Si parva licet componere magnis
Quanti colori ci vogliono per colorare una cartina senza che due regioni confinanti abbiano lo stesso colore? La risposta esiste, è scientifica, elegante… e sorprendente: quattro bastano, sempre. Lo dimostra uno dei teoremi più famosi (e faticosi) della matematica moderna, che per secoli è stato un rompicapo per gli studiosi. Un tuffo nei misteri della geografia, del disegno, e di quella strana magia che chiamano… topologia.
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Lo ricordo come fosse ieri.
Erano gli anni delle elementari, e io — come tanti altri bambini — avevo una passione ossessiva per le cartine politiche. Non le fotografie satellitari, non i rilievi o le isoipse: le cartine politiche erano la mia finestra sul mondo.
Quelle appese ai muri dell’aula, grandi e rassicuranti, con le regioni italiane ben separate: ciascuna di un colore diverso, come piccole isole d’identità. Eppure, non erano tanti colori…
Quattro colori. Sempre quattro.
Per distinguere venti regioni. Per separare stati, imperi, province, colonie, regni immaginari. E funzionava!
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Anche a casa, sul quaderno a quadretti, io creavo le mie isole immaginarie.
Ci disegnavo stati in guerra, frontiere armate, confini contesi. Ogni regno aveva il suo nome, la sua capitale, il suo esercito e, naturalmente, il suo colore.
Usavo sempre gli stessi quattro:
Eppure, per quanto i confini si contorcessero, si urtassero, si sovrapponessero… non mi serviva mai un quinto colore. Bastavano quei quattro, ogni volta, magari con qualche rara cancellatura e retromarcia.
Un po’ mi chiedevo “perché?”, ma ero troppo impegnato a governare le mie cartine per perdermi in domande filosofiche.
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È solo molti anni dopo che ho capito che quella non era una coincidenza.
Quella regola che inconsapevolmente seguivamo — io, i cartografi editoriali, gli editori di atlanti — era una legge matematica vera e propria.
Una verità assoluta.
Nessuna mappa su una superficie piana o sferica richiede più di quattro colori per essere disegnata in modo che ogni territorio adiacente a un altro abbia un colore diverso.
Una legge invisibile. Silenziosa. Ma operante da sempre.
Una matematica del confine, impressa nelle nostre mani di bambini prima ancora che nelle formule.
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Il Teorema dei Quattro Colori, formulato per la prima volta nel 1852 da un giovane studente, era proprio quella cosa lì: la conferma di ciò che io già avevo intuito a otto anni, seduto al mio banco, fissando la Lombardia in verde e la Toscana in giallo.
Il mondo si poteva dividere.
I confini potevano essere tracciati.
Ma bastavano quattro colori per dare ordine al caos, distinguere gli amici dai nemici, stabilire chi stava da una parte e chi dall’altra.
Come dire: la guerra è complicata, ma la mappa può essere semplice.
“È sempre possibile colorare qualsiasi mappa piana, in modo che due regioni adiacenti non abbiano lo stesso colore, utilizzando al massimo quattro colori.”
In altri termini:
Il teorema fu finalmente dimostrato nel 1976 da:
La loro metodo fu:
Fu la prima dimostrazione matematica assistita da computer della storia:
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Negli ultimi anni sono stati:
Esempio recente:
Non è solo un fatto curioso: ha applicazioni in:
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Quando oggi ripenso al Teorema dei Quattro Colori, non vedo solo una pagina di teoria.
Vedo una classe elementare, una parete coperta da cartine, e un bambino che disegna isole immaginarie con quattro matite colorate.
La matematica vera, forse, comincia proprio così:
dove i confini sono chiari,
le regole si scoprono da noi stessi,
e la meraviglia è più antica della teoria