Ieri sera sono andato a ballare: già questa, per me, è quasi diventata una notizia, perché amo il liscio, quello dei valzer, dei tanghi, delle mazurke, dei fox, dei valzer lenti, delle beguine, mentre oggi nelle sale da ballo prevalgono sempre più spesso ritmi postmoderni e balli di gruppo. Questi ultimi, lo confesso, non mi piacciono: per me il liscio è essenzialmente un ballo di coppia, nel quale due persone devono trovare fra loro ritmo, intesa e armonia; il ballo di gruppo ha invece senso quando diventa davvero coreografia, quando molti corpi si muovono come uno solo, mentre sulla pista di una normale balera l’effetto mi appare spesso più disarmonico che spettacolare. E anche molte vecchie canzoni, ancora bellissime, vengono oggi adattate a cumbia, kizomba e altri ritmi contemporanei, perdendo spesso la delicatezza e l’armonia originarie, private come sono della loro anima genuina e finendo per assomigliarsi pietosamente sulla pista, ove vecchie melodie vengono adattate a ritmi buoni per tutto.
Ma, naturalmente, non era questo il problema della serata: il problema è che ieri sera, al Teatro Mucchetti di Adro, ero andato semplicemente a ballare.
Il posto funziona ormai, di fatto, come una grande sala da ballo: orchestra, pista, tavoli, ristorante; uno arriva, mangia, ascolta musica, balla, incontra gente, magari conosce qualcuno e, se proprio la serata gira bene, può anche fare conoscenze piacevoli.
Prima che l’orchestra (Lara Agostini Band) cominciasse a suonare, sul palco è salito un signore per ricordare il compleanno di tale Alessandro, uno dei fondatori della struttura: qualche parola affettuosa, un piccolo discorso sul fatto che, una decina d’anni fa, qualcuno aveva creduto in quel progetto e aveva contribuito a far nascere quello che oggi è diventato un luogo molto frequentato.
Fin qui, tutto normale; anzi, anche gradevole. Poi è stata annunciata la presenza di Don Mauro, parroco di Adro. Ho pensato: farà gli auguri. Due parole, magari una battuta, una stretta di mano; del resto, in un paese il parroco può benissimo conoscere personalmente chi ha contribuito a creare una struttura del genere.
Invece sono comparsi dei foglietti con una preghiera.
E lì, lo confesso, sono rimasto spiazzato: non sorpreso nel senso leggero del termine, ma proprio colpito dal fatto che, senza alcun preavviso, una normale serata da ballo si fosse trasformata per alcuni minuti in una cerimonia religiosa. Molti si sono alzati; il sacerdote ha pregato, ha invocato la benedizione sui presenti e sui ballerini; alla fine molti hanno fatto il segno della croce. Io, allibito e inviperito, sono rimasto seduto: non mi ha consolato il fatto che non fossi l’unico.
Ma non è questo il punto.
Non mi ha ferito il fatto di essere rimasto seduto mentre altri si alzavano; non mi sono sentito perseguitato, discriminato o chissà che altro. La cosa che mi ha colpito è stata più profonda: ancora una volta mi sono trovato davanti a quella presunzione, tutta italiana, per cui una pratica cattolica può entrare in qualsiasi ambiente come se fosse neutra, naturale, quasi obbligatoriamente condivisa.
Io ero entrato in una sala da ballo; avevo pagato un biglietto; aspettavo un’orchestra. Non ero entrato in una chiesa, non ero andato a una festa patronale, non avevo scelto di partecipare a una celebrazione religiosa; eppure, per qualche minuto, quella sala è diventata una comunità cattolica, mentre chi non pregava, chi non si alzava, chi non faceva il segno della croce diventava automaticamente quello che si sottraeva.
È questo che mi disturba: il rovesciamento. Il credente — e già la parola è curiosa, perché “credere” significa ritenere vero qualcosa che non necessariamente si può dimostrare — viene assunto come misura normale dell’uomo; chi non crede, invece, viene definito per sottrazione, come “ateo”, cioè senza Dio, quasi fosse privo di qualcosa. Io non mi sento affatto privo di nulla, anzi, mi sento libero e leggero, senza qualcuno che mi osservi e cui fare ricorso per certe raccomandazioni privilegiate. Semmai è il credente che aggiunge alla realtà una fede, una trascendenza, una spiegazione ulteriore del mondo. Legittimamente, magari; ma è un’aggiunta, non il punto zero dal quale misurare tutti gli altri.
Ognuno preghi quanto vuole, dove vuole e il Dio che vuole; ciascuno si faccia benedire, confortare, proteggere dalla propria religione. Non ho nulla da obiettare. Ma perché una pratica religiosa deve entrare, senza essere richiesta, in uno spazio laico e aperto al pubblico? E soprattutto: perché chi la propone non percepisce nemmeno che potrebbe esserci qualcuno che non la vuole?
Probabilmente perché il cattolicesimo, in Italia, continua spesso a non considerarsi una religione fra le altre, ma una specie di sfondo naturale della società: la benedizione non viene percepita come un atto confessionale, ma quasi come un augurio istituzionale; il sacerdote non entra come rappresentante di una fede particolare, ma come figura rassicurante, familiare, quasi decorativa; la preghiera non viene proposta a un gruppo di credenti, ma data per buona per tutti.
E chi non partecipa, pazienza. Si arrangia. Rimane seduto. Come ho fatto io.
Poi, naturalmente, c’è anche il lato comico; perché una volta superato lo sconcerto iniziale, mi sono chiesto che cosa dovesse esattamente produrre la benedizione dei ballerini.
Che nessuno inciampasse? Che l’orchestra suonasse meglio? Che le coppie si formassero? Che gli incontri amorosi fossero favoriti? Che le signore trovassero cavalieri educati e i cavalieri signore disponibili? Che si suonassero finalmente più valzer e mazurke?
Battute a parte, il problema resta: la religione dovrebbe essere una scelta confessionale, non un ambiente: una persona può scegliere di pregare; può scegliere di partecipare a una messa; può scegliere di ricevere una benedizione. Ma quando una preghiera entra all’improvviso in uno spazio laico e aperto al pubblico, la scelta viene rovesciata: non è più il credente che decide di partecipare, è chi non crede che è costretto a sottrarsi.
E la differenza non è piccola.
La libertà religiosa, infatti, non consiste soltanto nel diritto di pregare; consiste anche nel diritto di non essere coinvolti nella preghiera degli altri.
Forse è proprio questo che ieri sera mi ha colpito più di tutto: non il rito in sé, non il sacerdote, non il fatto che molte persone si siano alzate e abbiano pregato, ma la naturalezza con cui tutto è avvenuto, come se non ci fosse nemmeno da chiedersi se, in quella sala, potessero esserci persone che vivevano quella scena non come un momento di condivisione, ma come un’intrusione.
Ed è proprio l’inatteso che rende la cosa più significativa: in una chiesa non mi stupirei; durante una funzione religiosa non mi stupirei; perfino a una festa esplicitamente cattolica non mi stupirei.
In una sala da ballo sì. Forse perché lì non ero preparato; forse perché, in mezzo a tavoli, orchestra, ballerini e persone venute soltanto per passare una serata, quella preghiera mi è sembrata improvvisamente ancora più fuori posto.
Io aspettavo un valzer: è arrivata una preghiera senza musica. Solo parole. E pensare che sarebbe bastato affidarsi alla tradizione della canzone italiana: Edoardo Vianello, in O mio Signore, chiedeva direttamente al Padreterno che lei tornasse da lui (“se questa sera posso farti una preghiera…” Una preghiera d’amore, con accordi e melodia: in una sala da ballo mi sarebbe sembrata una felice intuizione. Una scelta elegante, aperta, capace di mettere insieme spiriti liberi e anime devote.
Quanto accaduto ieri sera, però, non è un episodio isolato: è soltanto l’ultimo, e forse il più curioso, di una serie di situazioni che negli anni mi hanno prodotto la stessa sensazione. Una caserma; una guerra raccontata da mio padre; un grande centro tecnologico internazionale; un centro sportivo; luoghi e tempi diversissimi, accomunati dalla stessa presenza religiosa data per scontata.
Di questi episodi parlerò in un prossimo articolo, più lungo e inevitabilmente più serio: perché, partendo da una sala da ballo, il discorso finisce molto più indietro nel tempo e occupa molti più spazi di quanto si potrebbe immaginare.