buca sotto la neve, mentre sta per soccombere al gelo, alla fame, alla fatica, allo scoramento e al fuoco nemico, per poi riportarli ordinatamente sui quaderni, lunghi tratti apparentemente di getto, interrotti solo per ricaricare la stilografica che si sta esaurendo. Non mi spiego del tutto tanta precisione dei fatti, l’indicazione esatta dell’ora e del giorno, le riflessioni articolate, gli stati d’animo, mai banali, sempre contestualizzati e mai ripetitivi (salvo le interiezioni per infondersi pazienza, forza e coraggio). Ogni tanto ne faccio richiamo nelle note, ma una spiegazione convincente è difficile da trovare: un rammarico particolare, nel rammarico immenso di non averne potuto parlare col papà in vita.

La comprensione del testo è stata alquanto difficoltosa a causa della grafia molto personale. La trascrizione mi ha obbligato a varie correzioni di punteggiatura, di evidenti errori ortografici o grammaticali e di sintassi. Per una corretta comprensione del significato degli scritti, poi, è stato talora necessario integrare, accomodare o ricostruire intere frasi o reimpostarne la gerarchia: ma ciò è avvenuto solo con la risistemazione di periodi, con l’integrazione di parti del discorso (per lo più congiunzioni o avverbi di tempo o di luogo) necessarie a completare il senso logico del discorso. Qualche volta, però, la costruzione delle frasi, approssimativa per eccesso di semplificazione, è stata lasciata volutamente tale, per non scalfire l’efficacia e la semplicità della comunicazione. Non è stato mai, in ogni caso, fatto ricorso a vocaboli estranei al contenuto dei diari, né a termini in qualche modo ricercati, sicuramente non nella disponibilità del linguaggio corrente del papà. Non sono stati in genere modificati i tempi dei verbi che, quando si riferiscono ad eventi trascorsi, variano costantemente dal passato remoto (disponibile a Dante per forzatura scolastica), al passato prossimo (gergo colloquiale comunemente utilizzato), ad un efficacissimo presente storico (anch’esso di impiego comune nel linguaggio corrente). Sono stati lasciati inalterati anche i già citati salti dalla terza alla prima persona, che talvolta si presentano insieme a quelli dal passato al presente storico (“Dante ottiene di tornare dalla sorella… che tanto mi aspettava…”) anche, come si vede, nella stessa frase, sono stati lasciati gl’inevitabili vezzi dialettali settentrionali (“la Maria”, “l’Angela”). Ho dovuto, piuttosto, far ricorso frequente ai due punti per poter omologare una frase o raccordarne i periodi, nei quali ad un’azione o ad un pensiero rispondeva, a scapito di una punteggiatura trascurata, una pronta ed immediata conseguenza-reazione.

I diari del papà sono incentrati sul tema della guerra e sul suo drammatico racconto, fatto che concede ad essi a pieno titolo l’appartenenza alla memorialistica di guerra. Tuttavia, nelle prime due parti, egli ha lasciato anche un breve racconto dei suoi primi vent’anni, visti a ritroso e frutto evidentemente di ricordi selezionati sulla base delle emozioni per esse conservate: la precisione con cui certi eventi personali e famigliari sono datati lascia aperta comunque l’ipotesi che essi possano essere stati annotati nel momento in cui si svolsero e ripresi all’atto della stesura finale dei diari.

In ogni caso, il racconto dell’infanzia, della giovinezza e del servizio militare, al di là del significato sentimentale e affettivo, assume una dignitosa valenza testimoniale di quei tempi, nel rappresentare la vita quotidiana di un cittadino italiano, vissuto in un periodo dalle forti connotazioni politiche, sociali e culturali. Connotazioni che si stemperano fino quasi a scomparire nella vita quotidiana di un bambino, di un ragazzo e poi di un uomo “normali”, alle prese con le dure difficoltà della vita in campagna, ma anche con le piacevoli passioni che essa può concedere.

I diari di Dante sono uno spaccato di vita di un uomo strappato a quella normalità subita e vissuta, a quel mondo di luoghi e tempi che comunque amava, per essere scaraventato nel ferro e nel fuoco della Seconda guerra mondiale. E non per modo di dire. Il suo reggimento, il 4° Bersaglieri, si distinse infatti per eroismo e sacrificio, al punto da essere insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare, così come il suo comandante, caduto, come vedremo, sul fronte greco. E anche Dante, in mezzo a tanto generale coraggio, seppe ulteriormente distinguersi e aggiungerci del suo.